giovedì 18 dicembre 2025

L'Amaca

 

Saliranno sull’arca solamente i ricchi
di Michele Serra
L’idea che ogni utopia, ogni progetto di “mondo perfetto” finisca per generare mostri, trova conferma nella parabola del neocapitalismo digitale. Fiorito quarant’anni fa nei garage della California dalle dita di ventenni e trentenni, studenti di informatica o ingegneri elettronici (un umanista, in quei paraggi, non lo trovi neanche morto) che immaginavano, grazie alla tecnologia, un mondo de-istituzionalizzato, autogestito, gratuito, una specie di “uno vale uno” ben prima della triste parodia involontaria che ne fecero Casaleggio e Grillo, ha poi generato forse il più grande oligopolio mai visto al mondo, distrutto lavoro, ammucchiato montagne di miliardi in poche mani e ingigantito a dismisura il ruolo della speculazione finanziaria.
Ora pare che un tizio diventato ricco con le criptovalute, tale Jannsens, con la benedizione del fondatore di Pay pal e del ceo di Open AI, voglia fondare un vero e proprio “network state”: una neo-nazione, eretta su terreni caraibici (il clima conta) e munita di leggi proprie e sistema giudiziario proprio. Alla luce dello stato confusionale in cui versano le nazioni classiche, ci sarebbe da dire: però, interessante. Stiamo a vedere che cosa hanno in mente di fare questi signori.
C’è un piccolo particolare. Destiny (così si chiamerà) avrà una soglia di accesso irraggiungibile dalla gente comune. Solo i ricchi e ricchissimi potranno permettersi questo esodo trionfale dei pochi che abbandonano i molti alla loro mediocrità. Il comunismo fu il tentativo, spesso violento, di piallare le differenze. Il neocapitalismo è il contrario: salvarsi in pochi, lasciare che le moltitudini anneghino mentre l’Arca dei Ricchi salpa verso il futuro.

Natangelo

 



Calendario dell'Avvento

 



mercoledì 17 dicembre 2025

Robecchi

 

Rischio ibrido. Il nemico avanza, sarà uno “scudo” che ci seppellirà
DI ALESSANDRO ROBECCHI
È tutto ibrido, gente! Si porta, va di moda, fa fico. E a pensarci bene, be’, sì, tutto può essere guerra ibrida. Metti che ti prenotano la visita urgente tra due anni, sarai portato a pensare che è una mossa di guerra ibrida per minare la tua fiducia nello Stato e iscriverti ai russi. Quindi ok, ci sto, guerra ibrida! La Commissione europea corre ai ripari e annuncia uno Scudo Democratico, che servirebbe a controllare il flusso infinito e costante delle informazioni, e a decidere se si tratta di un attentato alla stabilità europea, alla democrazia, alla sicurezza, e insomma, alla fine, se una cosa si può dire oppure no. Presentato (già nel 2024) come una sentinella della verità, contro le fake news, la disinformazione e le interferenze straniere, lo scudo rischia di diventare una notevole manganellata alla libertà d’espressione, perché il problema eterno delle cose ibride è stabilire il grado di ibridazione e soprattutto chi lo decide.
Non voglio negare a priori che esista da qualche parte (a San Pietroburgo? A Mosca?) una stanza buia da cui hacker espertissimi ci inondano di false informazioni, per carità. Diciamo che da abituale consumatore di informazione, scritta, orale, visiva, stampata, social, non mi sembra il principale problema del momento. Mi sento spiato? Osservato? Monitorato? Certo che sì: basta che io dica al mio amico Gino che intendo comprare uno zaino, che in meno di un’ora ho il telefono e il computer pieni di zaini, offerte per zaini, zaini pazzeschi e all’improvviso tutti vogliono vendermi uno zaino. Avrei bisogno di uno scudo democratico, in effetti.
Naturalmente, lo scudo di Ursula pensa soprattutto ai russi, lo capisco. Con lo stesso zelo con cui dobbiamo passare risorse dal welfare alle armi, per difenderci, dovremmo cedere un po’ di libertà d’espressione per proteggerci dalla peste ibrida, che sarà mai! Il piano (Media Resilience) prevede anche finanziamenti ai media “indipendenti e locali”, qualunque cosa significhi, soldi comunque erogati dalla Commissione, quindi indipendenti per modo di dire. Ma non importa: se l’obiettivo è difendersi dagli agenti di potenze straniere, io ci sto. Per esempio ricordando che l’intera informazione elettronica del pianeta è in mano a quattro, forse cinque persone, multimiliardarie, che erano quasi tutte all’incoronazione dell’Imperatore d’America, alla cui elezione hanno contribuito con fior di milioni. Sono una manciata di aziende, molto più potenti degli Stati nazionali, a proposito di risorgente nazionalismo, che decidono cosa venderci, come, quando, quali sono le notizie che ci possono interessare, quali quelle che possiamo scrivere o condividere, che posseggono i nostri dati e che sanno di noi più di quanto ne sappiano mogli, mariti, colleghi e amici stretti. Insomma, sì, c’è una guerra ibrida, con pochi e potentissimi attori che la guidano – un monopolio planetario protetto dalla prima potenza mondiale, quella dell’Imperatore di prima – che sfuggono a qualsiasi regolamentazione, e la stiamo perdendo alla grande. Non è da questo che ci difenderà uno “scudo democratico”, temo. Temo che servirà di più a controllare quel che si legge e si scrive, se sia o meno allineato, se “il nemico ti ascolta”, o addirittura ti parla per bocca di Farfallina71 o attraverso un convegno universitario sgradito, o un media non conforme che non si riesce a controllare in altro modo.
Intanto, per la mia personale guerra ibrida, un post-scriprum: l’ho comprato, lo zaino, potete smetterla di importunarmi.

At-tenti!

 

Unione sovietica europea
DI MARCO TRAVAGLIO
Nella foga di combattere le autocrazie copiandole, la nostra bella Ue ci ha regalato un’altra perla di liberaldemocrazia: sanzioni a 12 complici della guerra ibrida russa. Tra i fortunati vincitori c’è Jacques Baud, ex colonnello svizzero dell’esercito e dell’intelligence, ex consigliere Onu, uno degli analisti militari più documentati sull’Ucraina: mentre i trombettieri contavano balle e sbagliavano tutto, Baud ne azzeccava parecchie. Quindi o loro o lui. Kaja Kallas, la depensante estone che regge la politica estera Ue, gli ha vietato l’ingresso, congelato i beni e bloccato i conti bancari in tutta l’Unione. Senza che alcun tribunale abbia neppure ipotizzato un reato: semplicemente per le sue idee e analisi, mai smentite da alcuno, sempre confermate dai fatti. La sentenza l’ha emessa la depensante, cioè il potere esecutivo: “Baud è ospite regolare di programmi tv e radio filorussi. Funge da portavoce della propaganda filorussa e di teorie complottiste”. Tipo sulla corresponsabilità della Nato nella guerra, ormai certificata persino da Merkel e Casa Bianca. Ma ecco il seguito della supercazzola: “Baud è pertanto responsabile di azioni o politiche attribuibili (da chi? ndr) al governo della Federazione russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (l’Ucraina), o sostiene tali azioni o politiche, tramite la manipolazione delle informazioni e delle ingerenze”. Testuale. Censure e liste di proscrizione di putiniani immaginari non bastano più: servono condanne alla morte civile, come quelle di Usa e Israele alla Albanese per ciò che scrive per l’Onu sulla Palestina. Inutile attendersi proteste o pigolii dalla nostra casta pennuta, che vede minacce alla libertà d’informazione ovunque, fuorché là dove sono.
In simultanea, casomai qualcuno credesse alle coincidenze, quatto firme di Limes annunciano di aver lasciato la rivista fondata e diretta da Lucio Caracciolo: Gustincich, Arfaras, il generale Camporini e il prof. Argentieri (dirigente dell’università americana a Roma “John Cabot”). Motivo: Limes sarebbe “filorussa”. E quando l’hanno scoperto? Argentieri risponde, riuscendo a restare serio, che “la svolta, chiarissima, è del 2004: la Rivoluzione arancione. Da lì in poi Limes assume una postura costantemente diffidente, se non apertamente ostile, verso l’Ucraina”. E lui, pensa e ripensa, ha realizzato appena 21 anni dopo. Camporini ha riflessi più pronti: rimprovera a Caracciolo “il mancato sostegno ai principi del diritto internazionale, stracciati dall’aggressione russa all’Ucraina”. Che fra un po’ compie quattro anni. Ma lui, tra un annuncio di sconfitta russa e l’altro, aveva da fare. Poi è giunta la chiamata dell’Arcangelo Gabriele: “Sturmtruppen, avanti marsch!”.

Trentatré mesi