giovedì 22 febbraio 2024

Attorno a Ferrara


La spia che venne dal Pincio

di Marco Travaglio 

Nel 2003 Giuliano Ferrara, direttore del Foglio berlusconiano, confessò con fierezza che nel 1985-’86 aveva fatto l’“informatore prezzolato della Cia” e si era “lasciato corrompere senza troppi problemi” da un “giovane sveglio e simpaticissimo agente americano” che lo pagava in “dollari avvolti in una busta giallina, fantastica, del peso giusto. E perdere l’innocenza era meraviglioso. Qualche conversazione avveniva al Pincio” e “il passaggio di mano della busta aveva qualcosa di erotico”. L’Ordine dei giornalisti riuscì a non fare nulla e ora ci tocca pure leggere la spia Ferrara che dà lezioni di deontologia ad Assange. E si permette pure di irridere le sue drammatiche condizioni dopo 13 anni di cattività: “Si è sposato, ha fatto due bei figlioli” e ora “l’augurio è che in carcere il riscaldamento funzioni meglio che nella tana del lupo siberiano”, ma soprattutto che il reprobo rifletta “su quel lancio di agenzie rubate in libertà, altrimenti 175 anni sono anche pochi” (oltre che una spia, Ferrara è anche un noto garantista). La differenza fra l’Impero del Bene e quello del Male è tutta qui: il primo, se fai il giornalista e dai notizie vere, ti arresta, ti seppellisce vivo ma malato in galera, poi ti condanna a morte o a vita; il secondo, se fai l’oppositore xenofobo, ti arresta, ti condanna a 21 anni e ti fa o ti lascia morire.

Intendiamoci: in un Paese in cui La Stampa non dedica una riga all’udienza su Assange a Londra, Repubblica un trafiletto affogato nelle sette pagine quotidiane su Navalny e il Corriere un cazziatone di Aldo Grasso a Riccardo Iacona per avere “sposato la causa di Assange”, definito “attivista che non ha mai fatto giornalismo d’inchiesta” (vuoi mettere le inchieste di Aldo Grasso), ma ha commesso “reati” (quali, visto che nessuno l’ha condannato?), c’è da rallegrarsi perché almeno il Foglio mette Assange in prima pagina. Poi, certo, mente spudoratamente secondo le usanze della casa: abituato a contar balle fin da piccolo, Ferrara non può che detestare Assange che dava notizie vere. Infatti lo accusa di aver messo a “serio rischio l’incolumità di informatori e soldati della Cia e del Pentagono” e le loro “magagne senza le quali la nostra libertà non esisterebbe”. Ora, Assange non ha messo a rischio la vita di nessuno e la nostra libertà esisterebbe anche se Cia e Pentagono non avessero sterminato un milione di innocenti tra Afghanistan e Iraq né torturato prigionieri ad Abu Ghraib e a Guantanamo (dove le torture continuano). Anzi, se i crimini documentati da Wikileaks non fossero stati commessi, oggi avremmo qualche titolo a dare lezioni di democrazia a Putin. A proposito: i “giornalisti” pagati dalla Cia dovrebbero allegare i bonifici sotto la firma e farvi seguire l’articolo. Se avanza spazio.

Pregni di idiozia

 

Ci sarebbe dell'incredibile a guardare questo spot sulla sicurezza stradale a firma ministero delle Infrastrutture, se non fosse incredibile che un diversamente pensante come il Cazzaro ne sia il ministro di riferimento.

Dunque, immaginiamoci la vicenda: tra una pernacchia e un bofonchio, un modellino di ponte inutile e costosissimo, una puttanata oramai a cadenza giornaliera, qualcuno, ridestatosi dal letargo tipico del nullafacente, propone di girare spot sulla sicurezza stradale; troppi morti e feriti sulle strade. Bene, bravo, bis! Ci sarà stato chi avrà informato il ministro tuttofare ma mai facente - via libera, si parte! Avranno presumibilmente affidato il progetto ad un'agenzia pubblicitaria, e quindi qualcun altro ne avrà visionato il lavoro finale... "bello, molto forte ma a mio parere efficace!" - "ok per me va bene, lo mandiamo in onda il prima possibile! Almeno daremo parvenza di efficienza e sensibilità sul tema!" 

Ci sarà stato un regista, chi avrà scelto le attrici, le musiche, la Gregoracci in fondo ai trenta secondi che lancia il messaggio "Fai l'unica scelta possibile", poi la struttura con la suddivisione delle due scelte a bordo dell'auto, quella nefasta che porta all'incidente, e la seconda che dovrebbe essere quella giusta - "non mi distrarre che sto guidando!" - ma anche nell'opzione saggia, quella spronante imitazione per ridurre i rischi sulla strada... le protagoniste.., non hanno le cinture!!! 


Mi chiedo, mannaggialamiseriainverecondaefollementebagascia: com'è possibile che a nessuno, regista - tecnico - sceneggiatore - addetto del ministero - funzionario giudicante - vice direttore - direttore - segretario generale - e si  anche lui, lui, lui che senz'altro, tra un mojito e l'altro l'avrà guardato... come kazzo è stato possibile che a nessuno delle cervici in campo non sia venuto in mente l'idea, il rivolo di pensiero, il bofonchio, lo spasmo intellettivo per far notare agli idioti astanti: "raga vi siete accorti che stiamo girando uno spot sulla sicurezza stradale senza le cinture di sicurezza?!!!" 

E invece niente, il nulla, il deserto come la mente del responsabile del ministero delle Infrastrutture, alias il Cazzaro Verde! 

Fatemi scendere!


mercoledì 21 febbraio 2024

Strano ma vero



La chiesa di Étrépigny, 269 abitanti, nel nord della Francia. Qui dal 1689 al 1729, anno della sua morte, fu parroco Jean Meslier, che per quarant’anni finse di essere pastore di anime, mentre di notte scriveva uno dei più grandi trattati sull’ateismo, in tre copie, che, sotto forma di testamento, furono divulgate dopo la sua morte. 
Quarant’anni senza mai destare un sospetto tra i parrocchiani. Una vita recitata incredibilmente. Meslier ha una targa in suo onore nelle mura del Cremlino.

Liceo farsa

 

Made in Italy. Sorpresona: il gran liceo delle eccellenze non eccelle per niente

di Alessandro Robecchi 

Non si parla abbastanza di un grande successo di Giorgia Meloni e della sua famiglia al governo: il liceo del made in Italy, una grande intuizione del ministro Valditara, quello che confondeva umiltà (atteggiamento richiesto agli studenti che si avvicinano al sapere) con umiliazione (pratica con cui Valditara vorrebbe avvicinare gli studenti al sapere). Il liceo del made in Italy – usiamo umilmente (ma anche un po’ umiliati) le parole del ministro – dovrebbe ampliare l’offerta scolastica con “una formazione tesa a valorizzare le eccellenze italiane riconosciute a livello internazionale”. Apperò! A prima vista sembrerebbe stimolante: l’ora di pizza margherita, l’ora di Sinner, e anche certe trappole scolastiche che rischiano di rovinare la media se condotte a digiuno, tipo la verifica di prosecco.

Naturalmente nulla si fa per nulla, e la chiosa ai roboanti annunci di Valditara era la soddisfazione di “venire incontro alle nuove esigenze del mondo del lavoro”, il che fa sperare nell’istituzione di speciali corsi di sopravvivenza al precariato, che è, in effetti, un’eccellenza italiana. La nuova offerta formativa gentilmente proposta dal governo Meloni, che si accompagna all’istituzione della “giornata del made in Italy”, il 15 aprile (colpevolmente non il primo di aprile) è affiancata da entusiasmanti iniziative, come la creazione di una fondazione chiamata “Imprese e competenze per il Made in Italy”, che fungerà da “raccordo tra il nuovo liceo e le imprese”. Insomma, se poi nel curriculum mettete “cameriere stagionale” va bene lo stesso, eh!

Il liceo del made in Italy ha riscosso un fiammeggiante successo presso le famiglie italiane: gli ardimentosi che hanno creduto alla nuova proposta formativa del collettivo studentesco Valditara-Urso-Meloni sono stati, al momento delle iscrizioni, la bellezza di 375. Mila? direte voi. No, no, proprio 375, cioè lo 0,08 per cento delle iscrizioni alle scuole superiori, e così i 92 istituti che si erano detti disposti alla coraggiosa innovazione si troveranno in media con 4 studenti per ogni nuova scuola. Un successo che si inserisce nel solco dei grandi trionfi del governo di Giorgia Meloni, come lo “storico” accordo con la Tunisia (fallito dopo sei minuti), lo “storico” accordo con l’Albania sui migranti (che ci costerà come regalare una Porsche a ogni migrante deportato), o lo “storico” piano Mattei, per cui in Africa stanno ancora ridendo.

La questione, come ovvio, ha avuto ricadute piuttosto ridicole, per esempio a Crema, Istituto Munari, dove al liceo del made in Italy si è iscritto un solo studente (uno) e il preside Pierluigi Tadi ha pensato di arrivare a 25 rastrellando con sorteggio ragazzi che avevano scelto un altro indirizzo scolastico. La cosa è poi rientrata con una discreta marcia indietro, ma insomma, il gradimento degli studenti italiani per il nuovo indirizzo di studi teso a valorizzare il made in Italy e le eccellenze nazionali sembra un po’ scarsino, a dispetto della fragorosa accoglienza che l’annuncio ebbe su giornali e telegiornali, ulteriore prova che il mondo reale vince sempre sul mondo surreale della propaganda. Consiglierei comunque di perseguire l’obiettivo, di precisare il piano di studi, di affinare un’idea così luminosa che solo tre settimane fa il ministro del Made in Italy Urso definiva “un grande successo” (in tivù) e “un baluardo che valorizza eccellenze italiane” (alla Camera). Bello. Poi via, tutti di corsa a iscriversi al liceo. Quell’altro, però, quello vero.

Già alle Idi...

 


Trovare l'inghippo

 

Si può scrivere pure delle bestie islamiche e del civile Occidente
DI DANIELA RANIERI
Apprendiamo da un articolo apparso ieri su Repubblica a firma di Dina Porat, professoressa emerita all’Università di Tel Aviv, che il massacro del 7 ottobre ha colto di sorpresa Israele perché “la mentalità israeliana è per sua natura occidentale: pensa seguendo linee logiche, calcola le proprie mosse in base al profitto e mira al benessere di cittadini e nazioni”, motivo per cui “non avevamo capito la profondità e l’intensità dell’odio in cui intere generazioni nel mondo musulmano, e in particolare a Gaza e nell’autorità palestinese, sono cresciute”. Perciò consiglia all’Occidente di farsi furbo e di “studiare l’Islam”.
Si è dovuta scomodare un’intellettuale (argentina, che vive in Israele) per costruire un articolo fondato su un’argomentazione così pedestre che sembra firmato da un qualunque impiegato di un giornale padronale ultra-atlantista italiano.
L’equazione “Hamas = mondo musulmano” è data per scontata: è la tesi-cardine del pezzo; sostenuta dall’altra, ossia che “dall’estate del 2014 la situazione militare era relativamente stabile”: Hamas sembrava contenta di essere finanziata ed erano tutti tranquilli. Questo è un falso storico: da 15 anni Israele perpetra una violenza sistematica sulla popolazione di Gaza, 2,1 milioni di persone di cui 800 mila giovani, che va dal divieto di accesso alle cure mediche al controllo dell’anagrafe, al divieto di esportare prodotti ortofrutticoli, al razionamento dell’acqua e delle calorie quotidiane pro capite, etc.
Per la docente, invece, tutto filava liscio a causa dell’ingenuità degli israeliani: “La mentalità occidentale, e quella cristiana in particolare, ritiene che gli esseri umani siano fondamentalmente onesti, e che se messi in condizioni opportune… tendano a comportarsi rettamente”. Dire che Hamas ha compiuto la strage del 7 ottobre perché ha una “mentalità non occidentale”, disonesta e ingrata, vuol dire tralasciare il contesto di violenza in cui è maturato l’odio e fondare i propri argomenti su un assunto marcatamente razzista. La strage di Hamas è motivata con una differenza antropologica ed etica: è l’apice di una favola in cui i puri, gli occidentali, sono stati traditi dagli astuti musulmani. Così si giustifica il massacro di tutta la popolazione palestinese. Dire che Israele ragiona secondo logica, poi, vuol dire omettere che il governo Netanyahu è pieno di fanatici messianici, a cominciare dal premier. Più volte Netanyahu ha detto: “È una lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre, tra l’umanità e la legge della giungla. Loro sono il popolo delle tenebre. Adempiremo la profezia di Isaia”. Il ministro della Difesa Gallant ha messo sotto assedio Gaza per combattere “gli animali umani” che vi vivono: “Cancelleremo tutto”. Il ministro delle Finanze Smotrich, colono in Cisgiordania, ha espresso la volontà di “trasformare lo Stato di Israele in una teocrazia della Torah”.
Del resto l’Occidente (Usa, Nato, Europa) sta forse pensando al “benessere di cittadini e nazioni” mentre perpetua la guerra in Ucraina a fronte dell’evidente vittoria della Russia, armandosi allo spasimo e portando il mondo sull’orlo della catastrofe atomica? L’Occidente guidato dal logos, lindo e civile, appoggia la vendetta genocidaria di Israele (30mila morti di cui il 70% bambini, neonati e donne) fingendo di non vedere che per il governo israeliano i civili palestinesi non sono vittime collaterali, ma obiettivi. Decine di video mostrano soldati dell’esercito israeliano che umiliano i prigionieri, entrano nelle case distrutte di Gaza irridendo gli ex-abitanti, mangiano i loro cibi, rovistano tra la biancheria femminile, montano sui tricicli dei bambini morti. Questa è la “mentalità occidentale”, che del resto abbiamo già visto a Guantanamo grazie alle rivelazioni di Julian Assange, perciò murato vivo nel mondo civile; questa è l’etica che ci rende superiori agli animali privi di pietà cristiana.

Differenze

 

Assalny
di Marco Travaglio
Mentre in Russia i media di regime (tutti) dedicano poche righe a Navalny e grande spazio al ritorno in tavola delle banane e dei gamberetti, che finora scarseggiavano per le sanzioni, in Italia i media di regime (tutti tranne due o tre) riservano pagine e pagine a Navalny e neppure una riga all’udienza dell’Alta Corte di Londra sull’estradizione di Assange negli Usa. Repubblica, come sempre, batte tutti: 7 pagine su Navalny e non una sillaba su Assange, recluso da 12 anni a Londra, prima nell’ambasciata d’Ecuador poi in carcere, che ora rischia di marcire in una galera americana per il resto dei suoi giorni per aver documentato i crimini di guerra della Nato. Anziché vergognarsi, Stefano Cappellini rivendica la censura: “Chi si impunta a cambiare discorso per parlare di Assange lo fa con un obiettivo chiarissimo e ripugnante: sminuire la morte di Navalny e suggerire che l’Occidente fa come o peggio di Putin”. E va capito: chi fa pseudogiornalismo embedded non riesce a concepire il vero giornalismo contro il potere. Il poveretto finge di non sapere che l’udienza su Assange è una notizia e va data a prescindere dal giudizio (poteva parlarne e poi chiedere la garrota). O forse pensa che il Fatto si sia messo d’accordo mesi fa con l’Alta Corte per fissare l’udienza il 20 febbraio dopo aver saputo da Putin (e da chi se no?) che Navalny sarebbe morto il 16.
Ribaltare il suo sragionamento a pene canino sarebbe facile: chi cambia discorso per parlare di Navalny lo fa allo scopo ripugnante di sminuire la persecuzione di Assange. Ma significherebbe ridursi al suo livello, cioè sottozero. Noi, per strano che possa sembrargli, proviamo lo stesso sdegno per i perseguitati da tutti i regimi: Navalny (malgrado le sue idee razziste), Assange, Khashoggi (segato a pezzi dai servizi di Bin Salman), Gonzalo Lira (il blogger cileno e cittadino Usa arrestato perché criticava Zelensky e morto in un carcere ucraino), Andrea Rocchelli (il reporter italiano assassinato dalle truppe ucraine nel 2014 mentre documentava la guerra civile in Donbass e ancora in attesa di giustizia). Versiamo le stesse lacrime per i civili caduti in tutte le guerre: ucraini uccisi dai russi, ucraini del Donbass ammazzati dagli ucraini di Kiev, israeliani trucidati da Hamas, palestinesi sterminati da Israele. E siamo antifascisti contro tutti i fascisti: quelli italiani ed europei (inclusi i fascio-atlantisti finlandesi e baltici), quelli russi della Wagner e del nazionalismo navalnyano, quelli ucraini dell’Azov e di alcuni partiti filo-Zelensky. E non vediamo l’ora che qualcuno stili la hit parade dei crimini di guerra per scoprire se “l’Occidente fa come o peggio di Putin”. Nell’attesa, l’Occidente ha già stravinto a mani basse un campionato: quello dell’ipocrisia.