domenica 25 giugno 2023

L'Amaca

 

Senza un euro ma patrioti
DI MICHELE SERRA
No ai “fondi stranieri” e ai “soggetti stranieri”, il debito pubblico “deve rimanere italiano”. È con questo concetto fieramente autarchico che il Salvini ha ri-bocciato il Mes, che da quello che si è capito sarebbe una specie di paracadute da tenere nell’armadio e da usare solo in caso di emergenza, ma nella visione salviniana è un grimaldello del bieco mondialismo per scardinare i forzieri della Patria. I “soggetti stranieri” si annidano nel Mes come gli achei nel cavallo di Troia.
La parola “italiano” ricorre, nei discorsi del Salvini, più della virgola. Tutto deve essere “italiano”, compreso il nostro cavernoso debito pubblico, conquistato con il sudore della fronte, l’ininterrotta lagna assistenzialista e la velocità di gamba con la quale scansare le tasse. In questo senso il Salvini ha mille volte ragione: l’italianità del debito italiano andrebbe rivendicata con lucido realismo. Alla stessa maniera l’italianità delle frane e delle alluvioni, l’italianità del ponte Morandi, l’italianità delle mafie (ne abbiamo una collezione quasi prodigiosa), l’italianità di tutte le nostre magagne e omissioni.
In fin dei conti sarebbe un bel passo avanti, perché il patriottismo facile e piacione (“siamo i migliori!”) potrebbe essere bilanciato da una specie di patriottismo riflessivo: siamo anche dei notevoli pirla, e in qualche caso dei mascalzoni di lunga esperienza e di tenace fedeltà alle cause peggiori.
Ogni paio di settimane si dovrebbe aprire l’oblò che si affaccia sul debito pubblico (possiamo immaginarlo identico al deposito di Paperone, ma vuoto e rimbombante) e constatare, con la voce di Alberto Sordi, che non c’è una lira. Nemmeno un euro, ma è valuta straniera e dunque possiamo fare finta che non ci riguardi.

sabato 24 giugno 2023

Dal futuro


Dalle Cronache di Storia (edizione del 2045)

L’antipatia si materializzò in questo paese a cavallo del millennio in questo contenitore, che vediamo in foto, di uno snobismo esasperato, nel Bignami del “io so’ io e voi nun siete un caxxo!”; all’anagrafe risulta chiamarsi Garnero, ma nell’allocchismo imperante preferì tenere il cognome del primo marito, Santanchè, o meglio, Santa(de)chè; con un timbro di voce irritante persino un bonzo sotto morfina, questo compendio dell’inettitudine girovagò nei meandri della cosiddetta Casa delle Libertà, approdando nel 2020 nel regno dei Fasci Assopiti, diventando, contro ogni logica e dignità, ministro del Turismo, pur possedendo quote di uno stabilimento ad uso di riccastri nel viareggino. 
Nella tv di stato oramai assopita, al solito, ai voleri del potere di turno, una trasmissione ancora miracolosamente libera, Report, portò a galla le nefandezze amministrative della Garnero al tempo in cui stava preparandosi ai box per la successiva carriera ministeriale: un simposio di nefandezze, di fatturazioni, di fallimenti, di pagamenti bluff, di fatture mai saldate, da far impallidire Al Capone e Banda Bassotti. Garnero recalcitrò all’inverosimile, rifugiandosi dietro al “fateviicaxxivostri” molto di moda all’epoca del fascismo dormiente, ispirata da un ministro della Giustizia, tale Nordio, che stava alla legge come un defunto Puttaniere Maximo di quegli anni, all’onestà. In quel periodo nel governo vi era pure la presenza di un ministro tra i più imbelli della storia italiana, che fu insonorizzato e quasi narcotizzato da un modellino di ponte che mai fu realizzato, ma che a lui piaceva tanto, visto che ci giocava spasmodicamente. 
Come tutte le altre storie invereconde della nazione, la vicenda Garnero fu dimenticata molto presto dal popolo, distratto com’era da eventi mediatici propinati dal potere dell’epoca, tra cui spiccava “il Grande Fratello Vip”, una mercificazione insalubre, proteggente la casta dall’emersione dei loro misfatti.

L'Amaca

 

La bandierina che sventola
DI MICHELE SERRA
Quanto conta, nei casi recenti di malaffare politico, l’aria che tira? Ovvero il progressivo dissolvimento del clima “giustizialista” e moralista in favore di una sbracatura immoralista che adopera il “garantismo” come foglia di fico? Trent’anni fa un avviso di garanzia bastava a distruggere carriere e persone, e vale ricordare che i giornali di destra furono, di questo crucifige, tra gli interpreti più entusiasti: il cappio esposto in Parlamento dal deputato leghista Leoni Orsenigo è una delle pagine più ripugnanti della storia repubblicana.
Oggi lo sproposito è di segno opposto, come se il partito della Punizione fosse stato infine sopraffatto dal partito degli Impuniti (un caso evidente di bipolarismo perfetto).
Quasi per ricordarci che ciò che non riusciremo mai a essere è un Paese normale, meno emotivo e più raziocinante, più equilibrato e meno vociante. Ieri gli inquirenti furono proclamati tutti santi, oggi tutti inquisitori, prova ne sia la glorificazione post mortem del più celebre imputato italiano, promosso a Padre della Patria nonostante alcune evidenti controindicazioni di ordine etico e sì, anche giudiziario. In prima fila, a battere le mani, molti ex amici del nodo scorsoio: salendo al potere sono scesi di calibro, ora quel nodo lo fanno alla cravatta ministeriale.
Tornando alla domanda iniziale: è molto probabile che il capovolgimento degli umori, in merito ai doveri e alle responsabilità di chi esercita un ruolo pubblico, induca a ritenere che i comodi propri sono intoccabili, e definitivamente al sicuro. E laddove sventolò lugubre il cappio, oggi prevale, tra gli ombrelloni, la bandierina del “me ne frego”. L’ aria che tira basta, ampiamente, a farla sventolare, lieta e leggera, nel venticello estivo.

Di tutto, di più!

 

Aspi, l’assalto dei Benetton per “arrivare a Conte” e 5S
LE NUOVE INTERCETTAZIONI - Nel 2020 le pressioni di Castellucci & C. per far saltare la revoca: “Andiamo da Di Maio col cappello in mano”. I contatti con la Lega e il ruolo di Delrio
DI MARCO GRASSO
L’assalto al premier Giuseppe Conte e ai ministri 5S. Gli abboccamenti con la Lega e con il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti dell’allora amministratore delegato di Atlantia e della controllata Aspi Giovanni Castellucci, nell’immediatezza del crollo del Ponte Morandi. Il lavoro di lobbying nel centrodestra, con Gianni Letta, e nel centrosinistra, con l’entourage di Matteo Renzi e di Iv. Il ruolo attivo degli ex ministri Graziano Delrio e Vittorio Grilli nella trattativa che ha consentito di sgombrare il tavolo dalla revoca della concessione, sostituita con l’ingresso della Cassa depositi e prestiti in Aspi e oltre 8 miliardi di euro liquidati ad Atlantia. C’è tutto questo nelle ultime intercettazioni inedite agli atti del processo del Ponte Morandi – e raccontate nel libro Il crollo (Ponte alle Grazie) – che il Fatto oggi può anticipare.
Un’altra parte di queste conversazioni non le leggeremo mai: andranno distrutte, grazie a una delle tante leggi-bavaglio di questi anni. Quella targata Andrea Orlando che, con il proposito di tutelare i soggetti non indagati, impedisce così all’opinione pubblica italiana di sapere cosa si sono detti i più alti dirigenti di Atlantia con membri di governo ed ex ministri, e di ricostruire i retroscena della trattativa tra Aspi e Cdp. Per alcuni avvocati degli imputati di Genova, che sostengono di non aver potuto accedere al materiale, è anche una palese violazione del diritto alla difesa: “Alla sbarra ci sono soldati semplici, mentre i generali si accordavano con i vertici dello Stato”. Con la riforma Nordio, per la cronaca, non sarebbe possibile conoscere nulla di tutto ciò che leggerete.
“la questua da Di Maio” I grillini sono la bestia nera dei Benetton, definiti in alcune conversazioni “scemi” o “cretini”. Per la prima volta, i lobbisti di Atlantia sono senza referenti. Castellucci è quello che ci vede più lungo: “Le paci mica si fanno con gli amici, si fanno con i nemici”. È il 17 novembre del 2018. L’Ad di Aspi, già indagato per i morti di Genova, è al telefono con Ermanno Boffa, marito di Sabrina Benetton: “Io (la pace, ndr) l’ho fatta con Di Pietro, mica con Prodi. Ammesso che fosse un amico, perché gli amici ti aiutano…”. Il riferimento è alla convenzione autostradale del 2007, che contiene la clausola capestro che tornerà utile dopo il collasso del Morandi: anche in caso di responsabilità della concessionaria, lo Stato sarebbe costretto a ripagare ad Aspi 23 miliardi. “Bisogna andare da Di Maio con il cappello in mano”, dice Castellucci. “E lui deve vederla come una grande vittoria”, concorda Boffa. “Ma lui deve vincerla”.
I contatti con la lega È il 16 agosto 2018, appena 48 ore dalla strage. Castellucci scrive su WhatsApp ad Amedeo Gagliardi, direttore legale di Aspi: “Visca ha parlato con Giorgetti che è assolutamente per un tavolo. Mi o ti ̀farà sapere. (…) Giorgetti credo vedrà Toti a breve. Ipotesi incontro con Giorgetti e Toti insieme. Io, Visca e Giampellegrini (Toti) ci vediamo comunque il 28. Valuta se non sia utile vedere Toti (e Rixi?) per anticipare proposte e averli dalla nostra parte. È chiaro che Toti ha bisogno di risolvere il problema del collegamento ed è consapevole che Aspi è fondamentale”. I riferimenti di Castellucci, annota la procura, sono “contatti di altissimo livello”: Paolo Visca, allora capo di gabinetto di Matteo Salvini; Giancarlo Giorgetti; Giovanni Toti; Pietro Paolo Giampellegrini, capo di gabinetto di Toti; Edoardo Rixi, sottosegretario al Mit, oggi viceministro.
Toti e gli spot La mossa successiva di Castellucci è di offrire i capitali di Atlantia per salvare la disastrata Banca Carige. In cambio degli “annessi e connessi”: ovvero evitare la revoca. “Stiamo proseguendo sulla pista, abbiamo visto Garavaglia (sottosegretario leghista, ndr)”, lo informa il 31 ottobre Pietro Modiano, commissario della banca. “Ne parlava con Salvini, che ne parlava a Di Maio: o mettete i soldi pubblici o lasciate i Benetton a mettere i soldi”. Il perno della trattativa su Carige è Toti, a cui Castellucci chiede di fare da “ambasciatore” con la Lega sul tema delle concessioni. “L’unico canale può essere Conte”, ragiona Castellucci il 3 novembre. “Conte, o la Presidenza del Consiglio… Giorgetti”, dice Toti. “Io con Conte ovviamente ci parlerò”. In un’altra occasione Toti e Castellucci discutono della promozione pubblicitaria istituzionale che la Regione Liguria acquista dagli aeroporti di Atlantia: “Mi ha mandato un messaggio il tuo commerciale – dice Toti il 6 febbraio 2019 – stiamo raccogliendo le foto per la campagna”. Castellucci: “Bello, bello, bello… Quindi che ci mettete? Cinque Terre? Portofino? (…) Ti han fatto un buon prezzo? Se ti avanza qualcosa meglio, verifico le condizioni e ti faccio sapere”.
“Andiamo da Delrio” Castellucci si dimette a settembre 2019. Un copione molto simile a quello di Carige sarà replicato mesi più tardi con la trattativa Alitalia, dove Castellucci si accrediterà come mediatore. “Sta facendo il consulente ombra del ministro Patuanelli”, dice di lui il nuovo Ad di Atlantia, Carlo Bertazzo, successore di Castellucci. “Castellucci mi dava informazioni, non era affatto mio consulente – spiega oggi Patuanelli, contattato dal Fatto – sapevo benissimo che quella trattativa non sarebbe andata da nessuna parte. Ad Atlantia interessava solo alleggerire la propria posizione sul Ponte Morandi”.
Ma alla fine, al premier, Atlantia sembra arrivare davvero. È il 15 gennaio 2020. “Boffa mi incoraggia, dice che la revoca non la fanno”, dice Gianni Mion, manager dei Benetton. “C’è Delrio adesso che si sta agitando… te lo ricordi l’ex ministro?”, risponde Fabio Cerchiai, presidente di Atlantia. Mion: “Bè, come no, deve agitarsi, e che cazzo fa?”. Cerchiai: “Infatti sto organizzando per andarlo a trovare…”. Lo scenario è cambiato. Governo Conte II, il Pd è subentrato alla Lega in maggioranza. I manager Atlantia hanno un buon ricordo di Delrio: da ministro ha regalato ad Aspi quattro anni di concessione, in cambio della costruzione della Gronda, accordo poi stracciato dal successore Toninelli. Delrio non ha un ruolo nel Conte II, ma è garante del programma: “Una rivisitazione delle concessioni ci trova d’accordo”, disse il 29 agosto 2019. Rivisitazione, in casa Atlantia, suona meglio di revoca. E la società sembra puntare su Delrio per ammansire la ministra Paola De Micheli , definita “una stupida”, “una poveretta”.
“Arriviamo a Conte” Il 16 gennaio 2020, l’avvocato Sergio Erede, consulente legale dei Benetton, chiama Mion: “Sai che avevamo tentato quel contatto con Conte, tramite Alpa?”. Il riferimento è all’avvocato Guido Alpa, mentore di Conte. “Allora – prosegue Erede – Alpa ha richiamato oggi, e ha detto che ha parlato con lui… Lui gli ha detto che si rende perfettamente conto del disastro economico che conseguirebbe a un contenzioso”. Mion: “Bene, è una buona notizia”. Erede: “È disponibile a un incontro, con noi però, non con la parte”. Mion riferisce la novità all’Ad di Atlantia Bertazzo (su ilfattoquotidiano.it l’audio esclusivo): “Sono stati chiamati dal partner del primo ministro, ha capito benissimo che non può correre il rischio di un disastro di queste dimensioni. L’unica cosa che chiede è che lo aiutiamo a trovare la sponda per i suoi… diciamo sostenitori del partito… stasera o domani Erede lo incontra”. Bertazzo: “Si muovono con l’ex ministro”. Chi sia l’ex ministro i due non lo specificano. Va detto che Delrio non è l’unico ex ministro a cui Atlantia guarda con favore. Nella trattativa per la cessione di Aspi a Cdp spunta anche Vittorio Grilli, ex titolare dell’Economia nel governo Monti: “È la persona che ci ha aiutato a ristabilire i rapporti con il ministero dell’Economia”, dice Erede. Dopo gli abboccamenti con Alpa, Mion incontra Di Maio. Non è dato sapere se questa fosse la “sponda nel partito” a cui avrebbe fatto riferimento il premier. Conte, contattato dal Fatto, rievoca così quei giorni: “Sulla mancata revoca hanno inciso i rischi giuridici ed economici troppo alti per lo Stato e quindi una valutazione della tutela dell’interesse nazionale. Ho messo tutta la mia forza e il mio coraggio nella vicenda di Autostrade, ma il vero problema è stato solo uno: governi precedenti avevano costruito una concessione con clausole troppo vantaggiose per i privati. L’unica cosa che potevamo fare era tenere duro, come abbiamo fatto, per imporre un risarcimento elevato e rimediare ai danni del passato. Non ho permesso a nessuno di interferire. Non nego che ci siano state resistenze in una parte della maggioranza, a partire dalle prese di posizione di Italia Viva e Renzi”.

venerdì 23 giugno 2023

Evvvvai!



Sono notizie queste che risollevano cuore e spirito; primo perché codesti ingordoni di like stanno sprofondando nei gradimenti, lui addirittura tre mesi fa come engagement ne aveva 1,37 milioni l, oggi - udite udite! -  740 mila, e continua a scendere (tra la mia commozione ed un gaudio infinito); lei ne ha persi 100mila fermandosi a 450mila! Come sono contento! La serie Ferragnez 2 su Prime - a proposito: chi la dovesse guardare si ritenga un Gasparri! - sta facendo ascolti da programma di pesca sportiva. Quindi c’è speranza! Non siamo rincoglioniti completamente! Sogno per quel poveretto che andava a fare beneficenza su un mega macchinone, un futuro da custode di minzioni in stazione, con tutto il rispetto per chi oggi vi lavora. E allora si che mi gusterei la nuova serie: i Cessagnez!

Eleganza

 


Ari Nordio

 

Inutile sarà lei
di Marco Travaglio
Di questo passo, il cosiddetto ministro della Giustizia Carlo Nordio diventerà una maschera della commedia dell’arte veneziana, insidiando il primato di Pantalone, Colombina e Rosaura. Dopo vent’anni in toga a recitare la parte del Di Pietro che non ce l’ha fatta, ora che è ministro si candida al ruolo del B. che non ce la fa. Dedica al nano estinto la schiforma della giustizia, che prevede l’avviso agli arrestandi con cinque giorni d’anticipo: una boiata che persino B. non s’era mai sognato neppure di pensare, perché un pizzico di senso del ridicolo lo conservava. Poi, intervistato dal Corriere, visto che non lo sopporta più neanche la Meloni, dà una slinguatina al fu Caimano per garantirsi almeno l’appoggio di FI. E dice, restando serio, che B. ricevette “un invito a comparire notificato a mezzo stampa durante una conferenza internazionale”, riuscendo a non dire una sola parola vera: l’atto gli fu notificato a conferenza finita e quando uscì sul Corriere lui sapeva già tutto dalla sera prima, quando l’ufficiale che l’attendeva a Roma gliel’aveva letto al telefono. Il Guardagingilli aggiunge che B. “ha perso tempo e opportunità con leggi ad personam, tra l’altro inutili”. Perso tempo? Inutili? Senza le leggi ad personam il suo impero tv sarebbe andato in rovina e lui sarebbe finito in galera per poco meno o poco più di un ergastolo.
Il dl Salva-Rete 4 e la legge Gasparri evitarono lo spegnimento o il trasloco su satellite di una rete Mediaset, sancito dalla Consulta bocciando la Mammì e poi la Maccanico. La schiforma del falso in bilancio (2002) cancellò i suoi reati in quattro processi per i conti truccati delle sue aziende, infatti fu assolto da colpevole perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”. La ex Cirielli (2005), dimezzando i termini di prescrizione, gli mandò in fumo altri processi per lui disperati: corruzione del testimone Mills (prescrizione in primo grado), corruzione del senatore De Gregorio (condanna in primo grado e prescrizione in appello) e intercettazione segreta Fassino-Consorte su Bnl, mai trascritta né depositata, ma girata al suo Giornale e sbattuta in prima pagina in piena campagna elettorale (condanna in primo grado e prescrizione in appello). A proposito del celebre “garantismo” dei berluscones, del loro culto sacrale del segreto e della riservatezza contro la “gogna mediatico-giudiziaria”. Per non parlare degli auto-condoni fiscali che trasformarono in pochi spiccioli di multa le frodi miliardarie del Caimano e della sua banda. E degli auto- condoni edilizi che sanarono i mega-abusi a Villa Certosa nel paradiso della Costa Smeralda, protetta da vincolo ambientale totale. Infatti già ci pare di sentire una vocina da Lassù o da Laggiù: “Nordio, mi consenta: inutili un cazzo!”.