Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 8 agosto 2026
L'Amaca
Il caldo e il silenzio
di Michele Serra
Per il nostro governo — penso soprattutto al ministro dell'Agricoltura, al ministro dell'Ambiente e ovviamente alla presidente del Consiglio — il caldo micidiale è un problema di orari di lavoro all'aperto. E di somministrazione di bollini rossi città per città. Non un problema politico. Non un problema strutturale del nostro presente e soprattutto del nostro futuro.
Non una sola parola, un solo comunicato, una sola seduta parlamentare, un solo provvedimento può essere speso a partire dall'ammissione che sì, il cambiamento climatico è in atto e l'influenza delle attività umane è decisiva. Ammetterlo vorrebbe dire abbandonare la zattera del negazionismo (una zattera enorme, sulla quale la destra mondiale ha preso posto quasi al completo) e avventurarsi laddove tutti quanti, nessuno escluso, siamo ormai scaraventati: una realtà minacciosa, che ci costringe a fare l'elenco delle omissioni politiche, della cecità speculativa, della scellerata perseveranza nei comportamenti nocivi.
Intendiamoci, il problema è enorme e la sua soluzione — ammesso che esista — molto ardua. Non è che i governi non di destra brillino per intraprendenza, quanto ai rimedi. Ma almeno dirlo, santo cielo, che stiamo vivendo un'emergenza mondiale, stiamo rischiando di bollire insieme al pianeta e dunque la classe dirigente nel suo complesso deve almeno provare a cambiare rotta.
Niente di tutto questo ci attende. Così come il folle e vanitoso Trump dimostra con parole e opere, il riscaldamento del pianeta, nelle politiche liberiste e sovraniste, conta zero. Non esiste. Se ne parla molto sulle spiagge e nei bar. Magari al prossimo meeting mondiale sul clima. Ma nell'agenda politica quotidiana: nemmeno una riga.
Nel giorno delle esequie
I ragazzi e le parole che scaldano il cuore dei ventenni di oggi
di Paolo Di Paolo
Il segreto non lo conosce nessuno. A lui, talvolta, capitava di citare Orazio, perché frequentava i poeti come si frequenta la gente che ha davvero qualcosa da dire. Però non credo abbia mai pensato di aver tirato su, come l'autore latino diceva di sé, un monumento più resistente del bronzo. E invece.
Il segreto della durata non lo conosce nessuno: tutto invecchia in fretta, anzi troppo e sempre più in fretta. Prendete i libri: i romanzi di due anni fa sembrano più antichi di quelli di J.D. Salinger. Il più proverbiale, quello sull'eterno giovane Holden, Francesco Guccini lo evoca in una canzone senza nominarlo: c'è l'immagine di una collina che nessuno vede mai, la collina che si scollina tra infanzia e adolescenza.
Eccola la parola chiave: eternità. Non che sia a portata umana, è un'illusione che si stiracchia quanto si può. Non è comunque un sempre. «Siamo qualcosa che non resta», d'accordo, e invece per un po' sì: quando, per dire, funziona la staffetta fra ventenni di epoche diverse. Il giradischi dei nonni non gira su Spotify (la cui esistenza Guccini scoprì in un'ospitata da Fazio: «Forty-five?»). Le canzoni in loop nel cuore dei padri non scaldano quello dei figli. Salvo eccezioni. Guccini è fra queste.
Il segreto della durata non lo conosce nessuno. «Pensa a quanto sei durato» dice l'amico a un vecchio attore che, in uno degli ultimi romanzi di Philip Roth, sentiva di avere perso la sua magia. Guccini citava il grande americano che, dopo trenta e rotti libri, chiuse la partita con la creatività. «Quel che dovevo dire l'ho detto», così Guccini, e così Roth. Ma pensa a quanto sei durato, Maestrone, se per decenni ti hanno bussato alla porta di casa i ventenni, dandosi il cambio: nell'ormai canonica, irritante e commovente, esibizione del lutto social, mai così fitta è stata la sequenza di ricordi di gente che poteva vantare due chiacchiere vis-à-vis a Pavana. Il dettaglio che scintilla è che non si tratta solo di ventenni di mezzo secolo fa, ma di quello in corso. Tutt'al più, trentenni. Che si congedano con formule tipo «sapevo che questo giorno sarebbe arrivato ma», e potrebbero avere l'aria di chi — legittimamente — rimpiange il campo di intensità dei propri anni verdi. Potrebbero sembrare reduci. Non lo sono. Hanno cantato e cantano. Hanno schitarrato l'altra notte commossi, e sui pulmini delle gite scolastiche, e nelle sere di sigarette e alcol che cementano le amicizie e una visione del mondo.
Il fresco ventenne non legge nei versi di Guccini l'album dei ricordi dei padri: modella i propri, impara a nominarli. Scrive il suo romanzo di formazione mentre lo vive. Con un lessico largo, pastoso, e una sintassi (una sintassi, miracolo) che abbia slancio e duttilità. Che non è senza un prezzo salato diventare grandi. Che il mondo là fuori ti aspetta. Vale al tempo delle stagioni d'oro del Maestrone e vale domattina. Non tutti i miti svaniscono. Non Guccini.
Un po' d'aria fresca!
Avvelenati e assuefatti da 56 guerre nel mondo
Ma c’è qualcuno in grado di dirci quanta merda avvelenata stanno buttando nei cieli coinvolti dalle 56 guerre in corso? E quanta nei mari e negli oceani? Quanti incendi stanno bruciando, ogni giorno, sulle macerie delle raffinerie bombardate, sulle petroliere intrappolate, sui depositi di carburante? E quanto a lungo dureranno i danni che gli esperti chiamano “Perturbazioni dall’effetto prolungato?”.
Da mesi, da anni, le cronache dei telegiornali inquadrano le colonne di fumo nero che salgono in verticale – da Kiev a Gaza, allo Yemen – non solo a riempire di morti il bottino dei generali e dei politici (che se ne vantano) ma anche a saturare il nostro cielo, il cielo di tutti, mangiarsi l’ossigeno, moltiplicare l’effetto serra che sta surriscaldando il pianeta, dove noi, moltitudine di uomini e donne in ostaggio di tutti i banditi al potere, siamo condannati a friggere?
Chi lo misura quel veleno? Chi riesce a superare l’omertà degli Stati maggiori? Chi lo contabilizza nei grafici con cui ogni mattina ci spiegano che dobbiamo abbassare il termostato, usare con cautela l’aria condizionata, spegnere le luci, cambiare automobile, consumare meno carne, fare la raccolta differenziata e respirare con moderazione? Uno studio internazionale di climatologi ha calcolato che la distruzione di 600 pozzi in Iraq, durante la prima guerra del Golfo, anni 1990-91, ha aumentato del 4 per cento le emissioni globali di CO2, sono stati sversati nel Golfo Persico 700 milioni di litri di greggio e almeno 300 chilometri di costa del Kuwait sono stati anneriti dal petrolio.
Le ultime stime disponibili, anno 2022, ci dicono che le attività militari sono responsabili tra i 5 e il 7 per cento del gas serra che ci sta soffocando. I primi 4 anni di guerra in Ucraina hanno generato 311 milioni di tonnellate di CO2, mentre a Gaza, al netto dei 75mila morti, sono finite nell’atmosfera 33 milioni di tonnellate di gas serra. In quanto alle foreste, solo negli ultimi anni nel mondo, sono bruciati 280 mila ettari a causa dei droni e dei bombardamenti. Ogni missile lascia una infezione chimica nell’aria. Ogni deposito di carburante che esplode libera nell’atmosfera tonnellate di fumi tossici. Ogni città incendiata continua a bruciare anche quando i morti sono già stati sepolti. Ci sono territori in Francia, verso il confine con il Belgio, inquinati di piombo e mercurio dai tempi della Seconda guerra mondiale. Per non parlare delle giungle in Vietnam, ancora avvelenate dal Napalm.
Gli stati maggiori se ne fregano. In nome della guerra, della repressione, dell’aggressione e della rappresaglia, incendiano petroliere, fanno esplodere raffinerie, radono al suolo foreste, porti, fabbriche, oleodotti, aeroporti, centrali elettriche e minacciano quelle nucleari. Il tutto mentre noi discutiamo – giustamente, ma anche risibilmente – se una caldaia emette qualche grammo in più di CO2, se conviene abolire le cannucce di plastica e piantare giovani alberi davanti alle scuole. Le guerre moderne non badano troppo alle trincee, quelle segnano il fronte e hanno bisogno di tempi lunghi per essere espugnate. I generali si occupano molto di più di terrorizzare (e sterminare) i civili. Bombardano il clima. Bombardano l’aria. Bombardano l’acqua. Bombardano il futuro di enormi territori. Prima nel Golfo, poi nei Balcani, sono state usate migliaia di bombe e proiettili all’uranio impoverito che hanno avvelenato la terra, ucciso soldati e civili anche a distanza di anni.
L’intero Donbass è teatro di un ecocidio per la distruzione e la contaminazione sistematica di tutto: territori, villaggi, città, campi agricoli, fiumi. Da quattro anni, ogni giorno, russi e ucraini si lanciano centinaia di droni e missili. A Gaza, Israele continua a radere al suolo quel che resta di un popolo. Nel Mar Nero affondano navi. Nel Mar Rosso esplodono petroliere. Lo Stretto di Hormuz è un ingorgo di navi intrappolate. Ogni incendio è una catastrofe fuori controllo. Ogni bombardamento una apocalisse di veleni. Il segreto militare copre tutto. Prima per consuetudine, oggi per accordi internazionali. Il primo è stato il protocollo sul clima di Kyoto, anno 1997, che ha reso possibile eludere il conteggio e la comunicazione dei danni causati da armi e guerre. Gli accordi di Parigi, anno 2015, lo hanno confermato. Motivo? Il solito: la sicurezza nazionale. Che per gli eserciti è la chiave universale per sigillare tutto, non solo il bilancio dei morti, dei feriti, degli investimenti, ma anche quello dei veleni e dei danni che generano. Il tutto ribadito nelle successive 28 conferenze sul clima, nelle quali non mancano mai i generali, seduti in prima fila a esibire medaglie per ogni distruzione.
Se lo infastidite....
Il cabarettista geopolitico
Quando qualcuno ci insulta, cerchiamo di seguire Chateaubriand: “In questi tempi difficili, è opportuno concedere il nostro disprezzo con parsimonia, tanto numerosi sono i bisognosi”. Ma facciamo un’eccezione per Vittorio Emanuele Parsi, uomo dal nome francamente eccessivo, che in un comizietto nel solito garage, oltre alle consuete contumelie al sottoscritto, ha offeso il Fatto e tutta la nostra comunità. Parlava del “noto direttore di quel giornale pro russo infame” (è così intrepido da non fare nomi), mi attribuiva frasi mai dette (“chi se ne frega se gli ucraini muoiono”) e secerneva bile a volontà: “Che schifo d’uomo, che persona bieca, che piccolo imbrattacarte sei per dire una porcheria del genere”. Ora, è un vero onore godere della disistima di questo cabarettista della geopolitica, addirittura docente alla Cattolica, co-tenutario di un programma a conduzione familiare su La7 e membro del “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa” creato da Crosetto con gli effetti a tutti noti: insomma un analista parastatale. Ed è comprensibile che sia nervosetto, visto che da 53 mesi gli esiti sul campo della guerra russo-ucraina tramutano ogni sua analisi in barzelletta: “Più si va avanti, più la Russia rimane isolata… più la Cina vede i suoi interessi divaricarsi da quelli russi perché la Cina sa che nel futuro c’è la Cina, ci sono gli Usa, c’è l’Ue e non c’è la Russia”, “Putin ha il mondo contro… Persino i cinesi… addirittura Kim (Jong-un, ndr) non intende mandare armi alla Russia”, “Putin non mangerà il panettone nel 2023”, “L’Ucraina vincerà”, “Se c’è qualcuno che non può vincere la guerra, è la Russia”, che “sta perdendo sul campo di battaglia e sul fronte diplomatico”, “Per Putin l’Ucraina è come la Grecia per Mussolini: l’inizio della débâcle del regime”, “Il numero dei possibili sospetti (sull’attentato ucraino ai gasdotti NordStream, ndr) si riduce moltissimo: principalmente alla Russia… Se mettiamo insieme gli interessi, chi ha la capacità e uno stile d’azione disinvolto, i sospetti vanno lì”, “Chi non può permettersi altri sei mesi di guerra è la Russia” (questa è del 27.6.’22: 4 anni fa).
Avanspettacolo puro, che ci fa solidarizzare con i suoi studenti e con chiunque prenda sul serio il Pippo Franco della strategia. Naturalmente non abbiamo mai detto né pensato “chi se ne frega se gli ucraini muoiono”. Anzi, subito dopo l’invasione russa, mentre lui blaterava, la Fondazione del Fatto già raccoglieva fondi per accogliere i loro profughi. Diciamo e pensiamo da 53 mesi che per salvare gli ucraini serva negoziare un compromesso con Putin. Se il pover’uomo cerca qualcuno che se ne frega degli ucraini che muoiono, si faccia prestare uno specchio: avrà pessime sorprese.
venerdì 7 agosto 2026
Il ritratto
Garbatamente rivoluzionario, era un orso borbottone buono
Neanche due mesi fa. Casa sua, Pavana. È il suo 86esimo compleanno. Siamo in pochi. L’aria è dimessa. Francesco la mattina dopo dovrà ricoverarsi a Bologna. La malattia è tornata, in un quadro clinico già difficile. È l’unica volta in cui lo vedo quasi rassegnato. Pienamente consapevole della situazione. Quando ci salutiamo, mi abbraccia e dice: “Speriamo di rivederci”. Cerco di fargli forza, non ci riesco. Aveva ragione lui.
Sembrerà strano, ma per me Francesco Guccini è prima amico e poi artista. Del resto, sulla sua carriera c’è paradossalmente pochissimo da dire: cantautore prodigioso, scrittore straordinario. Avrebbe meritato il Nobel per la letteratura, non meno di quanto lo abbia meritato Bob Dylan. Come autore puro di testi, e come burattinaio di parole, è stato il più grande in Italia assieme a Fabrizio De André. Lui ne era conscio, ma fino a un certo punto. Era consapevole di avere scritto canzoni riuscite, come Amerigo, mentre non si capacitava dell’eccessivo successo che aveva baciato brani per lui quasi minori, tipo L’avvelenata.
Scrivo questo ricordo perché me lo hanno chiesto Maddalena e Marco, ma non è facile. Per me Francesco è anzitutto abbracci, pranzi, cene, risate. Era un grande mangiatore. Gusti tradizionali e contadini, pochi sofismi e ancor meno abracadabra. Lui mi prendeva in giro perché sono vegetariano, io lo prendevo in giro perché di vino ne capiva poco. Chissà perché era fissato con il Gewürztraminer. Aveva le sue idiosincrasie: per esempio non sopportava il fatto che tutti lo associassero al fiasco di vino sul palco e al lambrusco. “Il lambrusco lo bevo poco e il fiasco sul palco non l’ho tenuto praticamente mai”.
Ha seguito l’attualità fino alla fine. Guardava Rete4 per detestarne smodatamente alcune facce. Mai stato comunista, sempre stato socialdemocratico garbatamente rivoluzionario. Soffriva non tanto il tempo che passa, ma il fatto che giorno dopo giorno perdesse tutti gli amici del cuore. Adorava la sua Pavana. Sarebbe stato ore e ore a raccontare la storia di quel paese, gli alberi genealogici, le parole perdute. Erano le cose che lo appassionavano di più. Pieno di aneddoti, dopo un po’ si annoiava a parlare di musica.
Non ha mai legato fino in fondo con Lucio Dalla. Era invece grande amico di Zucchero e Ligabue. Proprio con Ligabue dicevamo spesso due cose. La prima è che Francesco aveva sconfitto la morte un sacco di volte, perché se ne sarebbe dovuto andare (stando ai medici) molto tempo prima. La seconda è che quasi sempre i miti ti mettono in soggezione: Francesco no. Ti metteva subito a tuo agio. Era un orso borbottone: ma buono, buonissimo.
Per i suoi compleanni, qualche volta, cantava. A parte un mese fa, a quelle feste c’era la sua band storica: i Musici. Ellade Bandini, Vince Tempera, Flaco. Ho dei video in cui intoniamo insieme Bella ciao, e un altro in cui io e Michele Serra, con i Musici, cantiamo Il vecchio e il bambino. Francesco borbottava dicendo: “Questa parte non l’avete fatta mica tanto bene…”.
Negli ultimi tempi aveva una voce esile, piccola piccola, ma dolce. Lucido fino alla fine. Buono fino alla fine. Battagliero fino alla fine. L’ultima volta che l’ho visto, mi domandò deluso perché De Gregori avesse detto quelle cose lì sugli artisti che non devono impegnarsi. Eviterò, per carità di patria, di scrivere qui cosa risposi io e cosa aggiunse lui, perché De Gregori non ne sarebbe granché felice.
Era un grande gattaro, mentre era imbranatissimo coi cani. Quando si trovava davanti la mia Labrador, l’accarezzava quasi con la paura di romperla e poi mi diceva: “Io non so cosa fare con questa canona…”. In quei momenti esplodeva di una tenerezza disarmante. A volte si imbarazzava, per esempio quando la mia compagna Sara, nel salutarlo, gli domandava sempre: “Ti posso dare un bacino, Francesco?”. E lui rispondeva: “Ma sì sì, certo”. E tornava quella tenerezza disarmante.
C’è un ricordo che ora è più forte degli altri. Un anno fa. Dopo pranzo, Francesco mi disse: “Andrea, ti va di leggere un racconto che ho scritto?”. Io: “Certo”. Sarebbe confluito nel suo libro Così eravamo. Pensavo di doverlo leggere in privato. No: mi chiese di leggerlo a voce alta, lì, nella sua casa, davanti a lui. Penso di non essere mai stato così teso in vita mia. E il primo a sorriderne fu proprio Francesco. Resterà uno dei ricordi più belli della mia vita.
Sempre in quel periodo, lui e Raffaella – sua moglie, donna meravigliosa che gli è stata vicino fino alla fine – ci avevano fatto vedere alcuni luoghi a loro cari, in auto, sotto la pioggia. Francesco la sfotteva: “Chissà come saranno contenti di questo tour indimenticabile, un’esperienza davvero appassionante…”. Aveva un’ironia irresistibile. Poi ci trovammo a tavola. Più di un anno prima, aveva ricevuto una diagnosi per la quale sarebbe dovuto essere morto da un bel pezzo. D’un tratto disse: “Sapete, ero sereno perché sapevo che il tempo sarebbe scaduto a breve. Mi sentivo pronto, e invece adesso non so quasi cosa fare. Ho questo tempo in più che non era previsto. Ho vissuto una vita fortunata, ho fatto delle buone cose. Non ho paura della morte, sono sicuro che dopo non ci sarà nulla, ma va bene così”. Credo che quel “tempo in più” siano stati mesi belli, anche se nelle ultime settimane il destino non gli ha risparmiato nulla.
Quando conosci i miti, è difficile che non compaia un po’ di disillusione. Con Francesco, neanche un po’. Era un uomo bellissimo. Era un maestrone meraviglioso.
La miglior risposta alle fregnacce!
L'Amaca
Uno spettro si aggira per l'America
di Michele Serra
Cento anni dopo la pubblicazione del famoso saggio di Sombart Perché negli Stati Uniti non c'è il socialismo?, il socialismo negli Stati Uniti invece c'è. O almeno così si fa chiamare, senza temere di usare quel nome-tabù, che suona come una profanazione nel tempio del capitale. I candidati socialisti vincono le primarie dem, diventano sindaco di New York, soprattutto attraggono i giovani. Sono in campo come mai prima. E non è la cosiddetta cultura woke, tutta diritti e niente economia, a motivare quelle truppe in marcia. Sono soprattutto gli argomenti sociali: welfare e lavoro.
Perché questo accada non è facile da capire. Si legge e ci si fanno domande. Ma è possibile che la risposta, o parte della risposta, non sia troppo difficile: perché non è più vero che il capitalismo dà una speranza a tutti, facoltà che Sombart metteva al primo posto tra le ragioni del mancato vigore del socialismo in America. Il mito del «tutti ce la possono fare» è offuscato dalle clamorose diseguaglianze e dall'altrettanto clamorosa concentrazione della ricchezza in pochissime mani. L'oligarchia non è alleata del capitalismo, non lo è per nulla. Assomiglia a una gara truccata, alla manomissione di regole (o illusioni) antiche, cancella il vecchio mito che tutti ce la possono fare, se si impegnano.
Da questo punto di vista siamo autorizzati a pensare che gli anni di Trump, Musk, Bezos e pochi altri siano gli anni più tristi e nocivi nella lunga storia del capitalismo americano. Così nocivi da fare riscoprire il socialismo, che è poi un modo per dire giustizia sociale e welfare, anche a milioni di giovani americani. Banale dirlo, ma è impossibile non sentirsi dalla loro: avranno vita durissima, ma almeno sanno di non essere più eterna minoranza.
Michele ci spiega Francesco
L'antidivo che cuciva parole: è sempre stato un classico fuori dal tempo e le mode
di Michele Serra
Il gigante era stanco. Gli ultimi anni gli erano pesati molto. I suoi anni, pieni di acciacchi, e gli anni del mondo, un mondo che lui non capiva più. Lo scrutava da lontano rintanato nella sua casa a Pavana, al confine tra Emilia e Toscana. Casa di generazioni, ogni stanza una storia, su ogni muro l'ombra di una persona.
Non so se sapesse — e fino a che punto lo consolasse — che ci sono ragazzi di vent'anni che sanno a memoria le sue canzoni. Nonni, genitori e nipoti che conoscono i suoi versi. Vecchi e ragazzi riuniti dalla stessa metrica. Ovvero: non so se fosse cosciente di avere trapassato il tempo, con la sua arte antica di narratore. Di essere lui il più forte: cantato, amato, riverito come i maestri quelli veri. Forte nonostante avesse imboccato, fin da ragazzo, la strada meno comoda, meno «alla moda», o magari proprio perché l'ha imboccata: adoperando un italiano ricco, letterario, a tratti ottocentesco (è il più carducciano dei nostri grandi cantautori). L'italiano dei libri, delle poesie del liceo, delle piccole librerie di paese nelle quali frugava da ragazzo, avido lettore. Viaggiatore, grazie ai libri, anche dal suo paesello e dalla città di provincia nella quale crebbe, Modena, prima di approdare nella «sua» Bologna. L'italiano che molti italiani non parlano più, ma molti, anche grazie a lui, cantano ancora.
Un italiano rotondo e sonoro come la sua mitica erre, la lingua come stratificazione di memoria e di cultura, la metrica e la rima come disciplina senza la quale il racconto è in disordine, come insegnano i padri classici. Era il contrario esatto di un ermetico: un affabulatore verboso, amico dei dettagli, che chiede tempo e attenzione a chi lo ascolta. Tempo e attenzione, i due elementi in teoria più in disuso: eppure i suoi ultimi concerti erano sempre pieni di ragazzi.
La musica (molto forti le influenze giovanili del folk americano, poi la canzone francese, il Sudamerica, quel poco di jazz che i suoi sodali musicisti, gli stessi di Paolo Conte, gli avevano portato in dote) sempre al servizio della parola, per renderla sonora e fascinosa, ma senza mai metterla in ombra: le canzoni di Guccini si ascoltano riga dopo riga, così come si legge un libro. Così che le sue parole, le molte migliaia di parole che ha cucito assieme con la pazienza del sarto e forgiato con il vigore del fabbro, rimangono come impronte sulla soglia di casa. Qualcosa di solido, che resiste al tempo, che non dà retta all'andamento mutevole del linguaggio parlato. Se Guccini è già un classico è proprio perché scriveva da classico. Avesse dato retta ai suoni mutevoli dei tempi avrebbe perso ritmo e ispirazione. Ma era una roccia, artisticamente parlando: le mode gli scivolavano addosso come intemperie destinate a terminare.
Era un uomo semplice, un montanaro molto legato ai suoi Appennini anche da bolognese d'acquisto, pronto all'amicizia con chiunque gli garbasse e inamovibile nel suo evitare chiunque disturbasse i suoi ritmi, le sue abitudini e le sue pigrizie. Famosissimo, sì, molto amato, certo, ma mai una star. Al contrario, un antidivo naturale. Pochissimo in televisione, moltissimo al club Tenco e nelle tavolate che ne derivavano. Molto più facile sentirlo cantare con gli amici (di tutto: dai tanghi più strappacuore alle canzonacce goliardiche. Memorabile una sua disfida eruditissima con Umberto Eco a chi sapeva più canzoni del Ventennio) che vederlo prendere posto nei palinsesti, che gli riservavano poltrone quasi sempre rimaste vuote.
Si vestiva, nei concerti, esattamente come nella vita quotidiana, il suo abito di scena era lui stesso, jeans, camicia e Clarks, circondato da musicisti formidabili — quelli «storici» sono Flaco Biondini, Ellade Bandini, Antonio Marangolo, Vince Tempera — che sono stati la sua unica concessione all'alto profilo che si richiede a un cantante che riempie teatri e palazzetti. Rimasti amici fino all'ultimo, ben al di là del rapporto di lavoro, compagni di bicchiere, di chiacchiera e di cantata anche nei mesi difficili dell'immobilità e della vecchiaia. Si è meritato molti amici, Francesco, e Raffaella sua moglie, che lo ha accompagnato passo dopo passo come solo le donne sono capaci di fare, sapeva come tenerli vicini.
La sua morte fa lo stesso rumore di un grande albero quando cade. Uno schianto improvviso, la grande mole che atterra, il bosco che trema per un attimo. Si prova sgomento, lo si ricorda svettare. Ma grazie a quell'albero avremo legna per molti inverni, le sue canzoni da cantare, la sua voce inconfondibile che tiene insieme le generazioni. I montanari lo sanno, quanto lungo è il tempo della memoria. E gli artisti lo sanno, quanto la morte può essere scavalcata, quanto lontano è capace di volare la voce umana.
Radiografia di un mainstream
La guerra cambia, noi no
A furia di occultare l’esito della guerra sul campo perché contraddice tutte le loro previsioni, i giornaloni seguitano a parlarne come se fosse sempre uguale da 53 mesi. Invece è cambiata più volte, come i virus, che si adattano all’ambiente circostante. Putin invade l’Ucraina il 24.2.2022 per ottenere con la forza ciò che ha provato per anni a ottenere per via diplomatica: autonomia speciale del Donbass (accordi di Minsk del 2014-’15) e rinuncia di Kiev alla Nato (ritorno alla neutralità della Costituzione del 1996). La chiama “operazione militare speciale” perché una vera “guerra” è sempre preceduta da bombardamenti: la Russia non li fa in anticipo, usa poca aeronautica e impiega solo 175mila uomini (meno della metà degli ucraini). Dice di voler “denazificare e smilitarizzare l’Ucraina”, non occuparla tutta. La colonna di 60 km di carrarmati alle porte di Kiev pare una follia, perché li espone al tiro al bersaglio. Ma il 28.2 russi e ucraini già trattano, prima a Minsk poi a Istanbul. La Russia non chiede territori (è la nazione più vasta del mondo): offre di ritirarsi in cambio della rinuncia ucraina alla Nato, del Donbass autonomo e di un esercito ridotto a dimensioni difensive. 29.3.22: comunicato congiunto russo-ucraino sui tanti punti di intesa. I russi ritirano i tank dalle porte di Kiev, concentrandosi sul Sud-Est. A metà aprile gli ucraini abbandonano il tavolo: non si tratta più, guerra fino alla vittoria. Kiev, nella prima controffensiva, recupera territori e fa saltare i gasdotti NordStream. Putin vede che non c’è più spazio per trattare, annette le 4 regioni russofone e triplica le truppe.
Zelensky vieta per decreto i negoziati e annuncia la controffensiva del 2023 per riprendersi tutto. Ma si schianta contro la linea Surovikin, perdendo più territori di quanti ne recupera. 6.8.23: Kiev occupa mille kmq nella regione russa di Kursk. I russi la liberano e dal 2024 non fanno che avanzare. La guerra ri-cambia: gli ucraini colpiscono in profondità la Russia coi missili Nato; Putin occupa zone cuscinetto al confine per ridurne la gittata. 14.8.25: Trump in Alaska riapre il dialogo con Putin, che offre di fermarsi se Kiev gli cede il 15% di Donetsk mancante in cambio di altri territori occupati altrove. Kiev e Ue respingono il piano. Ora i russi si prendono pure quel fazzoletto di terra con le ultime roccaforti ucraine. Fanno ciò che avrebbe già fatto chiunque in una “guerra” vera: distruggono i ponti per tagliare i rifornimenti al nemico e i porti per bloccargli l’export. E puntano Odessa (Putin parla di “Novorossia”): un altro bluff per negoziare o il prossimo boccone? Anziché domandarselo, i geni dell’Ue sono ancora fermi al 2022: “aggressore e aggredito”. Sempre gli ultimi a sapere le cose, come i cornuti.
giovedì 6 agosto 2026
Ciao Maestrone!
Maestrone, ora che sei partito è il tempo dei ringraziamenti per come ci hai accompagnato nella vita con la tua poesia musicata. Ci hai spronato ad essere vivi, a lasciar perdere i sentimenti da ricchi, anche quando si lascia la “porta verde”, a portare addosso sempre un eskimo, a guardare fisso la fiaccola dell’anarchia; ci hai trasportato sulle ali della Musa, col vino sempre compagno di strada, sfanculando i miti odierni, cercando refrigerio nella lettura, la saldezza nei buoni ragionamenti, la beltà nella poesia. Anni fa per diletto confrontavo i tuoi testi con quelli dei vari Sanremo e il confronto era schoccante!
Ora sei libero di volare alto, perché il tempo scorre e qui sotto, al solito, fu da te spiegato magnificamente.
Ciao Maestrone, ti sia lieve la terra!
Lettera di Francesco Guccini
In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole.
All' una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti,
le TV son un rombo di tuono per l' indifferenza scostante dei gatti;
come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda,
ma nell' intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda,
punge il rovaio d' un dubbio eterno, un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l' inverno per desiderare una nuova estate...
Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia, sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini;
come vedi tutto è consueto in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattristo, io sono lieto di questa pista di voglia e sorte,
di questa rete troppo smagliata, di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata, di chi starnazza e non vuol volare...
Appassiscono piano le rose, spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull' erba verde fantastico piano sul mio passato,
ma l' età all' improvviso disperde quel che credevo e non sono stato;
come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio, di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco, dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti...
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa...che chiami...vita...










