venerdì 8 maggio 2026

Decisione ineluttabile

 


Guardando e rimirando, dopo l'ennesima stagione insulsa, questo signore. Giorgio Aronne Furlani, che il Diavolo non se lo porti più, dopo aver sognato, annusato, assaggiato incredibili scenari - ebbene sì! Credevo nello scudo! - dopo aver dilaniato ulteriormente fegato e pancreas con impronunciabili epiteti rivolti all'Idiota Portoghese e company, che mi aggraveranno ulteriormente la fedina dell'anima, al momento instabilmente traballante, nel Purgatorio, ancora oggi in attesa di agguantare la zona Champions, ho preso una decisione che ritengo saggia e granitica: fino a quando questo menestrello rimarrà in tolda alla società, col suo sguardo irriverente verso saggezza ed intelligenza, rimarrò pedissequamente ai margini del cosiddetto progetto - di 'sta fava - voluto dal suo mentore e, ahimè, padrone della compagine rossonera, quel Cardinale che scodinzolando tra banche d'affari americane, dei successi non gli importa nulla, come ha ribadito poco tempo fa Confalonieri, pretendendo esclusivamente margini operativi e flussi di denari senza rischiar nulla, certo che pletore di coglioni come me lo asseconderanno perpetuamente nell'infausto progetto di 'sta fava di cui sopra!

Questo mollusco e la sua postura facciale mi inducono a dir cose fuori luogo che, oltre ad offenderlo, mi potrebbero costare noie giudiziarie. 

Pertanto, piacendomi il Calcio, se le condizioni e le presenze non muteranno, la prossima stagione sarà solo Premier. 

Di lui e della sua gentaglia che lo serve mi arriveranno labili notizie, magari ascoltando di sfuggita una tv in un bar in un momento di relax. 

Serve ed è necessario in tempi di derisione come questi, mettere in pratica l'evangelico consiglio: andarsene levandosi minuziosamente pure la polvere dalle scarpe, lasciando che i morti seppelliscano i morti! (sportivamente parlando)  

L'altra (scaltra) campana

 

Impronte, Dna e monologhi. È Garlasco, sembra Netflix 


di Selvaggia Lucarelli 


Come prima cosa sono molto preoccupata per la salute mentale dei complottisti del paese: immaginate i garlaschini e i no vax (spesso fenomeni coincidenti) alle prese con l’Hantavirus e il 415 bis notificato ad Andrea Sempio. Per l’emozione alcuni stanno entrando in confusione e chiedono di verificare l’alibi di Roberto Burioni il 13 agosto 2007.

Comunque, la procura ha ormai scoperto le sue micidiali carte contro Sempio. Dopo un anno di indagini, dragaggi di canali, piste suggerite dai surreali supertestimoni de Le Iene e probabilmente alla ricerca del gruppetto di assassini più volte evocato pure dall’avvocato De Rensis, l’ipotesi del concorso è miseramente caduta. Quindi la procura ha cambiato capo di imputazione: da omicidio in concorso a omicidio volontario per il solo Andrea Sempio. Guarda caso torniamo all’ipotesi del solo assassino, cambiando solo il nome dell’assassino. Tutti abbiamo creduto che dopo questo spiegamento di forze investigative e mediatiche avessero trovato un’armeria di pistole fumanti, invece al momento le loro prove più solide – altro che quelle contro Stasi (!) – sarebbero: l’ormai arcinota impronta 33 la quale in realtà sarebbe piuttosto fragile sia per il contestato numero di minuzie comparabili, che per l’impossibilità di provare che ci fosse sangue. Insomma, la prova regina più che una sovrana sembra una nobildonna decaduta.

Poi ci sarebbe un’altra prova regina: Chiara Poggi, secondo la nuova ricostruzione, si è difesa con tutte le sue forze, di lì il dna della linea paterna di Sempio sulle mani della vittima (e non con certezza sotto le unghie). Quindi si sarebbe difesa strenuamente, ma quel dna non attribuibile con certezza a un unico individuo è presente in quantità minime anziché copiose. Non proprio una prova regina, diciamo che siamo più dalle parti di una contessa senza patrimonio.

Ci sono ben altre prove schiaccianti, però. In primis il soliloquio-confessione che nell’aprile 2025 Sempio, da solo, fa all’interno della sua macchina. Soliloquio di cui si capisce molto poco, visto che è una trascrizione con numerosi passaggi incomprensibili e che senza l’audio non è possibile stabilire il tono di Sempio. E non è un particolare da poco, visto che secondo la difesa di Sempio, quest’ultimo stava semplicemente scimmiottando qualcosa che aveva sentito in tv o in un podcast sul suo possibile coinvolgimento nell’assassinio di Chiara. Ora, le cose sono due: o Stasi è un serial killer malefico come pochi nella storia che nel silenzio della sua macchina parla alla sua coscienza, imitando la voce di Chiara per deriderla (un po’ come Norman Bates in Psycho che imitava quella della madre morta). Oppure Sempio è completamente scemo e pur sapendo di essere intercettato (lo era stato nel 2016, figuriamoci se non sapeva di esserlo durante questa nuova indagine) decide di fare un regalo agli investigatori confessando tutto alla cimice. Ovviamente salvo poi fare scena muta davanti a chi lo ha interrogato il 6 maggio. A questo punto che provino a farlo interrogare dalla cimice, con cui pare avere più confidenza. Confesso che ora sono in attesa de Le Iene e delle loro teorie su questa “confessione solitaria”. Giuro che se la definiscono “prova” dopo aver tentato di smontare le lunghe confessioni di Rosa Bazzi e Olindo Romano agli inquirenti e pure la confessione di Olindo sulla sua Bibbia, non smetterò mai di ridere. Ma andiamo avanti. Sempio in macchina riferisce (con un tono che andrà appurato) che Chiara lo avrebbe respinto al telefono dicendo “Non ci voglio parlare con te”. Quindi perchè poi Chiara Poggi, il 13 agosto, gli aprirebbe la porta in pigiama? E se l’aggressione è iniziata sul divano, come da ricostruzione, lo ha fatto pure accomodare? Eppure sulla cannuccia dell’Estathè della colazione-che-poi-forse -non-era-più-della-colazione c’era il dna di Stasi, non di Sempio. L’arma del delitto resta sempre il martello, come per Stasi, e come sappiamo in casa Poggi mancava un martello che quindi potrebbe essere stato l’oggetto con cui Chiara è stata massacrata. Stasi poteva scendere in garage a prelevarlo, ma Sempio? È entrato in casa e Chiara lo ha pure fatto andare in garage e poi accomodare sul divano col martello? Bah. Si dovrà stabilire che il martello fosse un altro, immagino. E che quello di casa Poggi sia stato rubato da un feticista di martelli, chissà. C’è anche il nodo delle impronte di scarpe Frau, scarpe che sono sempre state taglia 42 ma che ora, secondo quanto riportato di queste nuove indagini, sarebbero un 42-43 quindi perfettamente compatibili con il piede di Sempio. Sempio dunque ha un 44 che veste poco o delle scarpe allungabili, se necessario. Poi è facile immaginare che nel suo periodo metallaro – il 2007 – indossasse costose scarpe classiche Frau da giovane ragazzo borghese. Non è più probabile che fossero del bocconiano Stasi, no, erano di Sempio che amava indossarle sotto una t-shirt dei Black Sabbath e chissà, un panciotto e l’orologio da taschino con catenella.

Poi c’è il passaggio più incredibile: l’assassino non si sarebbe più lavato in bagno, ma in cucina, solo che non ci sono prove di ciò per colpa di chi ha indagato (male) all’epoca. In pratica, le impronte di Stasi sul dispenser in bagno non sono una prova, ma le non-impronte di Sempio in cucina davanti al lavabo sono prove. Ineccepibile. Non ci sono impronte di Sempio neppure sulla scena del delitto a Cogne, chissà che non sia stato lui. Restano in piedi, più seriamente, il mistero dello scontrino (era di Sempio? Della madre? Del pompiere?) e la storia della chiavetta con i video intimi di cui secondo la procura Sempio non poteva sapere. Solo che ne avrebbe parlato nel suo soliloquio e questa sarebbe una prova della sua colpevolezza. Nessuno però ha ascoltato quell’audio, per ora. Spero comunque che tutte queste prove siano più solide dei post di Sempio sul forum per seduttori. Su circa 3355 commenti lasciati in 7 anni, i giornali ne stanno strumentalizzando tre-quattro, che proverebbero l’odio di Sempio per le donne. Devono essersi persi i vari messaggi di Sempio che dice di rifiutarsi di bollare come “tro*e” le ragazze disinibite, o quelli in cui suggerisce fiori, tramonti al mare e cioccolate calde al primo appuntamento. Infine, Sempio avrebbe cercato dal computer di casa parole come “dna mitocondriale” mentre si svolgeva l’appello bis per Stasi, ovvero uno dei processi più mediatici della storia che vedeva coinvolto un amico a lui caro. Davvero strano, era sicuramente l’unico a interessarsi al processo all’epoca. Se analizzassero le mie ricerche sul dna in questi anni, potrei essere condannata anche per la strage di Bologna. Comunque, chiudo augurandomi che la procura abbia davvero in mano così tante prove da inchiodare Sempio, perchè se tutto dovesse ridursi a impronte incerte, dna evanescente e monologhi mal interpretati in macchina, allora bisognerebbe accettare l’idea che in questo paese la verità rischi ormai di assomigliare a una serie Netflix scritta collettivamente da procure, opinionisti, youtuber e Le Iene. O forse sarà così, comunque vada a finire.

Similitudini

 

Vabbè dai, Melania ha voluto per una volta far satira! Come non ricordare la moglie di Oliver Hardy che lo descrisse come un eccellente drammaturgo? O quella del dottor Lecter che definì il compagno un indomito vegetariano? E la convivialità condominiale di Olindo narrata da Rosa?



Veronica dipinge

 

Il pomeriggio al Tempio seduta senza aspettare 


di Veronica Tomassini 

Le vecchie si chiudevano dentro, caverne che davano sulla strada, casette del dopoguerra, prive di lucernari, nere come ossidiane. Cespi di gelsomino più in là, superati dalla chiesa intitolata all’apostolo delle genti.

Il Tempio era anche quel tipo di Sicilia, la Sicilia del ricottaro, con la motoretta insolente, qualcosa di scarno, equivalente al mezzogiorno di una periferia. Tornavo al Tempio soltanto il pomeriggio, quando il crepuscolo smorzava l’eccesso tribale delle luci e dei suoni che affliggevano il rione, un manifesto ruffiano, utile come un battage, ma poi c’era la vita, se così vogliamo chiamarla, ove sprofondare ogni giorno. Su cui sedersi intontiti, su una panca, all’ombra di un melograno. Senza aspettare, se non l’attesa.

L’attesa è molto siciliana, un ramo della scienza della sicilianità, si chiama attesa, imbarbarimento contemplativo. Ai siciliani stanno molto bene le antinomie.

Torme di vecchi, ambulanti, braccianti. Sembravano usciti da un romanzo di Capuana: scorgerli solcati da una remissione malevola, non appagata, una fissità svuotata di qualsiasi malinconia o gentilezza. Una fissità siciliana.

Il crepuscolo addolciva i peggiori moti dello spirito, la vita girava e girava intorno a sé stessa, non era altro che un vorticoso ritornare al punto, al massimo spiando un esempio di futuro, su una ipotetica bertesca, oltre l’orizzonte; esistono passeggiate lungo i crepuscoli violetti che dicono promenade, il porto, gli attracchi, uomini aitanti vestiti di bianco che lucidano ottoni. Per questo esistono al Sud le rade e le baie e il diportismo magniloquente che beve Moet et Chandon, sulla prua di un catamarano.

Le anziane aprivano le bicocche dei vicoli e nell’ombra paziente scendevano giù, alla fine della straducola, svoltavano all’angolo con l’edicola votiva e la Vergine dipinta con stilemi naif, sedevano insieme. Le vedove.

Beghine di un trattato del Pitrè. Assiomi iconici. Tutto nell’insieme lo era.

Mire associative

 



Ellekappa

 



L'Amaca

 


Il diritto sta sopra le fazioni

di Michele Serra


L'aperto sostegno di Pedro Sánchez a Francesca Albanese viene commentato con sollievo a sinistra e con toni ostili e beffardi a destra. Ma non dovrebbe funzionare così, perché la questione non è se Albanese sia politicamente simpatica o antipatica; se dica cose affini o contrarie alle opinioni del pubblico che fischia o applaude.

La questione è se le sanzioni del governo Usa (non simboliche: anche economiche) ai danni di una cittadina europea nonché funzionaria delle Nazioni Unite, e anche ai danni dei giudici della Corte Penale dell'Aja, sulla base di come hanno liberamente svolto il loro lavoro, siano lecite o illecite; se siano una comprensibile presa di posizione politica, oppure una intimidazione gravissima, e inaccettabile. In senso più lato, se l'intolleranza della Casa Bianca nei confronti di chiunque essa consideri non amico, non sottomesso, non docile, debba ricevere, in Europa, una risposta forte e decisa, o se si debba glissare e incassare il colpo in virtù degli ormai fantomatici "solidi rapporti di alleanza con gli Stati Uniti" (anche se l'atlantismo, dal punto di vista ideologico, è un concetto che nel 2026 ha già un sapore museale).

Non sono tempi, questi, per commentini da bar sulle disgrazie del "nemico" (tale risulta essere l'italiana Albanese per la destra politica e mediatica italiana). Sono tempi nei quali i princìpi del diritto internazionale barcollano, e si deve decidere se provare a tenerli in piedi o lasciarli crollare. Sánchez lo ha fatto. È questo che interessa, il resto è la ciancia risaputa delle fazioni.

Spagna nel cuore

 

Spagna batte Italia 


di Marco Travaglio 

Se fosse uno scherzo, sarebbe di pessimo gusto. Ma è tutto vero. Il governo italiano e la Commissione europea fanno a gara a risparmiare qualsiasi sanzione al governo sterminatore d’Israele, mentre sanzionano la Russia e ne perseguitano gli artisti alla Biennale di Venezia. Intanto il governo spagnolo porta in trionfo Francesca Albanese, cittadina italiana e relatrice Onu sui territori palestinesi occupati, e chiede all’Ue di proteggere legalmente con lo “Statuto di blocco” sia lei sia i giudici della Corte penale internazionale sanzionati dagli Usa per aver fatto il proprio lavoro: la Albanese per aver stilato rapporti per l’Onu sulle condizioni terrificanti dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania; i giudici della Cpi per aver spiccato mandati di cattura per Netanyahu e i suoi complici (l’avevano fatto per molto meno anche per Putin&C., ma quello andava bene a tutti). “La Spagna – ha detto il premier spagnolo Pedro Sánchez, anticipando la lettera scritta alla Von der Leyen – non sta zitta né distoglie lo sguardo: è un’ora decisiva per il diritto internazionale. Sono state imposte mesi fa sanzioni ai giudici della Cpi e alla relatrice per la Palestina per aver fatto il proprio dovere: hanno difeso il diritto internazionale contro il genocidio a Gaza e la loro vita è diventata un calvario”. Ma “se l’Ue attivasse subito lo Statuto di blocco, le sanzioni sarebbero neutralizzate. Madrid è al lavoro per ottenere l’appoggio di altri Stati in vista del Consiglio europeo del 18 giugno. L’Ue non può restare con le braccia conserte di fronte a questa persecuzione”.

Invece la commissione Ursula – che gode dell’appoggio del governo Meloni e pure del Pd – non muove un dito neppure dinanzi all’appello del leader di uno dei suoi Stati membri. Del resto la maggioranza dei Ventisette, Italia e Germania in testa, s’è appena opposta financo a sospendere l’Accordo di Associazione Ue-Israele. E sia la Commissione Ue sia il governo italiano non dicono né fanno nulla di concreto contro il sequestro degli attivisti della Flotilla, illegalmente detenuti a Askhelon dopo essere stati rapiti dai pirati di Netanyahu in acque europee su una barca italiana, cioè sul nostro territorio sovrano. Anche quell’abominio lo denuncia solo Sánchez. Ora le chiacchiere stanno a zero. Anziché protestare contro il governo e recitare la solita filastrocca “riferisca in Parlamento”, il Pd ha una sola cosa da fare: passare all’opposizione della Commissione Ursula e chiedere al Pse di fare altrettanto. E magari, se gli reggono le gambe, appellarsi a Mattarella perché dica una parola contro le sanzioni Usa all’italiana Albanese e il rapimento degli attivisti su una nave italiana. Sempreché non sia troppo impegnato con la grazia alla Minetti.

giovedì 7 maggio 2026

Alziamo le mani

 

A questo punto non serve più dire nulla. Solo guardare, atterriti e nauseati, un ministro della Pubblica Istruzione sproloquiare in questo modo indegno!



L'Amaca

 


È il giornalismo, bellezza

di Michele Serra


Tra le (poche) notizie rassicuranti, l'impressionante record dei 13 milioni di abbonati al New York Times — giornalismo "classico" sebbene tecnologicamente riformato — è una delle più significative. Un giornale è un'agenzia di selezione delle notizie e di impaginazione del mondo. Lo comperi e lo leggi se ti fidi di un lavoro che non è il tuo, così come quando vai dal dentista piuttosto che trapanarti da solo i denti, o sali su un aereo sapendo che non sarai tu a pilotarlo (anzi: proprio perché sai che non sarai tu a pilotarlo).

Il successo di un giornale è dunque in schietta controtendenza rispetto all'idea che ognuno di noi sia in grado, navigando, di capire in proprio come funziona il mondo; confezionando un collage di letture varie, articoli, materiali i più disparati che possono essere anche, se non tutti alcuni, di buona qualità: ma non sono "un giornale". Un giornale non sei tu che lo confezioni. Lo leggi proprio perché concepito e deciso da altri, e ti alleggerisce dall'ossessione/illusione di "farcela da solo". Pagando uno specifico servizio professionale, riconosci ad altri una padronanza della materia che sai di non avere.

Ovviamente il rischio che l'informazione "fai da te", sprovvista di filtri e di anticorpi, esposta a qualunque virus cognitivo, e però gratuita, continui a prosperare nella parte meno avvertita e più esposta dell'opinione pubblica, è quasi una certezza. Ma se anche i lettori del NYT dovessero essere un'élite, un'élite di tredici milioni di persone è una consolazione culturale e politica. Dopo anni di contagio dal basso verso l'alto, chissà che l'alto non riesca a contagiare il basso, prima o poi.

Ansimanti

 



Natangelo

 


Prima pagina

 



Era forte forte!

 


Non vorrei sbagliare ma c'ero pur io in quel derby dove il Becca ci rifilò due pere, lo percepisco da quell’antico sentimento strano che attanaglia invasati come me quando dall'altra parte trovi qualcuno come Evaristo, a cui non potevi dir nulla, perché in fin dei conti, piacendoti il calcio, quel calcio, vederlo danzare era una gioia per ogni bulbo oculare, qualsiasi colore avesse.
Ne abbiamo avuti anche noi di simili eroi, certamente, ad iniziare da Gianni sino al magico Savicevic, genio anch'egli.
Non mi vergogno a parlare da quasi anziano, ma quello che vedemmo in quei tempi difficilmente lo vedranno giovani d'oggi negli stessi campi di calcio. L'estro dei Becca attualmente è soffocato, sminuzzato da moduli e trainer motivazionali che rendono catena di montaggio la magia pallonara, tant'è che molti giovani d'oggi preferiscono, e forse giustamente, altri sport.
Ti sia leggera e soave la terra, Campione!

Rilevazione atipica

 Devo essere sincero, non me ne sono accorto, anche perché non ho notato stalattiti in bagno. Però se l’attesta Meteo 3B sarà vero, ci mancherebbe!



Madianamente

 

Ave Madia 


di Marco Travaglio 

Se votassero solo i giornalisti, il partito di maggioranza relativa sarebbe Italia viva (parlandone da viva), seguito a ruota da Azione (noto ossimoro). Invece, disgraziatamente, votano anche le persone normali e i due centrini sono fanalini di coda in ogni elezione e sondaggio (qualunque sia la domanda, a parte una: “Chi detesti di più?”). Meno voti prendono Renzi e Calenda, che fra l’altro si odiano perché si conoscono, più spazi ottengono in talk show e giornali, che non si rassegnano alla loro estinzione e li tengono in vita artificialmente a colpi di interviste e ospitate. Ora per esempio sono tutti eccitati perché Marianna Madia, di cui i più si erano scordati l’esistenza, è passata nientemeno che dal Pd a Iv. Ma “non per un disagio personale”, questo no. Per “un’analisi oggettiva: voglio rafforzare la qualità dell’offerta politica della coalizione di centrosinistra stando fuori dal Pd”. Interviste ovunque a lei e pure a Renzi. Del resto nei bar e sugli autobus non si parla d’altro. Tutti a chiedersi come farà la Marianna a rafforzare la qualità dell’offerta politica del centrosinistra stando fuori dal Pd. Nessuno dubita che qualunque partito senza di lei sia più forte di uno con lei. Ma se la Madia va in un partito coalizzato col Pd il prodotto non cambia (per rafforzare il centrosinistra dovrebbe passare a destra, sempreché la facciano entrare). Soprattutto se Iv non si presenterà alle Politiche perché non supererebbe lo sbarramento del 3%: infatti Renzi ha già chiesto al Pd 7-8 posti sicuri (si fa per dire) nelle sue liste. Quindi, se Elly ci casca, Renzi avrà un posto in meno per i suoi: quello della Madia. Si esclude infatti che costei, in preda a istinti suicidi, passi dal Pd che non la ricandida a un altro partito che non la ricandida. Così, uscita dal Pd per rafforzare il centrosinistra fuori dal Pd, si ritroverà nelle liste del Pd indebolendo il centrosinistra da dentro, oltreché i capisaldi della logica aristotelica.

Sembra ieri che entrò alla Camera nel 2008 dopo lunga gavetta nei salotti capitolini, paracadutata da Veltroni come capolista nel collegio più fico della Capitale, annunciando al folto pubblico: “Porto in dote la mia straordinaria inesperienza”. E la dimostrò subito da ministra dell’incolpevole Pa nei governi Renzi e Gentiloni, con la leggendaria “riforma” poi rasa al suolo da Consulta e Consiglio di Stato. In 18 anni fu veltroniana, franceschiniana, dalemiana, lettiana, bersaniana, renziana e gentiloniana: ora è tutte quelle cose insieme. Sui giornaloni dell’Ave Madia era la “botticelliana amazzone di Matteo”, la “mamma al governo tra poppate e notti in bianco” di un “frugoletto rosa con tanti capelli scuri”, “apertura al futuro”, “dolcezza della gens nova non affamata ma pronta a perdersi nella politica”. Ora dev’esserle tornato l’appetito.

mercoledì 6 maggio 2026

Consigli

 


L'Amaca

 


Denazionalizzare la Biennale

di Michele Serra

Leggendo di quanto esposto (o inscenato, o musicato) nei padiglioni della Biennale di Venezia, viene da farsi due domande: la prima è quanto sarà penalizzato, nell'impatto mediatico della rassegna, il racconto dell'arte rispetto al racconto delle polemiche politiche. Facile rispondere che questo rapporto, bene che vada, sarà di uno a dieci.

La seconda è quanto sarebbe diversa l'atmosfera se i padiglioni, attribuiti per convenzione alle nazioni, fossero invece dispensati da questa funzione, così ingombrante nel bene e nel male. Le culture sono comunità meno rigide e meno fobiche delle nazioni, hanno una naturale propensione allo scambio e all'ibridazione, ciò che è russo (o turco, giapponese, keniota, francese) non appartiene a uno Stato, tantomeno a un governo, ma a una cultura, a un popolo e alla sua storia.

Non ho idea di come si potrebbe (non è semplice, ci vorrebbe molta fantasia) de-nazionalizzare la Biennale. Si tratterebbe di togliere il marchio di un'appartenenza nazionale non dimostrabile e aggiungere generosità e libertà culturale, dissimulando in qualche modo i luoghi di provenienza di quelle opere e quei pensieri. Per gioco (un test che propongo a Buttafuoco per la prossima edizione, sempre non l'abbiano epurato prima) si potrebbero mescolare le insegne, appiccicandole sui padiglioni per estrazione a sorte: e vedere in quanti casi l'accostamento è smascherabile al primo sguardo, e in quanti, invece, non ci si rende conto che non è quello il Paese che ha prodotto quella esposizione. Per gioco, dicevo. Ma sta diventando sempre più difficile giocare.

Natangelo

 



Strano ma nordiano

 

Lo scudo preventivo delle Camere sulle chat con politici: ora è a rischio anche la chat delle bistecche Delmastro-Caroccia 


di Vincenzo Bisbiglia 

Il cellulare del prestanome del clan Senese è lì, intonso, fermo da un mese sulla scrivania dei finanzieri del Nucleo di polizia valutaria di Roma, in attesa di essere “aperto”, come si dice in gergo. L’input deve arrivare dalla Procura di Roma, che però ha un dilemma non da poco: tra le chat di Whatsapp ce ne sono anche alcune con l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove. Che è pure deputato, e dunque gode dello status di parlamentare. Per questo, a quanto risulta al Fatto, l’ufficio diretto dal procuratore Francesco Lo Voi da settimane sta ragionando di chiedere, in via preventiva, l’autorizzazione per procedere alle Camere, esattamente come ha già fatto la Procura di Milano con il caso Mps-Mediobanca.

Rischia così di rallentare – e non poco – l’inchiesta romana che più ha tenuto banco nelle ultime settimane, quella sulla “Bisteccheria d’Italia”, il ristorante di carne in zona Colli Albani a Roma che Delmastro, uomo di punta di Fratelli d’Italia, ha aperto nel 2025 (cedendo in fretta e furia le quote a fine febbraio scorso) insieme a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia. Quest’ultimo, il 19 febbraio 2026, è stato condannato in via definitiva per intestazione fittizia con l’aggravante del metodo mafioso per essere stato, in precedenza, il prestanome del clan di camorra romana capeggiata dal boss Michele Senese, detto “O’ Pazz”. Quando i pm romani – come ha raccontato in Commissione Antimafia lo stesso Lo Voi – monitorando le evoluzioni societarie dei Caroccia, si sono imbattuti nella società “Le 5 Forchette srl”, quella a cui è riferibile il ristorante, hanno aperto un fascicolo per riciclaggio e intestazione fittizia aggravati dal metodo mafioso nei confronti dei soli Mauro e Miriam Caroccia. Inchiesta che vede estranei l’altra metà dell’azienda, composta da Delmastro e dagli altri ex soci piemontesi coinvolti dall’ex sottosegretario, l’ex vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, i politici biellesi di FdI, Cristiano Franceschini e Davide Zappalà e l’imprenditrice Donatella Pelle.

Il telefono di Mauro Caroccia è stato sequestrato dalla Finanza il 2 aprile scorso. Era custodito dalla moglie del ristoratore, Barbara Tritoni. I pm si sono trovati davanti al bivio procedurale quando il 9 aprile successivo la donna è stata ascoltata proprio come testimone. Tritoni in quell’occasione ha raccontato agli investigatori l’esistenza di una chat chiamata “Le 5 Forchette”, in cui i soci – con Mauro al posto di Miriam – parlavano della “gestione attiva del ristorante, delle decisioni sulle forniture e del resto della vita imprenditoriale”, è il senso delle parole affidate dalla donna a chi indaga.

Che fare? Il pronunciamento della Consulta sul caso Renzi-Open è chiaro: quelle chat sono considerate “corrispondenza” e senza l’ok della Giunta per le autorizzazioni del Senato dovrebbero addirittura essere distrutte. Così ai pm si prospettano diverse strade. La prima è proseguire l’inchiesta senza toccare il telefono di Caroccia. La seconda è ovviamente chiedere l’autorizzazione a procedere. Nel caso venisse negata, a seconda della risposta si potrebbe valutare comunque di utilizzare quelle chat qualora emergessero aspetti relativi a persone terze.

Quella sulla Bisteccheria d’Italia non è l’unica inchiesta su cui la Procura di Roma potrebbe dover passare dal Senato.

Il 24 marzo sempre la Guardia di Finanza di Roma ha sequestrato i device di 16 tra imprenditori, alti ufficiali e funzionari pubblici, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto giro di corruzione tra organismi della Difesa e aziende partecipate. Tra loro Antonio Spalletta, uomo d’affari, accusato di aver interceduto “presso organi di vertice delle Istituzioni” caldeggiando la promozione di un ufficiale di aeronautica. Nelle informative si fa il nome dell’ex sottosegretario e deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè, che non è in alcun modo indagato. In questo caso i pm non sanno con certezza se nei dispositivi di Spalletta si imbatteranno in “corrispondenza” con il forzista o altri politici, dunque possono procedere ad analizzarli. Ma nel caso (probabile) in cui dovessero trovarla, si porrà esattamente lo stesso problema della vicenda Caroccia-Delmastro.