giovedì 10 maggio 2018

Travagliatissimo!


Ecco appunto! Io la vedo proprio così! Bravo Direttore!

giovedì 10/05/2018
Le larghe fraintese

di Marco Travaglio

Una sola cosa, nel caos generale, è certa: oggi avremo i dettagli del governo targato 5Stelle-Lega, oppure di quello “neutro” e “di servizio” targato Mattarella. E dunque sapremo se le elezioni sono vicine o lontane. Intanto già sappiamo che, comunque vada, sarà un pastrocchio. Perché da che mondo e mondo, persino nel Paese più bizantino dell’Occidente, i governi devono avere una maggioranza (o una minoranza, se destinati alla sfiducia o alla non sfiducia) chiara. E tutto si può dire sia del governo Di Maio-Salvini, sia del governo Mattarella, fuorché nascano all’insegna chiarezza. Il governo “neutro” altro non è che un ministero tecnico alla Monti, benedetto dal Quirinale e chiamato a scelte squisitamente politiche (Iva, svuotacarceri, intercettazioni, nomine Rai e Cdp…). Con la differenza, rispetto a Monti, che questo partirebbe già morto perché l’unico partito disposto a votarlo è il Pd, quello che giurava opposizione a tutto e tutti. Il governo 5Stelle-Lega, salvo chiarimenti dell’ultima ora, rischia di essere ancor più oscuro, perché poggia le fondamenta su un equivoco grosso come una casa: il ruolo di Berlusconi, delinquente naturale, pregiudicato ineleggibile e interdetto.

Finora Di Maio aveva condizionato l’accordo con la Lega alla rottura del centrodestra, “coalizione finta”, cioè al divorzio tra Salvini e l’imbarazzante alleato. “Salvini scelga fra restaurazione e rivoluzione”, aveva detto, spiegando che “con Berlusconi non si potrà mai cambiare nulla”. Perfetto. Senonché ieri il Caimano, sfoggiando il suo ultimo travestimento, ha fatto sapere che Salvini può fare il governo con i 5Stelle – che lui considera peggio di Hitler e manderebbe tutti a lavare i cessi di Mediaset – senza rompere la coalizione di centrodestra. Deciderà poi lui, dopo aver visto il premier e i ministri, cosa farà FI: se darà l’appoggio esterno astenendosi (“astensione critica”, anzi “benevola”: ahahahah) o non partecipando al voto, o addirittura voterà contro il governo dell’alleato e passerà all’opposizione (finta, visto che la coalizione resterebbe intatta con Salvini leader). Una pagliacciata mai vista neppure in Italia. Tipo quei bei matrimoni dove il marito autorizza la moglie a mettergli le corna, e magari si diverte pure a guardare da dietro la porta. E questa sarebbe solo la parte visibile dell’accordo. Poi, come sempre quando c’è di mezzo B., c’è quella invisibile. Che è ancora peggio: oscena, nel vero senso della parola (fuori scena). Per scoprirla basta porsi una domanda: perché oggi B. autorizza Salvini a fare ciò che per oltre due mesi gli ha furiosamente proibito?

Delle due l’una. O solo perché ha paura del voto. O anche perché ha ottenuto quelle “garanzie” che ha sempre preteso dai governi non suoi per non scatenare la guerra termonucleare: favori a Mediaset e nessuna norma contro le quattro ragioni sociali della sua banda (corruzione, evasione fiscale, mafia e conflitto d’interessi). E chi può avergliele date? Ovviamente Salvini che, con Di Maio, tratta per conto di tutto il centrodestra. E qui casca l’asino con tutta la foglia di fico: trattare con Salvini-e-basta è un conto, trattare con Salvini che tratta anche per conto di B. è tutt’altro. Un governo M5S-Lega-e-basta, oltre alle tante controindicazioni (dalla xenofobia di Salvini&C. al passato ignobile di un partito appiattito da 18 anni sugli affari di B. alle proposte demenziali tipo flat tax), almeno un vantaggio ce l’avrebbe: l’estraneità del Carroccio salviniano (l’inciucione Giorgetti è già tutt’altra cosa) a molte delle mille lobby che bloccano l’Italia e che han sempre trovato protezione all’ombra di Pd&FI. Ma proprio qui sta il punto: Salvini ha le mani libere o no? L’ultima giravolta di B. fa sospettare di no. E un governo che nasce sul non detto è destinato a non fare. In ogni caso, se nascerà, lo capiremo subito. Dal nome del premier, e soprattutto da quelli dei ministri della Giustizia e delle Telecomunicazioni. E dal testo del “contratto” fra i due alleati: se recepirà le storiche battaglie del M5S contro i conflitti d’interessi, le concentrazioni televisive e pubblicitarie, la corruzione, la prescrizione e le mafie, e anche l’ottimo proposito annunciato da Salvini in campagna elettorale di “mandare in galera gli evasori”, sapremo che B. è davvero fuori gioco e ha subìto il governo M5S-Lega per il terrore del voto, senza contropartite.

Se invece avrà ministri forzisti travestiti da leghisti o da tecnici “di area”, più posti in prima fila nel nuovo Cda Rai e nel nuovo Csm, oltre alle commissioni di garanzia che gli spetterebbero come (finto) oppositore (Vigilanza Rai? Antimafia?), e se le leggi contro ogni malaffare che attendiamo invano da 25 anni sparissero dai radar, vorrà dire che B. non è affatto “esterno”: è più che mai interno, tipo cetriolo. Ma c’è anche una terza ipotesi: che Salvini e B. siano d’accordo a menare il can per l’aia, facendo partire il governo e poi rinviando alle calende greche le scelte scomode (per B.), contando sull’istinto di sopravvivenza dei parlamentari e rendendo vieppiù impopolare una rottura. La cui colpa ricadrebbe sul M5S gabbato. Per la gioia del Pd renziano, che infatti ieri sprizzava gaudio da tutti i pori per un governo che lo lascerebbe solo all’opposizione a lucrare sugli auspicati litigi e pasticci di un governo tanto eterogeneo. Al momento, con tutte queste ambiguità, il governo M5S-Lega conviene a Lega, B. e Pd, ma non al M5S e – quel che più conta – neppure agli italiani. Starà all’abilità di Di Maio rinunciare a ruoli ministeriali e guidare il gruppo parlamentare per stanare Salvini, incalzare il governo sul contratto e staccargli la spina al primo cenno di tradimento o di logoramento. Peggio delle larghe intese ci sono soltanto le larghe fraintese.

martedì 8 maggio 2018

Un rivolo inquietante


C'è un aspetto nella deprecabile vicenda del pestaggio della disabile e del barista nel regno dei Casamonica a Roma che, impercettibilmente, insuffla inquietudine: le dichiarazioni degli abitanti i quali, in maggioranza, ammettono che la zona, pur essendo in mano alla famiglia, è tranquilla: nessun furto, nessuna rissa, nessun problema. 
Una sostituzione eclatante di quello che avrebbe dovuto assicurare lo stato, mediante le forze di sicurezza. Gli abitanti quindi, pur capendo il malaffare, ammettono in modalità subliminale che questa anomalia è utile al bene comune, alla tranquillità sociale, arrivando ad ammettere che si potrebbero lasciare aperte pure le porte delle abitazioni, senza alcun timore di venir derubati. 
Ecco la verità scomoda, inquietante: le famiglie malavitose, sostituendosi allo stato, contribuiscono al benessere, alla pace degli abitanti, praticamente il bene più prezioso. 
Questa perdita di cultura, di appartenenza, di aderenza alle regole scritte scaturite dalla Costituzione, è un danno enorme, incalcolabile ed ammesso che s'inizi sin d'ora a porvi rimedio, occorrerebbero almeno una decina d'anni per riportare il tutto alla normalità; una normalità che dovrebbe essere fulcro, perno, arco portante in uno stato serio. La presenza in ogni dove della legalità infatti, è dogma generante democrazia, parola questa oramai in disuso in molte e vaste zone italiche, dal sapore di storia ammuffita e polverosa. 

Parole sante!




Irritazione



Con l'accento sulla à !



lunedì 7 maggio 2018

Ogni tanto serve..


.. a capire in che cazzo di paese viviamo! 

Il raid dei Casamonica al bar solo una disabile si ribella

Frustata con la cinghia e presa a calci e pugni. “Se chiami la polizia ti ammazziamo” L’esplosione di violenza perché due esponenti del clan non erano stati serviti per primi.

di Floriana Bulfon per Repubblica

roma
Frustate in pubblico, in pieno giorno, perché il messaggio deve arrivare a tutti. Anche ai bambini che guardano spaventati grondare il sangue a terra, perché « qui comandiamo noi e se non fai quello che diciamo, ti ammazziamo » , parola dei Casamonica. È la domenica di Pasqua quando due esponenti del clan entrano in un bar della periferia sud- est della capitale e compiono un massacro. Picchiano una giovane donna disabile solo perché osa parlare, poi ritornano, colpiscono a bottigliate il barista e gli distruggono il locale. Non li ha serviti per primi, ha mancato di rispetto e la deve pagare.
I Casamonica, mille affiliati e un patrimonio da quasi cento milioni di euro. Il loro regno è un territorio militarizzato, con le vedette a ogni angolo e le ville barocche che occupano pezzi di strade e marciapiedi. Lo sfarzo ostentato per intimorire e celebrare la potenza criminale, come per le esequie di zio Vittorio, tre anni fa: con le carrozze, l’elicottero e l’acclamazione a re. Prepotenza e brutalità sono la regola, si vive sotto assedio.
Il primo aprile è una giornata di festa. Dentro al bar di via Salvatore Barzilai, periferia sud-est della città, una bimba sorride in braccio al suo papà, alcuni ragazzi prendono il caffè, una giovane è in coda alla cassa, Entrano i boss, vogliono le sigarette e pretendono di essere serviti subito. Funziona così, per loro non esiste la fila.
Il barista, un ragazzo romeno con gli occhi azzurri e tre dita perse lavorando, non se ne accorge e loro non lo possono tollerare. « Questi romeni di merda non li sopporto proprio» urla Antonio Casamonica al cugino Alfredo Di Silvio. La giovane dietro di lui li riprende: «Se il bar non vi piace andate altrove » . È la fine. Casamonica, 26 anni e all’attivo condanne per estorsione e falso più un processo per evasione, le strappa con una mano gli occhiali e li lancia dietro al bancone, poi si sfila la cinta dai pantaloni e la passa a Di Silvio.
I due sanno come fare: sono corpulenti e già da piccoli hanno imparato a picchiare. La prendono alle spalle, la frustano e poi calci, pugni fino a quando crolla a terra massacrata. La bambina sgrana gli occhi terrorizzata, ma nessuno si muove, nessuno interviene per difendere quella giovane. Una donna e disabile. Le strappano di mano il telefono e, mentre lei striscia a terra e chiede di riaverlo indietro, glielo lanciano contro ordinando: « Se chiami la polizia ti ammazziamo » . Il messaggio vale per tutti. Il locale si svuota, resta solo il barista a soccorrerla e a consigliarle di andarsene «perché torneranno » . E infatti mezz’ora dopo eccoli arrivare, Alfredo Di Silvio irrompe con il fratello Vincenzo. Spaccano la vetrina, rovesciano tavoli e sedie: « Qui comandiamo noi, non te lo scordare: questa è zona nostra. Ora questo bar lo devi chiudere, altrimenti sei morto » . Anche questa volta non interviene nessuno. Sono cinque i clienti che rimangono seduti a giocare ai videopoker. Il barista è a terra, il suo volto è coperto di sangue. Gli schizzi arrivano fino al muro, colano accanto al calendario della Guardia di finanza. Intorno a lui sembra sia scoppiata una bomba, è tutto in frantumi.
Trenta giorni di prognosi per lei, otto per lui. Li hanno massacrati. La giovane non conosce i suoi aguzzini, era lì per caso, ma ha capito che appartengono alla famiglia, quella che comanda e di cui bisogna aver paura. Il barista invece sa bene chi sono, i Di Silvio abitano nella stessa via e i Casamonica cento passi più in là. Le due vittime però, il giorno dopo, si fanno coraggio e denunciano. Un affronto senza precedenti, quando il clan lo scopre fa scendere in campo un pezzo da novanta. Enrico, il nonno dei fratelli Di Silvio, condannato per sequestro di persona e lesioni, si presenta al bancone. Ordina un caffè e il ritiro immediato delle accuse, pena la morte. La violenza mafiosa di chi sente padrone. Il barista è terrorizzato e per due giorni la serranda rimane abbassata. La moglie però non ci sta, quel locale aperto con tanti sacrifici è il loro lavoro, la loro vita e non possono rinunciarci.

All’angolo della strada due ragazzoni appoggiati alla macchina fissano l’ingresso del bar. Dentro sembra non sia successo nulla, il giovane romeno è tornato dietro al bancone. Dopo tre caffè racconta la sua paura e, solo quando non ci sono più clienti, tira fuori il telefonino. Mostra le immagini riprese dalla telecamera sopra i gratta e vinci e i tabacchi. Ha immortalato la sequenza dell’orrore criminale. Da quel giorno ha cambiato le sue abitudini, il percorso per tornare a casa e teme che in ogni momento possa entrare qualcuno della “famiglia”. All’uscita i due sono ancora lì, lo sguardo fisso sul locale. Quello di chi impone il suo violento potere mafioso.