Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 8 settembre 2019
Presagio
sabato 7 settembre 2019
Tutti in piedi
Chapeau al neo ministro dell'Agricoltura Teresa Bellanova, ex bracciante, titolo di scuola terza media, ma ciò non vuol dire proprio nulla in questo caso, visto che il suo commento agli insulti dei soliti, e oramai stancanti, imbecilli è stato di una filosofica e profondissima cultura: "La vera eleganza è rispettare il proprio stato d'animo."
Grande saggezza e soprattuto uno spettacolare sfottò a chi vorrebbe che vestissimo sempre dentro dei canoni ideati dai cosiddetti soloni modaioli, quelli per intenderci che fanno lavorare, non tutti per fortuna, poveracci a qualche euro all'ora, tramutando poi l'acqua in vino sotto forma di prezzi astronomici sotto l'egida del motto "costano tanto ma sono alla moda!"
Un plauso quindi al ministro Bellanova che con quel suo, mi perdoni, "amenebattoerbelin" di come mi vesto, basta che piaccia a me, deflagra e ridicolizza tutti gli idioti guardanti il solito dito, immersi nella loro dorata goffaggine rigorosamente griffata, pregna ahimè di conclamata solitudine, sia sociale che drammaticamente di sinapsi.
No, non ci siamo sentiti (peccato!)
sabato 07/09/2019
Una speranza in più: la sanità di sinistra
di Daniela Ranieri
Speranza alla Salute, che sembra una frase pronunciata durante un brindisi, potrebbe rivelarsi la scelta giusta. Anche se Roberto Speranza di Leu non è un medico (è laureato in Scienze politiche), attingendo alla sua identità di sinistra può fare bene al ministero della Salute, che fosse per noi si chiamerebbe ancora Alto Commissariato per l’Igiene e la Sanità pubblica come nel ’45, o almeno ministero della Sanità com’era prima che Bassanini e poi Berlusconi ci mettessero mano armati di neoliberalismo smart.
Non gli sarà difficile sostituire la gassosa Grillo, né tantomeno la ineffabile Lorenzin, diplomata classica alfaniana quindi de iure ministro della Salute di ben tre governi di centro-sinistra (Letta-Renzi-Gentiloni), ricordata per il Fertility Day per dare figli alla Patria e i 208 esami medici, prima gratuiti, tagliati durante il governo Renzi.
Ma Speranza dovrà rispondere a queste domande: la Sanità è ancora pubblica? La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti (art. 32 Costituzione)? Essere di sinistra conta qualcosa?
Ad esempio: Zingaretti, segretario del Pd ora al governo, ha festeggiato a fine luglio la fine del suo mandato come Commissario straordinario per la Sanità del Lazio risalente al 2007 annunciando “la scomparsa del disavanzo finanziario”. Peccato che per risanare il deficit delle strutture ospedaliere abbia adottato il modello sanitario lombardo di Maroni: ricoprire di soldi gli ospedali privati, specie cattolici (Policlinico Gemelli, Campus Biomedico, Bambino Gesù), a scapito di quelli pubblici, falcidiati dai tagli alla spesa. San Camillo, Tor Vergata, San Giovanni, Policlinico Umberto I sono letteralmente allo sfacelo. I medici che vanno in pensione non vengono sostituiti: si preferisce eliminare l’unità che guidavano. Il “piano di assunzioni” è in realtà una stabilizzazione dei precari. All’Umberto I, dove molti approdano dopo peregrinazioni da altre strutture o regioni, un paziente con trauma cranico può restare anche 6 giorni su una barella nella “piastra” del pronto soccorso, dove un medico solo può trovarsi a gestire 20 pazienti, prima di essere ricoverato.
I ginecologi obiettori di coscienza in Italia (quelli che è meglio non incontrare di turno se si vuole godere del diritto stabilito dalla legge 194 sull’interruzione di gravidanza) sono il 68,4% del totale. Nel Molise è obiettore di coscienza il 93,3% dei medici, nella provincia di Bolzano il 92,9%, nel Lazio l’80%. Si parla tanto di Lea, Livelli essenziali di assistenza: se fossero davvero garantiti, non ci sarebbero transumanze da una regione all’altra per curarsi e curare i propri figli (colpa nostra: Renzi&Boschi ci avevano promesso il Bengodi della Sanità se avessimo votato Sì al loro referendum). In breve: chi è ricco guarisce, chi è povero muore. Entro il 2028 saranno andati in pensione 80.676 medici tra medici di base e ospedalieri (dieci giorni fa Giorgetti, quand’era ancora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha detto che nessuno va più dal medico di base, ergo bisogna puntare sui privati). Le élite baronali impediscono il ricambio generazionale; il numero chiuso a Medicina blocca l’accesso agli studi; non si insegna Educazione medica a scuola (ma si possono usare i cellulari, un lascito di Valeria Fedeli, diplomata assistente sociale quindi ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel governo Gentiloni). Uno dei dipartimenti del ministero è intitolato a Sanità pubblica veterinaria, nutrizione e sicurezza degli alimenti. Quanto alla prima, l’unico ad aver parlato di diritti degli animali e di cure sanitarie gratuite o detraibili per gli animali d’affezione è stato Berlusconi, ivi trascinato dalla simpatica Brambilla e dalla patinatura che gli agnellini allattati in giardino hanno dato alla sua immagine. A fronte di pubblicità martellanti di cibo e oggettistica per cuccioli trasformati in status symbol da borsetta, quando un animale sta male ci si deve affidare ai privati succhiasoldi o a cliniche-lager dove sono trattati alla stregua di polli da allevamento o vitelli destinati alla macellazione, altro sadismo che ci consentiamo di perpetrare a nostro stesso scapito. È impensabile parlare di Sanità senza mettere fine alla gestione efferata degli allevamenti industriali.
Essere di sinistra vuol dire porre attenzione alla medicalizzazione della società a beneficio delle case farmaceutiche globali, alla salute dei migranti internati nei Cie, all’iniquità sociale che giustifica una sperequazione nelle cure tra regioni e tra ceti. Non è obbligatorio conoscere Marx per sapere che è impossibile tutelare la salute dei cittadini senza ripristinare la giustizia sociale perché non siano considerati solo lavoratori e consumatori, o aver letto Feuerbach per sapere che siamo quello che mangiamo; ma magari aiuta. Speriamo.
venerdì 6 settembre 2019
Non sfanculatemi: la penso così!
In questa compagine governativa, fino a poco tempo fa impensabile e ancor oggi, sotto certi aspetti, inimmaginabile, c’è un substrato allarmante, ingombrante e probabilmente nefasto per il proseguo della coalizione: la sanità in mano a Speranza, ovvero il tentativo, speriamo serio ed efficace, di ripristinare il primato del pubblico sul privato.
In materia mantengo un’idea accostabile a quella del mitico “Che” in grado di far sobbalzare probabilmente dallo scranno sia Marx che Lenin: ogni persona dovrebbe essere assistita, curata, con la medesima solerzia, ricevendo identici medicinali qualunque sia il proprio stato sociale; le aziende farmaceutiche essere di proprietà dello stato e la ricerca seguita e praticata in strutture pubbliche, di proprietà del popolo. Le cliniche private dovrebbero essere espropriate, così come i laboratori, gli studi medici privati; a nessuno concesso il privilegio di ricevere e visitare a pagamento chicchessia, tra l’altro nella modalità attuale: fattura-piffero con relativa spedizione a mo’ di cerbottana certificata. Le assicurazioni non dovrebbero interagire in alcun modo con la sanità, lucrandone in modalità invereconda, la specializzazione e la capacità del singolo riconosciuta attraverso incentivi statali perché, non mi vergogno di asserirlo, se a uno piace immaginarsi da grande principe riccastro, non dovrebbe vederne alcuna possibilità nella carriera medica.
Sono idee, lo ammetto, molto strane, preistoriche, cubane, per certi versi ridicole, come d’altronde assistere a questa oramai incistata normalità, accettata tra l’altro senza alcun apparente fastidio, di mercificazione di mezzi e uomini per un’inaccessibilità alle cure paragonabile alle mine anti uomo sparse per deturpare esseri umani.
Ma torniamo a Speranza: dovrà combattere contro una forza economica, un potentato inaudito, capace di spargere corruttela in ogni anfratto, corroborato da media e stampa devoti alla causa, sorretto da lobby della peggior specie. Un marchingegno ideato e perpetrato da un pregiudicato attualmente agli arresti domiciliari, appartenente devotamente a non si sa quale strana setta il quale, ai tempi del proprio governatorato lombardo, lo chiamavano ossequiosamente Celeste, ebbe la diabolica idea di depotenziare il sistema sanitario pubblico in nome e per conto di Unni della morale, proprietari di fabbriche di denari chiamate cliniche, arrivando a percentuali blasfeme di pagamenti di prestazioni pro privati, autentici arieti in grado di liofilizzare il diritto universale di ognuno di noi all’assistenza medica.
Per questo, e per molto altro, l’azione di Speranza è minata già in partenza. Per abbattere certi mostri creati dalla barbarie 2.0 infatti, esiste al momento un solo modo, ahimè sempre lo stesso: anacronistico, insopportabile, non condivisibile, per certi aspetti persino inaccettabile. Per info chiedere al “Che” telefonando ore pasti.
giovedì 5 settembre 2019
Tomaso furente
Si, dai: tutto sommato l’ha presa bene!
giovedì 05/09/2019
Franceschini, torna il Mibact peggiore
di Tomaso Montanari
“Questo fenomeno del professionismo della politica: che, se è inevitabile, bisognerà comprendere e disciplinare in modo che non porti alla rovina della democrazia”. La profezia inascoltata di Piero Calamandrei (1956) ha oggi il volto e il nome di Dario Franceschini, l’inaffondabile avvocato ferrarese che – con l’unica forza che ha: non quella di un prestigio culturale o di una speciale statura morale, ma quella degli intrighi nei corridoi della politica – riesce a ottenere ciò che non gli si sarebbe dovuto a nessun costo concedere. Franceschini è infatti l’unico che torna a occupare esattamente la poltrona su cui sedeva prima del 4 marzo 2018: per il povero, martoriato patrimonio culturale italiano quel voto è, da ieri, cancellato. Come se non fosse mai avvenuto.
Franceschini non è stato un ministro qualunque. È arrivato al Collegio Romano grazie alla congiura fratricida con cui Matteo Renzi pugnalò il sereno Enrico Letta: uno degli effetti collaterali di quel colpo di palazzo, benedetto da Giorgio Napolitano, fu infatti troncare l’esperienza del miglior ministro dei Beni culturali della Repubblica, Massimo Bray, e mettere al suo posto il peggiore, l’autoreggente (copyright dell’Espresso) Franceschini.
Con lui la mercificazione spinta del patrimonio culturale è diventata legge, la tutela è stata messa nell’angolo, la politica ha cominciato a giocare coi grandi musei come gioca con la Rai. Mai un ministro dei Beni culturali era stato tanto divisivo: e conosco decine di archeologi, storici dell’arte, archivisti che si acconciarono (col naso mezzo tappato) a votare un Movimento 5 Stelle già normalizzato da Di Maio pur di non sentire mai più il nome di Franceschini associato alla parola cultura.
Ci sono ragioni di minima serietà che avrebbero dovuto indurre a evitare l’assurdità della situazione determinata da questo revenant. Per dirne una: le modifiche sulla riforma Franceschini che il ministro Alberto Bonisoli ha compiuto sono contenute in un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che era Giuseppe Conte. Ebbene, ora lo stesso Conte sfiderà il ridicolo, firmando esattamente il contrario? Non è un problema formale: è la condanna del Mibac a essere una perpetua tela di Penelope, tessuta e smontata senza requie.
Per quanto possa sembrare ingeneroso, viene da prendersela soprattutto con il Movimento 5 Stelle. Perché il Pd è ancora e sempre quel coacervo di signori della guerra da cui è davvero impossibile aspettarsi uno scatto di senso civico. Ma, in questo caso, era il Movimento a dover difendere i valori per cui diceva di aver combattuto. La sua opposizione a Franceschini ministro del governo Renzi fu giustamente feroce, arrivando fino alle manifestazioni di piazza: e ora siamo invece alla resa senza condizioni. Che ne sarà, per dirne una, della fragilissima Venezia? Con le Infrastrutture e i Beni culturali in mano al Partito delle Grandi Navi, cosa potrà il ministro Costa, la cui permanenza all’Ambiente è l’unica luce in tanto buio?
Ma il problema è purtroppo più profondo. La resa del Movimento a Franceschini è iniziata un anno fa, con la nascita del primo governo Conte. Il ministro Alberto Bonisoli – una persona seria, il cui tratto sarà rimpianto – è stato imperdonabilmente paralizzato dalle divisioni nel suo stesso fronte, e ha finito per impantanarsi in un’azione contraddittoria che non aveva il coraggio di smontare la riforma Franceschini, ma si limitava a correzioni secondarie, spesso pasticciate.
Il fatto è che Bonisoli, dietro di sé, aveva un’accolita di teste confuse. Si pensi che la bandiera di Franceschini era l’uso puramente turistico del patrimonio culturale, tanto che egli oggi ha chiesto e ottenuto (prima restaurazione) di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente divisi dal Conte 1. Ebbene, ecco cosa dicevano sul patrimonio i 20 punti del Movimento presentati al Pd: “Occorre promuovere i multiformi percorsi del turismo, valorizzando la ricchezza del nostro patrimonio naturale, storico, artistico, anche attraverso il recupero delle più antiche identità culturali e delle tradizioni locali”. Poche generiche parole, tutte in chiave di sottomissione al turismo: insomma, è radicalmente mancata una visione alternativa in nome della quale si sarebbe oggi potuto (dovuto) resistere alla restaurazione renzian-franceschiniana.
Abbiamo pagato una sorta di tangente sull’antifascismo, un’estorsione all’umanità: per cacciare Salvini, ci siamo dovuti riprendere Franceschini. Un gioco cinico e baro: ieri il commento più diffuso tra gli addetti ai lavori era: “Non tornerò mai più a votare”. Il problema non riguarda “solo” i Beni culturali: se sarà Franceschini a dare il la a questo governo, avremo fatto a Salvini il regalo più grande. Quello di trasmettere l’idea che la democrazia sia rovinata, e non funzioni più.
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