domenica 22 settembre 2024

Incontro con la sorte



Mentre sogni la fragranza dell’Intercity che con la sua accoglienza ti cullerà per prepararti a salutare le vacanze, e ti prepari con cura musica, letture e posizioni per canoniche penniche, ecco che accanto al tuo lindo posto di prima, proprio accanto, s’erge sontuosa, immarcescibile, statuaria, la fobia dei viaggiatori solitari: la mitica Cagacaxxi! Con tutte le valige raccolte attorno a sé e formanti un baluardo contro gli eventuali attacchi visigoti, la signora tenta di intavolare la discussione con un “scusi ma le sembra tagliata questa bottiglietta? L’ho presa in stazione e non vorrei mai…” ma ad uno scafato come me, con già inforcate le sante cuffiette - sempre ti lodino Steve - il rigore finisce alto in curva: fingendomi un mix tra Bernardo il servo di Zorro, Gerry dei Brutos, e Torquemada spengo meglio di un Canada Air il mortale tentativo di scassarmi gli zebedei per tre ore; ma lei essendo molto più scaltra di Donzelli, affila la spada e, dopo aver ingurgitato biscotti con una voracità ricordante i fratelli Trinità e Bambino con la mega padella di fagioli, e tracannato tè e liquidi vari come se fosse sul Mortirolo con una Graziella con ruotine, mi chiede, come se fossi il capotreno, la collocazione del vagone bar, ed io, scartando la canonica, sacrosanta, inconfutabile “e io che caxxo ne so?” ho optato indicando la direzione, sicuro di non sbagliare essendo nella prima carrozza; e quando è ritornata con un bicchiere fumante, in un lampo, ho cercato su Google “come curare le ustioni di primo grado ai testicoli in treno” certo del versamento sbadato della gaglioffa. 
Al momento mentre sono teso come se uno della famiglia Cerchi fosse seduto accanto ad un Donati, ella urla al cellulare come se non ci fosse un futuro, imbizzarrendosi perché in galleria cade la comunicazione - e io diligentemente evocò la gloria dei santi enunciandoli ad uno ad uno per scansare il dovuto “ma in galleria la linea cade porcaccia miseria lo sa pure Gasparri!!”- osservo davanti a me il posto libero accanto ad una ragazza in divisa FS, non operativa, che deve aver vinto Miss Capotreno nel 2018/19/20/21/22/23 e, sfanculando il sistema di assegnazione dei posti, medito sul destino che aleggia sopra a noi, divertendosi pedissequamente…

Docet!



Sarzana docet! Anche a Piacenza, sulla falsariga del festival della Mente, ecco un festival culturale a ingresso libero. Quello che incute fobie è la comparsa dell’Auditore compulsivo. Lui: giubottino iper stretto, zainetto, scarpa comoda, sguardo impegnato, pronto a recepire commenti in un’area di un km quadro per dire la sua con riferimenti eruditi mandati giù a memoria a colazione, pronto a scattare, travolgendo tutto per l’incontro successivo, anche se quello in corso ha come tema “il rispetto degli altri e la calma come ragione di vita.”
Lei: borsa a tracolla, abbigliamento casual, scarpa colorata, ombrellino che spunta, bottiglia d’acqua in mano, sguardo curioso, sorriso stampato, risposta meccanica a qualsiasi domanda, tipo “scusi che ora è?” - “guardi oggi ho ascoltato Freri, la Soccilli - adoro!- Trimurtoni e oggi vado da Prollini, Cumego, Brallarini, e la prossima settimana vado a Cuneo al festival della Perspicacia!”

Le guerre e il fico



L’ultima foglia di fico 

di Marco Travaglio 

In quelle che Alessandro Barbero chiama “le guerre perbene”, era buon uso dichiararle prima di farle. Così il nemico si regolava. Ora invece si fanno senza dichiararle, anzi negandole, o chiamandole con un altro nome. E le dichiarazioni di guerra vanne lette tra le righe. Tipo quella alla Russia contenuta nell’ultima risoluzione del Parlamento europeo, approvata da Popolari (inclusa FI), Socialisti (inclusi i contorsionisti del Pd), Verdi (esclusi i nostri), Liberali e Conservatori, con i No di M5S, Lega e Avs, che “invita gli Stati membri a revocare immediatamente le restrizioni all’uso dei sistemi d’arma occidentali forniti all’Ucraina contro legittimi obiettivi militari sul territorio russo”. Cioè a fare ciò che neppure Biden, al momento, ha ancora fatto: autorizzare l’Ucraina a bombardare una potenza nucleare con 6 mila testate atomiche, dopo averne invaso un pezzettino. Gli altri Paesi Ue possono farlo: le loro Costituzioni non ripudiano la guerra. Ma la nostra sì, come hanno ricordato non i bellicisti mascherati del Pd, ma i ministri di destra Crosetto e Tajani. I guardaspalle della Nato che infestano gazzette e tv sono subito insorti contro la presunta “ipocrisia”. Ma dovrebbero prendersela con l’adorato Draghi che il 1° marzo 2022, per aggirare l’articolo 11 e inviare armi a un Paese non alleato in guerra, chiarì in Parlamento che l’obiettivo era la “de-escalation” militare e il negoziato Mosca- Kiev con l’unico mediatore allora in campo: il Papa. Armi non per sconfiggere la Russia, ma per negoziare la pace fra le due parti. E lo ribadì al G7 in Germania, il 28 giugno ’22: “Armi e sanzioni sono fondamentali per portare la Russia al tavolo dei negoziati”. L’ex presidente della Consulta Cesare Mirabelli, peraltro molto lasco sull’articolo 11, spiegò: “La Carta non nega la guerra di difesa, ma indica la via maestra della diplomazia come soluzione dei conflitti internazionali”.
Poi però il tavolo si aprì, a Minsk e poi a Istanbul, e un accordo era vicinissimo già un mese dopo l’invasione russa, ma Zelensky fu indotto ad abbandonare i negoziati dalle pressioni di Usa e Gran Bretagna. E il 4 ottobre ‘22 proibì addirittura per decreto ogni trattativa con la Russia. Da allora cadde anche l’ultima foglia di fico e l’Italia restò nuda a violare la Carta inviando armi a Kiev per usarle in Ucraina. Figurarsi in Russia. Ora però apprendiamo da Stefano Cappellini su Rep che dire no ai nostri missili in Russia è una vergogna perché votano così anche “Salvini e Vannacci”, per non parlare di Orbán. Quindi è ufficiale: la Costituzione della Repubblica Italiana non l’hanno scritta De Gasperi, Togliatti, Terracini, Ruini, La Pira, Croce e gli altri 550 padri costituenti. L’hanno scritta Salvini, Vannacci e Orbán. Buono a sapersi.

sabato 21 settembre 2024

Toti


Il Codice Da Toti

di Marco Travaglio

L’altro giorno, nel noto simposio di giureconsulti L’aria che tira, il patteggiato re seriale Giovanni Toti mi ha impartito una lezione di Diritto penale: “Un patteggiamento non è un’ammissione di colpa. Sono stato accusato di essere Al Capone, poi è uscito fuori che Toti non ha mai preso un euro”. In attesa di sapere perché uno che non ha mai preso un euro prega il giudice non di assolverlo al processo, ma di infliggergli una “pena detentiva” di 2 anni e 1 mese per corruzione con interdizione dai pubblici uffici senza processo (ma in base alle accuse del pm), cito dal sito del ministero della Giustizia del suo amico Carletto Nordio: “Presupposto del patteggiamento è l’implicita ammissione di colpevolezza da parte dell’imputato”. E la Corte di Cassazione: “La richiesta di accettazione della pena deve essere considerata come ammissione del fatto”. Tant’è che ora il giudice, se accetterà il patteggiamento, potrà confiscare a Toti i soldi che non ha mai preso e intanto scatterà sia l’interdizione dai pubblici uffici sia la legge Severino, che dichiara incandidabile chi è stato condannato o ha patteggiato (per la legge è la stessa cosa) una pena superiore a 2 anni per un delitto contro la PA.
Purtroppo è inutile spiegare queste cose a Toti, che ha studiato Diritto nei prestigiosi atenei serali del Psi e di Cologno Monzese. Il Tribunale del Riesame di Genova, rigettando la sua prima istanza di revoca degli arresti domiciliari, scrisse che poteva ripetere i reati perché non li capiva: “Se è necessario per l’indagato farsi spiegare ogni volta dagli inquirenti che cosa sia lecito e che cosa non lo sia, continua indubbiamente a sussistere il concreto e attuale pericolo che egli commenta altri fatti di analoga indole, nella convinzione di operare legittimamente”. Confondeva le “erogazioni liberali” (cioè gratuite e disinteressate) degli imprenditori ai politici (consentite dalla legge) con le mazzette che incassava da Spinelli &C. mentre concordava concessioni, licenze e appalti (vietate dalla legge). Poi le manette devono avergli fatto intuire la differenza, infatti s’è dimesso e ha patteggiato la pena. Non una, ma due volte e sempre per corruzione, cioè per soldi che non ha preso: prima per quelli del ras del porto Aldo Spinelli, poi per quelli di Luigi Alberto Amico, patron degli omonimi cantieri navali. Se un patteggiamento è un indizio di innocenza, due patteggiamenti sono una prova schiacciante. Purtroppo s’è scordato di coordinarsi con Matteo Salvini, che proprio a Genova, al Salone Nautico, alla domanda se patteggerà per Open Arms, ha risposto adorabile: “Non ho nulla di cui pentirmi o su cui patteggiare, non sono mica un delinquente!”. Mica è Toti, lui.

venerdì 20 settembre 2024

Checco



Cari amici di Segovia, cari fratelli spagnoli che non mettete l’italiano nelle traduzioni nei musei: anche qui per evitare di scendere alla fontana coi secchi se non ci fosse stato Checco l’idraulico…

Cavron



Dopo un abnorme giro nella cattedrale di Burgos vedo finalmente il bagno fatto ad angolo e lì effettuo minzione con rigorosa e sana tromba riproducente marcette castigliane. Nel frattempo dall’angolo compare un piccolo signore con baffetti somigliante a quello della Bialetti che guardandomi con disprezzo esclama “Cavron!” al che gli ribatto “senor non estemos nel palacio real! Questo è un cessos!” Minimamente toccato dalla constatation mi ribadisce “cavron!” 
Vamos!

Mi ricorda



Questo Nello che riesce a far politica di parte davanti all’alluvione mi ricorda quel mammifero dei Canidi diffuso in Europa e Asia, dal tronco snello come quello di una volpe, con muso appuntito, orecchie corte, mantello colore giallo-grigiastro superiormente e biancastro inferiormente, attivo di notte, che si nutre di piccoli vertebrati e spesso anche di carogne, che emette un particolare grido… da sciacallo appunto!