martedì 5 maggio 2026

Domandina

 “Nonno, 

come parlerebbe un fascista delle iniziative della Flotilla?” 

Il nonno: 



Senza parole


 

L'Amaca

 


Canada on my mind

di Michele Serra


L'idea che il Canada possa entrare nell'Unione Europea poteva essere definita, fino a poco tempo fa, molto stravagante. Oggi, dopo avere letto l'articolo di Daniele Castellani Perelli sul sito di Repubblica, capisco che può essere entusiasmante. Per una ragione, lo ammetto, puerile: se Trump vuole prendersi la Groenlandia, noi ci prendiamo il Canada (vuoi mettere?).

Ma anche per una ragione molto più seria. L'alleanza tra paesi democratici minacciati dal dispotismo e dal militarismo di Russia e Stati Uniti, o semplicemente contrari — anche quando non direttamente minacciati — alla prepotenza dei più forti, al disprezzo per la democrazia, i diritti umani e l'integrità territoriale che Putin e Trump hanno messo in campo, potrebbe essere già adesso un'esigenza concreta e una carta da giocare.

Molti di noi hanno accolto con sollievo e ammirazione più di un discorso del premier canadese Carney (ieri in Armenia ospite di un vertice della Comunità europea). Se possiamo permetterci di definirli discorsi "europei" come scala di valori, è anche per demerito di Trump, che ha trascinato gli Stati Uniti in territori ideologici e culturali infradiciati dal suprematismo bianco, dal fanatismo religioso, dall'idolatria del denaro.

Se in questo momento qualche canadese sta pensando (e i sondaggi lo confermano) «L'Europa, perché no?», è per le stesse ragioni per le quali un europeo sta pensando «il Canada, perché no?». Il defunto Occidente potrebbe riorganizzarsi su basi nuove. Meno geografiche e belliche, più ideali ed etiche. E soprattutto, nel momento in cui Dio viene usato, a Mosca e Washington, come una clava: più laiche.

Titolista

 



Natangelo

 




Punti di vista


Israele vuole la guerra. Ursula non sa dire di no 


di Elena Basile 

Nell’analisi della politica internazionale si distinguono elementi di carattere strutturale e fattori contingenti. Nelle guerre dell’Occidente contro Russia e Iran giocano un ruolo decisivo dinamiche geopolitiche ed economiche di lungo periodo: l’esigenza del capitale finanziario, intrappolato nel debito, di confrontarsi con le potenze in surplus economico, appropriandosi delle materie prime e delle terre rare essenziali allo sviluppo tecnologico. In questo quadro, colpire i principali alleati di Pechino e ricorrere a una guerra permanente risponde a un obiettivo strategico statunitense: indebolire il rivale sistemico, la Cina.

Gli elementi contingenti che permettono a questa strategia di lungo periodo di essere portata avanti sono rappresentati dalla corruzione delle classi dirigenti europee e dalla coppia criminale Trump-Netanyahu. A prescindere dalla teatralità volgare delle marionette politiche che ogni giorno grazie all’eco mediatica dobbiamo sopportare, è bene comprendere che il progetto di salvare l’impero finanziario americano e di militarizzare il dollaro è condiviso dai poteri radicati negli Usa come in Europa. Rifiutare la mediazione con Mosca sin dal Vertice di Bucarest del 2008, trasformare l’economia europea in economia a debito di guerra con pesanti interventi statali, sono finalità dei grandi fondi, delle burocrazie, dell’intelligence e degli apparati mediatici che con le lobby della finanza convivono.

I fattori contingenti hanno tuttavia una loro rilevanza innegabile. Le poche opportunità di negoziato con l’Iran sono rese vane dal carattere instabile di Trump, dalla sua incompetenza in materia internazionale. Il progetto di grande Israele, da anni presente nell’ideologia del partito Likud, è facilitato da una leadership senza scrupoli che sarebbe in grado di mettere in conto un armageddon pur di raggiungere i traguardi messianici. Personaggi come la Von der Leyen e la Kallas, dato il loro incolto fanatismo, possono meglio gestire la destabilizzazione della frontiera orientale dell’Europa e la guerra permanente con la Russia. Essenziale è il ruolo dei media che fabbricano nemici e ideologie in grado di trasformare il comune sentire delle persone, anche della classe illuminata, progressista, dei giovani bocconiani. A volte sacche di resistenza alla propaganda si trovano nei ceti sociali meno abbienti. Un ragazzo dalla buona istruzione e grande moralità civica, ripeterà che un milione di ucraini muoiono per la libertà contro l’aggressore, mentre un tassista mostrerà un maggiore scetticismo. Il negoziato tra Iran e Usa, sul quale stanno esercitando una buona influenza la Russia e la Cina, è appeso a un filo. L’Iran sa che i costi, in caso di ripresa della guerra, saranno enormi. La classe Epstein non ha scrupoli nel bombardare a tappeto e sulle infrastrutture civili essenziali. Esilarante è notare al riguardo che la Commissione europea continua a legittimare le sanzioni a Teheran, invocando i supposti crimini contro il popolo iraniano. Siamo di fronte a due Stati terroristi, Israele e gli Usa, che minacciano la fine di un popolo di 90 milioni di abitanti e la lady tedesca ripete il catechismo liberale senza batter ciglio.

L’ipocrisia come l’idiozia umana non hanno limiti. La saggia diplomazia iraniana per evitare lutti e distruzione deve dare una via di uscita all’impero, ma non può tradire le sue istanze esistenziali: evitare che tra breve si riprenda la guerra, approfittando di una maggiore debolezza iraniana dovuta alle sanzioni. Il problema è dato dalla volontà israelo-americana di annientare l’Iran, di non accontentarsi di un nuovo accordo sul nucleare. Come cercavo di spiegare ai giovani iraniani, incontrati lo scorso gennaio e alla borghesia laica e desiderosa di standard occidentali, che speravano nella liberazione da parte di Netanyahu e volevano essere come l’Arabia saudita, servi dell’America ma ricchi, l’Iran potrebbe sopravvivere solo grazie al governo fantoccio dello Scià, arricchendo una classe borghese corrotta e massacrando il popolo. Chissà la Von der Leyen cosa vuol fare delle centinaia di persone scese in piazza, malgrado i bombardamenti, a sostenere il governo e a proteggere col loro corpo i ponti e altre infrastrutture?

Israele vuole la guerra malgrado tutto, la vuole Netanyahu braccato dalla galera, ma la cerca anche l’opinione pubblica messianica. Non riesco a comprendere come ci possa essere una sinistra per Israele che ha la pretesa di difendere i valori della Liberazione. Cos’ha uno Stato basato sulla supremazia etnica e sull’apartheid, che viola sistematicamente il diritto internazionale, in comune con i valori costituzionali del 25 Aprile? La mediazione converrebbe ai popoli israeliano e americano per evitare il prezzo dell’escalation, ma il sionismo cristiano ha scelto diversamente. Del resto se le fonti energetiche del Mo venissero meno, l’Impero rimarrebbe uno dei pochi produttori di energia. 

In effetti...

 

Dove si firma? 


di Marco Travaglio 

Ogni tanto, senza volerlo, Trump fa un regalo all’Europa. Ma i cerebrolesi che la sgovernano lo rispediscono al mittente. Dovevano dirgli sì quando chiedeva una mano per fermare la guerra russo-ucraina, spingendo Kiev a negoziare, cioè smettendo di illuderla della vittoria e di armarla sempre più per spingere la Russia a devastarla vieppiù: infatti gli han detto no. Dovevano dirgli no sui dazi al 15%, sul 5% di Pil alla Nato, sul gas americano a prezzo quadruplo di quello russo e sulle armi da comprare in Usa e regalare a Kiev perché continui a perdere uomini e territori e a rovinare la nostra economia: infatti gli han detto sì. Ora credendo di minacciarci, Donald ci fa un’offerta che rifiuterebbe solo uno scemo: annuncia il ritiro di migliaia di soldati dalle basi Usa e Nato in Europa, iniziando da Germania, Italia e Spagna, e sospende l’invio a Berlino dei missili da crociera (anche ipersonici e nucleari) che Biden aveva deciso di puntare contro la Russia (così, se Putin non ci vede come nemici, magari cambia idea). Anziché listarsi a lutto come fa l’Ue, uno con un grammo di cervello gli risponderebbe prima che cambi idea: “Ok, dove si firma?”. Anzi gli direbbe di riprenderseli tutti, i suoi soldati: i 39mila in Germania, i 13mila in Italia, i 4mila in Spagna e così via.

Ma tutti – come osserva Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa – vuol dire anche quelli che gli Usa pensano di lasciare per tenerci sotto scacco e metterci in pericolo con l’aria di renderci più sicuri (i Paesi del Golfo con basi Usa ne sanno qualcosa). Carl Bildt, copresidente del Consiglio europeo per le relazioni estere, nota che i ritiri annunciati “riguardano solo le risorse destinate alle operazioni Nato, ma non toccano le vaste reti di basi e strutture fondamentali per le operazioni non Nato al di fuori dell’Europa”. Cioè per le guerre criminali in cui gli Usa sono usi trascinarci contro i propri nemici facendo pagare il conto a noi. Una volta liberi dal ricatto armato, potremo sciogliere la fu Nato, disdettare il patto giugulatorio sul 5% del Pil e costruire la difesa europea con un esercito comune risparmiando un bel po’ (oggi, per mantenerne 27 che non si parlano, spendiamo in armi il triplo della Russia). Un esercito puramente difensivo, visto che l’Europa non ha nemici (a parte quelli che ci affibbiavano gli yankee per i loro sporchi interessi in totale conflitto con i nostri). Poi ci converrà riavviare la cooperazione energetica con Mosca e commerciale con mercati in espansione come Cina e Brics, incluso l’Iran: cosa che da anni ci è proibita dai finti amici Usa perché fa comodo a noi e non a loro. Se poi qualcuno, tipo l’Ucraina, la Polonia e i Baltici, vorrà continuare a combattere i (vecchi) nemici di Washington, la guerra alla Russia se la farà comodamente da solo.