giovedì 25 maggio 2023

L'Amaca


Il direttore di Roncobilaccio

DI MICHELE SERRA

Leggendo i nomi proposti dai partiti di governo per i nuovi organigrammi Rai, ho avuto un momento di schietto buonumore scoprendo che anche Isoradio, notizie sul traffico, fa parte della spartizione, e per la cronaca sarebbe “in quota Lega”. È sempre il dettaglio grottesco quello che distoglie lo sguardo dalla prosopopea del quadro e lo disvela in tutta la sua clamorosa comicità.
Non domandatevi se l’ingorgo all’altezza di Roncobilaccio, o l’uscita obbligatoria a Caianello, possano essere diversamente raccontati nel caso che il direttore di Isoradio sia di destra o di sinistra: sarebbe la classica domanda assurda.
Eppure è di questo assurdo traffico di nomine che, ad ogni cambio di governo, si scrive e si legge, con la trafelata serietà dei racconti politici romani.
Ed è talmente ovvio che l’assurdo pastrocchio di ostracismi e infeudamenti non ha nulla (ripeto, maiuscolo e in neretto: NULLA) a che vedere con la logica aziendale, men che meno con gli interessi degli utenti del servizio pubblico, che viene da domandarsi come sia possibile, dopo tanti anni (e questo è probabilmente l’anno peggiore, in fatto di sistemazione di amici e di serventi), che ancora questa oscena pratica sia in vigore. Come se vigessero lo ius primae noctis e il delitto d’onore: tanto vale, in termini di decrepitezza reazionaria, il padronaggio dei partiti politici sulla televisione pubblica.

Quando finirà il Medio Evo, nessuno saprà di che partito è il direttore di Isoradio, e i posteri sbalordiranno alla notizia che perfino ai caselli di Roncobilaccio e Caianello si doveva pagare pedaggio ai partiti politici.

mercoledì 24 maggio 2023

Addio ad una grandissima!



The Best!

Dialoghi

 




Robecchi

 

Grandi lagne di governo. Comandare fingendo di essere dissidenti oppressi
di Alessandro Robecchi
Ora che Tg1, Tg2, Tg3, Rete4, Tg5, Studio Aperto, Tg7 e Tg-Sky24 ci hanno mostrato Giorgia Meloni “lontano da microfoni e telecamere”, possiamo dormire tranquilli.
Ma intanto si registra un persistente mal di testa dato dall’inseguire voci e propagande della destra di governo, che lotta come un leone, come in un fortino assediato da comunisti e invece (ho controllato) è proprio al governo del Paese. Lo dico subito: Meloni che fa (pardon, non fa) passerella tra gli alluvionati è giusto e doveroso, cioè quello che uno si aspetta da un capo del governo. Un po’ meno edificante è la narrazione messa in piedi: lei che lascia il G7 in gramaglie, e poi la favola del “non è una passerella” con tono pre-offeso (traduzione: lo dico prima, non vi azzardate a dire che è una passerella). Insomma, è incredibile che anche in una normalissima e doverosa azione di capo del governo non si riesca a rinunciare a un ingrediente culturalmente centrale della destra italiana: il vittimismo.
In generale, spulciando qui e là tra esternazioni e commenti di questi giorni frenetici si direbbe che c’è gran confusione, è molto difficile codificare una strategia mediatica. La palma d’oro va, come spesso accade, al ministro cognato Lollobrigida, un campione. Mattarella, attraverso le celebrazioni del Manzoni, gli ha fatto pelo e contropelo con una lezioncina da maestro di sostegno su razza, etnia e Costituzione. E lui se n’è uscito con uno strepitoso: “Non credo che ce l’avesse con me”, per poi pubblicare odi ad Alessandro Manzoni. Riassumo: abbiamo un ministro dell’Agricoltura che diventa raffinato esegeta manzoniano pur di fingere che gli schiaffoni non li ha presi lui (cfr, “Io mica so’ Pasquale” di Totò).
Spicca nel quadro Marcello Veneziani, da alcuni decenni candidato a tutto quello che c’è di destra, dal convegnetto di nostalgici alla spedizione spaziale. Ha esternato sulle contestazioni alla ministra Roccella accusando il direttore del Salone del Libro, Nicola Lagioia, intervenuto per mediare, di “violenza di origine anarco-comunista”. Qui siamo alla meraviglia, al vittimismo onirico, come se contestare un ministro, pratica democratica quant’altre mai, fosse la Comune di Parigi (nota mia: magari!).
Ma in generale il ricorso allo spettro del comunismo è frequente e generalizzato e fa parte del gioco fascio-vittimista: governare il Paese ma fingere di essere dissidenti braccati in Corea del Nord. Comandare su tutto, ma dare la sensazione di essere minoranza oppressa (dai “comunisti”, poi, creature ormai mitologiche).
E poi, c’è lei, Augusta Montaruli, che allo stesso Lagioia, al Salone, urlava “Vergogna, vergogna” e “Con tutti i soldi che prendi!”. Ora, sommessamente, un consiglio spassionato agli anarco-casinisti della destra: se hai tra le tue file una condannata in via definitiva per peculato, è meglio impedirle di andare in giro a parlare dei soldi degli altri, è una questione di decenza, una cosa che somiglia molto all’autogol da metà campo.
In questi giorni abbiamo dunque visto in tutta la sua sgangherata potenza una certa esuberanza mediatica. E mentre ci balocchiamo con questi proclami un po’ improvvisati, tra il patriota Manzoni e i moti insurrezionali contro la ministra Roccella (che due ore dopo la terribile censura in stile Pol Pot era in televisione a dire la sua), registriamo la pressante richiesta – degli stessi – di costruire finalmente un’egemonia culturale di destra. Oh! Basta con Bertolt Brecht e Rosa Luxemburg, su, fate spazio, arriva Veneziani con la Montaruli!

Marco e il vergognoso clima

 

L’album di famiglia
di Marco Travaglio
Ieri, per la prima volta da quando è nato, il Fatto non ha scritto nulla sull’anniversario della strage di Capaci. Tacere almeno il 23 maggio ci è sembrato il miglior modo di onorare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, mentre tutti vomitano fiumi di parole che, appena escono dalle loro bocche, si svuotano, si seccano e si vaporizzano nell’aria. Basti pensare che proprio ieri, dopo otto mesi di vuoto, la maggioranza di destra s’è decisa a varare la commissione Antimafia, che una volta anticipava e pungolava la magistratura sui rapporti mafia-istituzioni e da tempo ne cancella persino le sentenze definitive. La presidente è la meloniana Chiara Colosimo, che con un’associazione pro detenuti ha incrociato spesso Luigi Ciavardini, condannato per la strage di Bologna con altri neofascisti: Fioravanti, Mambro e Bellini. Noi non pensiamo che sia un’amica degli stragisti mafiosi e fascisti che va all’Antimafia per coprirli: è troppo giovane per esserlo. Ma vicino a lei c’è chi quella storia la conosce bene e ha interesse a oscurarla. La sentenza di Bologna su Bellini (e sui defunti mandanti e depistatori Gelli, D’Amato e Tedeschi) conferma il filo nero che collega 25 anni di strategia della tensione, da piazza Fontana del 1969 al 1992-’94.
In Parlamento e in Antimafia l’uomo che più conosce quella storia, per averle dedicato molti anni da pm, è Roberto Scarpinato. Se i fratelli d’Italia fossero davvero, come dicono, devoti a Falcone e Borsellino, dovrebbero ascoltarlo. Perché dietro le stragi cosiddette “mafiose”, accanto ai boss danzavano i revenant dell’eversione nera, oltre agli emissari del berlusconismo arrembante. Chiunque voglia riempire i buchi neri della ricostruzione giudiziaria e storica deve passare di lì. Ecco perché chi ha avuto rapporti anche neutri con Ciavardini, qualunque cosa faccia (svelare o insabbiare), si vedrà rinfacciare quel legame. E sarà un danno non solo per lui, ma per il Parlamento e la ricerca della verità. Il sospetto però è che si voglia usare l’Antimafia non per completare le verità giudiziarie, ma addirittura per riscrivere politicamente in senso negazionista quel po’ di storia accertato faticosamente dai giudici. Infatti le destre hanno infilato in Antimafia due imputati e un’indagata, e Azione-Iv un altro imputato. Sono gli stessi partiti che hanno esultato per le assoluzioni in Cassazione sulla trattativa Stato-mafia raccontando che non è mai esistita, mentre l’artefice, il generale Mori, si sgola a ripetere che la fece eccome e la rifarebbe di nuovo. Con questi presupposti, tanto vale chiudere subito i battenti appena aperti dell’Antimafia. E, negazionismo per negazionismo, raccontare che Falcone, la moglie e la scorta si sono suicidati.

L'Amaca

 

Cercasi Manzoni disperatamente
DI MICHELE SERRA
Io avevo capito, da quel liceale svogliato che fui, che Manzoni era un cattolico liberale. In quel giochino un po’ scemo che consiste nel collezionare, come le figurine Panini, dei padri immaginari, non mi sognerei mai di intestare don Lisander alla sinistra.
C’è, nel suo formidabile librone, quel tanto di paternalismo nei confronti degli oppressi che ancora oggi, a quattro secoli dai fatti narrati, e a quasi due dalla scrittura del romanzo, lascia qualche perplessità: quando avevo vent’anni pensavo che Renzo Tramaglino fosse un cacasotto e che avrebbe dovuto farsi giustizia da solo, e don Rodrigo farlo fuori a sberle prima che provvedesse la peste. Si sa, a vent’anni si va per le spicce e non si valuta la famosa complessità delle cose.
Ma vedi come cambiano i tempi, e come sono sorprendenti: per come è diventata la destra, il conservatore Manzoni diventa un boccone indigeribile, una vetta inaffrontabile. Oggi che il Griso è vicepresidente del Consiglio, l’universalismo cattolico – il rispetto degli esseri umani come comprova della fede in Gesù Cristo – appare quasi rivoluzionario. Cerca disperatamente Manzoni, la destra, perché intuisce che la sua radice borghese, cattolica, liberale e democratica è vizza, ammuffita, soffocata dall’humus rabbioso e antidemocratico del populismo.
La psicologia della folla, nei Promessi Sposi, è raccontata con una spietatezza micidiale: dagli all’untore! Ottimamente espressa, oggi, proprio dai titoli dei giornali di destra. Intellettuale di riferimento della destra di governo non è Manzoni, è Mario Giordano. E non crediate che non ci dispiaccia dirlo: per questa povera destra e per noi tutti.

martedì 23 maggio 2023

Rattristato

 


Già conosciuta a Pechino Exspress, la fidanzatina del Maneskin per antonomasia ci trasmette la sofferenza per aver scialacquato euroni sbagliando partenza e destinazione per la meritata vacanza. 

Partendo dal presupposto sempre valido che chi ha i soldi è giusto che se li spenda, mi permetto di commentare il piagnisteo di Giorgia solo per un motivo: perché pubblicarlo? Per aver solidarietà? Per rattristare adepti? Per convincerci che siamo tutti uguali e che la moneta non fa differenze sociali? 

Potevi risparmiarti tale miagolio cara Giorgia, anche perché, non so se lo sai, attualmente nel nostro paese c'è gente che ha perso tutto, i romagnoli in special modo, a causa dell'alluvione e di altre nefandezze climatiche e non, E visto che molti stan spalando nel fango, perché, mi domando, cercare pietismo, compassione, solidarietà, quando il tuo fidanzato, giustamente, potrebbe noleggiarsi un volo privato? 

Ma capisco pure, senza voler fare il solone di turno, che nella società dell'Apparire siamo costretti tutti a forzare la ragione e il senso comune di socialità.

Sarà per un'altra volta Giorgia! E buone vacanze!