Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 16 marzo 2026
Settimana cruciale
Un trionfo del Sì darebbe il via all’era dell’arbitrio
La negazione dell’evidenza, perseguìta attraverso un uso smodato e sistematico della menzogna: ecco la linea della campagna governativa per il Sì al referendum costituzionale. Una linea possibile solo perché i suoi promotori possono esercitare il controllo o contare sulla compiacenza della maggior parte del sistema mediatico.
Il governo e i suoi ascari negano soprattutto una cosa: che questa “‘riforma” sia il primo, decisivo passo per l’abolizione della divisione dei poteri e per l’affermazione di una dittatura dell’esecutivo, cioè della maggioranza. Eppure, è tutto squadernato sotto il sole: il premierato, con la definitiva marginalizzazione del potere legislativo del Parlamento e con il controllo maggioritario su Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale; e poi l’accumulo di misure liberticide: contro libertà di espressione, libera stampa; Università.
Per quanto riguarda il referendum, la negazione riguarda soprattutto una cosa: la volontà di mettere il pubblico ministero sotto il controllo del governo. Una negazione che resiste nonostante Meloni, Nordio, Mantovano abbiano in più occasioni detto l’ovvio: e cioè che tutto questo si fa perché i magistrati non possano più contraddire le scelte politiche del governo. Il dibattito ruota, dunque, intorno a ciò che succederebbe dopo un’eventuale vittoria del Sì: il governo metterebbe il guinzaglio alla pubblica accusa, o no? Una risposta difficile da contraddire sta nella proposta di legge costituzionale 2710, presentata l’8 settembre (potere delle date…) del 2020 al fine di modificare l’articolo 112 della Costituzione. Esso oggi recita così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Un dettato limpido e secco, che impedisce al potere di salvare gli amici e i complici, e di perseguitare i nemici e gli oppositori. Ecco come quelle parole dovrebbe cambiare, secondo quella proposta: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale attenendosi ai criteri e alle priorità stabiliti dalla legge secondo le disposizioni del presente articolo. Il Governo, su proposta del ministro della Giustizia, di concerto con il ministro dell’Interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale”. Una involuzione madornale, che lega le mani dei pubblici ministeri a una catena tenuta direttamente dal governo. Fosse vigente oggi, sarebbero Nordio e Piantedosi a decidere i criteri e le priorità delle procure: uno scenario da brividi. Tutto questo rappresenta una colossale smentita alla strategia negazionista del governo: perché quest oscena proposta di riforma costituzionale è stata presentata da Giusi Bartolozzi, allora deputata di Forza Italia e oggi ben nota come capa di gabinetto del ministero della Giustizia. Nell’introduzione all’articolato della riforma, Bartolozzi esibisce senza remore il suo movente: “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è, invece, un supremo compito che spetta alla politica”. Laddove per politica intende la maggioranza parlamentare, cioè il governo: come chiarisce poi il testo, che non prevede maggioranze qualificate che possano coinvolgere l’opposizione in decisioni condivise, ma appunto renderebbe costituzionale una decisione diretta dei ministri, ratificata dalla maggioranza parlamentare. È questo il contesto che chiarisce la sostanza della esternazione televisiva di Bartolozzi sul famigerato: “Votate sì, e ci togliamo di mezzo la magistratura”. Ce la “toglieremmo di mezzo“’”perché la seconda mossa, dopo un’eventuale vittoria del Sì, sarebbe esattamente quella della legge che la stessa Bartolozzi ha già presentato, e che la maggioranza si è rifiutata di ritirare nonostante le esplicite richieste dell’opposizione. George Orwell ha scritto che “per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo”: esattamente lo sforzo che è richiesto al popolo italiano il 22 e il 23 marzo. Quello che abbiamo sotto il naso è una maggioranza politica a traino esplicitamente illiberale: il cui scopo è riportare l’Italia a un’epoca pre-costituzionale, quella in cui sussisteva di fatto solo il potere esecutivo. È ciò che i costituenti vollero evitare, reagendo a “venti anni di arbitrio del potere esecutivo” (così Aldo Moro, in Costituente). Nel suo ultimo discorso parlamentare, Giacomo Matteotti disse ai fascisti che lo avrebbero assassinato: “Voi volete ricacciarci indietro!”, alludendo a una regressione a prima del regime costituzionale. Oggi assistiamo allo stesso tentativo regressivo: ed è esattamente su questo che si vota. Vogliamo mantenere, a tutela delle nostre libertà personali, le forme e i limiti del costituzionalismo, o vogliamo tornare all’arbitrio di chi comanda?
domenica 15 marzo 2026
L'Amaca
Perché fa bene salutare le mucche
di Michele Serra
Ho un solo appunto da fare a Carlo Calenda dopo avere letto la fluviale intervista concessa a Claudio Sabelli Fioretti (che sta meritatamente circolando ovunque). Calenda rimprovera a Salvini, insieme a tante altre cose effettivamente biasimevoli, di essere «uno che saluta le mucche». Non so se e quando il Salvini lo abbia fatto, né con quali intenzioni, ma salutare una mucca sarebbe, nel repertorio salviniano, il solo gesto condivisibile. E non viziato (le mucche non votano) da secondi fini.
Più il tempo passa, più l'innocenza degli animali — che uccidono solo per sfamarsi o per difendersi, mai per altro scopo — me li rende prossimi. Non sono un militante animalista e neanche vegano, e nemmeno mi illudo di leggere, negli occhi e nei moti emotivi delle bestie, qualcosa di "umano", come nella melensa traduzione sentimentale del mondo animale che va per la maggiore nei social e sui media, in un profluvio di cagnolini eroici e gattini innamorati.
Al contrario, è proprio la loro non umanità ad affascinarmi: gli animali sono gli alieni, ovvero la conferma che infinite forme di vita sono possibili, alla faccia della nostra ridicola ossessione di unicità. La vita è molto più grande di noi. Per vedere gli alieni, per i famosi incontri ravvicinati, non serve solcare le galassie, basta aprire gli occhi sul nostro pianeta così com'è. E dunque anche io saluto le mucche (in particolare incontro spesso una vivace vitella di nome Lola) nella vana speranza che un giorno anche loro salutino me.
Antonio e il dilemma
Il Papa, Trump e il Dio degli eserciti
Ha detto venerdì scorso Papa Leone XIV: “Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi?”. Per evidenti questioni religiose è lecito pensare che il Pontefice non si rivolgesse a Bibi Netanyahu, né tantomeno a Khamenei figlio o al Putin sedicente ortodosso. Per esclusione, dunque, quanto al cristiano che ha responsabilità gravi nei conflitti armati, il cerchio tende a stringersi su quel signore dalla zazzera paglierina che giorni fa abbiamo osservato con le mani giunte in preghiera, nella Sala Ovale, circondato da un gruppo di pastori evangelici. Poiché quei santi uomini invocavano guida e protezione per il presidente e per le forze armate statunitensi, “affinché la tua benedizione celeste sia su di lui, nel nome di Gesù”, è lecito sospettare che tra il Dio degli eserciti e il Dio della pace vi sia un qualche problema di comunicazione.
Proviamo a immaginare (anche se occorre un’immaginazione sfrenata) che Donald Trump, turbato dalla reprimenda di Leone XIV decida, come chiede il Papa, di confessare le proprie colpe. In base all’elenco chiamato comunemente Decalogo è pensabile che il penitente, in quanto a peccati mortali, abbia fatto filotto. Sul non uccidere, non commettere atti impuri (ahi!), non rubare (al fisco), non dire falsa testimonianza (boom), probabilmente gli converrebbe chiedere un’assoluzione forfettizzata. Mentre, sul desiderare la roba e la donna d’altri potrebbe usufruire di uno sconto comitive, anche perché la distinzione tra desiderio e atto non è mai stata chiarissima anche per i più devoti. Qualche problema potrebbe invece sorgere sul primo comandamento visto che il soggetto in questione sicuramente avrà sempre ritenuto che “Io sono il signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori che me”, sia un precetto riferito esclusivamente alla sua divinità. Al di là delle responsabilità criminali dei reggitori dei destini del mondo, non v’è chi non veda quanto peso abbiano nel mobilitare popoli ed eserciti le tre religioni monoteiste. Nel perenne richiamo, ciascuna, alla propria superiore sacralità. In un diario di trincea, scritto nella Prima guerra mondiale e conservato nell’Archivio di Pieve Santo Stefano, un soldato italiano racconta che la sera di Natale partecipava alla messa collettiva anche un prigioniero austriaco. Nel momento in cui l’officiante benedisse la truppa con le parole: “Dio è con noi”, il soldato nemico sussurrò allo scrivente: “Dio è con noi è la stessa invocazione del nostro prete dall’altare”. E chiese: secondo te Dio a chi darà retta?
Camerieri folli
La Milite Ignava
Il manifesto chiama la Meloni “milite ignara” da quando ha detto di “non avere gli elementi necessari per condannare o approvare” la guerra criminale di Usa e Israele allo Stato sovrano dell’Iran. Poi però la premier ha detto in Parlamento che è meglio pagare bollette più care che “rischiare un Iran nucleare” (versione 2.0 del “Volete la pace o i condizionatori accesi?” di quell’altro genio di Draghi). Quindi ha persino più elementi di Trump, che a giugno giurava di avere neutralizzato per sempre il programma atomico iraniano; e della sua Cia e del suo Pentagono che, come pure l’Aiea, escludevano qualsiasi pericolo dall’Iran per Usa e alleati. Quindi o ci dice dove ha saputo che l’Iran ha pronta la Bomba, o è anche una “milite ignava”, perché continua a non condannare la guerra che lei stessa e Crosetto definiscono “fuori dal diritto internazionale”. Ed espone l’Italia alle rappresaglie degli aggrediti, pienamente lecite per il diritto internazionale. Poi arriva il Consiglio Supremo di Difesa, presieduto da Mattarella, con le solite supercazzole su “via negoziale” e “sistema multilaterale” e una sola certezza: la “condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni”, nonché del “rischio di realizzazione di armi nucleari” a scapito della “sicurezza di Israele” (balle totali: è Israele ad avere l’atomica, e da oltre mezzo secolo). Quindi Mattarella e il governo condannano l’aggredito perché attacca gli aggressori: come se condannassero l’Ucraina perché attacca i russi. Invece la armiamo e finanziamo anche dopo che ci ha distrutto i gasdotti Nord Stream e ora che ci fa rischiare un disastro ambientale sulle nostre coste col sabotaggio della petroliera russa.
Ma così – come nota Gaiani su Analisi Difesa – mettiamo sempre più in pericolo i nostri soldati: i 6-700 nelle due basi in Kuwait e in Iraq per difendere Baghdad dalla buonanima dell’Isis (non per fare da bersaglio alle rappresaglie di Teheran); e i 1000 Caschi blu della missione Unifil in Libano, intrappolati tra i due fuochi di Israele e di Hezbollah. Che ci facciamo ancora nel Golfo, ora che il Daesh è distrutto, e in Libano, ora che Israele lo invade per l’ennesima volta e il peacekeeping della fu Onu è un lontano ricordo? L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, scrive che la rappresaglia sulla base di Erbil “dimostra come il regime iraniano, insieme ai suoi proxy, rappresenti una minaccia diretta per l’Italia e per l’intera comunità internazionale”. Un governo non dico sovranista, ma almeno decente, tapperebbe la bocca a questo provocatore: i soldati italiani vengono colpiti perché stanno nelle basi con gli americani, che insieme agli israeliani sono gli aggressori. Ma già la parola “governo”, a proposito di questi camerieri, appare eccessiva.
sabato 14 marzo 2026
Luccichio
Predappio o Lione:essere antifascisti
Mia nonna Carmela si chiamava Carmela e era comunista. Mio nonno Gaspare si chiamava anche lui Gaspare e era anarchico e comunista. Mia mamma Liliana si chiamava, come si può immaginare, Liliana e era socialista. Mio babbo Renzo si chiamava Renzo e era anche lui socialista. Io mi chiamo Paolo e non so cosa sono.
Loro quattro, quando sono nato io, nel 1963, erano tutti e quattro antifascisti, mio nonno aveva fatto il partigiano, solo che io non ho mai sentito nessuno di loro dire, di sé, “Io sono un antifascista”, chissà perché. Forse perché in Emilia, negli anni Sessanta, non c’era bisogno, di dirlo, che si era antifascisti. Era una cosa ovvia.
Io sono sempre un po’ stato un bastiancontrario, e le parole antifascismo e resistenza, quando ero un ragazzo, non mi dicevano tanto, perché eran parole che io le sentivo prevalentemente dai palchi ufficiali, e io, le cose ufficiali, non mi sono mai fidato tanto, delle cose ufficiali, chissà perché. Dopo, negli anni Novanta, è diventato presidente del Consiglio uno che ha smesso, di parlare, dai palchi ufficiali, di resistenza e antifascismo e io, che sono un bastiancontrario, ho avuto l’impressione che queste parole qua, la loro assenza dai palchi ufficiali le avesse vivificate, e ho preso la tessera dell’Anpi, va mo là. Ma definirmi antifascista, io ho sempre pensato che, negli anni Venti, Trenta e Quaranta definirsi antifascista, rifiutarsi di prendere la tessera del partito nazionale fascista era una cosa che costava, che si pagava cara, io per rispetto di quegli antifascisti lì, degli antifascisti veri, mi viene da dire, non mi sono mai definito, un antifascista, neanche negli anni Novanta.
Dopo, nel 2012, ho partecipato a una trasmissione su Rai3, facevo un servizio di due minuti e mezzo a settimana, e una volta eravamo andati a Predappio per il compleanno di Mussolini e io nel servizio avevo detto che certe cose viste da lontano sembravano in un modo, viste da vicino sembravan diverse. Come quel raduno lì che io vederli da casa pensavo: “Ma non si può, ma è illegale, ma non possono mica, ma è una vergogna, ma perché non li arrestano?”. Be’, quel raduno lì, eravamo andati con la troupe, a Predappio, eravam lì, sul viale, era arrivata una corriera con un autista che quando era arrivato aveva tirato giù il finestrino aveva detto, forte: “A noi!”, e a me era venuto da pensare: “A noi cosa?”. Dopo c’era uno, vestito con gli stivali di pelle, il cinturone di pelle, il fez, le spalline e tutto che aveva detto: “Eia eia”, e due o tre lì intorno avevano detto: “Alalà!”. Che io avevo pensato “Ma cos’hanno?”. Cioè era come un mondo, sembrava un raduno come di quelli che vivono nel medioevo, cioè non che ci vivono, che lo ricreano, e questi qua, quel giorno lì, ricreavano un mondo che era proprio diverso dal mondo che ci viviam noi tutti i giorni, usavano proprio anche una lingua diversa, una lingua dove i cuori erano infiammati, le autorità maschie, e infaticabili, e ardimentose, e l’esercito invitto e insonne, le giornate fauste o gloriose, le teste calde, la volontà granitica e le folle esultanti, tutti i bambini si chiamavan balilla, le certezze eran supreme, e i giuramenti sacri, e le camicie nere e tutto questo, però, tutto questo mondo surreale conviveva, a Predappio, con l’universo nostro, quello della crisi, quello degli sconti, del meno venti per cento, e tre calendari del duce 6 euro, che si vedeva che era una cosa che “Dài, si fa per dire”. Solo che poi abbiamo incontrato un signore che aveva ottantasei anni che ci ha detto che lui era partito volontario a diciotto anni, che aveva fatto parte della guardia del duce, e che c’era il suo nome in un libro, e ci ha fatto vedere il libro, e la pagina dove c’era il suo nome, piccolino, evidenziato con un evidenziatore viola, e io, poi, quando ero tornato a casa che avevo trovato qualcuno in Rete che si chiedeva “Ma quel raduno là, ma quelli là, che si son trovati là, ma non si può, ma è illegale, ma non possono mica, ma è una vergogna, ma non c’era nessuno che li arrestava?”, ecco io, dopo che ero stato là, avevo pensato che quel signore lì, di ottantasei anni, quella lì era stata la sua vita, e avevo pensato che arrestarlo, cosa vuoi arrestare, la sua vita? E come fai a arrestare una vita? Una vita non la puoi mica arrestare, al massimo ci puoi convivere, che è più difficile, ma forse è più intelligente. E quando era andato in onda il servizio, era stato criticato sia da sinistra, avevano detto che era un pezzo vergognosamente di destra, che da destra, che avevano detto “Ma che cazzo fa questo qua, prende per il culo?”. E io, che sono un bastiancontrario, ero compiaciuto, dal fatto che mi criticavano sia da destra che da sinistra, mi sembrava di essere così bravo.
Dopo, nel 2021, ho scritto uno spettacolo teatrale dove dicevo che io sono di Parma, e che ci son tante cose, che mi piacciono, di Parma, e tra queste il fatto che nel 1922 Parma è stata l’unica città italiana che ha resistito ai fascisti; i fascisti, guidati da Italo Balbo, avevano provato a conquistare Parma, e quando dovevano entrare nell’Oltretorrente avevano provato a passare il ponte sul torrente Parma, che a Parma è femminile, la Parma, ma erano stati respinti dalle barricate degli arditi del popolo, il cui capo era Guido Picelli. E più di dieci anni dopo, quando ormai anche Parma aveva ceduto al fascismo, e dopo che Balbo era diventato famoso per una trasvolata oceanica su un aeroplano, e in un’occasione che Balbo era tornato a Parma per fare un discorso o non so cosa, su un muro del Lungoparma era comparsa una grande scritta fatta con della vernice bianca che c’era scritto: Balbo, t’è pasé l’Atlantic mo miga la Pärma, “Balbo, hai passato l’Atlantico ma mica la Parma”.
Daniil Charms, uno scrittore russo che mi piace, ha scritto una volta “Voglio che le parole che scrivo siano come pietre, che se le butti contro la finestra si spacchi la finestra”. Ecco, quella frase lì, Balbo, t’è pasé l’Altantic mo miga la Pärma, ha un discreto valore contundente, secondo me, dicevo nello spettacolo del 2021.
Adesso, nel 2026, io sono nove mesi che vivo con un cane, femmina, una golden retriever di 11 mesi che si chiama Tata. E l’altra sera, verso le 10, l’ho portata a passeggiare sotto casa mia, a Bologna, e intanto sentivo su YouTube, nelle cuffie, una manifestazione di un partito di sinistra francese, La France Insoumise, LFI, a Lione, che in quei giorni erano sotto accusa perché a Lione, a margine dell’intervento di una parlamentare di LFI all’università, c’erano stati degli scontri e era morto un ragazzo di destra, e avevano accusato LFI di avere delle responsabilità in quella morte. E stava parlando la candidata sindaca di Lione per LFI, Anaïs Belouassa-Chérifi, parlava in francese, io capisco il francese, e ultimamente mi piace sentire dei dibattiti politici francesi, è tutto nuovo, esotico, non è come la politica italiana che i politici italiani, prima che parlino, mi sembra di sapere già quello che diranno, i politici francesi no, non li conosco bene, mi sembrano più interessanti e l’altro giorno, portavo in giro la Tata, a un certo punto il discorso di Anaïs Belouassa-Chérifi, a Lione, è stato interrotto da un coro, c’erano duemila persona, che, in coro, si sono messi a cantare “Siamo tutti antifascisti”. In italiano. Io, ero lì con la Tata, son scoppiato a piangere. E mi son fermato mi sono detto “Ben ma cosa fai, piangi? Come mai piangi?”. È una settimana che ci penso.E dopo una settimana mi sono risposto che anche per me, che sono un bastiancontrario un po’ tardo, è arrivato il momento che posso dire, senza remore, senza dubbi, che sono un antifascista, che sono antifascista come sono emiliano, come sono parmigiano, e ho scoperto che sono contento, di mettermi a piangere quando sento, in Francia, a Lione, duemila persone che cantano, in italiano, “Siamo tutti antifascisti”, piango, e sono contento, stupito, e antifascista, ho scoperto l’altra sera intanto che portavo in giro la Tata.
L'Amaca
Colpire i pozzi per colpire i popoli
di Michele Serra
Il petrolio potrà anche essere rimpiazzato da altre fonti di energia. L'acqua no, l'acqua è la condizione stessa della vita, potervi accedere oppure no equivale a sopravvivere e prosperare, o diventare polvere e scomparire. La rete idrica di Gaza è stata uno dei primi obiettivi degli israeliani per annichilire i palestinesi. Le immagini della distruzione di un pozzo agricolo in Cisgiordania, coperto di cemento per impedirne il ripristino, è stata (almeno per me) una delle sequenze visive più strazianti, più feroci della sopraffazione dei coloni invasori ai danni dei contadini e dei pastori indigeni.
Dai giganteschi desalinizzatori di acqua marina sulle rive del Golfo Persico dipende l'esistenza dei ricchi Stati della penisola arabica e per questo quegli impianti, assai vulnerabili, sono obiettivi militari di prima grandezza. (Lo spiega molto bene, nella sua newsletter True Blue, Cristina Sivieri Tagliabue).
Assetare e affamare la popolazione civile potrebbe diventare, o è già diventata, pratica corrente delle guerre moderne, che come è ampiamente documentato si differenziano da quelle classiche per il coinvolgimento sempre più esteso dei civili (bambini compresi). I civili, lungo i secoli, dovettero temere razzie, violenze e stupri, ma solo al passaggio degli eserciti. O fame e sete solo durante gli assedi. Oggi la presenza materiale degli eserciti è appena un aspetto del potere di distruzione della guerra, e forse non il più micidiale. Colpire i pozzi, o avvelenarli. Colpire i popoli, dunque, non più solo gli eserciti. La guerra moderna è genocida per potenza tecnologica e, viene da dire, per vocazione culturale.
Idioti al potere
Il trionfo del Cretino
Mentre la geniale guerra di Trump&Netanyahu sortisce l’agognato regime change democratico a Teheran (Khamenei figlio al posto di Khamenei padre), come già a Caracas (la vice di Maduro al posto di Maduro), mandando definitivamente in malora l’economia europea, una domanda resta sospesa: tra i governi cretini d’Europa, qual è il più cretino? La risposta giunge da Giuli, ministro della Cultura. Che scomunica il presidente della Biennale di Venezia, Buttafuoco, intellettuale di destra nominato dal governo, perché l’ha riaperta agli artisti di tutti i Paesi, a prescindere dai governi, in quanto “deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni e accogliere anche quelle in conflitto”. Vale per Usa e Israele, ma fin qui tutto ok. E vale per la Russia, e qui infuria la canea. Mentre l’India riacquista l’energia da Mosca, Trump autorizza gli alleati a farlo e tanti ne approfittano (beati loro), noi siamo ancora mummificati alla comica russofobia di quattro anni fa, quando la Bicocca sospese il corso di Nori su Dostoevskij, il Festival Fotografia di Reggio cacciò un fotografo russo (che tornò a Mosca, manifestò contro la guerra e fu arrestato dalla polizia di Putin), la Scala bandì Gergiev, l’Ue mise in fuga soprano, pianisti, ballerini, scienziati, atleti olimpici e paralimpici.
Poi qualcuno propose di fare lo stesso con gli israeliani al Festival di Venezia perché il governo Netanyahu fa molto peggio di Putin e lì cascò l’asino: tutti dissero giustamente che un conto sono gli artisti, un altro i governi. Si sperava che valesse per tutti, invece la Reggia di Caserta, che aveva invitato il russo Gergiev e l’israeliano Oren, cacciò il primo e fece esibire il secondo, fra gli applausi di Giuli, noto “liberale”. Che ora, anziché fare almeno il sovranista e mandare a farsi fottere i 22 governi Ue che minacciano di tagliare i fondi alla Biennale e Zelensky che ci dà ordini come fossimo una colonia ucraina, dichiara guerra a Buttafuoco perché va “contro l’opinione del governo” e “isola la Biennale dal mondo libero”. E un bello ’sticazzi non ce lo vogliamo aggiungere? Dove sta scritto che il governo comanda sugli enti culturali? Mollicone, quello che voleva spezzare le reni a Peppa Pig e ora presiede la commissione Cultura (tutto vero), spera che “i russi non partecipino” perché “il Cremlino non ammette voci libere”. Invece Arabia, Emirati, Qatar, Azerbaigian, Cina, Egitto, Turchia, Guatemala &C., da sempre presenti alla Biennale, sono “mondo libero” e nessuno li discute. Ora abbatteranno il Colosseo perché l’han fatto Vespasiano e Tito, o la Cappella Sistina perché la fece affrescare da Michelangelo il papa guerrafondaio Giulio II? Anzi no, cancelliamo la domanda: questi giganti del pensiero potrebbero prenderla per un suggerimento.











