mercoledì 6 maggio 2026

Consigli

 


L'Amaca

 


Denazionalizzare la Biennale

di Michele Serra

Leggendo di quanto esposto (o inscenato, o musicato) nei padiglioni della Biennale di Venezia, viene da farsi due domande: la prima è quanto sarà penalizzato, nell'impatto mediatico della rassegna, il racconto dell'arte rispetto al racconto delle polemiche politiche. Facile rispondere che questo rapporto, bene che vada, sarà di uno a dieci.

La seconda è quanto sarebbe diversa l'atmosfera se i padiglioni, attribuiti per convenzione alle nazioni, fossero invece dispensati da questa funzione, così ingombrante nel bene e nel male. Le culture sono comunità meno rigide e meno fobiche delle nazioni, hanno una naturale propensione allo scambio e all'ibridazione, ciò che è russo (o turco, giapponese, keniota, francese) non appartiene a uno Stato, tantomeno a un governo, ma a una cultura, a un popolo e alla sua storia.

Non ho idea di come si potrebbe (non è semplice, ci vorrebbe molta fantasia) de-nazionalizzare la Biennale. Si tratterebbe di togliere il marchio di un'appartenenza nazionale non dimostrabile e aggiungere generosità e libertà culturale, dissimulando in qualche modo i luoghi di provenienza di quelle opere e quei pensieri. Per gioco (un test che propongo a Buttafuoco per la prossima edizione, sempre non l'abbiano epurato prima) si potrebbero mescolare le insegne, appiccicandole sui padiglioni per estrazione a sorte: e vedere in quanti casi l'accostamento è smascherabile al primo sguardo, e in quanti, invece, non ci si rende conto che non è quello il Paese che ha prodotto quella esposizione. Per gioco, dicevo. Ma sta diventando sempre più difficile giocare.

Natangelo

 



Strano ma nordiano

 

Lo scudo preventivo delle Camere sulle chat con politici: ora è a rischio anche la chat delle bistecche Delmastro-Caroccia 


di Vincenzo Bisbiglia 

Il cellulare del prestanome del clan Senese è lì, intonso, fermo da un mese sulla scrivania dei finanzieri del Nucleo di polizia valutaria di Roma, in attesa di essere “aperto”, come si dice in gergo. L’input deve arrivare dalla Procura di Roma, che però ha un dilemma non da poco: tra le chat di Whatsapp ce ne sono anche alcune con l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove. Che è pure deputato, e dunque gode dello status di parlamentare. Per questo, a quanto risulta al Fatto, l’ufficio diretto dal procuratore Francesco Lo Voi da settimane sta ragionando di chiedere, in via preventiva, l’autorizzazione per procedere alle Camere, esattamente come ha già fatto la Procura di Milano con il caso Mps-Mediobanca.

Rischia così di rallentare – e non poco – l’inchiesta romana che più ha tenuto banco nelle ultime settimane, quella sulla “Bisteccheria d’Italia”, il ristorante di carne in zona Colli Albani a Roma che Delmastro, uomo di punta di Fratelli d’Italia, ha aperto nel 2025 (cedendo in fretta e furia le quote a fine febbraio scorso) insieme a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia. Quest’ultimo, il 19 febbraio 2026, è stato condannato in via definitiva per intestazione fittizia con l’aggravante del metodo mafioso per essere stato, in precedenza, il prestanome del clan di camorra romana capeggiata dal boss Michele Senese, detto “O’ Pazz”. Quando i pm romani – come ha raccontato in Commissione Antimafia lo stesso Lo Voi – monitorando le evoluzioni societarie dei Caroccia, si sono imbattuti nella società “Le 5 Forchette srl”, quella a cui è riferibile il ristorante, hanno aperto un fascicolo per riciclaggio e intestazione fittizia aggravati dal metodo mafioso nei confronti dei soli Mauro e Miriam Caroccia. Inchiesta che vede estranei l’altra metà dell’azienda, composta da Delmastro e dagli altri ex soci piemontesi coinvolti dall’ex sottosegretario, l’ex vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, i politici biellesi di FdI, Cristiano Franceschini e Davide Zappalà e l’imprenditrice Donatella Pelle.

Il telefono di Mauro Caroccia è stato sequestrato dalla Finanza il 2 aprile scorso. Era custodito dalla moglie del ristoratore, Barbara Tritoni. I pm si sono trovati davanti al bivio procedurale quando il 9 aprile successivo la donna è stata ascoltata proprio come testimone. Tritoni in quell’occasione ha raccontato agli investigatori l’esistenza di una chat chiamata “Le 5 Forchette”, in cui i soci – con Mauro al posto di Miriam – parlavano della “gestione attiva del ristorante, delle decisioni sulle forniture e del resto della vita imprenditoriale”, è il senso delle parole affidate dalla donna a chi indaga.

Che fare? Il pronunciamento della Consulta sul caso Renzi-Open è chiaro: quelle chat sono considerate “corrispondenza” e senza l’ok della Giunta per le autorizzazioni del Senato dovrebbero addirittura essere distrutte. Così ai pm si prospettano diverse strade. La prima è proseguire l’inchiesta senza toccare il telefono di Caroccia. La seconda è ovviamente chiedere l’autorizzazione a procedere. Nel caso venisse negata, a seconda della risposta si potrebbe valutare comunque di utilizzare quelle chat qualora emergessero aspetti relativi a persone terze.

Quella sulla Bisteccheria d’Italia non è l’unica inchiesta su cui la Procura di Roma potrebbe dover passare dal Senato.

Il 24 marzo sempre la Guardia di Finanza di Roma ha sequestrato i device di 16 tra imprenditori, alti ufficiali e funzionari pubblici, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto giro di corruzione tra organismi della Difesa e aziende partecipate. Tra loro Antonio Spalletta, uomo d’affari, accusato di aver interceduto “presso organi di vertice delle Istituzioni” caldeggiando la promozione di un ufficiale di aeronautica. Nelle informative si fa il nome dell’ex sottosegretario e deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè, che non è in alcun modo indagato. In questo caso i pm non sanno con certezza se nei dispositivi di Spalletta si imbatteranno in “corrispondenza” con il forzista o altri politici, dunque possono procedere ad analizzarli. Ma nel caso (probabile) in cui dovessero trovarla, si porrà esattamente lo stesso problema della vicenda Caroccia-Delmastro.

Robecchi

 

Sudoku. Il partito italiano del pareggio è l’estrema unzione della democrazia 


di Alessandro Robecchi 

“Meglio due feriti che un morto”, dicono quelli che combinano le partite e puntano al pareggio, che ha il seccante difetto di non essere una vittoria, ma l’indiscusso pregio di non essere una sconfitta. E qui viene fuori quel deplorevole ma umanissimo istinto dell’“io l’avevo detto”, anche se non ci voleva una scienza. Così qualche settimana fa, in questa piccola rubrica, avevo preconizzato il sogno centrista di un ipotetico governo di unità nazionale, o di salvezza economica, o di estrema unzione, o chiamatelo come volete voi. Passa un giorno, passa l’altro, ed eccoci di nuovo qui, questa volta con uno scenario un po’ meglio delineato, solo che il partito trasversale del governo tecnico dei non eletti ha un nuovo nome: “Partito del pareggio”.

Il diabolico piano comincia a prendere forma almeno sulle pagine dei grandi giornali, da sempre solenni sponsor dei governi tecnici, e per ora c’è solo un genio della politica che si sbilancia apertamente. Sì, indovinato, proprio lui, Carlo Calenda, che su X scrive papale papale: “Con questa legge elettorale dx e sx pareggiano e Azione decide chi governa e con che programma. Basta guardarsi un sondaggio a caso”. Credersi Napoleone è sempre una buona mossa. Ora va detto che “guardarsi un sondaggio a caso” un anno prima delle elezioni è utile come una bicicletta per un pesce rosso, eppure non possiamo che rimanere inteneriti da questa figura di arruffapopoli tardoromantico. È come se io dicessi che vincerò la maratona di New York perché è ovvio che gli altri sessantamila maratoneti moriranno durante il percorso.

Lasciando Calenda ai suoi sogni, vediamo l’allegra compagnia di giro che tifa per il pareggio, in modo poi – nell’impossibilità di fare un governo – di convocare qualche espertone. Come scrive il Corriere: “Ci sono già stati Lamberto Dini, Mario Monti e Mario Draghi, e poi l’Italia è piena di eccellenze e riserve della Repubblica. E quanto al sostegno, se nessuno vince, arriverà l’ora della responsabilità nazionale”. Insomma, la ricetta già ce l’abbiamo, cosa aspettiamo a fare la torta, anzi il biscottone? Gli chef di questa deliziosa pasticceria sono i più vari: Calenda, ovvio, che ha già vinto e sta scegliendo i ministri, poi Renzi, nelle due varianti con Salis e senza Salis, poi addirittura Salvini (non gli piace la legge elettorale che vorrebbe Meloni), più – si mormora – le nude proprietà politiche della Royal FamilyBerlusconi, in seguito a un rebranding di Forza Italia e all’imbarco last minute di qualche volenteroso. Bello: prepariamoci a scissioni, porte che sbattono, gente che va, gente che viene, e qualcuno nascosto sotto il letto come nelle commedie brillanti di Feydeau (ma visti gli attori e la sceneggiatura direi più un cinepanettone al declino del genere).

A tutti questi personaggi che sperano nel pareggio è doveroso aggiungere l’eterna pattuglia di “riformisti del Pd”, misteriosa forma di vita parassitaria che vive a prospera nel partito di Elly Schlein, ma la attacca, o la accusa di estremismo massimalista, e ogni tanto vota con Meloni. Madia si è scissa l’altroieri, altri renzisti in sonno meditano di seguirla, ma tentennano perché ottenere un seggio da un partito col due per cento non sarà facile, guarda come succedono le disgrazie. Questi fantasiosi caratteristi hanno molta stampa e pochi voti, motivo per cui ragionano sul pareggio, ultima linea di galleggiamento e apoteosi somma del surrealismo: in fin dei conti, se Barcellona e Real Madrid pareggiano, la Pro Patria può vincere tutto.

Concordo pienamente

 

Biennale: la russofobia dei presunti “sovranisti” 


di Daniela Ranieri 

C’è un attrito logico, per non dire un’aporia, riguardo all’aspra polemica che il governo Meloni ha ingaggiato col presidente della Fondazione della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, il quale ha deciso autonomamente di riaprire il Padiglione russo nonostante il parere contrario del ministro Giuli. Il vicolo cieco in cui si sono cacciati i patrioti è elementare: ma come, viene da pensare, volevano stabilire l’egemonia culturale di destra in Italia, laddove “di destra” vuol dire anche sovranista e popolare in barba alle élite sovranazionali, e poi obbediscono pedissequamente agli ordini dell’Europa in merito ai nostri rapporti con i russi? Non stiamo parlando del commercio di armi (vietatissimo, perché qui ci sono un aggressore e un aggredito e noi non aiutiamo gli aggressori, a parte Israele e Stati Uniti, ovviamente), ma di dialogo culturale, da sempre l’arma dei popoli per ergersi al di sopra dei conflitti decisi dai loro governi.

Dal 24 febbraio 2022, data dell’aggressione russa contro l’Ucraina, gli istruiti ignoranti che siedono ai piani alti dell’Europa hanno infatti deciso che le sanzioni a Putin non dovevano riguardare solo gli affari finanziari, commerciali ed energetici tra Unione europea e Russia (a nostro svantaggio, peraltro), ma dovevano essere estese anche al campo artistico e culturale. Così ogni russo o filo-russo che calcava il nostro suolo, fosse pure per suonare il violino e non per invaderci, doveva essere ritenuto un propagandista e/o un agente putiniano sotto copertura, dunque respinto con perdite e pubblico disdoro. Una mega-retata di epurazioni ha riguardato festival, teatri, balletti, università, gare sportive, rassegne artistiche e persino concorsi felini (metti che vinceva un gatto Blu di Russia, poi chi glielo avrebbe detto a Zelensky?), fino appunto alla prestigiosa Biennale di Venezia, che esiste sul nostro territorio dal 1895. Così l’Italia ha respinto un esercito di pericolosi intellettuali, cantanti, atleti olimpici e persino paralimpici (non si sa mai), impedendo loro di esercitare la loro arte o disciplina per far dispetto a Putin. Solo qualche caso: l’estate scorsa, in seguito alle proteste dell’Ambasciata ucraina, fu annullato il concerto alla Reggia di Caserta del direttore d’orchestra Valery Gergiev, già allontanato dalla Scala nel ’22 per non aver preso le distanze dall’invasione; a gennaio di quest’anno, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha annullato gli spettacoli della étoile del Bolshoi Svetlana Zakharova per la sua vicinanza a Putin (vicinanza che lei non avrebbe mancato di comunicare al pubblico mediante arabesque e pirouette); cancellate anche le esibizioni di suo marito, il violinista Vadim Repin. Impedire ad artisti russi di esibirsi è una scelta la cui stupidità è tanto più evidente se si pensa che in alcuni casi si tratta di persone perseguitate in Russia perché dissidenti. È il caso del fotografo Alexander Gronsky, cacciato dal Festival della Fotografia di Reggio Emilia in quanto russo e poi arrestato a Mosca per aver partecipato a un corteo contro la guerra in Ucraina (siamo più efficienti della polizia di Putin). Alla stessa Biennale di Venezia, il Padiglione russo, costruito dai russi coi soldi loro, è rimasto chiuso dal 2022 fino al marzo 2026, quando i russi hanno manifestato la volontà di riaprirlo dopo averlo affittato alla Bolivia in seguito al bando. Buttafuoco, chiarendo di ritenere l’arte un ponte fra i popoli, ha aperto anche ad altri Paesi in guerra, tra cui Israele, sulla cui partecipazione nessuno ha da ridire; in fondo, l’Idf ha ucciso oltre 73 mila persone col sostegno morale e materiale di Usa ed Europa (il cancelliere Merz: “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”), quindi ben venga. Ma come possono i liberali nostrani pensare che un artista putiniano sia meno valido di uno che odia Putin? Come può l’ideologia di un ballerino sublime e tormentato come Sergej Polunin, nato a Cherson (Ucraina) e filo-russo (ha un tatuaggio di Putin sul petto), condizionare la sua capacità di danzare? C’è un modo di ballare democratico-liberale e uno filo-putiniano? Eppure, a fine 2022, il Teatro Arcimboldi di Milano sospese il balletto di Polunin. Perché l’Italia, crocevia di culture, da sempre vicina alla Russia (dove infatti siamo adorati per la nostra arte e cultura), si deve incaricare di punire i russi per conto dell’Europa, ubriacata dalla russofobia delle élite atlantiste? Ha ragione Buttafuoco a volere tenere aperto il dialogo. La geopolitica è attuale, e soggetta al tempo; l’arte è inattuale, e mira all’eternità.

PS: a quanto pare sulla censura del governo contro la Biennale ha pesato la minaccia della Commissione europea presieduta dalla Von der Leyen (autrice del piano europeo di riarmo da 800 miliardi) di revocare 2 milioni di fondi alla Fondazione. Ah, ma allora lo dicano, che si vendono l’egemonia per 30 denari.

Non ne possiamo più!

 

Sempio e lo scempio 


di Marco Travaglio

Da quando la cronaca giudiziaria la fa chi non ha mai visto un processo neppure col binocolo e crede che l’incidente probatorio sia la bicicletta delle gemelle Cappa che va a sbattere contro quella di Alberto Stasi, può succedere di tutto. Anche lo scempio del diritto, della pietà e della decenza che dura da più di un anno sul caso Garlasco, da quando la Procura di Pavia decise di battere le piste alternative alla condanna definitiva del fidanzato di Chiara Poggi. Dopo mesi di “rivelazioni” partorite da giornalisti, mitomani e giornalisti mitomani o fatte trapelare da avvocati e investigatori, neppure l’invito a comparire recapitato al sospettato Andrea Sempio, amico di Marco Poggi (fratello della vittima), ha chiarito cosa abbiano trovato i pm a suo carico. Ma si pensa, o si spera, che sia una prova formidabile. Perché dev’essere in grado di annientare la sentenza definitiva su Stasi. Senza una revisione che cancelli la sua condanna in Cassazione, il processo a Sempio sarebbe uno spasso. Potremmo avere un fatto unico nella storia: una donna morta due volte, uccisa da due diversi uomini a poche ore di distanza. Spiace per la compagnia di giro del Circo Garlasco, ma al momento il colpevole è solo uno, Stasi, che nessuno ha scagionato. Invece di Sempio – sempre in attesa della pistola o del pistolino fumante – non risulta alcuna traccia sulla scena del delitto (che pure frequentava per far visita all’amico Marco): anzi, le nuove tracce sulla colazione, che qualcuno sperava fossero sue, erano anche quelle di Stasi. La cui posizione esce peggiorata dall’inchiesta che doveva scagionarlo.

Ora, prima della fine-indagini, siamo agli interrogatori: dell’indagato Sempio, rimasto l’unico possibile assassino alternativo (dopo mille leggende metropolitane sul commando di una dozzina di killer), che si avvale della facoltà di non rispondere in attesa di conoscere gli elementi a suo carico; e dei testimoni Marco Poggi, fratello di Chiara, e le cugine, le gemelle Paola e Stefania. Ma prima i tre testimoni, mai indagati, venivano additati come complici o assassini (senza contare i sospetti infamanti e incestuosi sullo zio e le oscene insinuazioni su papà e mamma Poggi); e ora vengono spacciati per gente da torchiare su non si sa bene quale accusa da chi non conosce neppure la differenza fra un teste e un indagato, tant’è che si continua a disquisire sulla loro mancanza di alibi. Come se chi non è accusato di nulla dovesse cercarsene uno. E gli artefici di quella mostrificazione, anziché chiedere umilmente scusa per averli gettati in pasto a orde di guardoni da tastiera, danno lezioni di giornalismo a chi ha sempre denunciato lo scempio. E naturalmente passa per “giustizialista”, mentre quell’orda barbarica rappresenta il “garantismo”.