Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 25 gennaio 2025
Archivi
La verità per sbaglio
di Marco Travaglio
Per celebrare con largo anticipo il 50° compleanno, Repubblica riedita vecchi articoli. E non s’accorge dell’effetto boomerang: chi li legge scopre che persino Rep, un tempo, dava notizie vere. Ieri l’archivista addetto alla selezione – probabilmente un putiniano infiltrato – ha riesumato una corrispondenza di Nicola Lombardozzi, ora in pensione, sulla cosiddetta “rivolta di piazza Maidan” che 11 anni fa insanguinò Kiev con appositi cecchini fascisti che scatenarono il caos sparando su civili e poliziotti, provocando la reazione degli agenti anti-sommossa, lasciando sul selciato oltre 100 morti e mettendo in fuga il presidente ucraino Yanukovich, equidistante fra Russia e Ue&Nato. Fu il primo atto della guerra civile ucraina, che dilagò per otto anni nelle regioni russofone di Donbass e Crimea, fece almeno 15 mila morti e culminò nell’invasione russa del 2022. Tutto perché la maggioranza degli ucraini continuava a opporsi alle mire della Nato e delle sue quinte colonne fascio- nazionaliste, eleggendo nel 2004 il neutralista Yanukovich (subito cacciato dalla “rivoluzione arancione” pilotata e finanziata dall’Occidente: lo rivelò il Guardian) e rieleggendolo nel 2010.
Oggi chi osa parlare di guerra civile e raccontare chi c’era dietro le due rivolte di Maidan è uno sporco “putiniano”. Ma il 20 febbraio 2014 Rep titolava: “Kiev brucia, è guerra civile”. E il suo inviato raccontava ciò che vedeva. “Agenti di polizia con cappuccio nero che… prendono la mira, poi si fermano. Forse rispondono a cecchini ribelli che, si dice, avrebbero sparato sui poliziotti”. Le “interminabili trattative di Yanukovich con i tre ministri europei che non riescono a convincerlo alle dimissioni” (non si sa bene a che titolo, visto che era stato regolarmente eletto col 48,9%, contro il 45,4 della rivale, l’oligarca ultranazionalista e filoccidentale Yulia Tymoshenko). La “violenza delle frange paramilitari di estrema destra”. I “nuovi aiuti arrivati in soccorso dei manifestanti di professione”. I “giovani picconatori che smattonano un kmq di pavimento stradale per farne munizioni contro la polizia”. Le “provocazioni dei neonazisti che hanno messo a segno violenze, sparato con revolver e fucili da caccia sugli agenti, rintracciato alcuni di loro fin nei dormitori della polizia per picchiarli a morte”. “I super attrezzati militanti di Pravyj Sektor, il gruppo di destra più organizzato militarmente” nei “tanti palazzi pubblici occupati”. E la morale della favola: “Se provocazioni ci sono state hanno raggiunto l’obiettivo”. Infatti “la Crimea… roccaforte della popolazione russa… è pronta a lasciare l’Ucraina”. Speriamo che Riotta e Cappellini non se ne accorgano, altrimenti ci scappa una nuova caccia al putiniano. Stavolta però in casa.
L'Amaca
Il passato ostaggio del presente
DI MICHELE SERRA
Si va verso il Giorno della Memoria in un clima aspro, sgradevole, come se il presente imponesse il suo dazio e impedisse di raccogliersi in silenzio, e in concordia, attorno a una delle massime tragedie della storia.
Così che perfino il più unanime dei giudizi storici, quello sulla Shoah, che vede l’umanità intera chinarsi sulle vittime, e solo gli eredi dei carnefici in disparte, risulta quasi incrinato da divisioni e polemiche che con la memoria di quello sterminio inaudito non hanno niente a che vedere.
Da un lato gli insulti, stupidi e feroci, a Liliana Segre, considerata corresponsabile, in quanto ebrea, della politica di Israele, a conferma che sì, purtroppo non è più così netto il confine tra antisionismo e antisemitismo, tra ostilità politica e ostilità razziale.
Dall’altro la decisione della Comunità ebraica milanese di disertare l’incontro del 27 gennaio per la presenza di associazioni, come l’Anpi, ritenute “troppo filopalestinesi”, a conferma che sì, criticare la distruzione di Gaza e l’annessionismo del governo Netanyahu in Cisgiordania (che nel sito della Comunità milanese viene chiamata “Giudea e Samaria”, come usa la destra nazionalista israeliana: e vale quanto una scelta di campo) viene considerato incompatibile con la memoria della Shoah. Il passato diventa ostaggio del presente, viene usato, o abusato, per alzare la voce sullebreaking news . Non se ne esce, non ci si rigira più, è come se gli uomini di buona volontà fossero in ostaggio dei faziosi: così è la guerra, del resto, un baccano diabolico che ruba il tempo e lo spazio al silenzio.
venerdì 24 gennaio 2025
L’Amaca
E se il postmoderno fosse premoderno
di Michele Serra
La parola “fascismo” — con buona pace dal braccio teso schizzato fuori dal corpo sovreccitato di Elon Musk, tal quale Peter Sellers nel Dottor Stranamore — mi sembra troppo facile e soprattutto troppo vecchia, se il problema è definire quello che sta accadendo in America. Una formidabile, inedita saldatura tra potere tecnologico, potere economico e potere politico, e una ristretta oligarchia di maschi bianchi che celebrando se stessa celebra una nuova maniera di concepire il mondo.
A giudicare dalle mire quasi annessionistiche nei confronti di Canada, Panama, Groenlandia, occhio al Messico che è il prossimo della lista, e dal disprezzo conclamato per le istituzioni sovranazionali al completo (Ocse, Oms, Onu, tutta robaccia smidollata che Trump detesta) è piuttosto “imperialismo” il termine che potrebbe rivelarsi più calzante. Il mondo intero come orizzonte, così come lo vedono, tutto quanto, i satelliti di Musk e così come lo vedeva, tre secoli fa, la Compagnia delle Indie, che aveva diviso il mappamondo, per comodità, in “Indie Orientali”, Asia e Africa orientale, e “Indie Occidentali”, Americhe e Africa Occidentale. Tutto il pianeta a disposizione, anche se qualche problemino con la Cina, ieri come oggi, i maschi bianchi ce l’hanno.
Non il fascismo, ma l’Ancien Régime e l’assolutismo sono le pietre di paragone. Il postmoderno, con Trump e Musk, si colora di premoderno. I tifosi della modernità si consolino: non siamo indietro, siamo avanti. Ai convenuti alla corte di Trump mancava solo la parrucca, e i valletti che la incipriano. Noi la parrucca l’abbiamo tolta due secoli fa.
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