martedì 4 novembre 2025

Natangelo

 




A proposito del Bocchino

 

Se il dito indica Ghiglia voi guardate Bocchino
DI DANIELA RANIERI
C’è un personaggio laterale nella vicenda del membro dell’Autorità garante per la privacy Agostino Ghiglia che si reca con l’auto di servizio nella sede di Fratelli d’Italia il giorno prima che alla trasmissione Report venga comminata dal Garante stesso una multa esorbitante di 150mila euro per aver diffuso una telefonata tra l’allora ministro della Cultura Sangiuliano e sua moglie, ai tempi dell’affaire Boccia: quel personaggio è Italo Bocchino. Chi guarda i talk-show lo sa: Bocchino è l’ospite-simulacro ideale del governo, quello che gli autori chiamano quando c’è da difendere l’indifendibile o quando qualcuno della maggioranza Meloni, se non Meloni stessa, l’ha fatta talmente grossa che una difesa nei suoi confronti esporrebbe chi la esercita a un immediato crollo di reputazione. Per questo si invita Bocchino: provocatore patentato, sempre sul filo della querela, mentre si dice giornalista, e quindi in teoria imparziale, in tv fa palesemente un altro lavoro: ora capro espiatorio, ora rivendicatore ufficiale, ora rivoltatore di frittate. Non che altri siano più imparziali di lui, pensiamo a chi veicola la propaganda di guerra euro-atlantista; ma nel caso dell’ex militante missino la smaccata faziosità è molto più di un requisito professionale: è una qualità virtuosa, persino atletica, che definisce il suo ubi consistam opinionistico.
Ebbene, Bocchino in questi giorni viene intervistato in quanto alibi umano di Ghiglia: trovandosi la redazione del Secolo d’Italia, che Bocchino dirige (finanziato con fondi statali, il quotidiano è stato negli anni il refugium peccatorum di molti politici di destra “trombati” alle elezioni), sullo stesso pianerottolo della sede di FdI (a proposito di imparzialità), Ghiglia ha potuto sostenere di non essersi giammai recato a concordare con la sorella di Giorgia Meloni, Arianna, la bastonata da rifilare a Report, ma appunto a parlare con Bocchino di un libro che a quanto pare costui deve presentargli a breve, libro che tuttavia non è ancora uscito (ha raccontato tutto Thomas Mackinson). Sorvoliamo sull’intervista camminata che Ghiglia ha “concesso” all’inviata di Report Chiara De Luca, in cui di fronte alla domanda: “Lei ha scritto in una mail che l’indomani avrebbe visto Arianna? L’incontro serviva a sistemare Report per la presunta violazione della privacy di Sangiuliano?” Ghiglia ha sfoderato tutta l’arroganza, l’impunità e la strafottenza mascherata da cortesia che da sempre contraddistinguono chi si sente potente, con un maschilismo e un paternalismo nei confronti della giornalista squisitamente odiosi (“mi faccia parlare con Sigfrido Ranucci”, quando era in difficoltà), perché qui appunto il personaggio rilevante è quello secondario, cioè Bocchino. Il quale non ha alcun problema, anzi, a incarnare ciò che nella vicenda di Garlasco è lo scontrino di casa Sempio, cioè la prova che se Ghiglia è stato 20 minuti a parlare con lui, non poteva essere contemporaneamente nell’ufficio di Arianna ad architettare ritorsioni contro Ranucci; e Ghiglia non avrebbe potuto trattare la questione con Bocchino, che vanta una “amicizia da anni” con lo stesso Ranucci. Begli amici… E che si va a inventare, Italo? “È stato il Pd che ha sanzionato Ranucci”, ha detto al Corriere, perché il presidente dell’Autorità è stato indicato dal Conte-2: incredibile.
Ma Bocchino è abituato; tempo fa la sua tesi era che il vittimismo della Meloni è stra-giustificato, perché l’Italia è di destra contro le bugie della sinistra, come da titolo del suo libercolo presentato alla GNAM (coi dipendenti che si ribellano e la direttrice che li segnala al ministero della Cultura: manco l’Ovra), e a riprova che siamo a un passo dalle gambizzazioni cita le 697 pratiche di diffamazione da lui intentate contro pericolosi utenti dei social, querelati con richieste di risarcimento a infornate multiple da agenzie a ciò preposte. Uscito di scena Sangiuliano a causa della sua stessa vanità, è a Bocchino che spetta il ruolo di costruttore dell’egemonia culturale di destra, che prevede la denuncia costante di tutti gli abusi, le minacce e l’odio che loro sono costretti a subire dalla sinistra, persino nel momento in cui un’Autorità di controllo nata per tutelare la privacy dei cittadini bastona una trasmissione della tv pubblica il cui conduttore ha appena subìto un attentato sotto casa con una bomba che ha distrutto la macchina di sua figlia. E se il governo usa figure e istituzioni di rilevanza pubblica per tutelare interessi privati, non c’è un problema di democrazia? (Sta’ a vedere che per una volta aveva ragione Schlein). E Italo, quando torna a casa dopo Otto e Mezzo e posa le chiavi all’ingresso, non si vergogna? Nel senso: non pensa mai “ma come sto buttando la mia vita, a forza di sostenere opinioni che nessuna persona mediamente rispettosa di sé esprimerebbe, nemmeno per tutto l’oro del mondo, e per di più gratis!”?

Superciuk!

 

Reo con fesso
DI MARCO TRAVAGLIO
Per giudicare l’intervista di Nordio al Corriere, bisognerebbe sapere a che ora del giorno è stata raccolta. Ma, dalle fesserie che contiene, si direbbe molto tardi. Il presunto ministro della Giustizia giura di separare le carriere per fare un favore ai magistrati: li “svincola dalle correnti” e ne “consacra l’indipendenza”. Tant’è che “molti” lo ringraziano, ma “nella riservatezza”, sennò il babau li punisce. Purtroppo nella stessa risposta paragona la gran parte dei magistrati, riuniti nell’Anm e contrari alla schiforma, ad animali non particolarmente astuti: “nessun tacchino si candida al pranzo di Natale”. Ergo il gentile omaggio serve a cucinare tutti i magistrati in padella. Infatti sono quasi tutti per il No, a parte i tacchini del Sì, che saranno entusiasti della qualifica. Non contento della prima confessione, il Guardagingilli ne fa una seconda. Dopo aver giurato “mai il pm sotto l’esecutivo”, spiega che “il governo Prodi cadde perché Mastella fu indagato per accuse poi rivelatesi infondate”. E questa è già una bella scempiaggine: quando s’indaga non si sa come andrà il processo (e non ditelo a lui, visto il leggendario flop della sua inchiesta su D’Alema e Occhetto per “tangenti rosse”); e l’essere indagato non costringeva Mastella a sfiduciare il governo Prodi. Ma sentite il seguito: “Schlein non capisce che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. E avrebbe giovato anche a B. che “subì numerosi processi” (perché commetteva molti reati), dunque fu vittima di “accanimento” (il numero dei processi è una variabile indipendente dal numero dei reati).
Quindi, separando le carriere, non avremo più ministri indagati. Peccato che la schiforma appena approvata non lo dica: anzi, sganciando i pm dalla cultura dell’imparzialità tipica del giudice, li renderà molto più “giustizialisti” di quanto non si dica che sono ora. E le possibilità che indaghino un ministro saliranno anziché scendere. L’unica spiegazione alla vaccata di Nordio, a parte gli spritz, è che la legge contenga un doppiofondo noto solo a lui: oggi si separano i pm dai giudici per poterli mettere domani sotto controllo del governo. Ciliegina (al liquore) sulla torta: lo “scandalo Palamara” sarebbe “ancora tutto coperto” da un misterioso “coperchio sulla pentola bollente” e andrebbe finalmente “scoperchiato”. In realtà è tutto molto chiaro. E non perché Palamara abbia smascherato qualcuno, ma perché fu smascherato lui (con intercettazioni che Nordio definì “porcherie” e limitò per legge) a trafficare sui capi delle Procure con politici e membri del Csm. Dopodiché Nordio si portò al ministero un bel po’ di toghe del giro Palamara. Per scoperchiare meglio la pentola, si capisce.

lunedì 3 novembre 2025

Copioni!

 


Ma davvero?

 



I distruttori ricchi

 

Abbigliamento in crisi, ma i Benetton ridono
DI GIANNI DRAGONI
Poco ci manca che facciano una banca. Ma l’ultima trovata dei Benetton per far soldi ci assomiglia: vogliono entrare nella gestione dei patrimoni finanziari, l’“asset management”, in pratica la gestione del risparmio degli italiani. A più di sette anni dal crollo del Ponte Morandi, una strage con 43 morti ancora senza colpevoli, i Benetton proseguono la marcia trionfale verso il profitto. L’obiettivo è gestire tre miliardi di euro nella prima fase e arrivare a 10-15 miliardi entro cinque anni. D’altra parte la famiglia veneta è sempre più ricca e incassa dividendi in crescita dall’impero che fa capo alla holding Edizione (autostrade, aeroporti, autogrill, immobili, finanza), ma chiedono ulteriori sacrifici ai lavoratori di Benetton Group, l’azienda di abbigliamento da cui tutto era cominciato.
L’ultima tappa del calvario è il contratto di solidarietà al 90% per 80 dipendenti per due mesi, novembre e dicembre, dopo che 400 persone sono già uscite con misure “volontarie”. Per questo il 27 ottobre c’è stato uno sciopero di due ore a Castrette di Villorba, la sede centrale, il primo sciopero dopo 30 anni. I sindacati hanno chiesto all’ad Claudio Sforza di spalmare il sacrificio sull’intero organico di 800 dipendenti.
Per i Benetton questo sarà forse solo un piccolo fastidio che disturba la loro immagine buonista, peraltro già offuscata dal crollo del ponte a Genova, ma il problema è serio. Nel maggio 2024 Luciano Benetton aveva denunciato il “buco” nei conti di Benetton Group scaricando le colpe sull’ad, Massimo Renon, con una tecnica tipica della famiglia. Per le scarse manutenzioni autostradali che, secondo l’accusa nel processo a Genova, sarebbero la causa del crollo del Morandi, i Benetton hanno dato la colpa all’ex ad di Aspi, Giovanni Castellucci. Il pm ne ha chiesto la condanna a 18 anni e sei mesi di reclusione.
Nell’azienda di abbigliamento Luciano era tornato come presidente operativo nel 2018, ma quando è divampata la crisi ha detto che non si era accorto di nulla. Cacciato Renon il nuovo ad, Sforza, in carica dal 4 giugno 2024, ha presentato un piano di ristrutturazione, cigs, riduzione di organico e dei negozi. Da Treviso nel maggio scorso è stato diffuso un messaggio di miglioramento, nel 2024 le perdita netta consolidata di Benetton Group è di -100 milioni, più che dimezzata rispetto ai -235 milioni del 2023, addossati alla precedente gestione. Ma il miglioramento è meno rilevante di quanto appaia da queste cifre, enfatizzate dai principali mezzi di informazione, generosamente innaffiati dalla pubblicità di “United Colors”. Le vendite sono diminuite, il fatturato consolidato si è contratto del 9,7% a 917 milioni. Inoltre nel 2023 erano stati caricati oneri non ricorrenti e svalutazioni, la tipica pulizia di bilancio. Quest’anno nel primo semestre le perdite nette sono diminuite a -37 milioni, rispetto a -66,5 milioni l’anno scorso.
Nel 2024 Edizione ha ricapitalizzato Benetton versando 90 milioni. Il deterioramento dei conti ha creato un problema con la Sace, la società pubblica che aveva garantito al 90% un finanziamento bancario in pool di 135 milioni a tasso variabile ottenuto da Benetton in base al decreto Liquidità dell’aprile 2020. Già a fine 2023 non erano state rispettate alcune clausole del contratto di finanziamento (“covenant finanziari”) e così il 4 dicembre 2024 Benetton ha rimborsato il prestito in anticipo, rispetto alla scadenza del 31 marzo 2027. I soldi li ha forniti la capogruppo Edizione, non più però con un’iniezione di capitale ma con un finanziamento di 110 milioni fruttifero. Questo vuol dire che la Benetton in crisi deve pagare gli interessi ai suoi padroni.
Secondo l’azienda il pareggio di bilancio è previsto a fine 2026. Nel bilancio consolidato di Benetton si scopre che sono triplicati i compensi agli amministratori e organi di controllo, da 349mila euro del 2023 a 1,052 milioni nel 2024.
A parte questo fastidio, per i Benetton il problema, si fa per dire, è rendere ancora più profittevoli le loro ricchezze, dilatate dagli 8,3 miliardi che la loro principale società, Mundys, l’ex Atlantia, di cui possiedono il 57%, ha incassato dallo Stato – secondo un accordo approvato dai governi Conte 2 e Draghi – con la vendita di Autostrade per l’Italia (Aspi) a una cordata controllata dalla Cdp (al 51%) per evitare il rischio di revoca della concessione. Per il crollo del Morandi nessun componente della famiglia è stato indagato.
Il piano “asset management” è stato rivelato dal Sole 24 Ore il 21 ottobre. Verrà costituita una “newco”, inizialmente controllata al 100% da Edizione, la holding posseduta dai quattro rami della famiglia. L’obiettivo è di avere due soci di minoranza, uno sarebbe in famiglia, 21 Invest, il giocattolo di Alessandro Benetton, il figlio di Luciano che è presidente di Edizione e vicepresidente di Mundys. L’altro socio sarebbe Tages, società fondata e guidata da Panfilo Tarantelli. La nuova creatura sarebbe una Sgr, cioè una società di gestione del risparmio, soggetta alla vigilanza della Banca d’Italia che dovrà autorizzare l’operazione.
Lo scorso 24 giugno l’assemblea di Edizione ha deliberato un aumento del 10% del dividendo versato alla famiglia, da 100 milioni a 110 milioni e 10mila euro. Dal crollo del Ponte a oggi i Benetton hanno intascato 560 milioni di cedole. Nel bilancio 2024 di Edizione si scopre che i “compensi agli organi sociali” sono aumentati da 3,3 a 5,2 milioni, “l’incremento è attribuibile ai piani di incentivazione della società”. I beneficiari sono soprattutto Alessandro Benetton e l’ad di Edizione, Enrico Laghi, il commercialista romano che è stato commissario di Alitalia e Ilva.

domenica 2 novembre 2025

Prosit!

 


La Messa di Rai 1 della domenica per certi versi agevola al buddismo… ad esempio questo vescovo che dice “avevo fame e non mi avete dato da mangiare” apre ad una riflessione sul cibo introiettato ad minchiam e di cui anch’io sono portatore insano. La corale profuma di lacca anche dalla tv, la cantante del salmo deve essersi alzata alle 5 per curare tutta l’impalcatura montata. S’avverte nel rito la smania di apparire tramite il mezzo televisivo. Le vesti preziose e lo sfavillio dell’oro agevolano quanto detto. Prosit!