mercoledì 3 dicembre 2025

Natangelo

 



Filosofia intrinseca

 

La squallida zona grigia delle élite occidentali
DI ELENA BASILE
La classe dirigente, malgrado il tracollo intellettuale e morale, ha una dote importante. Il senso di appartenenza produce lealtà e solidarietà all’interno, tra i politici, anche se appartengono a campi avversi, tra analisti, tra diplomatici, funzionari amministrativi, tra giornalisti e guru dei talk show. Nel mondo dell’opposizione alle destre e al centrosinistra a esse molto simile, anche se in genere si riscontra un livello di onestà intellettuale maggiore, non esiste la collaborazione tra piccoli leader, giornalisti, analisti, tribuni ammessi da mamma tv. Si tratta di segmenti schizzati, ciascuno va per sé. Gli oppressi sono monadi che non sfuggono al magnetismo del potere. Come non ricordare l’analisi lucida e disperata di Primo Levi della zona grigia, delle complicità che non salvano gli offesi?
Mi balza agli occhi quotidianamente questa grave debolezza del mondo composito di movimenti e associazioni che condividono la critica alle politiche europee bellicistiche, pronte a una guerra con una potenza nucleare, la Russia, collaborazioniste col criminale di guerra Netanyahu. Se il dissenso fosse unito, se elaborasse anche dal punto di vista teorico un’istanza politica credibile, se cooptasse l’intellighenzia che esiste e lavora nell’ombra, potrebbe attirare il non voto, costituire una speranza per la rifondazione della democrazia. Ogni qualvolta ascolto uno scrittore, un intellettuale, un analista illuminato che, pur tentando di appellarsi alla oggettività delle dinamiche internazionali, si vede obbligato a fare concessioni alla propaganda del regime Nato, pronunciando condanne astoriche di Hamas oppure arrendendosi allo slogan aggredito/aggressore, sento che la zona grigia avanza e ci inghiotte. E allora torniamo a dirlo, nella purezza delle nostre convinzioni, che non c’è nulla di etico nell’immonda difesa della continuazione della guerra in Ucraina da parte delle oligarchie europee. L’Ucraina è stata sin dal 2014 la vittima dei progetti di dominio neoconservatori Usa che volevano pervenire allo smantellamento della Federazione russa. Un Paese è stato utilizzato per un esperimento bellico, un popolo è divenuto carne da cannone. La Russia ha violato il diritto internazionale (annessione della Crimea 2014 e invasione dell’Ucraina nel 2022) in quanto il colpo di Stato a Kiev ha reso evidente che gli oligarchi occidentali avrebbero facilmente posto sotto il loro controllo la base di Sebastopoli, strategica per Mosca dai tempi dello Zar. Dopo sette anni di diplomazia, di presa in giro occidentale (confessata da Merkel e Hollande), degli accordi di Minsk e di guerra civile, di massacri da parte dell’esercito di Kiev di civili russofoni, colpita da sanzioni economiche che altro non sono che la dichiarazione di guerra della Nato a Mosca, la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio del 2022 per arrivare a un compromesso nel marzo dello stesso anno. Dopo un mese, l’Ucraina, senza perdere territori, avrebbe potuto essere un Paese neutrale e europeo. Le élite globali hanno deciso che essa doveva invece sanguinare per i progetti di dominio di Washington, per salvare il capitalismo piegato dal debito, bisognoso di nuove materie prime. Mosca ha violato le frontiere di uno Stato fantoccio, che aveva ormai rinunciato a rappresentare gli interessi del popolo ucraino, divenendo uno strumento foraggiato di armi, intelligence e mercenari per l’attacco alla Russia. Una guerra esistenziale dunque, quella di Mosca, per difendere la propria sovranità. Il diritto onusiano, sbandierato da noi occidentali per l’invasione della Libia, la responsabilità di proteggere, è stato invocato dalla Russia a cui le popolazioni russofone bombardate si erano rivolte.
Ascolto Tajani e Gentiloni, che ho conosciuto come ministri degli Esteri, invocare la continuazione del sacrificio dei ragazzi ucraini al fronte contro i tentativi di mediazione in corso tra Trump e Putin e mi sembra impossibile che due uomini moderati, miti di carattere, possano sporcarsi le mani di sangue e sostenere la nuova Europa scandinava, baltica, polacca, che ha abbracciato la retorica bellicista del ventennio fascista. I territori, la pace giusta! Il ceto politico, che ho avuto modo di conoscere, ha alcuni tratti comuni, la moderazione e l’obbedienza gerarchica. Soltanto in questo modo si fa carriera, si diviene classe dirigente. Mai si difendono posizioni personali, un’etica personale. Altrimenti si è automaticamente fuori dai circuiti che contano. Come è allora possibile che queste classi dirigenti europee si ribellino all’egemone Trump, e al di fuori del quadro istituzionale della Nato, e in spregio alla Costituzione, caldeggino la guerra? Ritorna la domanda che inquieta: a chi rispondono? Questo il nodo. Le polemiche contingenti, viva la Schlein, abbasso la Meloni, servono a poco se non abbiamo risposte ai quesiti essenziali.

Robecchi

 

Armi&soldi. La guerra ibrida esiste, ma il vero bersaglio siamo tutti noi
DI ALESSANDRO ROBECCHI
In qualità di rane nella pentola, quali siamo tutti, cominciamo a sentire che la temperatura dell’acqua si alza piuttosto velocemente, che ci sono divise dappertutto, che la retorica bellica è ai massimi storici e abbiamo il sospetto che noi rane non dobbiamo solo essere lessate per bene, ma anche istruite, educate e idealmente abituate all’idea della guerra.
Piano piano, mattoncino dopo mattoncino, si costruisce la caserma, in un’architettura di menzogne, orpelli ideologici (molto semplici, peraltro: noi buoni, gli altri cattivi), dichiarazioni, intenti programmatici e annunci volitivi. La retorica della difesa è ormai stravolta, non solo dall’uso paraculum del famoso motto latino tanto caro agli azionisti di Leonardo (si vis pacem fai il granum con le armi), ma anche e soprattutto dal concetto di “attacco preventivo” rilanciato dall’ammiraglio Dragone. In soldoni, è quello che dicono i teppisti di strada: “Chi picchia per primo picchia due volte”, con la differenza che i teppisti di strada non hanno grandi industrie che campano producendo coltelli e tirapugni, mentre i generali Nato sì, e ciò li rende pericolosi a sé (e chissenefrega) e agli altri, cioè noi (e questo sì, è un problema). L’effetto accumulo è abbastanza spaventoso, dal ministro delle armi Crosetto che parla di leva volontaria (traduco: una milizia), all’ammiraglio che vuole passare all’attacco chiamandolo “difesa”, ai questionari distribuiti agli studenti (“E tu ti arruoleresti?”), agli ufficiali che vogliono un corso di Filosofia tutto per sé all’Università, alle fiere di armi a cui vengono portati in visita i ragazzini delle scuole, ai piccoli inconsapevoli Balilla che gridano Giorgia-Giorgia alla presidente del Consiglio che sale su un aereo da caccia. Fino all’accrocchio un po’ estemporaneo della “guerra ibrida”, che punta a un controllo delle opinioni non allineate: se sei critico su guerra e riarmo vuol dire che stai col nemico, quindi sei filo-russo, o filo-Hamas, e quindi ti zittisco legittimamente. Si aggiungano quei bei servizi televisivi su aerei, droni, sistemi di puntamento, tecnologie militari di cui si parla come se fossero l’ultimo modello di fuoriserie, con l’orgoglio che traspare dalle veline dei costruttori, molto ricchi e quindi molto capaci di orientare l’informazione (la guerra ibrida c’è, ed è contro di noi). E del resto, follow the money, come sempre, segui i soldi, per esempio quei 679 miliardi di dollari di ricavi globali dell’industria degli armamenti registrati nel 2024 (report Sipri), con gli Stati Uniti campioni d’incasso, ovvio, e l’Europa in grande spolvero (la locomotiva tedesca la traina un carrarmato, per dire). Too big to fail, si diceva una volta dei grandi comparti economici: troppo grandi per fallire, ed eccoci all’oggi. La crisi del mercato dell’auto risolta con la riconversione bellica, i fenomenali rendimenti delle aziende di morte quotate in Borsa, i reparti ricerca & sviluppo bisognosi di cavie umane (compito riservato ai civili palestinesi), l’intelligenza artificiale applicata alla guerra. Il mondo non è pronto per lo scoppio della bolla macroeconomica di simili dimensioni, e se l’economia planetaria è economia di guerra, va bene, avremo la guerra per il semplice fatto che conviene ai padroni dell’economia mondiale, che permette a un sistema che non funziona di tirare avanti con l’unico metodo che conosce: quello del rilancio senza limiti, dell’all in sul tavolo da poker. Dove le fiches sacrificabili siamo noi rane. Caldo, eh?

Bassi, bassissimi!

 

Bassi rappresentanti
DI MARCO TRAVAGLIO
Mancava solo il fermo di Federica Mogherini e dell’ambasciatore Stefano Sannino per corruzione e frode negli appalti, per dare un’idea almeno parziale della Ue con il decisivo contributo dell’Italia. La Mogherini, ministra Pd degli Esteri del governo Renzi con benedizione di Napolitano e poi Alta rappresentante per la politica estera europea pareva già dieci anni fa il punto più basso mai toccato dall’Ue. Ma solo perché non avevamo ancora visto i successori: il “socialista” Josep Borrell e la “liberale” Kaja Kallas. Borrell è quello del celebre dialogo proprio con la Mogherini, in cui riuscì a dire restando serio che “l’Europa è un giardino dove tutto funziona: la miglior combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità abbia mai costruito”, mentre il resto del mondo “è una giungla che potrebbe invadere il giardino”. Teorizzò che attaccare la Russia sarebbe “legittimo ai sensi del diritto internazionale” (quello che si è scritto lui in cameretta). Scomunicò il piano di pace cinese per l’Ucraina senza contrapporgliene alcuno. Invocò “l’economia di guerra”. Chiese di punire Orbán per aver tentato un negoziato incontrando Trump, Zelensky e Putin. Intimò all’Italia di “permettere a Kiev di colpire in Russia con le sue armi”. Ed esortò a “prepararsi alla guerra per avere la pace” (infatti ora la pace la decidono gli altri senza l’Ue). Un deficiente.
Si pensava che peggio di lui non si trovasse nessuno: invece arrivò dall’Estonia (1,3 milioni di abitanti) Kaja Kallas. Anche lei è famosa per le supersoniche cazzate. Tipo che “la Russia non può vincere”. E, una volta sconfitta, da Stato più vasto e più atomico del mondo dovrà “diventare molto più piccola”, smembrata in “tante piccole nazioni”. Dopo la parata militare a Pechino con Xi e Putin per gli 80 anni della vittoria sul nazifascismo, definì stupita “una novità” che Cina e Russia siano fra i vincitori della Seconda guerra mondiale. E l’altro giorno ha dato un’altra lezione di storia: “In cent’anni la Russia ha attaccato 79 Paesi, nessuno dei quali ha attaccato la Russia” (la Germania nazista e l’Italia fascista non le risultano). Infatti, non sapendo nulla della Seconda guerra mondiale, lavora alacremente per la terza. Ecco la sua formidabile proposta di pace per l’Ucraina: siccome la Russia sta vincendo, “è Mosca che deve fare concessioni e ridurre i suoi soldati”, non Kiev che sta perdendo. Finora i governi di Usa, Cina e Russia hanno rifiutato di incontrare la cosiddetta capa della diplomazia europea, per non perdere tempo. Ed è un peccato: la scena di Kaja Kallas che vola da Putin e gli ordina di passare da 1,5 milioni di soldati a 1.500 non ce la perderemmo per nessun motivo al mondo. A costo di pagare il biglietto.

L'Amaca

 

La normalità della guerra
di Michele Serra
Se si sommassero tutte le dichiarazioni di guerra (e le elucubrazioni strategiche sulla guerra fatte in favore di telecamera) degli ultimi due o tre anni, con i russi loquacissimi e gli europei che piano piano ci prendono gusto, la guerra tra Russia e Unione Europea sarebbe già cosa fatta.
Dice che è solo propaganda, ovvero un fracasso di fondo, una fanfara metallica, che si fa per assordare “gli altri” e galvanizzare “i nostri”. Ma per quanto si sia abituati, o meglio rassegnati alla stupidità e alla vuotezza della propaganda, l’ininterrotto battibecco su quella che sarebbe, grosso modo, la terza guerra mondiale, fa una certa impressione, perché l’argomento ormai quotidianamente agitato — la guerra — è nei fatti lo sterminio “ufficiale” di buona parte dei “loro” e dei “nostri”, con preferenza programmatica per la morte dei maschi tra i venti e i trent’anni più l’aggiunta, dovuta alle recenti conquiste tecnologiche, di parecchi civili, compresi i bambini. (Il mezzo milione di caduti dalle due parti in Ucraina è un abominio ormai normalizzato. È la guerra, no?)
Parlarne come se fosse una delle tante beghe ordinarie tra quelle versioni moderne della tribù che sono le Nazioni, magari ha lo scopo calcolato di abituare “noi” e “loro” a considerare la guerra tra le opzioni della politica. Magari, invece, è solo sciocca irresponsabilità, imputabile a classi dirigenti sempre più mediocri e di conseguenza sempre meno responsabili. Nel conto si metta, poi, anche l’ipotesi che ai maschi di potere la parola “guerra” qualche brivido lo dia a prescindere.

Calendario dell'Avvento

 



martedì 2 dicembre 2025

Ritratto

 

Mangia, scala, cresce. L’ottavo Re di Roma al suo ultimo negozio

Carriera. Prima il cemento poi l’editoria, adesso la finanza (col sogno Generali che durava da vent’anni): ascesa di Caltariccone tra le classifiche di Forbes e il buco nero del sequestro di moglie e guardia del corpo
Mangia, scala, cresce. L’ottavo Re di Roma al suo ultimo negozio

Francesco Gaetano Caltagirone è personaggio imponente per spalle, cravatta, sguardo e naturalmente per il suo personale forziere di monete antiche e modernissime, sesterzi da collezione e euro da paperone, appena inciampato nell’inchiesta della Procura di Milano per avere scalato i forzieri di Mediobanca – dice l’accusa – ostacolando tutti gli organi di controllo. Lo ha fatto con i suoi soci, il numero uno di Luxottica, Francesco Milleri, e l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio. Ma specialmente con l’accordo – “la complicità” dicono gli analisti – degli gnomi di Palazzo Chigi, rivestiti, profumati e pettinati da Giorgia Meloni che a forza di prendersi sul serio, s’è incapricciata dell’alta finanza, come suo personale upgrade dal complesso dell’under-dog. Dunque assecondando un nodo psichiatrico prima che politico. Rivelando smanie da potere assoluto, per fortuna affidate a strateghi di second’ordine, pasticciati e pasticcioni, anche loro per troppo entusiasmo nel servire e troppa bulimia nell’addentare.

Tutti difetti che neanche lontanamente sfiorano il poderoso Caltagirone, 82 anni saldamente compiuti, che guarda dall’alto il suo ultimissimo negozio – incamerare, proprio attraverso Mediobanca, Assicurazioni Generali, quasi 900 miliardi di patrimonio gestito, il principale arrosto dell’economia italiana – con la lentezza digestiva che gli consente il potere accumulato per dinastia, insignito, dal secolo scorso, del titolo di Ottavo Re di Roma, o meglio ancora Caltariccone, secondo la più efficace istantanea firmata Dagospia, visto che la rivista Forbes lo stima numero 7 per ricchezza in Italia, patrimonio di 9,6 miliardi, liquidità illimitata.

La sua famiglia viene dalla lontanissima Palermo, sbarcata nel Dopoguerra tra le macerie della Capitale con sabbia, piccone e calcestruzzo. Lui è terza generazione, la più ricca di sempre. Non più palazzinaro, come il nonno, il babbo, e l’altro ramo di famiglia, i Bellavista, che furono tutti quanti cari a Giulio Andreotti, all’intera Democrazia cristiana e pure al Vaticano, massimo esperto spirituale del do ut des terreno, artefici del sacco cementizio che ha trasformato i silenzi vegetali dell’Agro Romano negli ingorghi automobilistici della periferia che dalla Bufalotta a Tor Pagnotta, da Casal Boccone alla Romanina, assedia gli asfalti del Raccordo in un inferno di tangenziali, svincoli, palazzi da otto piani, ma con un albero a testa.

Il suo quartier generale si estende tra i marmi pregiati di Roma centro, via del Corso, piazza Barberini, via Nazionale. Da dove ha elaborato le notevoli stazioni della sua perpetua ascesa – prima cemento, poi carta stampata, ora finanza – in compagnia del suo factotum Fabio Corsico, 52 anni, un tizio capace d’alte raffinatezze lessicali, come alla sua ultima prolusione all’Università di Segovia dal titolo “Dante e la leadership: etica potere e umanità”, qualunque cosa voglia dire.

Dal tonfo sonante di Mani Pulite, anno 1992, Caltagirone ne esce con qualche ammaccatura, ma la piena assoluzione da tutte le accuse di nequizie o tangenti. Saluta senza rancori la Prima Repubblica democratico-cristiana per infilarsi nella Seconda ben più spregiudicata di Berlusconi e soci. Stavolta con la buona idea di proteggere gli interessi delle sue cento aziende, specialmente la prima, la Cementir che ha interessi in Italia, in Europa e pure negli Usa, nei fortini della carta stampata, dove si coltivano i piccoli poteri locali per farli diventare grandi. Nel 1996 compra il Messaggero, giornale leader di Roma Capitale. Negli anni successivi, il Gazzettino di Venezia, il Quotidiano di Puglia, il Corriere Adriatico e nel 1998 il Mattino di Napoli. Dove compra, costruisce. Dove costruisce, comanda. E qualche volta la fa franca, come nella guerra dichiarata al sindaco Luigi De Magistris che nel 2013 avrebbe voluto accollargli la bonifica dell’area di Bagnoli inquinata anche dalla Cementir, costo stimato 300 milioni di euro, tutti passati in cavalleria, dieci anni dopo, quando Caltariccone gratuitamente dona i suoi terreni a Invitalia, che pagherà quei danni ambientali con i soldi del Tesoro, cioè i nostri. Un capolavoro.

L’altra intuizione, visto che va diminuendo la spesa pubblica per le costruzioni, è quelle di diversificare gli investimenti in titoli e asset finanziari. Senza mai troppi clamori, fa shopping azionari in Banca Nazionale dell’Agricoltura, Montedison, Bnl, Rcs, Unicredit. Partecipa a Acea, azienda energetica di Roma e gestisce Fabrica, la holding che ha in pancia gli immobili delle casse previdenziali di avvocati, ingegneri, architetti, psicologi. Oltre che a 17 fondi di investimento che mettono palazzi in cascina per conto di investitori istituzionali, compreso l’Inps. Senza mai il fastidio di una intervista o quasi – al Financial Times una volta e a Lilli Gruber negli ultimi anni – Caltagirone mangia, scala, cresce. Ha piazzato i tre figli sulle torri di controllo del suo castello, compresa Azzurra, la preferita, che per qualche anno si è lasciata conquistare dal sempre in piedi Pierferdinando Casini, prima di accorgersi dell’errore. Ma il ponte levatoio dei Caltaricconi sale o scende solo al suo comando.

C’è un buco nero che illumina il suo indiscusso potere. Si spalanca nella notte tra il 3 e il 4 agosto dell’anno 2000, quando dalla villa con parco ai Parioli spariscono la moglie Luisa Farinon e la guardia del corpo Walter Scafati. Dopo l’allarme generale si scopre che li ha sequestrati il domestico filippino Leo Begasson, in fuga con i due ostaggi su una Golf rossa. È un maldestro rapimento per il riscatto? È una vendetta? Sembra il classico giallo destinato durare l’intera estate. Invece si chiude in una manciata d’ore. E in modo sorprendente: i due rapiti vengono rilasciati dalle parti di Trieste, se la cavano chiedendo aiuto. Il rapitore viene ritrovato morto stecchito in una camera d’albergo di Portorose, la 399 del Palace Hotel, pochi chilometri dopo il confine con la Slovenia. Abbastanza affinché nulla trapeli delle indagini che parlano di una irruzione della polizia slovena interrotta dal suicidio del fuggitivo. L’ambasciata filippina sospetta l’omicidio, protesta e chiede spiegazioni. La polizia italiana invece si accontenta del nulla. La Procura di Roma archivia. Proprio come i giornali che dedicano tre righe al giallo, prima di dimenticarsene per sempre. Calta incassa e neanche ringrazia. Anche lui, come il campione di Machiavelli, preferisce essere più temuto che amato. Oggi festeggia la conquista di Generali. È da vent’anni il suo sogno. Vedremo se dio o la procura, gli faranno il dispetto di esaudirlo.