mercoledì 24 giugno 2026

Ellekappa

 



I fessi pro pace

 

I guerrieri di penna e di governo fanno la morale nei talk tv 


di Pino Corrias 

La cosa più insopportabile – durante i dibattiti in tv, quando si parla di armi, armi, armi e tu provi a parlare di pace – sono le facce di questi guerrieri delle guerre in corso, questi strateghi del massacro permanente, accomodati sui seggioloni dei loro privilegi, attenti solo a non macchiarsi il vestito e la punta delle penne, con gli schizzi di sangue dei popoli lontani, lontanissimi, imprigionati dalla geopolitica e dal destino. Ti guardano, gonfiano le gote, soffiano un po’ di insofferenza, ti dicono: “Ehh, le guerre! Figuriamoci. Stai ad ascoltare il papa che dice: produciamo più armi che cibo. Ah, che banalità! Ah, che beata ingenuità!”.

Le facce dei saputi, a quel punto, si allargano in un piccolo sorriso, contente come sono delle loro adulte convinzioni, dunque maturi, intelligenti, riflessivi. Tu invece idealista, sciocco, sognatore. Maneggiano le complessità, loro. Mica come te che la fai facile. Laddove le complessità non sono i morti ammazzati, il dolore, le devastazioni, ma sono i piani e i contro-piani degli stati maggiori, i soldi da investire, quelli da guadagnare, le alleanze da tutelare, i fronti da distruggere, le macerie da moltiplicare per potere, un bel giorno, ricostruire. Magari un resort sopra i 75mila cadaveri di Gaza.

A parte i generali che scannano di mestiere – e se ne vantano – i guerrieri di penna e di governo non hanno mai visto un corpo squartato dalle schegge, un campo profughi devastato dalla dissenteria, i bambini accartocciati dalla sete.

Il copione è sempre identico: il pacifista non viene confutato, viene deriso, che è esattamente la strategia di tutte le propagande al servizio dei governi, di chi li ispira, di chi li finanzia. E naturalmente dei fomentatori che neanche sanno di essere burattini immersi nell’inchiostro dei burattinai.

Li vedi e li senti discutere di missili e di droni come si discuterebbe di derivati finanziari. Parlano di “teatri operativi”, “proiezioni strategiche”, “deterrenza”, “danni collaterali”. Un lessico igienizzato. Sterilizzato.

Quando li intralci con quella parola sconveniente, “pace”, allora ecco che compare la faccia e il sopracciglio, lo sbuffo, il sorriso. Si sentono avanguardisti in marcia. Considerano il papa un fesso e Trump un dritto con gli stivali, anche se fanno finta di detestarlo perché sputazza quando parla. E in suo onore pronunciano la frase più stupida del dibattito pubblico: “Ehh… le guerre sono più complesse di come le vedi tu”.

Ma certo. I morti sono semplici. Gli affari sono complessi. I profughi sono semplici. Le commesse militari sono complesse. La fame è semplice. Le alleanze strategiche sono complesse. La distruzione è semplice. La ricostruzione, con relativi appalti, è complessa.

Adepti del danno – alcuni di loro con l’allegro birignao delle bretelle colorate – ti spiegano perché è sempre inevitabile la guerra. Sempre necessaria. Sempre penultima, fino alla prossima. Oggi siamo a quota sessanta guerre nel mondo, domani vedremo.

Guai a spiegare che le guerre nascono semplicissime dalle disuguaglianze del pianeta. Dalle rapine coloniali. Dall’imperialismo. Dall’umiliazione dei popoli. Dalla concentrazione delle ricchezze. Dalla fame trasformata in rabbia e dalla rabbia trasformata in eserciti. Dal fatto che sfruttando i poveri del mondo abbiamo avvelenato i mari e la terra e ora pretendiamo che siano i poveri del mondo a pagarne le conseguenze. Ma quando mai? Chi lo sostiene, ti dicono, è vittima del complesso di colpa dell’Occidente. Il quale fa benissimo a spendere 3mila miliardi di dollari l’anno in armamenti, altro che fame e malattie.

L’avete capito o no? Papa Leone è un bimbo. Il cardinale Zuppi un utopista. I pacifisti degli illusi. I furbi a lento rilascio sono loro: dovesse anche cascargli un palazzo in testa, ne uscirebbero allegri, soddisfatti, anche se non indenni.

America e americani

 

Colonizzati. Colesterolo America: c’è quella buona e quella cattiva 


di Alessandro Robecchi 

Cioè, quello che abbiamo capito in settimana è che l’America – ammazza i ammerigani! – è un po’ come il colesterolo, che c’è quello buono e quello cattivo. Lo scambio sui social tra il Boss e la sua fan pentita Giorgia Meloni ha messo definitivamente Trump dalla parte dei cattivi anche per la destra italiana, che chiedeva per lui il premio Nobel, o ambiva al ruolo di “pontiere” con gli Usa, o altre varie prove di attenzione. Ora è tutto un garrire di bandiere, e nazionalismo, e “lei non sa chi sono io!”, ma poi alla festa dello zio Sam, il 4 luglio, ci vanno lo stesso, perché, signora mia, l’Ammeriga è l’Ammeriga. Bene.

Mentre il cattivo continua a dar fuori di matto, Matteo Renzi è andato in pellegrinaggio dall’America dei buoni, cioè gli Obama, con Clinton, Bush, Biden e tutto il cucuzzaro. Lodevole intento, per carità, ma sembrava un po’ la reunion di un vecchio gruppo rock, con qualche fan impazzito che gioisce per il rilancio del “sogno americano”. Nel mentre, Enrico Letta, è diventato virale, come direbbe Farfallina73, per un suo tweet con la scritta “America we love” e il selfie del quartetto: Bush Jr, Clinton, Obama e Biden, sempre loro. Non so perché ma la faccenda mi ha un po’ confuso essendo la lista delle guerre attribuibili a questi quattro signori lunga come l’elenco del telefono: Iraq, Afghanistan, Bosnia, Serbia, Somalia, Libia, Siria, di nuovo Iraq, senza contare l’aiuto alle guerre degli altri (inclusi parecchi miliardi di dollari a Israele), o la fuga indecorosa dall’Afghanistan che ha mollato gli afghani regalando ai talebani un arsenale che se lo sognavano. Tutti e quattro hanno mantenuto il blocco a Cuba, contribuendo alla resa per fame dell’isola, che Trump concluderà. Diciamo che come sogno americano, ok, si intendeva un’altra cosa, forse.

Ma chiariamo: il gioco tra il meglio e il meglino, il peggio, il meno peggio non è interessante. Il problema è che rapporto vogliamo avere con gli Stati Uniti, e credo che la risposta sia in un sentimentdiffuso di conquistata antipatia collettiva. Diciamo che la famosa frase di Wim Wenders secondo cui “gli americani ci hanno colonizzato l’inconscio” era vera e verissima, ma anche che risale al 1976, è passato mezzo secolo, e molto inconscio sotto i ponti. Non viene più da lì tutto il cinema, tutta la musica, tutta la letteratura, anzi perdono un po’ terreno, e con la tecnologia ci sanno fare anche altri (coreani, cinesi). Fanno molte guerre, ma le perdono spesso, o le trascinano, o le appaltano ad altri. E qui, anche senza guardare la divisa, citerei la “povera gente” di Bertolt Brecht che se a bombardarli sia il colesterolo buono o quello cattivo non è che alla fine gliene frega tanto, sempre bombardati sono (solo le guerre post-11 settembre sono costate tra vittime dirette e indirette quasi quattro milioni di morti).

Quindi i problemi con l’America sono almeno due: uno è l’Imperatore (e sì, c’è una certa differenza tra chi propone la sanità pubblica e chi scatena le bande dell’Ice); ma l’altro è l’Impero, cioè una sfera globale di influenza in cui il confine tra alleato e suddito, tra paese amico e colonia è molto labile e scivoloso.

Comunque vada, saremo americani, conviene farsene una ragione, visto che destra e “sinistra” sedicente riformista si accapigliano per quale America tifare. Certo, quello che si chiama soft power (il nostro inconscio colonizzato) è un po’ cambiato: più che “conquistare le menti e i cuori” ci tengono per le palle, e finalmente la cosa è chiara a tutti.

Sarebbe bello!

 

La sindrome di Riad 


di Marco Travaglio 

Pensate che bella campagna elettorale per il fronte progressista se dicesse agli elettori, acquisiti e da conquistare: “Questa volta si cambia tutto. Prima di votare conoscerete il programma, il candidato premier e una rosa di nomi per la squadra di governo. Ma soprattutto saprete che terremo fuori i voltagabbana, i traditori, i ricattatori, gli scissionisti che usano i partiti come taxi per agguantare un seggio con immunità e poi si vendono al miglior offerente gabbando chi li ha votati. Nessuno di noi candiderà o accoglierà parlamentari che hanno cambiato o cambieranno partito. Per rispetto a voi e per la stabilità e coesione del nostro governo, che dovrà cambiare molte cose scontrandosi con potenti nemici esterni senza doversi guardare anche da quelli interni”. Un discorso di puro buonsenso e sicuro successo, che taglierebbe corto anche col ridicolo dibattito sul re degli scissionisti ricattatori traditori. Ce l’ha fatto venire in mente il buon Massimo Giannini iscrivendosi, dalla Gruber e su Repubblicadell’editore greco amico di Bin Salman, al club “Trova anche tu un posto a Renzi” con questa frase: “Il senatore di Rignano ha molto da farsi perdonare, ma oggi la pregiudiziale anti-renziana è insensata”. Invece è sensatissima perché non l’ha imposta Conte o Bonelli o Fratoianni: l’hanno imposta gli elettori nel referendum del 2016 e in dieci anni di elezioni rionali, comunali, provinciali, regionali, nazionali ed europee. Non sanno più come dire che non vogliono vederlo neppure in cartolina. E nessuno dovrebbe capirli meglio di chi ne ha sperimentato l’affidabilità almeno due volte.

Nel 2014-’16, sotto il governo Renzi, Giannini conduce Ballarò su Rai3, attaccato un giorno sì e l’altro pure dai pit bull renziani che ne chiedono la testa perché osa invitare pure i 5Stelle e la ottengono quando si permette di parlare del “rapporto incestuoso” fra la Boschi e Banca Etruria. Giannini accusa Renzi di “creare un clima da editto bulgaro” come “il cacciatore che scioglie la muta dei cani”. Chiuso da TeleRenzi nell’anno del referendum, Ballarò sparisce per sempre, sostituito dal programma clandestino di tal Semprini, un turbo-renziano strappato a peso d’oro a Sky. Stessa fine, sempre per lesa renzità, fanno la Berlinguer al Tg3, la Gabanelli, Giletti e Porro. Nel 2021 Giannini dirige la Stampa e Renzi gli fa causa da Dubai per un articolo intitolato “Mistero sulla missione a Dubai”. Poi in tv gli rinfaccia una causa persa contro Carrai con tanto di risarcimento danni: peccato che sia tutto falso, causa persa e risarcimento. Giannini deplora le “menzogne vergognose di Renzi” che “portano la politica al grado zero della dignità e della decenza”. Era solo cinque anni fa: calo di memoria, sindrome di Stoccolma o sindrome di Riad?

Spiace...

 



martedì 23 giugno 2026

Ma guarda!

 



Due visioni parallele

 

Basta con l'ipocrisia: denigrare i nostri colleghi è umano, troppo umano

di Massimo Recalcati


Trovo profondamente ipocrita il dibattito che si è sviluppato intorno alle frasi oggettivamente oltraggiose che Michele Mari ha pronunciato in riferimento a Michela Murgia. Queste frasi non sono state scritte o dichiarate pubblicamente ma sono state pronunciate in una conversazione tra scrittori. È quello che accade normalmente in qualunque gruppo sociale. Il giudizio tagliente e ingiustamente violento, la diagnosi selvaggia o la condanna spietata su persone che non conosciamo neppure personalmente sono una tragica prerogativa dell'essere umano. Sarebbe del tutto ipocrita non volerlo riconoscere. In qualunque ceto sociale o professionale l'esercizio della denigrazione del proprio simile è un fatto quotidiano. Alzi la mano, si potrebbe chiedere ai nostri lettori, chi di noi non si è macchiato almeno una volta di questo genere di cattiveria meschina?

Sappiamo bene che c'è addirittura chi ne ha fatto una vera e propria professione: dire male, parlare male, criticare a prescindere, condannare, diffamare, sentenziare sistematicamente. Si tratta di un'attitudine umana — indubbiamente non tra le migliori — che si infiamma particolarmente, come già riteneva Aristotele, all'interno di gruppi omogenei. Raramente ho sentito uno scrittore parlare bene dei suoi amici e colleghi. Ma vale, ovviamente, anche per gli psicoanalisti che, almeno loro, dovrebbero garantire una certa imparzialità e neutralità bonaria nei loro giudizi, e che invece si distinguono per una peculiare attitudine all'esercizio della malalingua. Ma vale ovviamente per ogni insieme umano: cantanti, avvocati, commercialisti, idraulici, panettieri, giornalisti. Nessun codice deontologico potrà mai sanare questa attitudine a parlare male dei propri simili o dei propri colleghi, all'utilizzo del giudizio sprezzante o della diagnosi selvaggia esercitato con intenzioni malevole.

Sarebbe del tutto ipocrita misconoscere questo fatto. Come sarebbe altrettanto ipocrita invocare la dignità di chi è colpito, perché anche chi viene colpito non è mai esente — tolto Gesù Cristo — dalla piaga della maliziosa attitudine al parlare male dell'altro. Soprattutto, ripeto, se questo altro fa il nostro stesso mestiere. Allora scatta qualcosa di pressoché irresistibile. Subentra non solo l'aspetto diabolicamente ludico della passione critica, ma anche una forte dose di robusta invidia. Lo sappiamo non solo perché la psicoanalisi lo ha spiegato con dovizia di particolari, ma anche per esperienza diretta: l'invidioso colpisce nell'invidiato quello che vorrebbe essere e non è. Può ricorrere volentieri anche alla diffamazione per colpire chi costituisce il proprio io ideale irraggiungibile. E tutto questo può anche accadere senza che si conosca nulla, letteralmente nulla, della vita dell'invidiato. Quello che conta è solamente la natura maligna del pregiudizio.

Sarebbe necessario un esercizio di ascesi singolare per ciascuno di noi per provare a sottrarsi alla tentazione della condanna sommaria, della demolizione critica, della veemente passione di gettare fango sull'altro. Nella vita privata questo esercizio di ascesi risulta assai più difficile perché si allentano i freni inibitori. «Scrive come un cane e pensa solo al denaro», disse impunemente uno scrittore di una certa fama di un altro scrittore mio amico in mia presenza. Sarebbe stato il caso di dichiarare pubblicamente tale misfatto? Sarebbe come pretendere di svuotare il mare avendo tra le mani un secchiello d'acqua. La tendenza al giudizio perfido nei confronti dei propri simili è inemendabile. Sono certo che nemmeno i premi Nobel per la letteratura possano dirsi del tutto esenti da questa attitudine che è la stessa che permea la vita delle famiglie, dei gruppi amicali, dei partiti, delle congregazioni religiose e di qualunque — dir si voglia — formazione umana. Basta girare le proprie spalle che il commento acido è in agguato. Con l'aggiunta che più uno si distingue dagli altri più cattura fatalmente la critica astiosa.

Da questo punto di vista, se non si vuole negare ipocritamente questa verità «umana troppo umana», la sola cosa possibile è quella di discriminare il piano privato da quello pubblico. Se il privato è una giungla, una gara tra chi colpisce il proprio nemico-amico il più duramente e malignamente possibile, il giudizio, quando invece diventa pubblico, acquista un peso specifico differente. Ma non mi pare il caso di Michele Mari. Il quale resta ai miei occhi innanzitutto un notevole scrittore. Nemmeno sarebbero state necessarie le sue scuse, visto che quello che ha fatto è quello che tutti tendiamo irresistibilmente a fare. 


Caccia allo Strega: Mari profana il murgia-culto 


di Daniela Ranieri 

Fidatevi se vi diciamo che Michele Mari è il più bravo scrittore italiano. Vi chiederete: e allora come mai è candidato allo Strega, che in tempi recenti è stato vinto da libri-semolino analgesici e perfettamente conformi al mid-cult, e rischia(va) addirittura di vincerlo? Eh, sono i misteri del bizzarro mondo letterario italiano, per cui un signore che ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali veri capolavori, arriva per una vita secondo o viene ignorato, per poi, a 70 anni, diventare il favorito del maggiore premio nazionale, chissà se per improvvisa agnizione di giurati e Amici della domenica o perché lo spirito santo dell’alea editoriale aleggia sulla sua casa editrice, Einaudi.

In un’intervista sul Fatto del 2013, Mari ci disse: “Non mi insospettisce di essere uno scrittore amato: lo prendo come qualcosa di inevitabile, come parte di un equivoco”. Ecco, l’equivoco si va diradando: il consorzio delle Lettere socialmente ammissibili lo ha quasi espulso dal club in cui lo aveva appena accolto, per la colpa grave di aver (forse) pronunciato una frase offensiva sulla scrittrice Michela Murgia, morta nel 2023, anche lei scrittrice Einaudi.

Mari – critico, traduttore dall’inglese, docente di Letteratura alla Statale – è uno scrittore ossessivo, paradossale, inattuale, asociale, arbitrario, estraneo a qualunque perbenismo. Il suo filtro della realtà è eminentemente letterario: divide il mondo in scrittori bravi (massimamente i nevrotici, posseduti da qualche demone), e scrittori pessimi (nella cui categoria fa rientrare anche i mediocri, che odia più dei pessimi). Appartiene alla stirpe di Gadda, Manganelli, Landolfi (ma in questo frangente ricorda Thomas Bernhard, grande scrittore austriaco, che disprezzava il suo Paese e i suoi abitanti, ma ancor più la sua classe intellettuale, e si trovò a ricevere una vagonata di premi su cui scrisse un libro esilarante). I giurati Strega, membri dell’élite editoriale e/o a loro volta scrittori (ma ci sono dentro, per dire, anche ex sindaci di Roma, notoriamente grandi letterati), promuovono e premiano spesso l’esatto opposto: l’attualità, il conformismo, la morigeratezza e le altre virtù di una sinistra al vapore inoffensiva e autoreferenziale che schiva i conflitti e vive di cliché.

Si tenga conto che in quell’intervista Mari ci disse anche: “Io la questione se Céline fosse nazista non me la pongo nemmeno, perché era un genio. Se ti dicessero che Bach era pedofilo, tu che dici? Ma chi se ne frega”. Ecco, Mari si è dimostrato peggio che nazista o pedofilo: avrebbe detto che Murgia era “intransigente perché brutta”. Cioè, chissà se per candore o per la stessa voluttà di sconfitta che abita i suoi personaggi, ha offeso il totem più potente del circuito editoriale romano, e qualcuno ha fatto la spia ai piani alti del culto murgiano. Ma davvero si sta discutendo se sia elegante dileggiare una persona morta, e se corrisponda al bon ton giudicare qualcuno dal suo aspetto fisico? Ovviamente no. Se Mari avesse espresso le stesse opinioni su qualcun altro, non se ne starebbe parlando; invece si discute se debba ritirarsi o essere espulso dallo Strega (la Fondazione, dopo aver preso le distanze da Mari, ha negato di volerlo fare), e si pensa che molti giurati puniranno Mari nel voto finale (ignorando l’abisso che c’è tra il suo libro e gli altri), perché la questione è se si possa non apprezzare Murgia per i più svariati motivi e partecipare allo Strega. A quanto pare no, se non a costo di pubblica gogna; così decreta il demente wokismo d’importazione. Complimenti: hanno annullato il principio noto in estetica come autonomia dell’opera d’arte: l’autore di un capolavoro può essere un soggetto moralmente abietto, posto che in questo caso si tratterebbe non di abiezione, ma di uno sgradevole pettegolezzo (a sua volta condannato e diffuso con un pettegolezzo, vabbè).

Capite che siamo al fanatismo religioso. A questo punto perché non imporre alle case editrici, dopo l’autocertificazione di fedeltà alla Costituzione necessaria per partecipare a Più libri più liberi (manco fossero ministri che devono giurare sulla Carta), di apporre un disclaimer a ogni libro stampato, tipo: “Questo libro è Murgia-correct”? O anche: “Nessuna memoria di scrittore amico di giurati Strega è stata maltrattata durante la lavorazione di questo libro”? Gli scrittori potrebbero impegnarsi a non offendere con pensieri, parole, opere o omissioni né Murgia né coloro che l’hanno amata, e consegnare i dispositivi elettronici per permettere agli inquirenti di fare copia forense di chat, messaggi ed e-mail private in cui possano avere espresso giudizi negativi sugli idoli del giro editoriale italiano. Evidentemente ci si dimentica che erano i totalitarismi, a richiedere tessere e giuramenti e a purgare gli artisti dissidenti (vedi Istruzioni per diventare fascisti, libro di Michela Murgia), pazienza.





We love!

 


Mentre cadono come birilli i pseudo premier di sinistra, ultimo quello britannico che sta agli ideali cari ad epoche passate come io ai tatuaggi, un ex capo del governo nostrano, flaccido ed inconsistente come le sue azioni, posta “America we love” per commentare la foto di quattro ex presidenti Usa, responsabili di guerre predatorie tramutate in campagne di libertà, un po’ come quando Hollywood ci faceva detestare gli indiani tramutati in assassini e spietate canaglie invece che popolo evaporato dal potere a stelle e strisce e confinato in prigioni a cielo aperto. Il we love lettiano è il simbolo dell’evaporazione dell’ideale di sinistra, annacquato, smielato da questo capitalismo tecno-rapto deviato in grado di far soccombere chicchessia con sirene finanziarie. L’abbiamo una banca del profumato di allora ne è la triste conferma. Adieu!

Palinsesti estivi

 

Dal “Sionista” fino all’“Ignavo”: i format televisivi dell’estate 


di Andrea Scanzi 

Questa settimana termineranno gli ultimi programmi di punta ancora in onda del palinsesto serale, da Otto e 1/2 a È sempre Cartabianca. Torneranno a settembre, come Accordi & DisaccordiDi MartedìIn altre parole o Piazzapulita. D’estate i palinsesti televisivi cambiano radicalmente, compresi i talk show, e questo addolora i fedelissimi della politica parlata. Per fortuna, oltre a programmi ormai collaudati come In onda di Marianna Aprile e Luca Telese su La7, da lunedì prossimo andranno in onda nuovi format che promettono grandi ascolti e qualità sopraffina. Siamo in grado di anticiparli. Tenetevi forti. Eccoli!

Il sionista. Otto ore di approfondimento giornaliero, su Rai1, dalle 23 alle 7 del mattino. A condurre questo format, benedetto anche da Fiamma Nirenstein, il coraggiosissimo Davide Parenzo, che per l’occasione rinuncerà al suo passatempo preferito: fare il punching-ball alla Zanzara. Si vocifera che il programma avrà anche una rubrica fissa di Maurizio Molinari, dal titolo “Ben-Gvir ha un caratteraccio, ma gode pure di cattiva stampa e questo non è bello”.

Cappellacci e Cappellini. È il nuovo programma di Rai2. Andrà in onda tutti i mercoledì dalle 3 alle 5 del mattino, per non disturbare nessuno e non alzare (involontariamente) la media ascolti sin qui ottenuta – come ospite più o meno fisso – dal conduttore Stefano Cappellini. Il vicedirettore di Repubblica (non è una battuta: è vicedirettore sul serio) si occuperà di ciò che più gli sta a cuore: la lotta al rossobrunismo (qualsiasi cosa voglia dire), dare consigli non richiesti per far perdere in eterno il centrosinistra (che con lui non c’entra niente), ripetere che chiunque è meglio dei grillini (a partire da Renzi e Calenda), accusare tutti di putinismo e – soprattutto – esibire quel bel carisma dirompente, quell’eloquio travolgente da mattatore al contrario e quella contagiosa simpatia acchiappa-share che da sempre lo caratterizzano (all’insaputa di lettori e spettatori, ovviamente). Si vola!

Io la amo di brutto. Una sobria serie tv dedicata a Giorgia Meloni, scritta e interpretata da Italo Bocchino, con Povia nella parte di Donzelli e la colonna sonora in aramaico di Amedeo Minghi. L’opera verrà presentata al Festival di Cannes, con un’anteprima ad Atreju moderata dall’imparziale direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci.

L’ignavo. Un progetto fortemente voluto da Francesco De Gregori: tre ore di prima serata su Rai1 senza che accada nulla, nessuno dica nulla, nessuno faccia nulla e nessuno pensi nulla. La scenografia riprodurrà il Vestibolo di Dante, il luogo che il Sommo Poeta trovava prima di attraversare l’Acheronte, popolato da coloro che venivano disprezzati tanto da Dio quanto da Lucifero. Il programma, che in un primo momento doveva intitolarsi Rumore di niente, verrà condotto da Fiorello.

Affondiamoli tutti. Una garbata, ponderata e misurata riflessione di Mario Sechi sulle ribellioni odiosamente proditorie e vergognosamente pleonastiche dei bolscevichi in forza alla Flotilla.

Come stare sulle palle a tutti e non accorgersene. Finalmente il biopic ufficiale di Matteo Renzi. Aldo Grasso, dopo averlo visto in anteprima, ha scritto: “Non si vedeva un biopic così potente dai tempi di Toro scatenato”. La regia sarà di Ivan Scalfarotto. Secondo Il Riformista, il film “è già in odore di Oscar”. C’è grande attesa.

Altri format di cui molto già si parla: L’inesistente (un progetto multimediale di Angelo Bonelli); Spezzare le reni al centrosinistra (una trilogia onirica di Piero Fassino, Emanuele Fiano ed Enrico Letta); Il nero e il nero (a cura di Ignazio La Russa); Non esagerate su Gaza (il nuovo monologo di Erri De Luca). Sarà un’estate infuocata!

Molto meglio!

 



L’Amaca

 

L'evoluzione della bestia 

di Michele Serra

Si può mentire? Dipende se la menzogna serve, funziona, fa prevalere chi la pronuncia. Si può imbrogliare? Come sopra: se l’imbroglione vince, certo che si può. Aggiungete alla lista del “si può fare, basta che funzioni” altre possibili azioni considerate in genere disoneste o vergognose, e avrete l’essenza umana (prima ancora che politica) del trumpismo: sottomettere il prossimo a qualunque costo e con qualunque mezzo, perché è il fine che giustifica i mezzi.

Non lo dicono gli oppositori di Trump. Lo dicono, anzi lo rivendicano, i componenti del suo staff di comunicazione social, molto abili nella pratica del rage baiting (adescamento/provocazione per suscitare rabbia): si pubblicano contenuti urtanti o falsificanti o illeciti, per esempio usando la canzone di un artista progressista come colonna sonora dei rastrellamenti dell’Ice, per provocare i “buonisti” (direbbero i trumpiani delle nostre parti), le “anime belle”, l’opinione pubblica dem, i giornali e gli intellettuali attenti al rispetto dei diritti. Il contenuto diventa virale, ed è solo questo che importa. La reputazione di chi lo pubblica non ha alcuna rilevanza: quello che conta è l’effetto mediatico.

Torna in mente “la Bestia” di Salvini, ma eravamo al paleolitico rispetto alla potenza di fuoco che oggi può garantire l’IA. Colpisce, soprattutto, il cinismo e la disonestà di un modo di comunicare che annulla le categorie del vero e del falso, della lealtà e della truffa, pur di ottenere visibilità — senza contare la soddisfazione di avere fatto imbufalire l’avversario politico. Come spiega il capo dello staff, Kealen Dorr (traggo la citazione dal Post) bisogna “essere spudorati nel perseguire gli obiettivi dell’amministrazione con ferocia, rapidità, incisività”. L’onestà? Chi se ne frega.

A guardar bene

 

I 4 della Buona Morte 


di Marco Travaglio 

L’altro giorno, mentre a Londra crollava Starmer, ultimo astro della “sinistra” guerrafondaia, Renzi abbandonava momentaneamente la navetta Roma-Riad e volava a Chicago per l’autocelebrazione del più clamoroso bluff del “progressismo” mondiale: Barack Obama, quello che doveva chiudere il lager di Guantanamo, tuttora aperto; poi doveva garantire al mondo un futuro di pace (gli diedero persino il Nobel sulla fiducia), ma negli otto anni della sua presidenza gli Usa bombardarono sette Paesi (Afghanistan e Iraq, da cui si guardarono bene dal ritirarsi, e poi Siria, Libia, Somalia, Yemen, Pakistan: migliaia di vittime civili). Il disastro in Nordafrica dovremmo ricordarlo bene perché lo stiamo ancora pagando: le “primavere arabe” sostenute manu militari da Obama produssero, oltre all’assassinio di Gheddafi e alla caduta di Mubarak, lo sfascio della Libia e il golpe di al Sisi in Egitto (le elezioni le avevano vinte i Fratelli Musulmani, quindi non valevano). E la destabilizzazione dell’Ucraina contro la Russia e l’Europa iniziò con Bush jr. e proseguì con Obama, col suo vice Biden e la mestatrice Victoria Nuland che finanziò Maidan al grido di “Fuck Europe!”. Il lupo travestito da agnello, di recente omaggiato dalla Schlein, ha inaugurato l’Obama Presidential Center, costato la miseria di 850 milioni di dollari, insieme a Bush jr., Clinton e Biden.

Trump non era invitato perché ha fatto una sola guerra illegale in cinque anni, mentre i quattro predecessori ne hanno scatenate o provocate o coperte una dozzina: Serbia, Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Ucraina, Gaza e Libano (le ultime due seriali), per citare solo le più famose e senza contare le stragi impunite tipo Cermis, le torture da Abu Ghraib a Guantanamo, i rapimenti nei Paesi sudditi (l’Italia condannò gli agenti Cia della rendition di Abu Omar, ma Napolitano e Mattarella li graziarono subito per ordine di Obama). Quattro criminali di guerra con milioni di morti sulla coscienza che, se esistesse il diritto internazionale, sarebbero ricercati dalla Cpi come Putin e Netanyahu. Invece passano per i buoni e danno lezioni al cattivo Trump, che tenta invano di eguagliarli. E, mentre la Volpe di Rignano si beava di quella bella compagnia facendo ciaociao con la manina, Enrico Letta ripostava la foto dei Quattro della Buona Morte con la bandierina Usa e un commento alla bava: “America we love”. Cioè faceva sapere che ama Bush jr., Clinton, Biden e Obama. Poi, naturalmente, tutti a contestare la Meloni perché stava fino all’altro giorno col presidente che di morti ammazzati non ne ha ancora fatti abbastanza. Tanta brava gente di sinistra si chiede che ci faccia Renzi nella coalizione progressista. Ma sbaglia la domanda: quella giusta è che ci faccia il Pd.

lunedì 22 giugno 2026

Santa Cabrini

 

Chiesa. Leone XIV e Santa Cabrini, la patrona dei migranti: quando gli italiani venivano linciati


di Fabrizio D'Esposito 

Undici italiani. Tra loro ambulanti e operai, un imprenditore e un politico locale. Si chiamavano: Antonio Abbagnato, James Caruso, Antonio Marchesi, Pietro Monastero, Emanuele Polizzi, Frank Romero, Antonio Scafidi, Charles Traina, Rocco Geraci e Loreto Comitis. Furono uccisi, due impiccati e nove a fucilate, nel più grande linciaggio di massa degli Stati Uniti. Era il 14 marzo del 1891, nel carcere di New Orleans, in Louisiana.

Gli undici uomini furono linciati per razzismo. Gli italiani erano considerati dagli americani i peggiori di tutti. Peggio dei neri, peggio dei polacchi, per fare degli esempi. Per loro veniva invocata l’espulsione e il moto xenofobo aveva il sostegno di tanti giornali. Una situazione identica a quella di oggi da noi, a parti ribaltate. Basta scorrere i titoli dei quotidiani di destra, soprattutto dopo un fatto di sangue causato da un immigrato, meglio se nero. Anche nel marzo del 1891, a New Orleans, a scatenare il linciaggio fu un omicidio. Quello del capo della polizia, sospettato di essere legato a una delle due famiglie mafiose in guerra tra di loro. Gli arrestati accusati del delitto furono undici. Ma il processo si concluse con delle assoluzioni.

Gli italiani rimasero in prigione e l’allora sindaco di New Orleans fomentò una rivolta razzista. In migliaia si misero in corteo e raggiunsero il carcere. I cadaveri furono esposti. Alcune donne intinsero il proprio fazzoletto nel sangue degli uccisi per avere un macabro souvenir del linciaggio. Le scuse della città di New Orleans sono arrivate solo nel 2019. Scrisse madre Francesca Cabrini: “Per me, servire il mio Paese significa farlo amare ai bambini affidati alle nostre cure. Significa educarli a non vergognarsi di essere italiani; significa favorire lo sviluppo di giovani che dimostreranno al loro Paese di adozione che l’immigrazione italiana non è un elemento di pericolo”.

Madre Cabrini è santa dal 1946. È patrona dei migranti. Sabato, dopo la visita a Pavia dal suo sant’Agostino, Leone XIV è andato a Sant’Angelo Lodigiano, oggi in provincia di Lodi. Il paese di Santa Cabrini. Nel suo discorso, papa Prevost ha esordito così: “Sono qui per rendere omaggio a madre Cabrini, patrona dei migranti, prima santa degli Stati Uniti d’America, nata qui, a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, e morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917”. Una domanda retorica, poi: “Cosa c’è di più attuale di un carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?”.

Come ha raccontato la storica Lucetta Scaraffia nella sua biografia di madre Cabrini, Tra terra e cielo(Marsilio, 2017, con prefazione di papa Francesco), la futura santa era nipote di Agostino Depretis, il presidente del Consiglio della Sinistra storica post-unitaria. Oltre a una profonda fede, aveva spirito d’avventura e doti manageriali. Fondò l’ordine missionario del Sacro Cuore di Gesù e arrivò negli Stati Uniti nel 1889, con un gruppetto di consorelle. La loro missione fu assistere i migranti italiani, i più poveri di tutti e vittime di una persistente campagna d’odio. Ma non ditelo a Vannacci.

domenica 21 giugno 2026

L'Amaca

 


Letteratura e cartellino rosso

di Michele Serra


Michele Mari, candidato al premio Strega, ha detto una cosa poco amichevole su Michela Murgia. L'ha detta «in un contesto privato», come tiene a specificare: era in un pulmino che trasporta gli scrittori della cinquina qui e là per l'Italia (fare lo scrittore, a volte, è peggio che lavorare).

La circostanza non ha impedito ai responsabili dello Strega di stilare un severo comunicato nel quale si puntualizza che «la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del Premio Strega». Mi sono chiesto quale istituto, o fondazione, o associazione, o gilda, o partito, o consesso umano, a parte il Ku Klux Klan, consideri invece compatibile con il proprio spirito le espressioni denigratorie e i giudizi lesivi sulla dignità delle persone. A parte questo, mi sono anche chiesto se non sia il caso di codificare meglio la grande quantità di casi (ormai ce n'è uno al giorno) nei quali si biasima o si deplora o si censura qualcuno per avere detto qualcosa.

Badate bene: non sono tra quelli che pensano che «non si può più dire niente», e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato «politicamente corretto». Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l'autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d'accordo?

Natangelo

 


Se magnaaaa!

 

Asparagi turgidi, trote Ue: “grande buffe” da Camera 


di Ilaria Proietti 

Oltre un milione di euro solo per la ciccia. Qualcosa in meno per i prodotti di mare, insomma il pesce, che siano spigole, orate o quel che prevederà il menù. Ma il conto – signora mia! – è ancor più salato se si passa ad altro reparto. Per garantire verdura e frutta di stagione è messa in preventivo una spesa da capogiro anche se il top si raggiunge sul resto, a partire dall’amatissima pasta e tutto ciò che occorre per un carrello dei dolci sempre all’altezza della sfida. Lo scontrino per l’acquisto delle derrate alimentari destinate a finire nel piatto dei deputati vale all’incirca 5 milioni di euro più Iva, secondo quanto emerge dal bando appena pubblicato da Camera Servizi, la società in house di Montecitorio a caccia delle migliori offerte per garantire la massima soddisfazione degli onorevoli palati.

E così ecco qui i cinque lotti con annesso capitolato che specifica a quali condizioni potranno variare i prezzi di fornitura. E soprattutto quale debba essere la qualità della materia prima: per la carne bovina solo tagli di prima o massimo di seconda scelta per tutti i vari usi culinari, dal ragù allo stracotto, dal brasato al filetto passando per il roast beef. Il vitello avrà “grana fine, consistenza tenera, grasso bianco perlaceo, odore latteo”. Il maiale sarà senza antibiotici, “di età inferiore a 12 mesi”, nato e allevato in Italia o in Paesi comunitari e “la macellazione deve essere avvenuta da almeno 72 ore prima della consegna”.

Gli abbacchi e le galline
Gli agnelli devono avere “un’età superiore a 90 giorni e inferiore a 10 mesi”, con le carni a prova di esame organolettico che deve evidenziare “tenerezza della carne, succulenza adeguata alla tipologia, aroma delicato…”. Pollo e pollame? Naturalmente ruspanti perché rigorosamente allevati “a crescita lenta”. E pure sugli insaccati non si scherza: il disciplinare dop è d’obbligo che si tratti di salamella, felino, finocchiona, spianata romana o soppressa veneta. La mortadella solo Bologna Igp come lo Speck Alto Adige mentre nel caso del prosciutto crudo, vade retro il “puzzo d’osso”.

Ma pure il baccalà
Sul pesce invece occhio al calendario: tutto l’anno vanno bene cefalo, nasello, san Pietro e compagnia ma poi c’è la stagione che chiama: e dunque largo a spigole, ricciole, polpi, rombi, vongole veraci, alici&triglie e chi più ne ha ne metta in un’alternanza che non conosce sosta. E il pesce di acqua dolce? È ammessa solo la trota “in quanto specie autoctona pescata nell’Unione europea” . Ma ancora più attenta è la selezione di frutta e verdura in un tripudio di mandarini, ananassi, pesche nettarine, ribes e mirtilli, ciliegie e fragole. Sono esclusi i prodotti transgenici (Ogm) e quelli trattati con raggi gamma. Tutti i prodotti ortofrutticoli “devono essere di qualità extra o 1ª categoria e solo per straordinari motivi di mercato e limitati periodi di emergenza, debitamente documentati con dichiarazioni dei fornitori accreditati, si potranno utilizzare prodotti di 2ª categoria provenienti da agricoltura biologica”.

Anche con l’ortofrutta non si scherza, e così gli asparagi “devono essere freschi, turgidi, con turioni compatti e punte chiuse”, le biete “avere il torsolo reciso in modo netto in corrispondenza della corona fogliare esterna”, i cetrioli dovranno essere “praticamente dritti, avere semi teneri”, la cicoria avere “foglie turgide, di colore tipico e non ingiallite”, i fiori di zucca “freschi, integri, di colore brillante e non appassiti”, mentre le tipologie di radicchio esclusivamente di Chioggia Tondo e di tipo tardivo del Trevigiano. Un lungo catalogo – 139 pagine – di prescrizioni, pesi misure e qualità che coprono tutte le portate e pure le bevande. Ma il lotto più ricco che da solo vale 1,6 milioni è per la voce “altre derrate” dove a farla da padrone è la pasta: secca, fresca e pure esotica. Perché accanto a quella prodotta esclusivamente con semola di grano duro, di elevata qualità c’è posto per quella fresca e farcita. Dai ravioli di zucca a quelli ripieni di burrata passando per i gyoza giapponesi. Idem per il pane, dal filone ai bagel, dalle baguette ai bottoncini al burro, fagottini e croissant salati, compreso il pane Carasau. Nel reparto formaggi è regina la mozzarella di bufala “rigorosamente di color bianco porcellanato e crosta sottilissima, prodotta esclusivamente nelle aree riconosciute di Campania, Lazio, Puglia e Molise”. Le olive? Li perdonerà l’immenso Mario Brega di Borotalco: non “so’ greche”, ma rigorosamente italiche.

Davvero incomprensibile...


Chi meglio di lui 


di Marco Travaglio 


È davvero incomprensibile questo accanimento del popolo della sinistra (vedi gli ululati degli operai della Fiom) contro la Volpe di Rignano e i geni del Pd ansiosi di rimettersela in casa. A parte la tetragona affidabilità del soggetto, già sperimentata con gioia da Marini, Prodi, Bersani, Letta, B., Zingaretti, Conte, Calenda, Bonino e chiunque altro ha avuto la fortuna di averci a che fare, a imporne il rientro è l’assoluta compatibilità col programma che ogni progressista sogna per battere l’Armata Brancameloni.

A parte i suoi no al salario minimo, all’art. 18 e al reddito di cittadinanza (raccoglieva firme per abolirlo, anticipando i melones), i sì al Jobs Act per un sano precariato, i voti favorevoli alle porcate di Nordio&C. sulla giustizia, l’amore per la prescrizione e l’impunità parlamentare extralarge, l’allergia a poteri di controllo (soprintendenze incluse), limiti ai conflitti d’interessi e pm che indagano sul potere (ne ha denunciati più lui di B.), il Pantheon con Craxi, Andreotti, B., Dell’Utri, Marchionne, Moratti, Romeo e Briatore, la controriforma della Rai per consegnarla al governo di turno e le epurazioni che han superato quelle berlusconiane (invano i meloniani han tentato di eguagliarle), la schiforma costituzionale a colpi di maggioranza che donò un bel precedente Meloni&Nordio, l’Italicum incostituzionale e il Rosatellum fatto a fine legislatura per far perdere i 5Stelle che vinsero lo stesso (oggi simpatico alibi per il Melonellum), le politiche fiscali su misura per miliardari e/o frodatori, la passione per i contanti (alzò il tetto da mille a tremila euro), le gogne e le cause temerarie ai pochi giornalisti che non lo leccano, i legami internazionali con criminali di guerra e di pace (Dem Usa, lobby israeliana, bin Salman&C.), il “grazie a Trump per Maduro e Khamenei”, gli inciuci con loschi spioni in autogrill, le spifferate di decreti bancari per ingrassare De Benedetti, la Buona Scuola privatizzata, i tagli miliardari alla Sanità pubblica, l’idea (copiata) che “i migranti vanno aiutati a casa loro” o dalle tribù libiche, la passionaccia per trivelle, inceneritori, cementificazioni selvagge, grandi opere inutili e dannose (Tav Torino-Lione e Ponte sullo Stretto), gli aiutini a La Russa presidente del Senato e alla Santanchè contro la sfiducia, la primogenitura sul premierato (pardòn, “sindaco d’Italia”), il sì alla commissione Covid anti-Conte e Speranza, le vantate consulenze a Vannacci, i giudizi mortuari sugli alleati che dovrebbero ricaricarselo (“La fine del Pd sarà sia con Elly sia senza, ma se Schlein diventa segretaria almeno metà del Pd passa con noi”, “Oggi finisce la storia dei 5Stelle, non parliamone più: torniamo alle cose serie, torniamo alla politica”), ecco: a parte queste minuzie, sul resto c’è perfetta identità di vedute. Cosa può mai andare storto?