giovedì 19 aprile 2018

Consultazioni travagliate


giovedì 19/04/2018
Vadi, contessa, vadi!

di Marco Travaglio

Maria Elisabetta Alberti Casellati, seconda donna della storia a ricevere l’incarico al Quirinale con gran sollievo del genere maschile, è appena stata nominata esploratrice con un’autonomia di 48 ore per lubrificare la Duplice Intesa fra centrodestra e 5Stelle. E già la sua missione in kepì, sahariana, pantaloncini alla zuava, scarponcini e binocolo è miseramente fallita. Infatti, come tutti sapevano benissimo tranne Maria Elisabetta Alberti Casellati, i 5Stelle sono disponibili a fare un governo con la Lega, ma non con Forza Italia e Salvini non può (ancora?) divorziare da Berlusconi. Ora lo sa anche la piccola esploratrice. E fra oggi e domani dovrà comunicarlo al capo dello Stato, che lo sapeva benissimo ma voleva sentirselo dire da una turboberlusconiana come lei, per farla finita una volta per tutte con una patacca che dura da 45 giorni: cioè con il cosiddetto “centrodestra”. Si tratta, com’è noto, di una finta coalizione fra partiti litigiosi e incompatibili su quasi tutto, creata appositamente dal Rosatellum di Ettore Rosato, cioè del trust di cervelli Renzi-B.-Salvini, per fregare gli elettori il giorno del voto, impedire al M5S di fare man bassa di collegi uninominali, gonfiare i consensi di FI e del Pd e dei loro finti alleati con la scusa del “voto utile”, per poi sciogliere le due compagnie la sera stessa e passare all’inciucione renzusconiano. Sappiamo com’è poi andata a finire: persino il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, figurarsi Rosato. Infatti gli elettori hanno ritenuto più utile il voto ai 5Stelle che non al Pd, lasciando senza numeri l’ideona di lorsignori. E regalando la vittoria proprio ai due partiti che dovevano uscirne a pezzi.

A quel punto Salvini ha provato a convincere Di Maio a fare da stampella al centrodestra: invano. E B. sta ancora provando a convincere il Pd: per ora, invano. Siccome però i giornaloni scrivono da un mese e mezzo che Di Maio ha un patto d’acciaio con Salvini e alla fine cederà su B. pur di andare al governo, e molti non solo li leggono, ma addirittura ci credono, ecco la superbufala del governo centrodestra-M5S. E l’incarico alla piccola esploratrice di studiarne la fattibilità. Risultato: un immediato, spettacolare, fragoroso, catastrofico schianto. La scena ricorda quella de Il secondo tragico Fantozzi, protagonista una parente stretta di Maria Elisabetta Alberti Casellati: la contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, grande azionista della Mega Ditta che, alla cerimonia del varo della nave aziendale, lanciava ripetutamente la rituale bottiglia di champagne verso la chiglia del natante con rincorse da 32 e da 46 metri.

Ma non prima di aver ottenuto il via libera (“Capo-Varo, posso andare?”, “Vadi, contessa, vadi!”). Purtroppo mancava regolarmente il bersaglio, riuscendo invece a colpire nell’ordine: il ragionier Fantozzi (due volte), il sindaco con fascia tricolore, il ministro della Marina Mercantile e la centoduenne Baronessa Filiguelli de Bonchamp, mascotte a vita della società. Esaurita la riserva di champagne, si decise di cambiare rituale della cerimonia: taglio di un cavetto metallico che avrebbe messo in moto il meccanismo del varo. Ripartì da 76 metri la Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare: “Taglio, in nome di Dio!”. E recise di netto il mignolo dell’arcivescovo con anello pastorale, suscitandone un bestemmione parzialmente coperto dalla banda musicale. Ecco, ora spiacerebbe – soprattutto al mondo dello spettacolo, in particolare della commedia all’italiana – se l’avventura esplorativa della Alberti Casellati Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare durasse così poco. Se insomma oggi o domani Mattarella le sottraesse di già il kepì, il binocolo e tutto il resto del corredino per passarli a qualcun altro. Anche perché, diciamolo, la piccola vedetta padovana, già incredula per la promozione da vice-Ghedini in gonnella nonché zia della nipote di Mubarak a presidentessa del Senato, si era preparata con gran cura e compunzione all’ancor più prestigioso incarico. Aveva fatto aviotrasportare nella Capitale il guardaroba delle grandi occasioni, con quei tailleurini color tenda da bagno che fanno tanto fine. Non aveva mancato un solo taglio di nastro, dal Salone del Mobile al Vinitaly.

Aveva reso visita al presidente della Corte d’appello di Milano (il procuratore Greco aveva invece preferito darsi, per un imprecisato impegno fuori città), per spiegare come quella Alberti Casellati che l’11 marzo 2013 prese parte al sit-in davanti al Palazzo di giustizia contro i processi Ruby e Mediaset fosse soltanto un’omonima (del resto l’Italia, e ancor più Forza Italia sono piene così di Marie Elisabette Alberti Casellati). Aveva imbarcato un mezzo esercito di collaboratori per il suo Mega Staff a Palazzo Madama, roba mai vista neppure alla corte dei Faraoni. E aveva avviato il giro delle sette chiese sui giornaloni, con interviste a raffica in cui non diceva assolutamente nulla, se non che era pronta alla fatal Chiamata perché “sarebbe impossibile dire di no a una richiesta del Presidente”. Ora, è vero che il no dei 5Stelle al governo col centrodestra non le lascia grandi margini di manovra. Ma chissà, mai dire mai. Noi, al posto del capo dello Stato, la lasceremmo vagare per qualche altro giorno ancora. Intanto, nella grigia noia di questa morta gora, lo svolazzare zampettante dell’Alberti Casellati di palazzo in palazzo dà comunque un tocco di colore e anche di buonumore. E poi, da una che giurava in tv su Ruby (marocchina) nipote di Mubarak (egiziano), c’è da aspettarsi di tutto. Anche che interpreti il no di Di Maio per un sì e salga al Quirinale con la lista dei ministri. O che balzi sul primo aereo per il Cairo e vada a consultare Mubarak, facendosi annunciare dalla comune nipotina.

Kr




mercoledì 18 aprile 2018

Commenti Ranieri


mercoledì 18/04/2018

DI TUTTO DI PIÙ

Mamma Rai s’inventa il Giornalismo Costruttivo


di Daniela Ranieri


Siamo venuti fortunosamente in possesso di una circolare di Rai Academy – che è, copiamo pari pari, “un sistema di formazione continua che accompagna le persone di Rai (sic) verso la trasformazione dell’Azienda in Media Company digitale di Servizio Pubblico”, qualunque cosa ciò significhi – che ci ha molto colpito. Da oggi autori, giornalisti, programmisti registi e addetti stampa, insomma le persone di Rai che lavorano al progresso culturale del Paese, potranno formarsi non solo attraverso corsi classici, tipo “consultare le agenzie di stampa” o “apprendere il corretto utilizzo della voce e le tecniche di comportamento davanti alla telecamera”, ma anche del modulo di (tenetevi forte) “Constructive journalism”. Proprio così: giornalismo costruttivo.

Trattasi, si spiega con solennità, di “un approccio alla professione giornalistica centrato sul mettere maggiormente in luce soluzioni rispetto agli aspetti negativi e problematici delle storie raccontate”. Siamo in grado di anticipare la probabile obiezione: non sarà, questo giornalismo costruttivo, una sonora buffonata anche un po’ degradante della professione, del genere stolido-ottimista che andava di moda 4 anni fa, simile anche nella dicitura a quel “giornalismo di rinnovamento” che l’appena insediata ministra Madia disse di preferire a quello normale (di non rinnovamento), rifiutandosi di rispondere a un cronista troppo critico che a suo avviso non ne rispettava i criteri? No, affatto: il giornalismo costruttivo Rai è “un modo di pensare e affrontare le questioni presenti nel contesto sociale attraverso storie stimolanti che mettano in luce soluzioni piuttosto che focalizzarsi su problemi e traumi” (era ora: l’inviato nelle periferie dovrà imparare a guidare bus, bruciare immondizia e a riparare buche invece di star lì ad evidenziare i disservizi), e di “scrivere le notizie concentrandosi su narrative e angoli di osservazione diversi, non mettendo in secondo piano gli aspetti positivi”. Un esempio: la persona di Rai deve fare un servizio sull’inchiesta Consip, in cui sono coinvolti il ministro renziano Lotti, il babbo renziano Tiziano, l’imprenditore Romeo, i vertici ex renziani di Consip e due generaloni dei carabinieri. Noi, insipienti di giornalismo costruttivo, metteremmo in luce gli aspetti negativi della storia, tipo avere avuto un Capo del governo il cui padre, il cui socio-ministro e i cui amici trafficavano con gente che faceva affari col governo; la persona di Rai formata all’Accademy per trasformare il servizio pubblico in Media Company digitale no, non scherziamo; guardarebbe la cosa da una angolo di osservazione diverso, e di conseguenza, nel frangente attuale, metterebbe in luce l’aspetto positivo di non avere un governo.


Calma caimanica



Sdoganamento primaverile


E' arrivata la bella stagione e con essa una serie di ritrovate consuetudini, ad iniziare dall'abituale "caduta delle calze", squillo di tromba femmineo annunciante le sgargianti giornate primaverili che a noi (non parlo in plurale maiestatis ma cercando complicità da consimili, oppositori alla linea), fieri ambasciatori dell'adipe, induce a ricorrere alla classica serie di accorgimenti utili per mascherare le bisbocce in seno a messer Inverno, le stravaccate in divano, le avviluppanti oziosità ben protette e giustificate da freddo e gelo. 
E inizio dalla camicia la quale, lasciando la ristrettezza che la cintola sempre più traforata impone, finalmente esce nella libertà ambientale, camuffando ad arte gli anelli "in baghis" rimembranti Saturno, assembramenti crassi ed immoti frutto di bulimie irresponsabili, di master in "struttologia applicata", di nefandezze gastronomiche indecorose. 
Ansimo però non solo nel salire pochi gradini, ma nel veder scoprire membra adornate artisticamente con disegni tendenti al verde cobalto, al blu profondo, osannanti amori, languori storici, latinismi, croci celtiche, rigurgiti di forze antiche, nomi di amori forse anche trascinati nel tempo per non far scadere l'eterno segno cutaneo: polpacci, avambracci, spalle, pance, colli, caviglie già abbronzate e tatuate m'insufflano quell'ansia tipica del minatore che avverte la montagna scuotersi, mi fanno in prima istanza rimpiangere cappotti, sciarpe, maglioni XXL, coprenti gli errori sul desco. Avverto l'approssimarsi della calura, la messa in mostra dei budini flottanti con cui da sempre convivo, il rimorso per non aver frequentato palestre, saune, piscine, la ripicca delle insalate abbandonate in frigo per abbracci calorosi in calorie, abiuranti precetti restrittivi l'arte gastronomica, da sempre condivisi ma quasi mai rispettati. 
Entrando nella mostra dei corpi che la primavera acconsente con il suo frizzante sfrigolio, m'accorgo di essere straniero in patria, non potendo che occultare le mie inezie, gli errori pacchiani da sempre compiuti con gli arti inferiori afflosciati sulla sedia; con la camicia fuori affronterò con meno tremore il ludibrio popolare presagendo, con annessa sudorazione in ascella, l'istante in cui per necessità e godimento dovrò liberarmi di tutto per andar, felice, da Nettuno ad assaporar il marino, sballottando il crasso fluttuante che è in me.  
Passato però questo breve, fino ad ora, lasso temporale in "adipose depression", giungerà al solito, lo spero, come i frutti del ciliegio e del pesco, la rabbonente, placida, serena constatazione che alla fin fine, senza alcun ritegno ed ombra, il "chicazzosenefrega" vincerà perpetuamente, al solito, su tutto e tutti, compreso i diversamente palestrati e tatuati! 
Vamos!  

martedì 17 aprile 2018

Mumble mumble


martedì 17/04/2018

Qualcuno osa sfidare la lobby della sanità?

Fate una prova: fingete di avere una spalla rotta e dover fare un intervento chirurgico per istallare una protesi. Ipotizziamo di essere in una Regione “virtuosa” come la Toscana: secondo le linee guida regionali (quasi identiche in ogni Regione), a ciascun paziente in attesa di un intervento viene dato un codice di priorità che varia da A1per i casi più gravi che necessitano intervento immediato fino a D per quelli che possono attendere.

Se avete la spalla rotta e la situazione è grave ma non gravissima vi assegneranno il codice B, massimo 60 giorni di attesa per l’operazione. Ma tale attesa è solo teorica, e nella realtà questo tempo non è mai rispettato: in una Regione “virtuosa” come la Toscana, per esempio, si prevede una attesa di almeno 1 anno e 2 mesi per questo tipo di interventi, sei volte quanto previsto dalla normativa regionale. Ma c’è una scappatoia: pagare. Se infatti siete disposti a spendere 23 mila euro (questo il costo di una operazione protesica di spalla al Careggi), lo stesso medico che vi ha visitato nello stesso ospedale pubblico dove siete in visita vi può operare quando volete, entro otto giorni dalla visita.

Questo sistema, disciplinato da ultimo dalla legge 189 del 2012, si chiama “intra-moenia” e consente l’esercizio di attività libero professionale intramuraria da medici di ospedali pubblici trasformando, così, il luogo pubblico in una clinica privata a disposizione del professionista.

Secondo la normativa vigente il paziente, in questo caso, deve pagare interamente l’equipe medica, il personale anche infermieristico di supporto, i costi pro-quota per l’ammortamento e la manutenzione delle apparecchiature nonché assicurare la copertura di tutti i costi diretti e indiretti sostenuti dalle aziende. Il medico e l’ospedale che ospita tale attività guadagnano sul paziente facendo leva sul suo stato di bisogno: il professionista sarà libero di farsi remunerare come un collega di una clinica privata e l’ospedale potrà chiudere i bilanci in attivo grazie al significativo contributo del paziente. Questo sistema pone una serie di problematiche giuridiche, economiche e, soprattutto, etiche.

Secondo il XX Rapporto Pit Salute di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato (Tdm) pubblicato a fine dicembre, le liste d’attesa negli ospedali pubblici si allungano sempre di più con attese medie di 13 mesi per una mammografia, un anno per una colonscopia, stesso periodo per una visita oncologica o neurologica.

A trarre un vantaggio diretto da questo stato di cose sono proprio i medici che esercitano la libera professione negli ospedali oltre agli stessi ospedali perché spesso il paziente, sconfortato dai lunghi tempi per un esame o un intervento, procedono in “intra-moenia” ricorrendo a prestiti e debiti pur di potersi operare.

Il meccanismo è perverso perché si basa su un doppio ruolo affidato dalla legge alla stessa persona: da un lato c’è il medico in quanto dirigente pubblico dell’ospedale che dovrebbe assicurare il rispetto delle linee guida regionali e che avrebbe come obiettivo per la propria performance la riduzione delle liste d’attesa; dall’altro c’è lo stesso medico in quanto libero professionista che ha interesse a tenere lunghe le attese così da incentivare i pazienti a ricorrere a lui privatamente. Si tratta di un meccanismo favorito dallo Stato stesso che, in tal modo, grazie al costo dell’intra-moenia, può coprire taluni costi del servizio sanitario.

È proprio in ciò la perversione di fondo di tale sistema che avvantaggia una specifica lobby a danno della tutela della salute dei cittadini.

È un punto che varrebbe la pena essere inserito nel programma del prossimo governo: ma chi governerà avrà la forza di fare gli interessi della comunità?


Martedì di Travaglio


martedì 17/04/2018
Mediaset Premier

di Marco Travaglio

Chi vuole sbirciare dietro le quinte della politica di questi giorni deve ricordare quel che accadde cinque anni fa. Anche allora si era votato da poco, le urne avevano partorito tre blocchi non autosufficienti e pareva quasi impossibile che due di essi facessero un governo. Allora però c’era un presidente – Napolitano, fra l’altro in scadenza – smaccatamente di parte (la sua), portatore di un progetto politico ben preciso: l’inciucio Pd-Pdl-Centro, già sperimentato col governo Monti e platealmente bocciato dagli elettori, per tagliar fuori i 5Stelle. Oggi invece c’è Mattarella, che applica la Costituzione e attende di sapere dai partiti quale maggioranza vogliono formare. Bersani puntava a un “governo di cambiamento” e di minoranza (almeno al Senato, dove neppure col Porcellum la coalizione Pd-Sel aveva i numeri), presieduto da lui con l’appoggio esterno dei 5Stelle, e giurava di non volersi alleare con B.: proprio come oggi Di Maio, pronto a governare col Pd o con la Lega, ma non con B.. Il quale nel 2013 smaniava per rendersi indispensabile a un governo purchessia, da ricattare per i soliti affari suoi: proprio come oggi. I 5Stelle, atterrati su un pianeta inesplorato, sospettavano di tutti e non volevano allearsi con nessuno: proprio come il Pd oggi.

In quello stallo – culminato nel famoso incontro-scontro in streaming fra Bersani & Letta e Crimi & Lombardi – si infilò B., con la complicità delle sue quinte colonne del Pd, che lavorarono con lui a logorare Bersani fino a scippargli il partito. In pochi giorni, complice l’iniziale ottusità degli inesperti grillini che si fecero usare dal partito dell’inciucio senza neppure accorgersene, il Caimano che aveva appena perso 6 milioni e mezzo di voti tornò protagonista e si riprese il centro della scena piazzando chi voleva lui prima al Quirinale e poi a Palazzo Chigi. Anche allora, come sempre e come oggi, a fare la spola fra i palazzi del potere c’erano gli eterni mediatori del Partito Mediaset: Fedele Confalonieri e Gianni Letta. Due fiduciari di un’azienda privata, mai eletti da nessuno né investiti di incarichi politici in FI, eppure regolarmente ricevuti con tutti gli onori come ambasciatori di uno Stato sovrano e alleato. Il loro obiettivo, tramontata la candidatura al Colle dell’amico Franco Marini (scelto da B. in una rosa di nomi proposti dal Pd), era lasciare Re Giorgio lì dov’era, per sventare la minaccia di un antiberlusconiano storico e impenitente come Prodi al Quirinale e il coinvolgimento dei 5Stelle nell’area di governo. Però B. non aveva i numeri per farcela: gli occorreva una sponda nel Pd.

Tantopiù che intanto il M5S era uscito dal freezer candidando Rodotà al Quirinale, appoggiato da Sel e molto amato dagli elettori di centrosinistra. E Grillo aveva dichiarato al Fatto: “Abbiamo proposte come l’anticorruzione, la legge sul conflitto d’interessi e quella sull’ineleggibilità della Salma (Berlusconi, ndr). Bersani ci pensi. Eleggere Rodotà insieme sarebbe il primo passo per governare insieme”. Non un governo di minoranza appoggiato dall’esterno, ma un governo politico con tutti i crismi: un incubo, per il Partito del Biscione e per tutto l’Ancien Régime, che avrebbero perso il controllo. B. mosse le sue pedine nel Pd, fece balenare a D’Alema un possibile appoggio per il Colle e allo scalpitante Renzi le elezioni anticipate che gli avrebbero consentito di candidarsi a premier. La mattina del 19 aprile, per tenere unito il Pd, Bersani propose Prodi all’assemblea dei suoi grandi elettori. Il Professore – in Mali per una missione Onu – conosceva bene i suoi polli: un pezzo del Pd era di proprietà di B., infatti il Corriere parlava di 120 parlamentari dem pronti a firmare un documento contro di lui. Dunque pregò Bersani di procedere con voto segreto. Ma appena il segretario disse “Prodi”, l’assemblea scattò in piedi: standing ovation, approvato per acclamazione. E Sel si accodò. Bersani avvertì telefonicamente il Prof, ma non lo convinse. Prodi chiamò la moglie Flavia, a Bologna: “Vai pure alla tua riunione tranquilla, tanto presidente non lo divento di sicuro”. La sua candidatura fu lanciata alla quarta votazione, la prima con maggioranza del 50% più 1. Bastavano 504 voti su 1007 elettori. Pd e Sel ne avevano 496: con una decina di centristi montiani in libera uscita era fatta. E infatti alcuni montiani e qualche grillino votarono Prodi. Al quale però mancarono 101 voti. Quindi i franchi traditori erano almeno 120. Tutti targati Pd: Sel aveva marchiato tutte le sue schede facendo scrivere dai suoi “R. Prodi”.

Renzi, da Firenze, fu il più lesto ad annunciare: “La candidatura Prodi non esiste più”. Anche perché, con Prodi, spariva pure il suo rivale Bersani, che si dimise subito. Fu un’operazione di killeraggio in grande stile, studiata a tavolino nei minimi dettagli, col concorso attivo di tutte le correnti (prodiani esclusi). Tanti sicari in simultanea, come i 12 pugnalatori dell’Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie. E un solo utilizzatore finale: B., che chiamò subito Napolitano per chiedergli di restare. Questi, che ancora il 14 aprile definiva “pasticcio ridicolo” l’eventuale rielezione, l’indomani accettò. Previo pellegrinaggio al Colle di tutti i leader sconfitti alle elezioni. Il Corriere riferì di un “lungo, caloroso abbraccio” fra B. e Re Giorgio, che lo ringraziò per il suo “comportamento da statista”. Così Napolitano fu rieletto il 20 aprile e il 24 incaricò Letta jr. per il governo di larghe intese. E l’Italia, dal possibile rinnovamento, ripiombò in piena Restaurazione. Chissà quanti di quei 120 traditori siedono ancora tra i banchi del Pd. Lo vedremo presto, quando dovranno scegliere fra un premier di cambiamento e un Mediaset Premier. L’ennesimo.