Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 3 gennaio 2026
L’Amaca
Sceriffo o immobiliarista?
di Michele Serra
Si torna a sperare per l’Iran, malgrado ci sia illusi già troppe volte che il potere teocratico avesse i giorni contati. Al tempo stesso ci si domanda a quale titolo Trump dichiari che gli Stati Uniti “sono pronti a intervenire” se il regime dovesse uccidere i manifestanti. A parte che ne ha già uccisi sei, e dunque la Casa Bianca dovrebbe rendere noto il numero di morti oltre il quale scatta l’intervento; ma, ripeto: a che titolo? Con quale autorità? Sulla base di quale mandato, di quale investitura morale?
Si è sempre detto, dal dopoguerra in poi, che gli Stati Uniti sono “lo sceriffo del mondo”. Ma l’incarico non era ufficiale, diciamo così. Tanto è vero che buona parte delle sue imprese, raramente lodevoli e certo non concordate con la cosiddetta comunità internazionale, lo sceriffo ha dovuto dissimularle: l’esempio classico è il colpo di Stato in Cile.
Con Trump, anche l’ultimo velame di ipocrisia (ma l’ipocrisia, a volte, genera anche condizioni più decenti di convivenza) è caduto. Ai governi sgraditi si minaccia direttamente l’intervento — in Venezuela, che ha la doppia disgrazia di avere Maduro al governo e di essere molto vicino agli Usa, è già in atto — , sia pure nella forma edificante della “lotta al traffico di droga”.
Se il criterio fosse l’ostilità ai regimi autoritari, l’interventismo americano rimarrebbe ugualmente sprovvisto di qualunque legittimità, ma almeno avrebbe un movente riconoscibile e non infamante. Ma dalla Seconda Guerra in poi così non è stato; e tanto meno lo è adesso. Gli ottimi rapporti di Trump con la Corea del Nord e i pessimi con i Paesi europei dicono che non è certo il tasso di democrazia che lo porta a giudicare il mondo. È l’appetibilità economica dei diversi lotti del pianeta. Che l’Iran abbia un futuro immobiliare, proprio come Gaza?
Zzzzzz
Sua Intermittenza
DI MARCO TRAVAGLIO
Come ogni anno, siamo tutti in festa perché l’elettrizzante discorso di San Silvestro del presidente della Repubblica ha stabilito un nuovo record di ascolti: il fatto che fosse a reti unificate Rai, La7, Mediaset (due su tre), Sky e Tv2000 non deve ingannare. Il boom di share è senz’altro dovuto alla travolgente frizzantezza dell’omelia, che ho apprezzato nelle brevi pause fra le botte di sonno e gli attacchi di narcolessia. A intermittenza. All’inizio mi è parso che Mattarella citasse le “case devastate dai bombardamenti nelle città ucraine” e la “distruzione delle centrali per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori” (sempre ucraini). E subito dopo la “devastazione di Gaza”, però dovuta non a bombardamenti, ma a cedimenti strutturali o eventi sismici: tragiche fatalità, ecco. Idem per i “neonati al freddo che muoiono assiderati”, ma non perché qualcuno li mitragli alzo zero e vieti alle Ong di soccorrerli, bensì per un raro guasto generale a termosifoni, split, riscaldamenti a soffitto, a parete e a pavimento che dura da 27 mesi. Fra l’altro quel qualcuno, noto criminale di guerra ricercato dalla Cpi, ha appena sorvolato l’Italia per recarsi a Washington e presto lo rifarà come se fosse a casa sua per tornare indietro, senza che il nostro governo e il nostro presidente facciano una piega. Del resto non mossero un sopracciglio neppure quando sequestrò alcune barche italiane in acque internazionali come se il Mediterraneo fosse la sua vasca da bagno. Né quando gli Usa sanzionarono la cittadina italiana Francesca Albanese per aver denunciato i crimini di Israele, chiudendole i conti correnti per chiuderle la bocca. Però “l’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale”, e sono soddisfazioni.
Ho fatto in tempo a sentire che “il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”, ma lì mi sono appisolato e non so se Mattarella se l’è poi presa con chi invase l’Afghanistan e l’Iraq e bombardò la Serbia e la Libia, o magari con l’Ue che sabota il piano di pace Usa. La frase “raccogliamo l’invito del Papa a disarmare le parole” mi ha ridestato di soprassalto e commosso, ma è stato solo un attimo: così mi son perso il conseguente attacco a quel tale che usa paragonare Putin a Hitler ed evocare ora la Prima, ora la Seconda guerra mondiale. Nel dormiveglia, mi è parso di sentire che “dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimerci”, in leggerissima contraddizione col recente “le spese per la difesa sono poco popolari, ma poche volte come ora necessarie”. Però forse era solo un incubo. Ove mai qualcuno fosse arrivato sveglio fino in fondo, mi faccia sapere.
Non avevo il minimo dubbio!
Dolore e piste piene
I due volti del borgo
Uno sciatore mentre torna dalle piste passa davanti all’aiuola dove si depositano le candele
GIAMPAOLO VISETTI
CRANS-MONTANA
Il business non si ferma: boutique e impianti presi d’assalto, resta solo un’aiola spartitraffico per lasciare un fiore o una candela.
Il problema di Crans-Montana? C’è poca neve e questa strage alimenta tra i turisti una pubblicità negativa». Ci sono molti modi per reagire a una tragedia: il peggiore è fingere che non sia successa e che pure i fatti cospirino contro i propri interessi. La tentazione, tra chi vive di sci nella colonia italiana arroccata sulle Alpi svizzere, già oggi è chiudere l’ultima pagina del libro prima che sia stato scritto.
«Nessuna prenotazione disdetta – sorridono le signorine nell’ufficio turistico – e tutto esaurito fino a dopo l’Epifania. Una strage può capitare ovunque, ma le piste sono aperte e i rifugi pieni di gente che vuole divertirsi».
Difficile andare avanti, dopo l’ecatombe dei ragazzi dentro Le Constellation: per le vie del paese sembra però che una voce segreta suggerisca alla maggioranza che per sopravvivere sia necessario sempre dimenticare.
Sono così due, nel resort di un lusso che non riesce più a nascondere la sua perduta età dell’oro, le galassie che si muovono evitando di incontrarsi. Nella prima sfilano le migliaia di turisti di tutto il mondo: impegnati dal primo mattino a raggiungere gli impianti di risalita con gli sci sulle spalle, a fare shopping in gioiellerie e boutique, a contrattare le offerte nelle agenzie immobiliari, o a prendere il sole sulle terrazze di ristoranti e après-ski.
Da inossidabile pienone anche il traffico: una colonna di auto sale dal fondovalle e si paralizza in centro, tutti arrivano, nessuno se ne va.
Sul secondo pianeta, circoscritto dalle transenne per poche centinaia di metri e nascosto dietro gazebo bianchi, si muovono invece i pochi spettri travolti dall’inferno della notte che ha comunque segnato un prima e un dopo per l’industria del turismo bianco nutrito a bollicine. Massimo della concessione: un’aiola spartitraffico, spontaneamente occupata da candele e lumini, e un laico altare popolare sopra cui di ora in ora si ammassano mazzi di fiori, orsetti di peluche, disegni e messaggi lasciati dai famigliari e dagli amici di feriti e dispersi.
Questi due ostinati luoghi della memoria resistono a pochi passi da Le Constellation, difronte a un distributore di benzina e dove all’alba del primo gennaio giacevano stesi nel gelo centinaia di adolescenti ustionati e asfissiati dalle fiamme. Per la straniera umanità che non regge il disagio di un colpevole massacro, il problema è che la liturgia del ricordo si officia in pieno centro, lungo la Rue Centrale di negozi e ristoranti, proprio sull’obbligata rotta che conduce alla cabinovia Cry D’Er, base obbligata per il rito sacro della sacra settimana bianca.
Si incrociano così, senza osservarsi, gli abbattuti dal dolore con i fiori in mano e i risollevati dalle ferie con gli sci tra le mani, decisi a transitare rapidamente attraverso un brutto sogno da scacciare.
«È qui – chiede, con la voglia di fermarsi e di capire, un bambino con scarponi e casco in testa – che è successa quella cosa brutta?»
«Sì – risponde in inglese il padre sciatore – ma vieni via perché altrimenti la coda alla cabinovia si allunga».
Non è il momento di sancire valori morali, ma la realtà anche ad alta quota impone la propria evidenza: il numero di chi lascia un fiore e si inginocchia commosso davanti al lounge bar-tomba dei ragazzi, è sideralmente inferiore a quello di chi sosta in coda davanti al negozio di articoli sportivi Renè Rey, che trenta metri più in là inaugura i “saldi al 50%”.
«Vedete – esulta lungo il corso dello struscio il gioielliere di Langel Vintage – non è la fine del mondo. Per gli affari questi restano i giorni migliori dell’anno, tempo due settimane e la disgrazia sarà dimenticata».
A confermarlo, gli agenti dell’immobiliare Altitude, con vista sulla veranda che decine di adolescenti carbonizzati non sono riusciti a raggiungere. «A carnevale – dicono – chi viene a Crans scia e basta. Tra Natale e i primi di gennaio si viene invece per fare festa, spendere e chiudere affari. Americani e arabi non ci chiedono da dove viene questo odore di bruciato, ma quanti bagni hanno gli chalet che vogliono acquistare».
Decisi a scacciare i fantasmi della sofferenza sono anche gli sciatori che aspettano di salire in cabinovia sul retro dell’edificio che ospita Le Constellation, approfittando della sosta per bere il primo drink sulla terrazza del Le Balcon.
«Speriamo che in febbraio ci sia più neve – dice Patrizio Bagnù, maestro di golf con base a Ginevra – ma il settimanale costa e se l’hai pagato non vale la pena strapparlo per una festa finita male».
Giornate felici sopra un cimitero e sono le stesse scuole di sci a ignorare le bandiere a mezz’asta imposte dai cinque giorni di lutto nazionale: all’appello mancano sette giovanissimi maestri, che avevano prenotato un tavolo nel seminterrato esploso, ma i colleghi proseguono le lezioni ai principianti assicurando «che la neve artificiale è la migliore per imparare».
Lo spettacolo deve continuare, questa è in ogni vita la condanna, ma seguitare a definire “surreale” l’atmosfera che si respira oggi a Crans Montana è un cedimento alla frettolosa tentazione di chiudere gli occhi: lavorare non è una scelta, chiudere l’orrore dietro teli bianchi e invitare i turisti ad allungare il passo verso i rifugi dove la brace arde sotto le grigliate, sì.
«Io invece – dice Lidia Pisoni, giovane sarda che ha messo un mazzo di fiori nelle mani del suo bambino – voglio che le cose per lui siano subito chiare. C’è il tempo della felicità e il tempo del dolore: deve saperlo, non voglio vergognarmi».
A Crans Montana l’atmosfera non è “surreale”: è la sua realtà a risultare difficile da accettare.
Grande Blob!
Gli scarti della propaganda: “Blob” e l’oscenità del vero
La perizia tecnica, l’acribia perfida, la meticolosità sartoriale di Blob, incredibilmente ancora sulla tv pubblica, sono note a chi tutti i giorni alle 20 si sintonizza su Rai3; ma bisogna vedere il Blob di fine anno per apprezzarne appieno la poetica, l’indole da animale civile e quindi politico che dal 1989 anima questo programma di riciclo del “peggio della tv”. Quest’anno è stato stratosferico. Con lo stesso metodo con cui il potere mediatico, sotto il controllo della sempre operante propaganda in mano a monopoli sempre più privati, ci propina la sua devastante marea di menzogne, vizi, cattivo gusto, ovvero il bombardamento, Blob rovescia sullo schermo tutto il materiale di scarto di quella fabbrica di manipolazione (di un anno intero) e lo rispedisce simbolicamente al mittente, senza commento, con al massimo una striscia di testo, un hashtag, una stringa fulminante, usando solo la micidiale arma del montaggio.
Recuperate la puntata del 31 dicembre, e ne saprete dell’anno appena trascorso molto di più di quanto decine di saggi di antropologia, cultura immateriale e geopolitica potranno dirvi.
Il montaggio è il messaggio. È l’accostamento a risultare esiziale per qualunque retorica del potere: i ministri Piantedosi e Nordio, virati in bianco e nero, doppiati con le voci di Stanlio e Ollio, sono restituiti nella loro verità; la faccia ingrugnita-autoritaria dell’uno e la prosopopea dell’altro virano nel comico. Più tragicamente, quando il cronista del Tg di Stato dice con voce rassicurante “Israele consegnerà Gaza agli Usa, Trump assicura ‘abbiamo i nostri team, non ci sarà bisogno di soldati’”, parte la sigla di Baywatch, uno dei prodotti più inverecondi dell’industria culturale americana: corpi tonici, biondezza californiana, muscoli vitaminizzati, bikini e tavole da surf sulla stessa spiaggia (ideale) su cui scolorisce l’immagine di un bambino scheletrito.
Nel flusso incontenibile della tv, marchio di fabbrica di Blob, entra l’Intelligenza Artificiale: le onde di Gaza sono di sangue; Trump e Netanyahu brindano oscenamente alla “pace” sopra i cadaveri dei palestinesi; Von der Leyen mette la crema solare a Trump; Kamala Harris costruisce un castello di sabbia. Sono tutti coinvolti, hanno tutti le mani sporche di sangue. Ma l’IA non è la cura: è uno dei sintomi della crisi. A riva provano i loro satelliti e missili-giocattolo i capi del mondo: Musk, Zuckerberg, ciascuno alle prese con la propria miseria umana a fronte della sovrumana (cioè disumana) abbondanza finanziaria.
Come sempre, è il vero a essere osceno: ancora a Gaza, soldati israeliani respingono col mitra madri che cercano i figli, immagini a cui niente viene accostato perché davanti alla pura ferocia la satira si ritira per pudore e si annichila, insieme all’idea di umanità.
La satira trafigge invece il materiale renitente. Alle immagini di Tajani, pomposamente presentato da una conduttrice come ministro degli Esteri, vicepremier, segretario di Forza Italia, vicepresidente del Parlamento europeo etc., seguono quelle di un giullare, di uno che fa volare palline in aria. Esilarante Tajani come una delle nuove ossessioni di Blob: “Voglio rassicurare tutti gli aspettatori (sic, ndr) che non si tratta di comprare bombe, carri armati…”, dice, subito zittito dal Totò di “armiamoci e partite”. Del Debbio gli chiede: “Senta, Tajani, che ci devo mettere nella borsa per il kit di emergenza in caso di guerra?”, in riferimento a quell’altra scema di commissaria europea che fece un video apposito per raccomandare di portare con sé oggetti essenziali in caso di attacco nucleare, tra cui gli occhiali; e Tajani: “Mah, un po’ di pizza co’ la mortadella…”. Il vero è incredibile, il tutto è falso. Quando Macron e Trump sono a colloquio, il dialogo è coperto da una specie di fischio, un acufene (come nel film di Kubrick, Il Dottor Stranamore), il rumore dell’ottusità più crassa. Il segretario di Stato americano Rubio che appare con una croce di cenere in testa fa il paio con un frame di Bastardi senza gloria con un tedesco con la svastica incisa sulla fronte.
Blob risignifica le parole: Carlo Conti che dice “tutti, ma proprio tutti, presentano Sanremo” finisce per offendersi da solo (e chissà le ore di riunioni tra pagatissimi autori per sfornare lo slogan). Renzi che riceve in regalo un casco di banane e dice, incredibilmente: “Tra la Repubblica delle banane e la Meloni preferisco le banane”. Santanché: “Sì, ho una collezione di borse, ma mio padre, figlio di contadini, mi ha insegnato una cosa: che si ruba solo quello che si nasconde”, e non si sa se ridere o piangere. La trasformazione tricologica di Lollobrigida si accompagna alla sua denuncia sui rischi dell’abuso di acqua, sostenuta dall’incontrovertibile vicenda storica della “moltiplicazione del vino” da parte di Cristo, sissignore. Meloni, campionessa di incoerenza, declama: “Verba movent, sed exempla trahunt”, che sarebbe “le parole muovono, ma gli esempi trascinano”: come Renzi si vende(va) il Rinascimento, Meloni si vende il latino che gli americani ci invidiano (ma che abbia fatto l’alberghiero si capisce dal fatto che aspira la “h” di “trahunt”). Salvini è come sempre congelato nel suo personaggio stolido.
Occorre avere i codici per neutralizzare tutto il bolo acido di immagini assurde con cui ci rimpinzano; una volta decodificato, perde potenza, e scatena il riso amarissimo che da sempre appartiene al popolo, al bambino che vede il re nella sua nudità; ci si riprende il potere.
Blob è arte, ricerca, accademia, critica sociale, rituale collettivo. A fine anno, Blob precipita tutto l’ammasso di poltiglia dalla stessa finestra da cui era entrato, determinando la rottura dell’ingranaggio osceno che ci propina ininterrottamente pasti abominevoli. Meglio ancora, Blob fa da purga sublime: come nelle cerimonie rituali sciamaniche con assunzione di Ayahuasca e conseguente vomitata rituale collettiva, Blob ci purifica dalle scorie, dai blocchi, dai traumi, dalle energie negative; speriamo che ci aiuti, per il 2026, a facilitare “la trasformazione, la guarigione e il rinnovamento spirituale e materiale di tutta la collettività” (quest’ultima frase l’abbiamo copiata dall’IA).


