martedì 12 febbraio 2019

Gruberando Gruberando...



Elezioni Travagliate


martedì 12/02/2019
Perdere l’onore

di Marco Travaglio

Fra le tante spiegazioni possibili del voto in Abruzzo, col trionfo del centrodestra e il crollo dei 5Stelle e del Pd, la più semplice ed evidente è questa: cinque anni fa Salvini non c’era, il suo partito si chiamava ancora Lega Nord e da quelle parti non si faceva proprio vedere. L’uomo forte, l’uomo del momento, era l’altro Matteo, che portava il Pd al 40,8% alle Europee e trascinava D’Alfonso al 46% strappando la Regione alla destra. Ora l’uomo forte, l’uomo del momento, è Salvini, che porta la Lega da zero al 27% e quasi raddoppia i consensi in un anno (il 4 marzo scorso era al 14), in linea con i sondaggi nazionali. Il Pd ha poco da esultare: nel 2014 era primo partito al 25,5, nel 2018 era terzo col 14,3 dietro M5S e quasi alla pari di FI, ora – dopo cinque anni di governo – resta terzo ma all’11,3, lontanissimo dalla Lega e perfino dal M5S. Che col suo 19,5 appare come l’unico sconfitto solo perché Legnini è riuscito a mascherare l’ennesima débâcle dem con ben sette liste civiche o civetta. Ma ormai l’allergia dei vertici pidini all’autocritica non fa più notizia: si attendono ancora le analisi delle disfatte del 2016, del 2017 e del 2018, a parte quella renziana secondo cui non è il Pd che sbaglia, ma gli elettori. I quali, infatti, continuano a sbagliare. Dalle prime reazioni alla batosta, anche i 5Stelle paiono contagiati dal virus dei facili alibi: “Voto locale”, “trascurabile”, “il governo non c’entra”, “nulla da rimproverarci”, “colpa della legge elettorale”, “il Pd ha perso di più”, “mantenuti i voti di cinque anni fa” e altre cazzate.

È vero, il voto regionale con le preferenze e le liste civetta penalizza il voto di opinione rispetto a quello controllato, clientelare, compravenduto: ma qui un bel po’ di voti di opinione sono andati alla Lega. È vero, la regola dei due mandati scoraggia i candidati migliori dal giocarsi un bonus in un’elezione locale: ma era vero già in passato e nessuno ha toccato quel tabù. È vero, l’assenza di una struttura solida e radicata penalizza il M5S alle Amministrative e premia i partiti organizzati: ma anche questo è un problema antico e non si vede cosa impedisca ai 5Stelle di organizzarsi meglio, anche con scuole di politica, per darsi uno straccio di classe dirigente un po’ meno casuale e improvvisata. Poi c’è il giudizio della gente sugli otto mesi di governo con la Lega, che in Abruzzo ha influito in parte, ma condizionerà le Europee. Su questo Di Maio&C. dovrebbero farsi un esame di coscienza. Prendersela con la stampa che gonfia Salvini come la rana di Fedro per screditare il M5S ha poco senso: chi fa politica contro tutto e tutti non può stupirsi di avere contro tutto e tutti.

Era così anche un anno fa, eppure i 5Stelle balzarono quasi al 33%. Nell’ultimo mese prima aggiunsero un buon 5% al 27-28 fisso dei sondaggi. E fu merito della svolta governista, plasticamente raffigurata dalla presentazione all’americana della squadra di governo: tutte personalità competenti e titolate, da cui poi Di Maio pescò il premier Conte, la ministra Trenta e vari sottosegretari. Il fatto che ora Conte sia il politico più stimato dagli italiani, appaiato o addirittura davanti a Salvini, la dice lunga su ciò che deve fare il M5S per recuperare terreno: impresa non impossibile con un elettorato così liquido. Ma a patto di imboccare la strada giusta. Buttar giù il governo così popolare alla vigilia di appuntamenti cruciali come Europee, no al Tav e spin off del reddito di cittadinanza, sarebbe un autogol. Ma inseguire Salvini sul suo terreno, le gare di rutti, rincorrendo ogni sua sparata per farne una più grossa, è inutile: quella partita la vincerà sempre lui. L’unica strada è lavorare sodo e parlare poco restando fedeli ai valori originari: sul breve periodo può non pagare, ma potrebbe dare frutti sul lungo, quando svanirà l’infatuazione per l’uomo forte che parla tanto e fa poco (come già B. e Renzi).

Esempio. La critica a Bankitalia è sacrosanta, viste le scandalose culpae in vigilando di Visco&C.; ma, prima di opporsi al vicedirettore Signorini e prossimamente al dg Rossi, servono alternative credibili. Nel 2005 due coraggiosi ispettori di Palazzo Koch, Giovanni Castaldi e Claudio Clemente, bocciarono l’assalto del banchiere di Lodi Gianpiero Fiorani ad Antonveneta, benedetta dal governatore Fazio e dal fronte trasversale FI-Lega-Ds che sponsorizzava le scalate parallele di Unipol a Bnl e dei furbetti Ricucci&C. al Corriere. Partì l’inchiesta, Fazio si dimise, ma Clemente e Castaldo, anziché premiati, furono degradati. Che aspetta il “governo del cambiamento” a fare i loro nomi per una scelta interna di forte discontinuità e trasparenza? Altro esempio. L’analisi costi-benefici dei tecnici del governo (non del M5S) sul Tav è devastante e incompatibile con qualsiasi compromesso: va fatta conoscere all’opinione pubblica e Salvini va richiamato agli impegni presi nel Contratto di governo. Che, in caso contrario, non ha più ragione di esistere. Ultimo esempio: il voto sull’autorizzazione a procedere per Salvini. In passato, di un ministro indagato per sequestro di persona, i 5Stelle avrebbero chiesto le dimissioni. Ora non possono perché hanno condiviso la sua scelta sulla nave Diciotti e la rivendicano: ma negare ai giudici il diritto-dovere di stabilire se fu lecita o illecita, specie dopo la relazione-autodenuncia di Conte, Di Maio e Toninelli, sarebbe assurdo. Trasparenza, lotta agli sprechi e legge uguale per tutti sono i valori fondativi del Movimento e le ragioni del suo successo: derogare a uno solo di quei tre principi sarebbe imperdonabile. Perdere voti per restare se stessi, accontentando alcuni e scontentando altri con il reddito di cittadinanza o con altre scelte tanto doverose quanto divisive, è un onore. Il vero disonore è perdere voti per aver perso se stessi.

Ragogna



lunedì 11 febbraio 2019

L'Abruzzo insegna


Insegna, insegna l'Abruzzo post elezioni. Insegna che non si può andar dietro agli altri perdendo la propria identità, scorrazzando a piacere su fatti, eventi, decisioni come se il passato non appartenesse più al Movimento intero. 
Insegna l'Abruzzo che il Caimano è sempre lì pronto a curare e difendere i propri interessi, basti guardare l'ennesimo rinvio processuale frutto dell'ennesima e squallida discesa politica. 
Insegna l'Abruzzo che la tenaglia malevola con cui gl'inesperti sono stretti in una morsa letale, comincia a dare i frutti sperati. Dopo mesi di attacchi mediatici sfrontati, frasi subliminali si è instaurato nel senno nazionale l'idea che M5S sia un'accozzaglia di inetti, senza alcuna capacità, senza progettualità, senza maestria politica. Passano inosservate le qualità, onestà su tutto, il privarsi della metà dell'indennità parlamentare, nessuno ne evidenzia i risultati, ultimo di pochi giorni fa, due milioni da destinare alle popolazioni colpite dalle alluvioni. 
La tenaglia guidata dal malaffare, dall'ansia dell'inamovibilità, distrugge anni di sacrifici, predispone molti a ricercare la buona politica di un tempo, i suoi tempi, il sottobosco affaristico avviluppante le risorse comuni. 
Insegna l'Abruzzo che la lotta è solo agli inizi, che il pericolo di avere a che fare con persone capaci e veramente a servizio della collettività sta per essere spazzato via da chi fa di mestiere quella politica arraffante, infingarda e malevola, che ha portato l'Italia vicino al baratro dell'insolvenza. 
Guardateli, sono tutti attorno a noi: giornaloni, media, partiti, opinionisti alla Gruber. A loro il compito di ridicolizzare, di instaurare quel dubbio permettente di riequilibrare antichi equilibri antidemocratici, presentati come novità, stabilità e benessere. 
Su tutti vince il Cazzaro Verde cambiante opinione per un consenso basato su razzismo ed ignoranza. 
Insegna l'Abruzzo molte cose. Basterebbe porvi attenzione e fermezza. Che Di Maio non ha.   

Interessante


lunedì 11/02/2019

SOLO POSTI IN PIEDI

Preziosi e la Juve: virus delle cessioni


di Paolo Ziliani


È l’enigma degli enigmi. E persino La Settimana Enigmistica avrebbe difficoltà a proporlo ai suoi solutori più preparati: nella penultima pagina, quella dedicata alla soluzione dei quesiti, non saprebbe infatti che cosa scrivere, getterebbe la spugna persino Alessandro Bartezzaghi. A quale mistero alludiamo? Per parlarvene, lo faremo come se si trattasse di un caso di “Pilade, agente in borghese”.


Enrico Preziosi, presidente del Genoa, ha appena fatto il colpo della vita. Dopo aver acquistato in estate Piatek dal KS Cracovia per 4,5 milioni, a gennaio lo ha rivenduto al Milan per 35 realizzando in 6 mesi una plusvalenza di 30,5 milioni. Preziosi viene complimentato da tutti ma pochi giorni dopo, a sorpresa, la Juventus comunica di aver ceduto al Genoa Sturaro per 18 milioni. La cosa pare strana: perchè una cifra così alta non è mai stata spesa per nessun giocatore nella storia del Genoa FC e soprattutto perchè Sturaro è un giocatore mediocre, reduce da un lungo infortunio e che nell’ultima stagione ha giocato 12 mezze partite nella Juventus e zero nello Sporting Lisbona. Ma c’è di più. Mentre Piatek costava a Preziosi di stipendio 740 mila euro lordi l’anno (400 netti), Sturaro costa 2,78 milioni l’anno (1,5 netti). Poiché Preziosi dovrà stipendiarlo fino al 2021, per due stagioni e mezzo spenderà dunque 6,95 milioni contro gli 1,85 che avrebbe speso per Piatek: 5,1 milioni in più che vanno ad aggiungersi ai 18 milioni dell’acquisto e che portano il totale-spesa per Sturaro a 23,1 milioni. In pratica, il guadagno fatto con la cessione di Piatek (30,5 milioni) viene ora quasi completamente cancellato: 30,5 (Piatek) meno 23,1 (Sturaro) fa 7,4 milioni, e cioè i soldi che Preziosi si è già impegnato a dare alla Juventus per acquistare un giovane giocatore (Favilli) avuto in prestito biennale ma con obbligo di riscatto fissato a 7 milioni.


In soldoni: considerando che i 30,5 milioni di guadagno fatti da Preziosi cedendo Piatek al Milan finiranno tutti nelle casse della Juventus (che riceve 18 milioni per Sturaro, ne risparmia quasi 7 per lo stipendio che si accolla Preziosi e ne riceve 7 per Favilli: totale 32) al termine di una pregevole triangolazione Milan-Genoa-Juventus, la domanda è: perchè Preziosi, che pur di guadagnare 1 milione venderebbe la madre a un club di serie B cileno, ha acquistato Sturaro? Pensa che Sturaro, 26 anni, sia il nuovo Beckenbauer? Aveva un debito di riconoscenza nel confronti del club di Agnelli oppure cerca di ingraziarselo, perchè nella vita non si sa mai? Oppure è stato colpito da un nuovo, terribile, sconosciuto virus che spinge i presidenti a riversare i propri soldi nelle casse della Juventus? E in questo caso: trattasi di virus contagioso? Pare infatti che Ferrero, presidente della Sampdoria, abbia acquistato dalla Juve (che in estate aveva comprato dal Genoa il portiere Perin, nazionale, per 12 milioni più 3 di bonus: totale 15) il portiere Audero per 20 milioni; pare infatti che Giulini, presidente del Cagliari, abbia acquistato dalla Juve l’attaccante Cerri, 8 presenze e zero gol quest’anno, per 9 milioni, accollandosi l’obbligo di riscatto; tutti emuli di Pozzo, boss dell’Udinese, che in estate aveva sbalordito il mondo acquistando dalla Juve Mandragora (Don Abbondio direbbe: chi era costui?) per 20 milioni.

Ai solutori dell’enigma, ricchi premi e cotillons.



domenica 10 febbraio 2019

Selvaggia!


domenica 10/02/2019
DÉJÀ-VU
Sanremo copia e incolla: plagiato pure Mr. Bean
DALLA “VECCHIA FATTORIA” AL “LATE SHOW”, DALLA WITZ ORCHESTRA A YOUTUBE, MOLTISSIMI SKETCH E BATTUTE SONO STATI RUBATI AD ALTRI, SPESSO AMERICANI (E MORTI)

di Selvaggia Lucarelli

Il Festival di Sanremo 2019 è l’indizio definitivo e schiacciante di quello che si mormora da tempo: Daniele Luttazzi sta per tornare in Rai. Sarà per questo – per farlo sentire più a suo agio – che quasi tutto quello che s’è visto sul palco è clamorosamente scopiazzato, tagliuzzato, fotocopiato. Naturalmente senza dichiararlo. Del resto, quando nel 2010 fu accusato di attingere a mani basse dal repertorio di altri, Luttazzi dichiarò: “Dissemino qua e là indizi e citazioni di comici famosi e i fan devono scoprirli!”. Ecco, gli autori del Festival mica fregano il repertorio altrui, no, ci stanno solo sfidando a giocare con loro: solo che, diversamente da Luttazzi, si sono semplicemente dimenticati di lanciare la sfida. Io comunque raccolgo il guanto.

So che vi deluderò perché pensavate che fosse il frutto tutto italiano di una mente geniale quanto quella di Leonardo da Vinci o Dante Alighieri, ma la gag con Bisio e Baglioni che fa le pernacchie è copiata da uno sketch con Dean Martin e Victor Borge chiamata Phonetic Punctuation, comodamente disponibile su Youtube. Per giunta, se proprio volevano copiare le pernacchie, in certi film con Lino Banfi ce n’erano di migliori. E gli autori rischiavano pure di esser promossi all’Unesco.

Lo sketch Con Bisio e la Raffaele in cui la Raffaele estrae oggetti dalla chitarra, è scopiazzato dalla gag del 1983 The gustar lesson di John Williams e Eric Sykes (sempre su Youtube). Quello con Bisio e la Raffaele che canta Ci vuole un albero sbagliando ripetutamente la parola Fiore è copiato da una scenetta del Late Show in cui lei (Kristen Wiig) canta Alleluia sbagliando sempre la parola Alleluia. La gag originale era così brutta che copiarla è masochismo puro, tipo copiare un outfit della Santanchè o un tweet di Vittorio Zucconi.

Ma andiamo avanti. La gag con la Raffaele che canta la Carmen in francese e inventa il testo inserendo parole a caso come “Depardieu” è copiata da uno sketch con Rowan Atkinson (Mr Bean). Quello con Ligabue che chiede a Bisio di ripetere il suo ingresso quattro volte è identico a un siparietto tra Jimmy Fallon e Will Smith che chiede a Fallon di ripetere il suo ingresso quattro volte. Cioè, non si potevano scrivere a Bisio sei domande per un’intervista a Ligabue in cui che so, chiedergli “Ti stanno più sui coglioni Vasco Rossi o i capelli bianchi?”, no, bisognava copiare una roba dagli americani. Infine, la gag con la Raffaele in abito rosso che canta Mamma mentre il grammofono salta, è identica a quella della Witz Orchestra ideata negli anni 80.

Non ho appurato se Virginia Raffaele sia Virginia Raffaele o una che fa finta di essere Virginia Raffaele, ma il direttore di Rai1 Teresa De Santis ha già chiesto di verificare tramite esame del Dna. A questo c’è da aggiungere la gag La vecchia fattoria, omaggio dichiarato al Quartetto Cetra e Bisio che recita parte del suo monologo teatrale scritto dal suo autore a Sanremo Michele Serra. Quest’ultimo, intelligentemente, anziché copiare gli altri ha copiato direttamente se stesso così non ha dovuto neppure sprecare 8 minuti per tradurlo. Come sia possibile che la bellezza di 11 autori, con a disposizione un anno di lavoro tra un Festival e l’altro, non siano riusciti a partorire contenuti originali o almeno a copiare qualcosa di decente, con l’intelligenza di citare le fonti, è mistero fitto.

Voglio dire, Luttazzi almeno copiava all’epoca del vhs, copiare nell’era di Youtube equivale ad ammazzare qualcuno lasciando un selfie sulla scena del delitto. Tanto più che fare l’autore a Sanremo è un mestiere leggermente più retribuito di quello del battutista dei Trettré, almeno un contenuto originale toccherebbe produrlo. Se è vero che lo scrittore medio non arriva a prendere 10.000 euro di anticipo per scrivere un intero libro, è probabile che un paio di autori tra cui Michele Serra a Sanremo guadagnino quella cifra a serata.

L’autore più incriminato riguardo i plagi citati sarebbe Martino Clericetti, uno che in effetti in curriculum ha parecchi indizi di colpevolezza. Per esempio collaborazioni con Elisabetta Canalis e Fabio Volo. E proprio ieri, su Dagospia, si faceva notare come Clericetti e i suoi colleghi a Sanremo Serra, Martelli, Vedani e Galeotti facciano parte tutti della stessa agenzia, la Spa di Arianna Tronco, già ribattezzata in questo Festival “la Salzano degli autori”. Una che ieri, su Twitter, per difendere Serra e la scelta di far recitare a Bisio il monologo scritto da lui, specificava stizzita che a Sanremo la Siae non paga i diritti delle opere teatrali (in compenso paga gli autori per il lavoro di altri autori che però sono forse morti, forse in America, chi vuoi che glielo vada a dire a questi, Bobo Vieri quando va a Miami?). Insomma, è il primo Festival di Sanremo in cui le canzoni sono originali e a essere copiato è direttamente Sanremo stesso.

P.s.. Due delle battute di questo pezzo vengono da Twitter, ma non volevo copiare. Volevo sfidare i lettori del Fatto a trovarle.

Disguido