giovedì 30 novembre 2017

Dono pregiato a puntate


Ritenendolo un bene prezioso, un memorandum degno dell'indegna smemoratezza attanagliante questa nazione, dove un pregiudicato dopo vent'anni di malefatte, alcune ignobili, riesce ancora ad avere seguito, ad essere riabilitato persino nei salotti nobili, che nobili non sono perché frequentati oramai da onnivori senza dignità, ho deciso, Marco non me ne voglia, di pubblicare la prima puntata del grande articolo apparso sul Fatto questa mattina. 
Le altre, se vorrete, le potrete leggere comprando uno dei pochi giornali senza padrone, senza contributi dello stato, senza occhio di riguardo alle multinazionali che, pagando pubblicità, pretenderebbero un'attenzione particolare attorno alle proprie malefatte. 
Lo scempio che abbiamo davanti è unico nel panorama internazionale; s'evidenzia dall'impossibilità di racchiudere in un solo articolo, tutte le malefatte compiute da codesto signorotto di provincia, ossessionato dal sesso, e ricercante risorse per la sua famiglia a scapito del bene pubblico, infangando valori di giustizia e dignità.
Leggetelo e vedrete che ogni tanto sobbalzerete chiedendovi come sia stato possibile trascorrere un ventennio tra falsità, leggi sartoriali su misura, infestati da lugubri condoni, storditi dalle sue TV e dal Minzo che nel Tg1, ci faceva vedere le toilette dei cani, mentre questo pregiudicato compiva scorribande su tutta la penisola! 

Soprassiedo sul novantenne, per rispetto, ripensando, chissà perché, a Calvino... 


Scalfari riabilita i governi di B. Ecco tutti gli orrori che scorda
Breve elenco - Dal 1994 al 2011 Berlusconi nelle vesti di premier ha pensato quasi continuamente a una cosa: i suoi interessi. Dal lontano decreto “salva-ladri” ai condoni

di Marco Travaglio 

L’altra sera, a DiMartedì, mi sono confrontato a distanza con Eugenio Scalfari e sono felice che la discussione fra le nostre posizioni opposte e inconciliabili sia avvenuta in un clima civile e rispettoso. C’è però una frase di Scalfari che suona offensiva per tutta la nostra redazione e anche per la nostra comunità di lettori: che il Fatto sia “un giornale grillino”. Capisco che molti, abituati all’idea che ogni giornale abbia dietro almeno un partito o un padrone (che poi molto spesso coincidono), non si rassegnino a quella di un quotidiano libero e indipendente. Ma, per il nostro, dovranno farsene una ragione: nei primi otto anni di vita siamo stati etichettati come il giornale delle procure (almeno finché non abbiamo criticato procure), di Di Pietro (almeno finché non abbiamo criticato Di Pietro), di Ingroia (almeno finché non abbiamo criticato Ingroia), e così via per la sinistra radicale, il primo Renzi, gli scissionisti bersaniani e anche per i 5Stelle.
Chi ha svelato che la Raggi aveva dichiarato in ritardo un incarico all’Asl di Civitavecchia, facendola indagare appena eletta sindaco di Roma? Il Fatto. Chi ha rivelato la guerra sotterranea fra sostenitori della Raggi e amici di De Vito durante le primarie del M5S per il Campidoglio? Il Fatto. Chi ha raccontato la strana storia delle polizze di Salvatore Romeo con la Raggi “destinataria” mentre la sindaca era sotto interrogatorio? Il Fatto. Chi ha chiesto le dimissioni della sindaca pentastellata di Quarto per non aver denunciato le pressioni di un suo consigliere comunale? Il Fatto. Chi ha chiesto la cacciata dei parlamentari siciliani M5S che avevano fatto scena muta davanti ai pm dell’inchiesta sulle firme false? Il Fatto. Chi ha criticato l’ostracismo inflitto al sindaco dissidente Pizzarotti, varie espulsioni di grillini dissenzienti con metodi “staliniani” e la pochade delle comunarie di Genova rifatte perché vinte dalla candidata “sbagliata”? Il Fatto. E potremmo continuare. Però quando i 5Stelle fanno o dicono cose che sosteniamo anche noi, glielo riconosciamo volentieri, senza l’ostilità preconcetta dei giornaloni, convinti che il M5S sbagli sempre e comunque, “a prescindere”. Ciò che qualcuno scambia per “grillismo” è l’atteggiamento che il nostro giornale riserva ai 5Stelle, come a tutti gli altri partiti: elogi quando fanno bene, critiche quando fanno male, senza pregiudizi favorevoli né contrari. Se la Meloni, lontanissima dalle nostre idee, fa una giusta battaglia contro le pensioni d’oro, chapeau.
Se il ministro Minniti prova a mettere qualche regola e un po’ d’ordine nella jungla del Mediterraneo, riducendo drasticamente gli imbarchi e gli sbarchi di migranti, e dunque il numero dei morti in mare e il volume d’affari dei trafficanti, chapeau. Se il renziano Richetti presenta una buona legge per eliminare i privilegi dei vitalizi ai parlamentari, chapeau (anche se poi il suo partito quella legge vergognosamente la affossa). Se invece Scalfari vuole intendere che, per essere “grillini”, basta preferire il giovane incensurato Di Maio al decrepito pregiudicato ineleggibile Berlusconi, allora sono grillini la stragrande maggioranza degli italiani, visto che B. – stando agli ultimi sondaggi – è dato al 14-15%. Noi, comunque, la nostra idea su B. ce la siamo formata 23 anni fa, durante il suo primo vergognoso governo, senz’aspettare che ce la suggerissero Grillo o Di Maio. E quando peraltro anche Scalfari, ancora convinto che la questione morale fosse fondamentale in politica, la pensava esattamente come noi (altrimenti non si vedrebbe perché la sua Repubblica abbia così duramente combattuto Craxi e tutti i ladroni di Tangentopoli). Ora invece dice che “la morale e la politica devono restare separate”, senza spiegare perché gli americani Al Capone lo mandarono in galera, anziché alla Casa Bianca. Poi aggiunge che B. è “adeguato alla cosa pubblica perché sotto il suo governo le cose sono andate più o meno come andavano con altri governi”, a parte “il primo governo Prodi che lo superò largamente”. Ohibò: a noi era parso, anche leggendo Scalfari e Repubblica per vent’anni, che i tre governi B. avessero dimostrato che il Caimano è totalmente incompatibile con la vita pubblica, per i suoi conflitti d’interessi esplosi in una serie infinita di leggi-vergogna, alcune ad personam, altre ad aziendas, altre ad partitum, altre ad mafiam. Noi ne abbiamo contate 57 nei 9 anni dei suoi 3 governi: in media, 8 all’anno. Breve riepilogo per gli smemorati.

1. Decreto Biondi (1994). Vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la PA e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione, proprio mentre alcuni ufficiali della Guardia di Finanza confessano di essere stati corrotti da quattro società Fininvest e sono pronte le richieste di arresto per i manager che hanno pagato le tangenti. Il decreto, oltre a impedire i nuovi arresti, provoca la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (la signora Pierr Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Riina). Il pool Mani Pulite si scioglie. Le proteste di piazza contro il “Salvaladri” (così chiamato da la Repubblica di Scalfari) inducono la Lega e An a costringere B. a ritirarlo. Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi e i manager Fininvest Salvatore Sciascia e Massimo Maria Berruti.

2. Legge Tremonti (1994). Il decreto n. 357 detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purché riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”. La neonata Mediaset lo utilizza per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” che estende il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.

3. Condono fiscale (1994). Camuffato da “concordato fiscale”, il primo condono Tremonti consente agli evasori di “patteggiare” le liti col fisco pagando una modica multa. Chi ha contenziosi fino a 2 milioni di lire può chiuderli con un obolo di 150 mila. Per le liti da 2 a 20 milioni, si deve versare il 10%. Per quelle ancora superiori, invece, deve ricorrere alla “conciliazione”: sarà il giudice a stabilire la somma dovuta. Poi il concordato viene esteso anche alle società.

4. Condono edilizio (1994). Riapre i termini del famigerato condono Craxi del 1985: si possono sanare, a prezzi stracciati, le opere abusive ultimate entro il 31.12.1993 pagando le vecchie ammende moltiplicate per 2 (per gli abusi pre-1985) o per 3 (per quelli post-1985).

5. Rogatorie (2001). Berlusconi torna a Palazzo Chigi col suo secondo governo e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Cesare Previti&C. La legge 367/2001 stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano “in originale” o “autenticati” con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via email o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge, che resterà lettera morta.

6. Falso in bilancio (2002). Avendo cinque processi per falso in bilancio, B. riforma i reati societari: abbassa le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le prime e 4 e mezzo per le seconde; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); falso in bilancio per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzate alcune fattispecie di reato (come il falso in bilancio presentato alle banche); altissime soglie di impunità (fino al 5% del risultato d’esercizio, all’1% del patrimonio netto, al 10% delle valutazioni). Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie (“il fatto non è più previsto dalla legge come reato”), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione lampo.

7. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Ue, il governo B. rifiuta di ratificare il “mandato di cattura europeo”, ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione. Secondo Newsweek, il premier “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per l’inchiesta Telecinco. L’Italia recepirà la norma comunitaria solo nel 2004.

8. Giudice trasferito (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il Capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua “immediata presa di possesso” presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’Appello con una nuova “applicazione” di Brambilla in tribunale sino alla fine del 2002.

9. Legge Cirami (2002). I difensori di Previti e B. chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché a Milano l’intero tribunale sarebbe prevenuto contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono la “legittima suspicione” per motivi di ordine pubblico, vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei “porti delle nebbie” per riposarvi in pace. È la legge Cirami. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione respinge la richiesta di trasferire i processi perché il Tribunale di Milano è sereno e imparziale.

10. Patteggiamento allargato (2003). Sfumato il trasloco dei processi, bisogna rallentarli prima che arrivino le sentenze, in attesa di inventare qualcos’altro: ecco dunque nell’estate 2003 la legge sul patteggiamento allargato, che consente a qualunque imputato di chiedere 45 giorni di tempo per valutare se patteggiare o meno, guadagnando tempo fino a dopo le vacanze. B. ormai è salvo grazie al lodo Schifani, ma Previti no. Dunque annuncia che utilizzerà la nuova legge. Così i giudici devono dargli un mese e mezzo per pensare all’eventuale patteggiamento. Poi ovviamente lo esclude, ma intanto i processi sono sospesi fino a ottobre.

11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori incombono. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Casa delle libertà approva la legge Schifani che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato, del Consiglio e della Consulta (il provvedimento contiene anche la legge Boato, trasversale, che vieta ai giudici di utilizzare senza la previa autorizzazione delle Camere le intercettazioni “indirette”, cioè disposte su utenze di privati cittadini, quando questi parlano con parlamentari). I processi a B. si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal Tribunale. Poi nel gennaio 2004 la Consulta boccia il “lodo” e le udienze ripartono.

12. Legge ex Cirielli (2005). Approvata il 29.11.2005, si chiama così perché l’ha disconosciuta persino il suo proponente: dimezza i termini di prescrizione per gli incensurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni e B. sta per compierli). Risultato: le prescrizioni si moltiplicano, da 100 mila a 150 mila processi all’anno; vengono decimati i capi di imputazione del processo Mediaset a B. (la prescrizione per frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e viene annientato il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15 anni, ma in 10).

13. Condono fiscale (2002). La Finanziaria varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale per gli evasori fiscali. B. giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle Entrate pagandone appena 35. Anche B. usa il condono per cancellare con appena 1.800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.

14. Condono ai coimputati (2003). Il decreto 143 del 24.6.2003 contiene una presunta “interpretazione autentica” del condono, in cui il governo infila anche chi ha “concorso a commettere i reati”, anche se non ha firmato la dichiarazione fraudolenta. Così B. salva anche i suoi nove coimputati nel processo Mediaset, accusati di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.

15. Legge Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme grazie alle attenuanti generiche, B. teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia, fa approvare a fine 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo propone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la legge in quanto incostituzionale. B. allunga di un mese la scadenza della legislatura per farla riapprovare tale e quale nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.

16. Legge ad Legam (2005). Dal 1996 la Procura di Verona indaga su una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega Nord, accusati di aver organizzato una formazione paramilitare denominata Guardia nazionale padana in camicia verde. Imputati anche Bossi, Maroni, Borghezio, Speroni, Calderoli e altri. Le accuse sono tre: attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due vengono depenalizzati dal centrodestra con una leggina ad Legam nel 2005, con la scusa di cancellare i “reati di opinione”: gli attentati alla Costituzione e all’unità e all’integrità dello Stato non sono più reato, salvo in caso di uso effettivo della violenza. Resta l’ultimo reato, la costituzione di banda armata a scopo politico, ma a questo – come vedremo – provvederà il governo Berlusconi-3.

(1 – continua)

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Silence please!



mercoledì 29 novembre 2017

E questa è Daniela!


mercoledì 29/11/2017
Il male minore è comunque un male

di Daniela Ranieri

Cosa spinge un ultra-novantenne autorevole intellettuale italiano ad auspicare per i nostri giovani un futuro in cui al governo d’Italia c’è per la quarta volta Berlusconi? Stringatamente: il cinismo dell’intellettuale di sinistra antiberlusconiano, già filo craxiano, prima monarchico e poi spinelliano che, non avendo più nulla da perdere, e non volendo ammettere di avere fallito tutte le proprie battaglie, si rifugia nell’estremo riparo del disilluso, il “tanto peggio tanto meglio”.

Ma Scalfari non è solo; trovandosi in quella fase della vita in cui i filtri cadono, ha semplicemente espresso quel che molti si augurano senza avere il coraggio di dirlo. La gran parte della comunità un tempo riunita attorno alle colonne di Repubblica, girotondista e ostile alla sottocultura retriva di B., oggi tace su Renzi, che ha realizzato alla lettera il programma di B., e spara a zero contro “i populisti”, facendo il gioco di B. e della sua corte di nullità dannose, oppure, e chissà se è meglio, di Renzi e della sua corte di dannose nullità. Quando l’unità d’intenti dei due – conservare il potere e spartirselo facendo finta di litigare – è icasticamente rappresentata dalla figura mozartiana di Verdini: incarnazione della Realpolitik più tracotante, Leporello di due spavaldi Don Giovanni della cosa pubblica. A parte gli intellettuali di Libertà e Giustizia, che si sono detti “sbalorditi” dalle parole di Scalfari, e Paolo Flores d’Arcais che su MicroMega le ha definite “indecenti”, nessuno ha fiatato. Non sia mai venire accusati di essere grillini, cioè di non saper usare i congiuntivi, di credere alle scie chimiche e di non voler vaccinare i figli (come ripete pateticamente Renzi, ostinandosi a non voler comprendere le ragioni di milioni di italiani).

Ma perché preferire un incartapecorito e recidivo pregiudicato, delinquente naturale secondo la Cassazione, a un giovane incensurato? O Scalfari sa su Di Maio qualcosa che noi non sappiamo (magari esiste qualcosa di peggio che essere indagati come mandanti delle stragi di mafia senza che nessuno se ne stupisca), o il suo pregiudizio è talmente forte da fargli preferire il gangster di Arcore a chiunque del movimento di Grillo. Ma scegliere il male minore (e B. lo sarebbe solo se competesse con un nazista) è pur sempre scegliere il male.

Il Fondatore non è uno sprovveduto: non ritiene affatto che un personaggio non forse colluso, ma certamente colluso con la mafia (attraverso il pr Dell’Utri, attualmente in carcere per questo) sia meno pericoloso e infangante per l’Italia di un 30enne con la fedina penale pulita. Semplicemente sa che da Di Maio e da chi lo vota lo separa una differenza antropologica incolmabile, un disprezzo tale da superare qualsiasi reticenza a farsela con un lestofante conclamato. Il “sistema” (contro cui lottano con alterne fortune i 5S), B. o Renzi, Franza o Spagna, è quella cosa capace di assicurare a Scalfari e quelli come lui il mantenimento dello status di autorità morale e contestualmente di interlocutore privilegiato dei grand commis e dei padroni delle ferriere d’Italia. Così una persona istruita come lui non ha pudore a propinare la incredibile panzana di B. “argine contro i populismi”, quando proprio B. è stato l’inventore di un populismo svergognato e policromo, dal “meno tasse per tutti” alle Tv regalate ai sudditi come il circo ai romani.

Scalfari ha poi spiegato che la domanda era “paradossale” (chissà perché) e richiedeva una risposta paradossale, tale fintanto non si immagini un tracollo del Pd e un’alleanza necessaria tra B. e Renzi. Allora, quel che prima appariva assurdo appare di colpo a Scalfari reale e dunque razionale, in linea con la sua coscienza, essendo prioritaria la conservazione del potere delle élite di immaginarsi eterne (Scalfari rappresenta quella aristocrazia democratica vicina al popolo fintanto che il popolo vota come dice lei).

Il progressista un tempo credeva nel cambiamento. Scalfari ha creduto nel finto “cambioversismo” di Renzi e nella smargiassata della rottamazione (una specie di Sindrome di Stoccolma che ha colto i più avveduti tra i vecchi saggi). Ha auspicato l’instaurarsi di un’oligarchia, ai cui vertici vede bene gente come Boschi, Lotti, Poletti, Fedeli. Ha votato Sì al referendum più demenziale e pericoloso della Storia (sic transit: da La sera andavamo in via Veneto a Ma anche Pontassieve va bene). Siamo seri: cambiamento sì, ma mica davvero.

Se B. vincerà come crediamo le prossime elezioni, passeremo anni a dare la colpa agli elettori e all’astensionismo. Cioè al popolo a cui sulla carta appartiene la sovranità. La colpa sarà invece di chi ha ideato una legge elettorale fraudolenta per derubare il popolo della sua volontà e di chi, con parole, opere e omissioni, ha concorso a creare un clima tale che B. è potuto sembrare, ai nostri occhi ormai stanchi e ciechi, il male minore.

Uscita


E' uscita in questi giorni la biografia "Mr. Laurel & Mr. Hardy" di John McCabe, l'unica riconosciuta da Stanlio prima di morire. 

La leggerò con somma devozione ai due più grandi comici del pianeta di tutte le ere. 

Intanto mi gusto, assieme a voi, questa foto, meravigliosa.


Travagliati buongiorno!


Fazio che strazio
di Marco Travaglio - 29 novembre 2017 
Per misurare il peso di un politico italiano, basta vedere le domande che gli fanno i giornalisti Rai. Renzi fu omaggiato per tre anni con domandine-assist finché restò il padrone d’Italia. Poi perse il referendum, lasciò il governo e, quando si affacciava in tv, incontrava giornalisti che fino ad allora mai si erano sognati di criticarlo neppure per le giacche e le cravatte, e di botto ne approfittavano per dirgli – fuori tempo massimo – tutto quello che non gli avevano mai detto a Palazzo Chigi. Le loro domande incalzanti, normali in qualunque democrazia, suonavano maramalde in un’Italia disabituata al giornalismo. La stessa cosa era accaduta a B., osannato, incensato e leccato per 17 anni fino alle dimissioni del novembre 2011, e poi preso a pesci in faccia da chiunque passasse per la strada. Da allora persino Bruno Vespa prese a strapazzarlo (a suo modo, si capisce) fino a sembrare qualcosa di simile a un giornalista. Infatti l’altra sera, vedendo Fabio Fazio alle prese con B., ci è venuta un’insana nostalgia per Vespa: forse nemmeno lui sarebbe riuscito a restare silente dinanzi alle enormità dell’anziano Caimano. L’intervista senza domande di Fazio a B. ha riportato alla ribalta l’annosa polemica sugli intrattenitori che intervistano (si fa per dire) i politici al posto dei giornalisti. Ma Fazio ha vinto vari premi giornalistici ed è stato per anni iscritto all’Albo, salvo poi uscirne per poter fare spot. E comunque, affiliato o meno all’Ordine, è un professionista capace ed esperto nel campo dell’informazione, molto più di tanti telegiornalisti doc (altrettanto scarsini in fatto di domande).
Non occorreva la tessera dell’Ordine per muovere a B. le obiezioni che qualunque italiano che abbia vissuto in Italia e non su Marte nell’ultimo quarto di secolo gli avrebbe mosso. Era lo stesso B. a suggerirle appena apriva bocca. Pareva quasi che sfidasse l’intervistatore a sbottare, che lo provocasse per farsi bloccare, che ce la mettesse tutta per farlo scompisciare. Ma Fazio niente, non raccoglieva, lasciava dire e passava oltre. Chissà quanta gente da casa avrà pensato, mentre B. deplorava la piaga dell’evasione fiscale: “Adesso glielo dirà che ha una condanna per frode”. O, quando B. definiva Dell’Utri “prigioniero politico” e “una delle persone migliori al mondo”: “Adesso glielo dirà che è un pregiudicato per mafia”. O, quando B. annunciava una legge per vietare ai parlamentari di cambiare partito: “Gli ricorderà che lui ne ha comprati a carrettate nel ’94, nel 2006 e nel 2010, e ha una condanna prescritta per l’acquisto del senatore De Gregorio alla modica cifra di 2 milioni”.
O, quando B. parlava delle sue conoscenze di “minorenni immigrati”: “Ora gliela farà una battuta su Ruby”. Invece B. gli strappava le obiezioni di bocca e Fazio la teneva ben chiusa. Uno strazio penoso anzitutto per lui, che un tempo, quand’era a Rai3, era un ragazzo simpatico perché non si era ancora gonfiato di milioni (20 all’anno ne spende la Rai per l’originalissimo “format” di Chetempochefa, consistente in un tavolo e alcune sedie occupate da una sfilata di ospiti, quasi tutti per promuovere il libro, il disco o il film), finiva regolarmente nelle liste di proscrizione del centrodestra, anche se non se ne vedeva il perché. Poi però si è fatto furbo, infatti B. gli ha chiesto di tornare presto da lui, tanto bene si è trovato in sua compagnia. Tutto ciò, con la distinzione fra informazione e intrattenimento, non c’entra: anche un addetto alle pulizie avrebbe saputo cosa obiettare alle balle di B. Poi però avrebbe perso il posto. Perché B. è di nuovo potente, anche se la Rai è tutta di Renzi, anzi proprio per questo.
Il 10 maggio 2008, B. era appena tornato al governo per la terza volta, ma non aveva ancora fatto in tempo a riberlusconizzare Viale Mazzini. Quella sera, ospite di Fazio, ricordai i rapporti del neopresidente del Senato, Renato Schifani, con vari soggetti poi condannati per mafia, citando fatti documentati e in gran parte noti (e poi ritenuti veri dal Tribunale di Torino) e aggiungendo una battutaccia sullo scadimento della classe politica. Apriti cielo. Fui attaccato più dal centrosinistra che dal centrodestra e la sera dopo Fabio inscenò, terreo in volto, un imbarazzante autodafé da processo staliniano, o maoista. Prima lesse un comunicato del dg Claudio Cappon (“La Rai si dissocia e manifesta nei confronti del presidente del Senato Schifani la più alta considerazione e rispetto… stigmatizza un comportamento – inaccettabile in qualsiasi programma del Servizio Pubblico – che mette in campo critiche, insulti e diffamazioni senza alcuna possibilità di contraddittorio”). Poi aggiunse: “Questa trasmissione ha sempre cercato di rispettare due principi: totale libertà di espressione a tutti gli ospiti… e non offendere nessuno, tantopiù se assente e dunque impossibilitato a difendersi… Quindi non posso che scusarmi, e a maggior ragione per il rispetto che è dovuto all’istituzione che il presidente Schifani rappresenta… Mi scuso quindi con il pubblico se ieri sera non è avvenuto quanto ho detto… Chiedo scusa…”. Ora naturalmente nessuno chiede a Fazio di scusarsi per le non-domande a B. né per le impudiche bugie che B., grazie a lui, ha rifilato a oltre 2 milioni di telespettatori-elettori. Il contraddittorio, nel servizietto privato dei partiti, si invoca solo quando qualcuno dice qualche verità, non quando si sparano balle a raffica. A meno che l’ospite non sia un politico di opposizione (immaginate quante domande sui processi avrebbe rivolto Fazio a una Raggi o a un’Appendino, accusate non di stragi mafiose, corruzione, frode fiscale ecc., ma di una frase su una nomina e di reati colposi per una disgrazia). È questa l’unica, vera turbativa che falserà le prossime elezioni. Altro che fake news.

Incontri


Mi piace incontrar gente, forse calamito le loro ansie, mi ritengo aperto a conoscenze. Come ieri pomeriggio alla stazione di Piacenza: aspettavo il treno per Parma ed ecco apparire un signore sulla mezza età, straniero, con valigione blu. Mi fa vedere un biglietto scritto male a penna su cui comprendo "Fiorenzuola".
- Si, gli dico, è la stazione successiva in direzione Parma-
- Grazie amico!-
- Hai fatto il biglietto?-
- No, no! Paga Berlusconi!-
-Ma guarda che ti fanno la multa se ne sei sprovvisto!-

Risata e riposizionamento del cappellino che aveva in testa. 
Si siede accanto a me e comincia a raccontarmi di lui: fa l'autista di camion, mi dice anche il nome della società che evito, lo capirete perché, di trascrivere. 

-Sono arrivato oggi da Salerno; 808 Km.-
-Sarai stanco- gli dico- 
-Stanchissimo! Non mi sono mai fermato!- mi risponde.
-Come mai fermato? Non avete le soste obbligatorie?-
Risposta, da conservare indelebile ogniqualvolta superate un tir o frenate vedendone uno dietro di voi : - S'incazzano se mi fermo! Devo tirare dritto, fermarmi pochissimo! E io glielo dico: guardate che dopo 500 km senza fermarmi, non vedo più nulla; guido ma è come se fossi addormentato! Ma loro se ne fregano e mi dicono di non fermarmi per il riposo!-
-Cavolo!- gli dico- ma se ti ferma la polizia?-
-E' un rischio che devo correre se voglio mantenere il posto di lavoro!-
Mi spiega che una volta che arriverà a Fiorenzuola, lo verranno a prendere e lo porteranno su un altro camion che dovrà partire nella notte verso la Spagna; altri mille chilometri! 
-Ma come fai?-
- Non lo so amico- mi dice accorato- devo guidare e stare zitto se voglio guadagnarmi quei pochi spiccioli che mi danno! E fanno tutti così!-
Capito? Prendono autisti della comunità europea, sottopagati, e li obbligano a viaggiare in continuo, senza soste, per la sicurezza loro e nostra che viaggiamo sulle autostrade.

E poi mi spiega che lui è meravigliato da un fatto che ha visto dappertutto nel nostro paese: 
-Ovunque vado a mangiare nelle mense Caritas, vedo italiani. Tanti italiani. E non capisco! Solo in Italia gli italiani dormono sulla banchina (è il suo modo d'intendere il dormire all'addiaccio) e mangiano alle mense Caritas! Dalle altre parti, in Spagna, in Francia, in Germania, tu non vedi gli abitanti del paese dormire in banchina e mangiare alle mense della carità! Ma come fate a permettere una cosa così?-
Lo guardo e non rispondo, vergognandomi. 
E lui di getto: - i vostri nonni hanno fatto le guerre per dare un futuro a voi! E voi non potete mangiare alla Caritas e dormire in banchina!-
In effetti, non dovrebbe accadere. Ma accade. 
Una volta saliti sul treno, dopo qualche minuto arriva il controllore. Lo guardo, lui mi guarda sorridendo e rimanendo impassibile. Faccio vedere il mio biglietto al controllore, mentre lui si gira la visiera del cappello mettendola di lato. 
Il controllore lo salta, passando alla signora seduta a fianco. Ammetto che non ho capito se si sia trattato di culo o di un segnale convenzionale, del tipo "non ho biglietto ma non mi rompere le scatole." 
Prima di scendere mi guarda felice, mi saluta e mi dice "metti in conto a Berlusconi il mio viaggio!"
Sorridendo scende, lasciandomi un pochetto d'amaro in bocca, dovuto al pensiero di aver pagato il biglietto ma soprattutto a quando incontrerò prossimamente un bestione autoarticolato sulle autostrade, guidato da qualcuno magari al volante da più di dieci ore...