martedì 27 maggio 2025

L'Amaca

 

Quanto ci manca la piazza
di MICHELE SERRA
Forse una grande manifestazione nazionale per Gaza alla fine si farà. Ma secondo tempi e modi ancora da stabilire. Si spera che, nel frattempo, Gaza non venga totalmente rasa al suolo e data in concessione balneare agli amici di Trump e Netanyahu, che avranno modo di rimuovere cadaveri e macerie come i bagnini rimuovono le alghe.
Nell’epoca della velocità, dove tutto accelera e basta un attimo per bruciare miliardi, o crearli, sembra proprio che le manifestazioni di piazza sfuggano alla regola. Vengono convocate molto raramente: e alle calende greche. Con tutta calma. Come se avessero un tempo lentissimo, solenne, anacronistico. Può darsi che questo dipenda dal peso della realtà, della gente in carne e ossa: spostare persone non è come radunare follower, si maneggia l’immateriale molto più agevolmente, e con minore spesa, di come si maneggia la vita materiale.
Ma può darsi, anche, che alle nuove leve della politica, tutte social e slogan, delle piazze importi un fico secco, le considerino un residuo novecentesco, un pachiderma in un mondo volatile, tutto fulmini e saette, tutto clic e istantanee. Ma sbagliano. Diano retta a un vecchio arnese come me: sbagliano.
Se la gente non va più a votare, è anche perché la politica sembra incorporea. E l’incorporeo ha meno appeal, è meno sexy.
Non ce ne frega niente — con tutto il rispetto — dei tweet e delle dichiarazioni lampo (una frasetta e via) ai telegiornali. Vogliamo che la massa dei vivi e dei pensanti si senta convocata, e rappresentata. La politica, senza le piazze, muore di inedia e di inespressività, alla fin fine muore di noia.

Una meravigliosa Rula Jebreal!

 





Ai posteri

 

Questo video andrebbe conservato a futura memoria, custodito in un caveau ultra protetto, affinché, tra qualche migliaio di anni, qualche altra intelligenza possa comprendere con che eclatanti merde sì doveva convivere in questi tempi ormai prossimi all’Armageddon!






lunedì 26 maggio 2025

Genova è rinsavita!




Filosofia belligerante

 

Più armi, riserva militare e Nato: vademecum bellicista di Crosetto
DI GIACOMO SALVINI
Armiamoci e partite. Il ministro vuol “ripensare l’esercito con chi non ha esperienza pregressa” Spese al 2% coi fondi Ue
Istituire una “cultura della Difesa” al servizio del Paese. Divulgare l’importanza degli investimenti militari e dei sistemi d’arma perché “siamo dalla parte del giusto”. Avere un ruolo maggiore nella Nato sia a livello di spese che di partecipazione alle missioni internazionali. Oltre che ripensare l’esercito con una riserva che coinvolga anche chi non ha alcuna “esperienza militare pregressa”. È questo il contenuto del “Programma di comunicazione del ministero della Difesa del 2025”: un documento di 33 pagine, che Il Fatto ha letto, firmato dall’ufficio di comunicazione del ministero di Guido Crosetto che risale all’8 maggio scorso. Una sorta di vademecum per promuovere le iniziative e le politiche della Difesa e che traccia le linee guida per comunicare le scelte del ministero, come sulle spese militari. Un testo che si divide in diverse sezioni tra policy comunicative, allegati e schede di iniziative ma che ha un obiettivo: garantire che i cittadini “siano adeguatamente informati” alla luce di un contesto geopolitico “in continua evoluzione”, dalla guerra in Ucraina all’instabilità in Medio Oriente passando per le sfide sulla cybersicurezza, il dominio spaziale, il fronte Mediterraneo e l’Indo-Pacifico. In particolare, si legge, lo scopo principale è quello di presentare la Difesa e le Forze Armate “come elementi essenziali del sistema nazionale e internazionale di sicurezza, al servizio della protezione delle nostre libertà”. Per le campagne di comunicazione potranno essere ingaggiati privati, come associazioni e influencer.
Sei sono gli obiettivi individuati dal ministero e tra questi c’è lo sviluppo del termine “Difesa” che passa da eventi, iniziative editoriali, collaborazioni, patrocini e campagne di comunicazione. Per far questo, però, è necessario rendere “credibile” lo strumento della Difesa e il ministero vuole “perseguire lo sviluppo e la diffusione della cultura della Difesa” per aggiornare e modernizzare lo strumento militare. E qui il ministero dà un’indicazione su come divulgare gli investimenti in “ricerca e sviluppo”: spiega che non sono importanti solo per la Difesa ma anche “per tutto il sistema Paese” per l’occupazione, il sistema industriale, la leadership tecnologica e la crescita economica. A questo proposito il ministero indica anche come rispondere al disagio dei cittadini contrari a finanziare i sistemi d’arma. In primis ricordare che è “un dovere verso i nostri militari” anche all’estero, in secondo luogo “noi siamo, quando ci muoviamo, dalla parte del giusto”. Ovvero? “Non perché siamo i più bravi – si legge – ma perché la Costituzione è chiara, il Parlamento si esprime e vigila” e “l’impiego dei nostri militari è sempre stato e sempre sarà legittimo e rispettosi dei principi” del diritto internazionale. I pacifisti che hanno dei dubbi? “Siamo aperti al dibattito – spiega il ministero – ma su questo non si riesce a vedere un terreno fertile su cui intavolare una discussione produttiva”.
Così il ministero in un allegato indica tutte le iniziative di comunicazione per promuovere la cultura della Difesa. Tra gli obiettivi del ministero ci sono anche delle novità del 2025 che delineano il programma di Crosetto da qui a fine legislatura. La possibilità di estendere una riserva militare per rispondere alle carenze delle forze armate per contrastare gli “effetti dell’invecchiamento del personale militare”. Nel documento si parla esplicitamente di “revisione dello strumento della riserva” che coinvolga anche personale “privo di pregresse esperienze militari”. Infine, a proposito del rapporto con la Nato il ministero della Difesa spiega che l’Italia dovrà assumere un maggiore ruolo nelle decisioni sulle missioni all’estero smettendo di essere solo una troops contributing nation (nazione contributrice di truppe) rispettando gli impegni in termini di investimenti: per Crosetto è necessario arrivare al 2% (10 miliardi) nonostante sia un obiettivo “impegnativo” e solo attraverso lo “scorporo dai vincoli di bilancio europei”.

L'anno che verrà

 



Disanima

 

La riforma dell’Università: professori un tanto al chilo
DI TOMASO MONTANARI
Un errore gravissimo. In pochi giorni il governo Meloni cambia il reclutamento universitario: ma nettamente in peggio. Viene soppressa l’abilitazione scientifica
In pochi giorni, il governo Meloni cambia il volto del reclutamento universitario: nettamente in peggio. Viene soppressa l’Abilitazione scientifica nazionale, con cui si veniva dichiarati idonei alle due fasce della docenza. Di quel sistema orribile, si butta via il (pur sempre possibile) vaglio di merito, per tenere proprio il peggio, e cioè l’aspetto brutalmente quantitativo. Ora ci sarà una autocertificazione (sic!) in cui ciascun candidato dichiarerà di avere i requisiti minimi per partecipare ai concorsi locali: pura quantità, non importa cosa ci sia scritto, chi se ne frega. Manca solo la richiesta di allegare lo scontrino della bilancia con la pesatura della carta delle pubblicazioni. Dopodiché, scattano i concorsi locali, con un membro interno e gli altri estratti a sorte. In nome della responsabilizzazione delle singole università, si ha il coraggio di affermare. Ma quale università può essere onestamente ritenuta responsabile di decisioni prese da sorteggiati di altri atenei? E cosa diavolo c’entra il sorteggio con il merito, e appunto con l’assunzione di una responsabilità? Ma i vincitori saranno valutati ogni due anni, si incalza. Valutati, ancora una volta a peso: un tanto al chilo. Ottenendo solo di moltiplicare la mole di ricerche inutili, finte, dannose, in un delirio di iper-produzione che nulla ha a che fare con la qualità, o anche solo con la decenza. Il cottimo della ricerca.
Come se non bastasse, ecco anche la riforma del pre-ruolo, approvata con un blitz grazie ad un emendamento al Pnrr, in totale spregio della dignità del lavoro parlamentare e accompagnata da una campagna che diceva volutamente il falso, presentandola come una provvidenziale misura per attrarre giovani. È esattamente il contrario: essa mira a sterilizzare l’unica forma dignitosa prevista dall’ordinamento attuale (e difesa dalla Commissione Europea come architrave del Pnrr applicato alla ricerca), il contratto di ricerca. E lo fa introducendo figure a minor tutela e maggior tasso di schiavismo accademico: l’incarico post-doc, un rapporto di lavoro a tempo determinato a cui vengono attribuiti anche compiti didattici (perché la didattica universitaria italiana si regge quasi per metà sulle spalle dei precari: una enorme vergogna), e l’incarico di ricerca, un cococo senza alcuna garanzia. Il risultato è che si potrà rimanere precari fino, e oltre, ai 40 anni, espellendo le donne dal sistema e favorendo un diffuso ossequio al potere e al sapere stabiliti in accademia. È esattamente il contrario di ciò che serviva: il contratto di ricerca, e i soldi per farne moltissimi.
L’Italia investe pochissimo sull’università (meno dell’1% del pil contro una media Ocse del 1,5), ha un personale docente vecchio (la maggioranza ha più di 50 anni) con un ferreo dominio maschile, e non riesce a diventare di massa (26,8 % di laureati nella fascia 25-34 anni, contro il 41,6 della media UE). In compenso, regala laureati e talenti a tutto il mondo, con una crescita costante della fuga dei laureati (il 43% degli emigrati italiani di fascia 18-34 ha una laurea; secondo la Fondazione Nordest, “nella media del biennio 2021-22, il valore annuo del capitale umano uscito con i giovani è stato di 8,4 miliardi a prezzi del 2023”). In questa situazione, l’unica riforma veramente necessaria sarebbe portare il finanziamento del sistema universitario almeno in media Ocse, cioè aumentarlo del 50%: che è l’unica cosa che dovrebbe chiedere la Conferenza dei rettori, la quale invece esprime, iddio la perdoni, “piena soddisfazione” per questa irricevibile porcheria. In Costituente, Concetto Marchesi si diceva felice che dopo secoli di leva delle armi, la Repubblica (che “promuove … la ricerca scientifica e tecnica”, art. 9 Cost.) iniziasse finalmente la leva delle intelligenze. Oggi è evidente che siamo al totale ribaltamento del progetto: si investe in armi, non in cervelli. Unica nota positiva, questa volta le opposizioni (il Pd, con gli ottimi Verducci e D’Attore, i Cinque Stelle e Avs) sono state chiare e forti, dicendo cose che (si spera) le obbligherebbero a fare bene, se mai tornassero al governo.
Invece, l’entusiastica, imbarazzante, benedizione della Conferenza dei rettori, del presidente dell’Accademia dei Lincei, della senatrice a vita Elena Cattaneo, di ex ministri come Valeria Fedeli o dei corifei della peggiore reazione, come Ernesto Galli della Loggia e i suoi caudatari, vale come eloquente sigillo di questa doppia controriforma all’insegna del potere accademico costituito, contro la libertà, e la dignità stessa, delle giovani ricercatrici e dei giovani ricercatori. E se da questa maggioranza politica non ci si poteva davvero che aspettare il peggio, il tradimento del potere accademico è (seppur anch’esso scontato) particolarmente doloroso. “Perché è avvenuto tutto questo? Per mancanza di capacità e di cultura? No: per mancanza di coscienza civile”: ancora una volta, le parole di Concetto Marchesi in Costituente restano, purtroppo, terribilmente attuali.