domenica 8 novembre 2026

L'Editoriale di ieri

 


Il villaggio di Asterix

di Marco Travaglio 

 

6 novembre 2026

 

Due fotografie danno l’idea di com’è ridotta la classe dirigente italiota. Una ritrae il parterre de rois del potentume alla corte di Leonardo Maria Del Vecchio che presenta alla Galleria d’arte moderna di Roma il suo “nuovo” Quotidiano nazionale, coi leader del governo e dell’opposizione, ma senza i giornalisti delle altre testate, sennò sentivano i suoi protestare per gli straordinari non pagati e i troppi precari. L’altra è quella di LMDV, assiso sulla poltrona di un jet privato ed eccezionalmente sprovvisto di Fedez, che legge avidamente il Fatto, con la scritta “Anche io ho comprato il Fatto quotidiano. Il 2%”. A parte che non sa neppure cosa ha comprato (le azioni sono di Seif, cioè dell’intero gruppo editoriale), la battutona fa il verso alla nostra campagna abbonamenti (a proposito: sta andando bene, grazie di cuore). Ma denota scarsa comprensione dell’oggetto dei suoi desideri, per nulla sopiti dopo il misero flopdell’Opa sull’82,9% di Seif: se la nostra comunità si abbona sempre di più, è proprio per evitare che ci metta le zampe la gente come lui.

Però sono ammirevoli lo stile e l’eleganza di annunciare, a mercati aperti e senza obbligo di legge (previsto sul 5% e oltre), l’acquisto del 2% di un giornale libero per disturbarlo in Borsa e/o in assemblea. E non con un comunicato formale, ma su X, con una bullata da padrone delle ferriere. Il sottotesto, suo o di chi pensa per lui, è chiaro: io, con tutto quello che ho fatto nella vita (ereditare 5 miliardi da papà), ho la grana, ho il jet privato, ho Fedez, ho il Qn e il 30% del Giornale, ho l’acqua e le terme Fiuggi per prevenire il catetere, il Twiga, i ristoranti Vesta, un po’ di occhiali Luxottica e Ray-Ban, un po’ di Leone Film, Mps, Generali e Unicredit, tre indagini giudiziarie che fanno curriculum, amici come Bocchino e Renzi, morfina e altra roba buona per levarmi ogni tanto i miei 44 denti del giudizio, ho avuto 2mila donne, o forse 10mila, vatti a ricordare, e ora mi compro pure i miei fratelli. Mi resiste solo un piccolo villaggio di Asterix: il Fatto, o Ratto va’ a sapere, che non solo si permette di non volermi come padrone, ma rifiuta proprio l’idea di un padrone. Ma si può? Ora gliela faccio vedere io: tutti hanno un prezzo e sono in vendita, sennò io che ci sto a fare.

P. s. Se fosse vivo suo padre, il Leonardo vero, gli racconterebbe che nel 1994 aiutò Montanelli a fondare la Voce con una micro-quota di 500 milioni di lire, senza chiedere nulla né comparire. Il vecchio Indro, messo alla porta da B., aveva appena salutato noi redattori del Giornale così: “È un po’ tardi, ma alla fine mi sono convinto che di padroni non bisogna averne. Perché, anche quando cominciano bene, finiscono male”. E parlava di uno che almeno aveva cominciato bene.

sabato 7 novembre 2026

Ci fossi tu!

 


Concettualmente non c'entra nulla, ma proprio nulla. 

Capita a volte di avvertire un'assenza, una mancanza di un personaggio famoso, storico, inossidabile, l'eroe che vorremmo. 

Mi è successo recentemente dentro una farmacia cittadina: in coda per delle ricette, curiosando al solito oltre i limiti imposti dal sistema, ho notato il titolare parlare al banco con una rappresentate farmaceutica. Ero a una decina di metri da loro ma avendo una fetta del dono di Ethan Hunt con il labiale e approfittando di un temporaneo silenzio ho registrato la seguente conversazione: 

Rappresentante farmaceutica: 

"E di questi quanto te ne mando?" 

Farmacista: 

"Quanto costano e a quanto li posso vendere?" 

E lei: 

"Costano 8 euro li puoi rivendere a 18,80!" 

  Capite? Potrebbero non essere state medicine, il nome non l'hanno detto, lo leggevano sul pc, ma quelle pernacchie per la decenza celebrare di cui sono pregne i rivenditori di medicine, eh si non le chiamo Farmacie perché il termine prevederebbe altro, tipo una maggiore azione farmacista, ovvero preparazione di medicinali, soft, come un tempo coloro che svolgevano questa basilare professione, facevano. 

Quello che si nota è chiaramente il margine di guadagno: spaventoso soprattutto se accostato alla salute, la salute di tutti come sancito dalla Costituzione, che viene sottomessa al lucro capitalistico di questo sistema adulterato, infimo, pericoloso. 

Più del 100%  su un medicinale è un'indecenza normalizzata, come ce se sono tante, troppe. 

Personalmente, l'ho già detto, nello specifico, ho una visione comunista in purezza: i farmaci dovrebbero essere prodotti dal singolo stato, le multinazionali in questo campo non dovrebbero esistere. 

Ed è per questo che udendo questa nauseabonda schifezza commerciali ho istantaneamente pensato a lui, Ernesto Che Guevara, il vero difensore dei deboli. Ci fosse ancora quaggiù non saremmo piombati in questo brodo primordiale che chiamano capitalismo 2.0. Puah! 

Natangelo

 



L'Amaca

 


Il campo largo

degli americani


DI MICHELE SERRA


Pare di capire, al netto del profluvio di analisi e commenti post-elettorali,

che negli Stati Uniti ciò che noi chiamiamo "campo largo" non è

un'ipotesi, non un'ardita costruzione politica. È un dato di fatto. Si scrive

"Partito democratico" e si legge una galassia di persone anche molto

differenti, il musulmano e l'evangelico, la nativa americana e l'ispanico, il

socialista, la femminista, il moderato, la radicale. L'attore di Hollywood e

l'operaio che paga il prezzo della guerra (ennesima).

Se si cerca di individuare il solo tratto comune, però decisivo, e alla fine

vincente: la fiducia nel potere di rappresentanza e di cambiamento della

democrazia. L'idea che la politica appartenga a tutti, e il concetto stesso

di oligarchia, fondata sui quattrini e sul disprezzo delle regole, vada

appassionatamente contrastato. Per questo — non per altro — ha perso

Trump. Perché l'idea del capo che decide lui non è democratica. E per

contrastarla, si vota democratico.


Alla luce di questa macro-ragione, diventano un poco meno rilevanti le

ragioni, tutte rispettabili ma da sole insufficienti, dei singoli interpreti.

Comprese le ragioni economiche (l'economia è molto, ma non è tutto). La

scelta non è tra liberismo e socialismo, tra moderazione e radicalità, tra

campo dei diritti e campo della giustizia sociale. La scelta è tra

democrazia e oligarchia, tra partecipazione e autoritarismo. Convivono,

dentro questa scelta, molte anime. Ciò che le unisce è più importante di

ciò che le divide.

E in Italia?


Sappiatelo

 

Altieri “trifolato” tra politica e armi


di Pino Corrias 


Trifone Altieri, detto Trifolato perché un tempo si occupava di funghi, aveva un sogno: un trullo in regalo. Lo aveva messo nella lista nozze, anno 2019, sperando nella generosità degli invitati alla sua festa, a Polignano. Poi ha incontrato Matteo Salvini, e in regalo gli è appena arrivato un palazzo intero, quello dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, incaricata di vigilare sugli appalti pubblici, gli sprechi, gli imbrogli, le mani lunghe della politica. Un lavoro delicato, che richiede competenza, autonomia, rigore. Tutte qualità che il governo Meloni ha individuato nel curriculum politico di Altieri, prima berlusconiano, poi fittiano, infine leghista, secondo l’antico principio che le idee passano, le poltrone restano.

Carriera prodigiosa la sua, cominciata coltivando champignon, prataioli e pioppini. Per poi voltarsi negli incarichi pubblici. Il primo con titolarità sul patrimonio immobiliare dello Stato, presidente di Invimit. Poi le armi, entrando nel consiglio di amministrazione di Leonardo. Adesso l’Anticorruzione. Dai funghi ai palazzi, dai palazzi ai cannoni, dai cannoni alla legalità. Una specializzazione per ogni stagione, questa volta coniugando l’etica alla migliore politica. Perché proprio la Lega può vantare l’ineguagliata vergogna dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali finiti nello scandalo giudiziario. Somma che la Cassazione ha stabilito di restituire a rate di 100mila euro ogni sei mesi, per i prossimi 80 anni. Un mutuo alla memoria. Che Palazzo Chigi intende valorizzare: chi meglio di un leghista può riconoscere un bilancio fantasioso, un borseggio contabile?

Dunque addio al presidente uscente Giuseppe Busia, che aveva il brutto vizio di contestare gli appalti, i conflitti d’interessi, le concessioni autostradali, persino la voragine contabile del Ponte sullo Stretto, tanto caro a Salvini. Adesso arriva Trifolato che conosce i partiti, i ministri, i sottosegretari, gli amici degli amici. Vigilerà lui anche sui 49 milioni da restituire un po’ alla volta. Magari non tutti in euro, forse in funghi, forse in trulli.

L'Editoriale di ieri

 


È tornato Mericoni

 

di Marco Travaglio 

 

5 novembre 2026

 

I nostri Nando Mericoni che hanno sempre bisogno di mamma America gridano al miracolo perché Trump ha perso le elezioni di midterm come quasi tutti i presidenti Usa dalla notte dei tempi. Ma soprattutto perché, con prodigiosa precocità, all’alba del 2026 il nuovo Congresso Usa ha nientemeno che la prima nativa americana, la prima latina, il primo musulmano, il primo gay dichiarato e il primo speaker afro. Tutto grazie alla “svolta” dei Dem, che schieravano addirittura candidati di “sinistra”, anzi “radicali”, forse – absit iniuria verbis – “socialisti” e hanno scoperto financo il Welfare e la lotta alla povertà. “L’America è di nuovo grande”, illuminata dal “chiarore di un’alba” che “cambia il mondo” sono i sobri titoli di Rep, dove Johnny Riotta stravede persino per i “pacifisti”, non più pacifinti putiniani, purché se ne restino lì. Ma i più provincialotti sono i nostri sinistrelli, abituati a vincere solo all’estero e a fare i fighi coi voti degli altri: ora vogliono importare la “lezione” dei “nuovi Dem” yankee. Quale lezione? Una serie di scoperte sensazionali: “Vince chi mette al centro le questioni sociali” e dice no a “recessione, caro-vita, diseguaglianze e privilegi” (Schlein). Ma va? Fortuna che si è votato in America, sennò chi l’avrebbe mai sospettato: ora “l’effetto domino può arrivare da noi” (Gentiloni). A valanga.

Il fatto che l’Europa abbia inventato il socialismo due secoli fa e il Welfare 80 anni fa mentre negli Usa chi andava un po’ a sinistra veniva perseguitato dalla caccia alle streghe maccartista sfugge ai più. Dobbiamo imparare da James Talarico, ex seminarista di 37 anni, che espugna il Texas e sbaraglia i dobloni di Musk spendendo la bellezza di 146 milioni di dollari: un piccolo fiammiferaio scambiato per francescano (invece è presbiteriano). Come gli altri pauperisti Ossoff (115 milioni), Brown (50) e El-Sayed (70). Talarico, fiero dell’appoggio della famiglia del criminale di guerra Bush jr. (come Kamala Harris con quella dell’altro criminale Dick Cheney), è anche un bell’esempio di laicità, visto che chiama in suo soccorso il Padreterno un po’ più spesso di Trump e di Vance. Fortuna che il Texas è agli antipodi del Michigan, dov’è stato eletto il primo islamico, Abdoul El-Sayed, figlio di un egiziano, che invoca Allah ogni due per tre e ringrazia “la mia bellissima moglie perché sta a casa a prendersi cura delle nostre figlie”. Un’idea della donna che farebbe arrossire pure Tajani. Completa il quadro della svolta “radicale” la bocciatura della tassa sui super-ricchi nella democraticissima California, forse perché lì i guru dem sono più nababbi dei repubblicani. Quando scopriremo che dagli americani noi europei e persino noi italiani non abbiamo nulla da imparare e molto da insegnare, sarà sempre troppo tardi.

venerdì 6 novembre 2026

Speranza

 Spero, prego, che lo stia facendo apposta, che qualcuno l’abbia convinto a far suo un premio internazionale, che qualcuno l’abbia convinto esista, di Idiota Incommensurabile della Via Lattea!



Amnesie

 


Siate sempre attenti!

 



C'è qualcosa di meravigliosamente perverso nell'idea di usare "A mano a mano" per pubblicizzare una banca.
Una canzone che parla d'amore, di ferite, di speranze che rinascono, trasformata nell'accompagnamento musicale di mutui, prestiti e operazioni finanziarie. D'altra parte, anche gli interessi crescono a mano a mano. Soprattutto quelli delle banche.
E così Mina canta, le persone si stringono le mani, i sorrisi abbondano e tutto assume la tenerezza di un abbraccio. Per un momento dimentichiamo persino che non siamo davanti a una dichiarazione d'amore, ma a un'istituzione che presta denaro e lo rivuole indietro. Con gli interessi, naturalmente.
Bisogna riconoscere al capitalismo un talento straordinario: riesce a mettere un prezzo perfino alla nostalgia.
E pensare che una volta le canzoni d'amore ci spezzavano il cuore. Adesso possono accompagnarci mentre firmiamo un finanziamento.
A mano a mano. Rata dopo rata.

(Dalla pagina Facebook La Capanna del Silenzio)

L'Amaca

 

Il maranza

bianco e biondo


DI MICHELE SERRA


È piuttosto divertente il ripudio di Trump da parte di noti trumpisti,

anche nostrani, che d'improvviso, come per incanto, si richiamano ai

valori della democrazia liberale. È come se avessero mandato avanti

quello manesco, il bullo del gruppo, il maranza dei miliardari (bianco e

biondo, così sono i maranza ricchi). E vedendolo tornare a casa lacero e

pesto, per darsi un contegno scuotono la testa: benedetto figliolo, non te

l'avevamo detto che non è questa la maniera di fare politica?

No, non glielo avevate detto. Esattamente al contrario, vi eravate messi in

testa il cappellino Maga, o indossato la tshirt "Dio Patria Famiglia". E ci

avevate spiegato, a noi mediocri benpensanti dem, che l'aggressività, le

intimidazioni, gli insulti, la prevaricazione, sono solo una maniera

schietta, non ipocrita, di fare politica. Che il popolo non è fatto per le

smancerie e i minuetti, il popolo parla dritto e parla chiaro. Che non è

razzismo, braccare gli immigrati come prede da snidare: è ordine

pubblico. È autodifesa.


E quell'omone volgare che, appena insediato, disse «fanno tutti la fila per

baciarmi il culo», lo avete applaudito e lo avete raccontato, sui vostri

giornali diretti e schietti, come il campione della Nuova Politica, quella

che non sa cosa farsene delle bellurie della democrazia e delle fisime dei

radical chic.

Beh, ce ne fosse uno, dei trumpisti italiani, che rivendica di averlo

applaudito, e aggiunge di essere dispiaciuto della sua sconfitta. E ce ne

fosse uno, dei repubblicani americani che lo hanno blandito e subìto per

puro codismo nei confronti del vincente, che adesso, da perdente, ha il

buon gusto di difenderlo.


Vanno avanti

 




Si scompiscia!

 



Cattiveria

 


Calma e gesso!

 


Non vi rilassate troppo: Donald è solo un sintomo


di Marco Palombi 

Da martedì notte, quando hanno iniziato a prendere forma i risultati delle elezioni americane di midterm, c’è uno strano vento nei media (non solo) italiani: no, non è il vento della storia, è più l’insieme di decine e decine di sospiri di sollievo. Oltre al condivisibile conforto per lo schiaffone arrivato al puzzone della Casa Bianca, nel sospiro del commentatore comm’il faut c’è di più, è la soddisfazione di poter ritirare fuori tutto il bric-à-brac delle buone cose di pessimo gusto: il trumpismo è finito, il sovranismo non si sente tanto bene, si torni al business as usual, serve moderazione, adelante ma con juicio. “L’estremismo, alla lunga, non paga”, ci spiega su Repubblica Yascha Mounk, politologo della Johns Hopkins University: d’altra parte negli Usa hanno vinto “i moderati nell’80% dei casi”. “Io penso stia iniziando il declino non solo di Trump, ma di quella miscela vincente che negli ultimi 10-15 anni ha saldato nazionalismo e riscatto economico”, dice Paolo Gentiloni, che quella “miscela” l’ha vista, se non causata, da Palazzo Chigi, ministeri e Commissione Ue. Non può mancare la lezione per l’Italia: a Marcello Sorgi (La Stampa) l’ex seminarista texano Talarico ricorda tanto Sergio Mattarella (sic), che non abbraccia “argomenti estremi”, “consapevole di aver sempre una parte dei cittadini che lo ascoltano e al momento opportuno sanno manifestarsi come maggioranza” (sic). Titolo: “Il ritorno a uno spirito moderato”. Lo spirito moderato è un po’ l’animale guida di quelli che scambiano il sintomo con la malattia e il realismo con la realtà: Trump, come altri puzzoni, è un sintomo, un capitalismo che non crea benessere condiviso e produce debito anche nei periodi di crescita è la malattia. Negli Usa e fuori la concentrazione di capitali e potere – compreso quello dei nuovi oligarchi – proseguirà anche dopo la sconfitta di Trump e così sarà finché non troveremo una soluzione “radicale” o finiremo contro il muro (o in una guerra). La realtà è smoderata, l’elettorato si adegua: vota persino un cialtrone arancione pur di non tornare nel salotto di Nonna Speranza dove vivono i moderati, pragmatici che stoicamente accettano la violenza che non subiscono.

Analisi corretta

 

Milano, Bob Dylan nell’arena sbagliata (pagata da tutti noi)


di Gianni Barbacetto 

Quando si va a un concerto di Bob Dylan, si va preparati. Si sa che non compiacerà il pubblico, che non canterà le sue canzoni più note, che comunque le eseguirà in modo da renderle irriconoscibili, volumi bassi, niente presentazioni, niente bis, niente maxischermi, niente social, niente foto, telefonini sigillati in una busta antitaccheggio. Ti ripete ogni volta It ain’t me, babe, non sono io quello che cerchi. Canta per sé, nascosto sotto il cappuccio della felpa nera con cui si è presentato anche dal Papa (e tra i due non era quello vestito più strano). Canta le sue ballad come fosse in un blues club del Village. Fa girare il suo caleidoscopio di storie e personaggi, maschere e risentimenti, enigmi e rabbie, inquietudini e segni dei tempi, sentimenti e vecchi amori, cercando di confondere il più possibile chi ascolta, perché le risposte, amico, sono sempre nel vento. Dylan è rimasto Dylan, proprio perché non fa mai il revival di se stesso. Quello a cui non ero preparato era l’intorno. Non il palco (spoglio), le luci (essenziali), il fondale (un tendaggio azzurrino). Ma il luogo in cui ha suonato a Milano: l’Unipol Dome. Ovvero l’Arena di Santa Giulia costruita per ospitare le partite di hockey su ghiaccio delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Ero curioso di vedere dall’interno questa grande opera olimpica che ho dovuto finanziare di tasca mia, come tutti i contribuenti italiani, anche quelli che non ci metteranno mai piede. Sembra una palestra bulgara, fredda e spoglia. Con un’acustica così terribile da risultare inadatta per qualsiasi concerto. Ha una storia molto istruttiva, anche se enigmatica e spiazzante come certe canzoni di Dylan. La prima idea di realizzare un’arena nel quartiere Santa Giulia è del 2015, ma non se ne fa niente fino al 2021, quando arriva Eventim, una multinazionale con base in Germania specializzata in vendita di biglietti e organizzazione di concerti, che s’impegna a finanziarla e costruirla – spesa prevista 180 milioni – e poi gestirla. L’opera viene inserita nel progetto olimpico Milano-Cortina 2026. Doveva essere a costo zero per le casse pubbliche, come promesso per tutte le opere olimpiche. Invece Eventim comunica nel 2024 che i costi sono saliti a 250 milioni e alla fine dei lavori a 320 milioni. Chiede finanziamenti pubblici, contraddicendo gli impegni iniziali. Arrivano 21 milioni, come contributo statale per l’accelerazione dei lavori e l’utilizzo olimpico. Poi ne sono stanziati altri 30, per la disponibilità futura dell’arena per eventi sportivi nazionali e internazionali. Il costo zero è diventato così una spesa pubblica di 51 milioni. Non bastano, secondo Eventim, che denuncia extracosti e chiede 134 milioni.

Inizia un contenzioso e la Corte dei conti apre un’inchiesta. Non basta ancora. Il Comune spende 7,3 milioni per costruire le strade d’accesso all’arena: “in via provvisoria”, cioè solo per i 15 giorni delle Olimpiadi. Poi “i tratti stradali verranno realizzati in modo definitivo”. Insomma: più di 7 milioni buttati per un lavoro che poi dovrà essere rifatto. Risultato? Prima, il palazzetto costruito per l’hockey su ghiaccio non è adatto all’hockey su ghiaccio. Lo scrive la commissione impianti sportivi del Coni: “Il progetto non appare rispondente” alle norme di legge “relativamente al rispetto delle condizioni di visibilità degli spettatori, in particolare per quanto riguarda l’attività di hockey su ghiaccio”. A Eventim infatti delle Olimpiadi non fregava niente, voleva il suo palazzetto per i concerti, realizzato con 51 milioni pubblici e 134 richiesti. Ora, a giudicare dall’acustica, il palazzetto per i concerti non è adatto neppure per i concerti. Come canta Bob Dylan, We live in a political world/The one we can see and can feel/But there’s no one to check, it’s all a stacked deck/We all know for sure that it’s real. Viviamo in un mondo politico/Quello che possiamo vedere e sentire/Ma non c’è nessuno a controllare, è tutto un gioco truccato/E sappiamo tutti per certo che è reale.

L'Editoriale di ieri

 


Trumpicidio o suicidio?

di Marco Travaglio 

5 novembre ’26

La morte della democrazia americana – come disse Mark Twain della sua – era una notizia ampiamente esagerata. Il popolo ha sonoramente bocciato il presunto autocrate golpista e fascista Trump, che non ha taroccato le elezioni, non le ha fatte truccare dagli hacker di Putin, non le ha fatte comprare dai fantastiliardari della “tecno-destra” e, anziché scatenare la guerra civile, accetta la sconfitta (per ora). Da sempre imperfetta e sempre più violenta, la democrazia Usa resta com’era: la Casa Bianca farà i conti con un Parlamento ostile e avrà alle calcagna la Corte Suprema, i tribunali ordinari, la stampa e il popolo, che – pur condizionato da nuovi e vecchi media – vota come gli pare. E va rispettato, sia se premia Trump sia se lo punisce. A meno di pensare che gli Usa fossero diventati fascisti due anni fa quando lo rielessero e si siano convertiti al comunismo ora che han votato i democratici più progressisti di sempre. Quando i fiumi di bava sull’“onda blu” andranno in secca, si scoprirà che i Dem sono ben lontani dalla resurrezione (portano ancora in processione revenant come Obama e criminali di guerra come Bush jr.). E che il Trumpicidio è un suicidio.

Ha fatto tutto Donald: ha promesso il Make America Great Again senza più guerre in giro per il mondo, conquistando voti trasversali soprattutto tra i poveri e i ceti medi immiseriti. Poi ha mosso guerra all’Iran a rimorchio di Netanyahu e l’ha pure persa, rendendo l’America più piccola e più povera. E l’americano medio si è sentito tradito: sa a stento dov’è l’Iran, ma se l’è ritrovato nelle bollette e alle pompe di benzina. Nel 2024 non era andato a destra e ora non si è buttato a sinistra: ha votato i “socialisti” per gli stessi motivi per cui aveva votato Trump, dimostrandosi più Maga di lui. Infatti stavolta i candidati Dem non parlavano di Ucraina, Nato, Europa, Iran e Israele – come due anni fa gli Obama, i Clinton, i Biden e le Harris – ma dei problemi quotidiani della gente. E Trump, distratto dalle megalomanie internazionali, irretito dagli infiltrati del Deep State (i bellicisti Rubio e Hegseth contro il Maga ortodosso Vance) e ricattato da Netanyahu, ha perso i contatti col popolo, vieppiù impoverito dal caro-carburanti e dal caro-vita. Questo i nostalgici del “sogno americano”, cioè dell’incubo del gendarme del mondo che esporta democrazia a suon di bombe, non lo capiscono: non han visto tornare Trump e ora non colgono le ragioni della sua disfatta. Ma chi in Europa e in Italia spera di chiudere la parentesi Maga per ricominciare a prendere ordini da Washington deve rassegnarsi: Trump o non Trump, gli Usa che fanno e disfano in casa nostra, a Kiev, in Medio Oriente e nel resto del pianeta non torneranno più. Almeno si spera.

 

giovedì 5 novembre 2026

Questo si che è Campo Largo!

 Fantastica iniziativa dei panda Italia Viva che mi convince sempre più che, in caso di entrata nella coalizione, cercherò  pervicacemente di prendere residenza a San Marino. Mi colpisce oltremodo il termine “collaborato” ovverosia intenti e vedute comuni con una nazione impegnata a sterminare un altro popolo.



Natangelo

 



L'Amaca

 

La democrazia

è popolare


DI MICHELE SERRA


Essendo troppo lunga la lista degli imputati, imputo a me stesso di avere

creduto che le ragioni dei democratici di mezzo mondo fossero ridotte al

lumicino, e la prepotenza dei ricchi e dei forti fosse ormai la sola forza in

campo.

La giustizia sociale, l'uguaglianza, i diritti delle persone non sono ridotte

a illusione minoritaria, e quasi elitaria: così come vuole far credere, da

molti anni, l'oscena propaganda populista. Sono valori popolari. È il voto

popolare che ha sconfitto Trump. Il voto delle moltitudini alle prese con

la penuria economica mentre la Borsa si gonfia. Degli immigrati che

temono la persecuzione e la cacciata, e vedono nel razzismo dei bianchi

una minaccia diretta. Dei deboli che rifiutano di sentirsi colpevoli di

esserlo. Delle cosiddette lobbies lgtb eccetera che sono milioni di

persone e non accettano di essere ricacciate nel silenzio dal quale

provengono.

L'essenza della sensazionale risalita dei dem americani è bene espressa

nei comizi del nuovo senatore del Texas, Talarico. Qual è la minoranza

che minaccia i diritti del popolo? Gli ispanici? Gli islamici? I gay? No, la

minoranza che mette in pericolo la democrazia e i diritti è la ristretta

cerchia di miliardari che fa ala a Donald Trump.

Gli slogan hanno sempre qualcosa di semplificatorio e di brutale, ma

avere rimesso al centro della politica la questione della disuguaglianza, e

la lotta contro le oligarchie, è ciò che ha fatto rinascere i dem, specie

quelli di nuova generazione. È il loro ruolo storico, e se lo stanno

riprendendo. È un campo nel quale la destra, storicamente, non ha voce.

Non ce la può fare. Il populismo è solo una finzione, nessun potere forte

ha mai avuto paura della destra.

Pino e il Perdente

 

Trump perde e i complici ora fanno finta di niente 


di Pino Corrias 

Donald Trump è diventato un tizzone ardente. Brucia le dita di tutti quelli che lo hanno applaudito per sottomettersi alla sua corona di re del mondo. Non ha ancora perso tutto, ma ha già perso molto. Le elezioni di Midterm hanno trasformato la sua onnipotenza in una disfatta politica. Il suo consenso precipita. Il suo partito paga. I suoi alleati cominciano a guardarsi intorno, cercando un estintore. E adesso assistiamo al più comico e indecente spettacolo della politica contemporanea: la fuga dei complici.

Perché Trump non è diventato improvvisamente Trump. Lo era già. Era già l’uomo condannato per 34 falsificazioni di documenti contabili, quello riconosciuto responsabile di abuso sessuale contro la scrittrice E. Jean Carroll, quello che ha pagato Stormy Daniels per negare la loro relazione, quello che se la spassava alle feste maligne di Epstein, quello delle menzogne a raffica, dell’assalto a Capitol Hill, delle minacce agli avversari, del disprezzo per le donne, gli immigrati, i poveri. Era già il miliardario che considera la Casa Bianca un’estensione delle proprie aziende, la politica estera una trattativa immobiliare, la pace un affare da concludere possibilmente con un premio Nobel a fine pasto. Non occorreva un’indagine dell’Fbi per capirlo. Bastava ascoltarlo. Bastava guardarlo. Bastava non mentire a se stessi.

Invece no. Per due anni abbiamo ascoltato una processione di commentatori, editorialisti, diplomatici, politologi, specialisti della genuflessione, spiegarci che dietro ogni sua volgarità si nascondeva una strategia. Dietro ogni insulto una verità. Dietro ogni ricatto una raffinata tecnica negoziale. Dietro ogni menzogna un messaggio agli elettori. Trump minacciava e loro traducevano. Trump delirava e loro interpretavano. Trump pretendeva e loro applaudivano la sua capacità di ottenere risultati. Per spiegare un uomo senza scrupoli hanno inventato un’intera scienza degli inchini. Adesso che il vento gira, gli stessi interpreti scoprono i suoi limiti, gli eccessi, le contraddizioni, il linguaggio divisivo. Che coraggio. Che tempestività. Che straordinaria capacità di arrivare alla verità quando non costa più niente.

E Giorgia Meloni? Difficile per un premier italiano non sottomettersi all’alleato americano. Ma lei ha fatto molto di più, ci è andata a nozze e ha finito per cascare dentro la torta. Aveva scommesso sulla propria intimità politica col presidente americano. Era il suo alleato, il suo interlocutore privilegiato, il gigante che avrebbe garantito all’Italia un posto speciale nel mondo. A gennaio era arrivata a immaginare per lui il Nobel per la pace. Il Nobel. Per Trump. Che già armava e finanziava il massacro di Gaza, schierava le portaerei nel Golfo per minacciare Teheran, affondava i motoscafi venezuelani in diretta tv. Ora la premier deve spiegare come si conciliano il patriottismo italiano e la sudditanza a un presidente che usa i dazi contro gli alleati, tratta l’Europa come una seccatura, pretende obbedienza e chiama amicizia la sottomissione. Ma soprattutto deve spiegare agli italiani che cosa abbiano guadagnato da tanta devozione. Quale vantaggio economico, quale sicurezza, quale prestigio. Oltre alle fotografie sorridenti pretese, no, anzi, implorate. Il guaio è che, mentre il suo grande alleato va in malora, anche il governo italiano sbanda e pasticcia. La nuova manovra di Bilancio, 26 miliardi distribuiti in 157 articoli, è un catalogo di piccoli interventi, sconti provvisori, promesse valide soltanto per l’anno elettorale. Non un progetto per il Paese, ma una collezione di cerotti. Con tagli alla scuola, alla sanità, al lavoro. Incapace di immaginare un futuro più lungo di 12 mesi – salvo le armi e la guerra – mentre celebra con le fanfare la durata record del proprio governo. È questa la doppia bancarotta politica che si profila. Fuori, la scommessa sul padrone americano. Dentro, la povertà di una politica che ha scambiato la propaganda sui social e sui tg per il governo, la sudditanza per la diplomazia, la sopravvivenza per il successo.

Ma la questione più grave riguarda chi racconta tutto questo. Perché una democrazia può sopravvivere a un presidente indecente. Ma soffoca quando l’informazione diventa di regime, nasconde i fatti o li traveste, criminalizza le proteste di piazza e trasforma le critiche in un complotto. Adesso gli stessi addetti alla propaganda di prima, scriveranno migliaia di articoli sulla crisi del trumpismo. Analizzeranno i malanni dell’America, le oscillazioni del voto Maga, il malessere della classe media, la rivolta contro gli oligarchi. Tutto utile. Ma evitando di rispondere alla domanda più semplice: come avete potuto prendere sul serio, per tanto tempo, un uomo simile? Trump brucia. Meloni negherà di essersi scottata. Resta il tema (etico, deontologico, politico) di chi mente con il potere, per il potere. E pretende di chiamarla informazione.