martedì 26 marzo 2024

L'Amaca

 

Le parole povere di un capo
DI MICHELE SERRA
Le interviste a Trump, i discorsi di Trump, i tweet di Trump, insomma le parole di Trump, fanno sempre una certa paura.
Non perché è di destra (ma è “di destra”, poi, quella tronfia vacuità? O è qualcosa che arriva “dopo”, dopo tutte le categorie fino a qui conosciute?), ma perché è stato presidente degli Stati Uniti e potrebbe ridiventarlo; e siamo abituati a pensare, da generazioni, che un capo, qualunque siano le sue idee, sia tenuto a una postura e a un linguaggio non al di sotto della media.
Se leggete la recente intervista di Trump su Israele e Gaza, la rudezza dei concetti e al tempo stesso la loro banalità, da chiacchiera mentre si fa la coda a un fast-food («gli ebrei democratici odiano Israele», «a Gaza Israele deve finire il lavoro») vi sembreranno indegni di un leader così importante; e vi sembreranno tali perché lo sono, perché quell’uso basico e presuntuoso delle parole non appartiene ad alcuna delle tradizioni politiche del passato.
Sono “nuove”, nel senso che non esprimono, nemmeno nelle virgole, qualcosa che riveli una riflessione, un pensiero, un’elaborazione dei dati. Al massimo contengono degli istinti, delle simpatie e delle antipatie. Dei giudizi sommari, degli insulti, delle minacce. Un ragionamento, mai. Nemmeno per sbaglio.
Molte cose sono migliorate, nei decenni. Non mi considero un nostalgico. Ma l’idea che pezzi importanti della classe dirigente si sentano esentati dalla cultura, dallo studio dei problemi, dalla riflessione, è un peggioramento secco. Che sia avvenuto per via dei social, o del populismo, o per un collasso culturale collettivo, è oggetto di dibattito.
L’unico dato certo è che quando parla Trump si ha l’impressione che almeno un paio di gradini, nella scala della civilizzazione, li abbiamo scesi.

lunedì 25 marzo 2024

Non riesce a dirlo!

 


Arte incassante

 

Fuori i bimbi, dentro chi paga. Il museo bipartisan di Firenze
LA CITTÀ “SPREMI IL TURISTA E BASTA” - Quale cultura? Gli Uffizi di Schmidt e i musei targati Pd sono stati governati nello stesso modo per essere abbandonati al mercato: le scuole non sono gradite
DI TOMASO MONTANARI
Se davvero sarà l’ex direttore degli Uffizi Eike Schmidt a guidare la destra fiorentina contro la candidata del renzianissimo Pd fiorentino, sul piano della politica del patrimonio culturale si tratterà di un derby in famiglia. E non solo perché Schmidt reca impresso il “bacio della morte” che gli dette Dario Franceschini scegliendolo come uomo-simbolo della sua scellerata riforma dei musei (quella che Gennaro Sangiuliano continua ad attuare entusiasticamente), ma anche perché (al di là delle schermaglie di potere) gli Uffizi di Schmidt e i musei comunali di Nardella sono stati governati nello stesso modo: malissimo. Questo “modello Firenze”, che unisce destra-destra e sinistra-destra, prevede che i musei siano visti, e gestiti, come “macchine da soldi” (parole con cui Renzi sindaco illustrò il suo progetto per gli Uffizi), e dunque abbandonati al mercato e al turismo intensivo che ha fatto sparire Firenze come città.
La conseguenza è che i fiorentini sono espulsi dal loro patrimonio, e che la prima relazione a saltare è proprio la più vitale, democratica e carica di futuro: quella con la scuola. Le scuole, nei musei fiorentini, non sono oggi ospiti graditi.
Nei musei (comunali e statali) non sono ammessi gruppi più grandi di 15-20 persone: il che non permette la visita a una classe media. E i musei più frequentati, come gli Uffizi, accolgono prenotazioni per gruppi scolastici di sole 15 persone ogni 30-45 minuti. Dividere una classe in due gruppi a 45 minuti di distanza significa dover utilizzare due guide, uscire con 4 o 6 docenti e non poter spiegare le stesse cose a tutti, lasciando un gruppo ad attendere per strada per tre quarti d’ora. E per di più i musei rendono obbligatorio l’uso degli auricolari, che costano 1,5 euro l’uno e impediscono una vera lezione collettiva con i bambini. E, d’altra parte, non si può più far sedere educatamente per terra, a gambe incrociate e davanti alle opere, i bambini piccoli: perché “non è decoroso”, e perché i turisti non possono farsi selfie davanti ai quadri. A saltare è dunque quella relazione sentimentale – tra corpi, collettività, spazio museale e opere – la cui costruzione è di gran lunga più importante delle poche parole appiccicate ad ogni quadro visto. Alcuni (il Museo del Novecento, per esempio) aprono la mattina alle 11: ma i bambini della primaria alle 12.30 al massimo devono essere a mensa! Nelle chiese ormai musealizzate (alcune dello Stato ma date in gestione al Comune) si paga anche sopra gli 11 anni (6 euro a bambino!). A Palazzo Vecchio le prenotazioni dalle 9.45 alle 12.00, e dalle 14 alle 15.30 (le sole utilizzabili dalle classi della scuola primaria) da quest’anno sono riservate a coloro che fissano percorsi a pagamento con MuSE, la cooperativa renziana che gestisce le attività educative nei musei civici. E siccome per fissare il pulmino comunale e per avere il permesso di uscita dalla scuola serve indicare una data certa e un luogo certo da visitare, non si può neanche uscire di scuola per tentare la fortuna di accedere senza prenotazione nel palazzo di tutte e tutti.
Tanti anni fa, una anziana insegnante mi raccontò come il padre, contadino anarchico mugellano, ogni domenica mattina si mettesse il vestito della festa, caricasse la figliola sul calesse e la portasse non alla messa, ma agli Uffizi, dicendole: “Sono tuoi, e sono sacri”. Qualcosa di non molto diverso l’ha scritto Antonio Tabucchi, rivolgendosi proprio ai giovani fiorentini: “Mio zio mi prendeva per mano, e mi faceva camminare nel corridoio del Vasari. Questo è un luogo sacro, mi diceva, ricordatelo bene”.
L’articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”. Il patrimonio storico e artistico della nazione (menzionato – caso unico al mondo – tra i principi fondamentali della Carta) è precisamente uno degli strumenti che permettono di rimuovere quegli ostacoli. Ebbene, pensate ai bambini fiorentini che appartengono alle famiglie dei nuovi italiani: ospiti tollerati a stento nella città del lusso, e che proprio nella scoperta che i famosi musei di Firenze appartengono anche a loro potrebbero trovare una qualche fiducia in un futuro di giustizia e inclusione. È a questo che dovrebbero servire i musei: alla costruzione di una nuova coesione sociale, non ad alimentare un turismo di puro, rapacissimo, consumo. Ma mentre i musei di Nardella tenevano fuori le scuole, gli Uffizi di Schmidt diffondevano le foto di Chiara Ferragni davanti alla Venere di Botticelli, per “raggiungere i giovani”, trattati come compratori di pandori.
La morale è inquietante: nei musei di Firenze bisognerebbe cambiare tutto, ma visto il pensiero unico che vede il patrimonio non come ossigeno, ma come petrolio, il rischio concreto è che, chiunque vinca le elezioni, non cambi nulla.

domenica 24 marzo 2024

Tiè!


Intrapresi or dunque l’ausculto della Commedia del prode Alighieri… ehm.. si ho iniziato, estasiato, ad ascoltare la Divina Commedia e nel canto VIII dell’inferno ecco già comparire un prototipo di tutte le liti condominiali, Filippo Cavicciuoli, soprannominato Argenti perché aveva lo sfizio di ferrare il cavallo con ferri d’argento, che oggi lo possiamo equiparare agli Argenti che in baldanza, smargiassi ed epuloni, mostrano la loro tracotanza credendosi padroni della sfera; pare che l’Argenti parcheggiasse il cavallo davanti all’abitazione del suo vicino di casa, gli Alighieri, che andarono in causa con la famiglia degli Adimari. Continuarono le liti tra loro ed il poeta lo citò ad imperitura memoria nel poema, conficcandolo nella melma degli iracondi, confermando che l’opera sua è si Divina, ma anche occasione per togliersi sassolini dalla scarpa. E che sassolini! Tiè!

Bari vs bari

 


Ribaltamenti

 

La gallina che canta
di Marco Travaglio
Anche sulla strage di Mosca invidiamo le certezze dei cosiddetti esperti: quelli che un minuto dopo sapevano già che l’Ucraina c’entrava o non c’entrava, o era stato l’Isis, anzi gli islamisti caucasici, o forse i ceceni, o magari le milizie russe filo-ucraine, o più probabilmente Putin si era fatto l’attentato da solo. Quando impareremo a considerare questi sedicenti analisti per volgari propagandisti di Putin o di Biden&Zelensky, oppure ultras che descrivono il mosaico geopolitico come una lotta fra cowboy e indiani o fra curva nord e sud, sarà sempre tardi. L’Isis, lo Stato islamico sunnita sorto fra Iraq e Siria sulle ceneri del regime di Saddam spodestato dagli sciiti col nostro astuto appoggio, ha molte ragioni per detestare Putin, nemico del jihadismo in Cecenia, Siria&C. (perciò piaceva tanto ai “buoni” fino al 2022). Anche gli afghani lo odiano: è figlio della Russia che nel 1979 li invase e nel 2001 concesse lo spazio aereo all’operazione Enduring Freedom anti-Talebani. Quindi la pista Isis, profetizzata con mirabile tempismo da Usa e Uk, è plausibile, anche se mancano simboli e slogan jihadisti e la tensione fra quel mondo e Mosca è un po’ vecchiotta.
Poi c’è la pista ucraina, molto più attuale, subito negata da Usa e Kiev prim’ancora che Mosca la evocasse. Putin, dopo gli arresti dei presunti stragisti, ha detto che fuggivano verso una “finestra aperta” in Ucraina: accuse tutte da provare (se pure fosse vero che fuggivano non in Bielorussia, ma nella zona di Kharkiv presidiata dalle truppe ucraine, non è detto che il governo lo sapesse). Ma sarebbe più facile smentirle se Kiev non fosse usa alle menzogne più spudorate e non avesse cantato per prima come la gallina che ha fatto l’uovo. Venerdì sera il portavoce dei servizi militari ucraini Andriy Yusov ha definito la strage “una provocazione deliberata del regime di Putin”, che “vuol finire la carriera con crimini contro i suoi stessi cittadini”. Cioè a uccidere i 150 russi e a guastare l’immagine di Putin è stato Putin: una scemenza che alimenta i peggiori sospetti. Al pari del mantra “Noi non pratichiamo il terrorismo”, smentito dall’autobomba che a Mosca uccise Darya Dugina, figlia del filosofo amico di Putin (attentato negato da Kiev e poi risultato opera sua); e dalla distruzione dei gasdotti Nord Stream, che qualche buontempone atlantista tentò di attribuire al solito Putin e invece fu quasi certamente ucraino con l’aiuto di servizi occidentali. Il 7 ottobre, dopo il pogrom in Israele, Zelensky sentenziò: “Dietro Hamas c’è Putin”. E fu sbugiardato dall’ambasciatore israeliano a Mosca: “Totali assurdità, pure teorie del complotto”. Se il regime ucraino vuole apparire estraneo all’ultima strage, è meglio che taccia: appena parla, sembra subito colpevole.

L'Amaca

 

Stanze chiuse piazze aperte
DI MICHELE SERRA
Raramente la politica riesce a trasmettere sollievo, e addirittura una certa contentezza. Uno di questi rari momenti è la manifestazione di ieri a Bari, una specie di insorgenza solidale, molto partecipata, attorno al sindaco Decaro. Le facce, i discorsi emozionati, il clima della piazza dicevano di una comunità che si mobilita e si compatta di fronte a un attacco imprevisto e soprattutto sleale. C’erano perfino, fianco a fianco, due candidati sindaci rivali, Leccese e Laforgia, uniti dallo slogan di convocazione, decisamente deja entendu ma nel caso in questione molto espressivo, e insostituibile: “giù le mani da Bari”.
I fatti sono noti. Non la magistratura ma il governo, nella persona del ministro dell’Interno Piantedosi sollecitato da esponenti pugliesi del centrodestra, ha avviato una procedura che può portare allo scioglimento del Consiglio comunale di Bari per infiltrazioni mafiose. La procedura è apparsa faziosa e irragionevole alla luce del fatto che la mafia barese, in conseguenza del lavoro del sindaco Decaro e del governo regionale, da qualche anno ha vita molto più difficile (è la Procura di Bari a dirlo), e la “restituzione” di Bari Vecchia ai cittadini e ai turisti, sottraendola al degrado e al controllo malavitoso, è un’opera politico-urbanistica esemplare, e soprattutto portata a termine.
Le piazze contano relativamente (si vede chi c’è, non chi non c’è), ma quantità e qualità della giornata barese lasciano intendere che il colpo basso di Piantedosi e dei suoi ispiratori abbia ottenuto l’effetto opposto. La politica si fa nelle stanze chiuse ma deve fare i conti anche con le piazze aperte.