lunedì 6 ottobre 2025

Vari tipi di lunedì

 


Il lunedì, a volte opprimente altre, come questo, edificante con la passeggiata in questo splendido giorno desturistizzato a San Terenzo, Lerici, non ha prezzo! Non compete con nulla, essendo fuori concorso. La placidità del mare, la serenità, il passo moviolato delle persone incontrate, l’assenza di urla vichinghe, la mancanza di intruppate e fameliche pletore di fotografanti chicchessia, che degustano di questi luoghi al pari di chi si immortalasse in selfie davanti al Bacco del Caravaggio o andasse al concerto del maestro Muti indossando cuffiette sparanti Sfera Ebbasta, e, soprattutto, con l’agevolazione verso la conclusione di un immortale testo di Lev, col conflitto tra Anna e Vronskij, divorato famelicamente con la pena di non averlo fatto prima, fanno di questa mattinata un cammeo incastonato nel misero cuore ancora trafitto da quel malevolo portoghese insalubre, di cui ieri sera, live, ho toccato con mano e pupille l’inconsistenza sportiva, la melliflua pochezza del passare il tempo a confezionarsi treccine, facendo a tempo perso il rapper, al punto che, chiedendo venia a Tolstoj, al solo pensiero di quel tiro depositato fuori da imbecille qual è, mi sale la scala pressioria che questo luogo, col contorno dello Spritz, l’aveva appena normalizzata, equiparandola a quella di un bimbo di un casato britannico mentre, tra cento cuscini, si sta sbocconcellando uva e noci in attesa che il maggiorando gli annunci il pranzo servito.

La Testimonianza

 

Flotilla, Mantovani: “La polizia voleva terrorizzarci: ‘Hai invaso Israele, cosa vuoi?’”
DI ALESSANDRO MANTOVANI
Il racconto dell'inviato del Fatto. I silenzi della Farnesina: non sa dire nemmeno chi abbia pagato il volo di rimpatrio degli italiani
Flotilla, Mantovani: “La polizia voleva terrorizzarci: ‘Hai invaso Israele, cosa vuoi?’”
A me come a tutti gli altri: a Cesare Tofani, uomo di mare, 71 anni compiuti il giorno della partenza da Portopalo, come a Dario Crippa, 25, bergamasco che studia Neuroscienze ad Amsterdam, Monterojo su youtube, che se va bene torna oggi col volo greco. L’abbiamo lasciato nel maledetto carcere di Keziot con altri due (su sei) che hanno navigato con me su Otaria. E a tutti gli altri, di tutti i Paesi.
Non che credessi alla storiella che Israele è “l’unica democrazia del Medio Oriente”, ma insomma pensavo potesse somigliare un po’ di più alle regole generalmente rispettate in Italia – non sempre specie con i migranti, va detto – e un po’ meno alle dittature. Almeno con i cittadini stranieri di Paesi “amici” come il nostro. Del resto i militari che hanno abbordato la barca ci hanno portato ad Ashdod erano stati più decenti: qualche vessazione, noi chiusi sottocoperta senza luce né aria, ma insomma ci hanno permesso pure di farci il caffè. Era un atto di pirateria in acque internazionali, ma ci eravamo arresi. Ai poliziotti però non bastava. Volevano umiliarci. Terrorizzarci.
Ho pensato di poter essere assistito, comunque, da una delle avvocate di Adalah che ho trovato nell’hangar in cui hanno compiuto le formalità del mio arresto, o meglio sequestro perché nessuno mi ha detto di cosa ero accusato, men che meno per iscritto. Si chiama Mais Abdallah, competente e molto smart, laureata ad Harward. Mais mi ha consigliato con rispetto firmare la cartuccella in cui accettavo l’espulsione e chiedevo di essere rimpatriato anche prima delle 72 ore previste. Non mi hanno dato copia. Neppure per un attimo, però, ho potuto parlare con lei senza che i poliziotti ascoltassero. Poi comunque mi hanno tolto la possibilità di chiamarla dal carcere: rubato anche il suo numero, addio Mais.
Finite le formalità mi hanno spogliato dei pochi beni che avevo: il portafogli con un po’ di contanti, la patente, la carta d’identità, la carta di credito, l’orologio, il braccialetto, due borse. Gli appunti me li avevano già tolti, senza verbale. Via la giacca, ero in calzoncini da barca, una polo e le scarpe da ginnastica. Un poliziotto mi ha fatto firmare un verbale in ebraico. Dico: “Non capisco cosa c’è scritto”. E lui: “Sei entrato illegalmente nel mio Paese, cosa vuoi da me?”. Veramente mi hanno preso a 60 miglia, in acque internazionali, nel suo Paese mi hanno portato i militari, ma il training nonviolento consigliava di non dirlo. Poi mi hanno tagliato anche i lacci delle scarpe, mi hanno ammanettato con una fascetta da elettricista e mi hanno pure bendato. Non bendavano tutti, alcuni sì e altri no. Io sì. Magari non amano i giornalisti, infatti a Gaza ci fanno il tiro al bersaglio.
Con la benda e la fascetta ai polsi mi hanno portato su un cellulare. Eravamo in 26: spagnoli, italiani, malesi, uno svizzero, uno del Bahrein, uno statunitense. Faceva un caldo boia, ci saremo stati tre o quattro ore. Per fortuna abbiamo imparato subito a toglierci le fascette. Ci siamo addormentati e ci hanno svegliato con l’aria condizionata a palla, a occhio la temperatura era scesa a 15/16 gradi. Infine il carcere, un inferno. In dieci in una cella già stretta per gli otto previsti, un bagnetto putrido, uno scarafaggio, l’acqua calda e al sapore di cloro del rubinetto del bagno, peperoni crudi e uova sode, pane e marmellata, un pugno di riso. Avanti e indietro da una cella all’altra chissà perché: anche in sedici ci siamo ritrovati in una cella da otto.
I primi 26 italiani tra cui me, sabato, li hanno rimpatriati i turchi. Fonti autorevoli riferiscono che il governo italiano non ha pagato neanche il volo di linea di Istanbul a Roma. La Farnesina non smentisce, o meglio l’ineffabile portavoce dell’improbabile ministro Antonio Tajani scrive di “non essere a conoscenza del dettaglio” se abbiano pagato il viaggio oppure no. Chissà se oggi fanno pagare ai greci il viaggio degli altri 15 italiani rimasti a Keziot, che voleranno su Atene secondo l’annuncio di Tajani. Il governo spagnolo ieri “si è fatto carico” di rimpatriare 21 spagnoli, 4 portoghesi e 4 olandesi. I greci oggi porteranno 70 persone ad Atene, compresi 28 francesi e i 15 italiani. Resteranno però almeno 220 prigionieri nel deserto del Negev, chi è stato lì non può dormire tranquillo. Nessuno dovrebbe.

domenica 5 ottobre 2025

Perché?

 


Il mio stupore non è il diverbio tra i due, ma il fatto che nel 2025 qualcuno inviti ancora Cape-ca-zzone! Molto meglio portare in studio un manichino. Il risultato sarebbe migliore. Molto migliore!

L’Amaca

 

Vogliamo tutt’altro 

di Michele Serra

Gli slogan — quando sono efficaci — possono fare la storia. Da modesto osservatore dei lavori in corso per farla ripartire, la storia (un po’ come l’umarel che scruta il cantiere), mi permetto di dire che “blocchiamo tutto”, come slogan, mi suona sgarbato e inefficace, roba da gilets jaunes. Velleitario, minaccioso e respingente.

Mentre mi piace molto lo striscione con la scritta “vogliamo tutt’altro”, che è l’evoluzione intelligente (e al tempo stesso una smentita) del “vogliamo tutto” post sessantottino. Quello slogan da un lato indirizzava, dall’altro presagiva la sconfitta drammatica di quel movimento di massa: volere tutto è la maniera migliore per giustificare il fatto che non si è ottenuto niente. Quasi un alibi preconfezionato.

Era sospettabile, per giunta, di una specie di bulimia consumista, e la presa del carrello dei bolliti del ristorante Cantunzein, nel Settantasette bolognese, lo archivierei come l’atto simbolico, tragicomico, di un finale di partita.

“Vogliamo tutt’altro” è invece uno spostamento geniale di prospettiva: non è il vostro “tutto”, che ci interessa, non è conquistare quello che c’è già, e non ci piace. Sono le cose che non ci sono, è un altro paradigma quello per il quale ci battiamo, e proprio a questo, in fin dei conti, dovrebbe servire la politica, aprire prospettive nuove, fare intravvedere possibilità e occasioni prima non contemplate.

Per far funzionare meglio il mondo, per vivere meglio, servirebbe tutt’altro: suona bene, suona giusto. E suggerisce non di fare incetta del presente, ma di occuparsi del futuro. No, non vogliamo tutto. Vogliamo altro.

E stasera

 



Rancorosa

 



Attorno al piano

 

Hamas spiazza Tel Aviv sul pessimo piano Trump
DI ELENA BASILE
Fermo restando che noi non siamo nichilisti e che consideriamo la continuazione della vita umana, valore prioritario, rispetto a obiettivi rivoluzionari tanto puri quanto fanatici, e quindi apprezziamo che Hamas abbia accettato l’ignobile piano di pace per porre fine al genocidio dei palestinesi, cerchiamo di esaminare politicamente l’indecente proposta di Trump. Non vorrei che i tanti amici con i quali condivido pensiero politico e indignazione morale, cominciassero a somigliare ai cosiddetti “filoucraini” che dai loro sofà applaudono alla gloriosa resistenza ucraina gioendo dei martiri altrui. No, noi non cadremo in questa trappola e non gioiremo della gloriosa resistenza palestinese incitando un popolo al martirio.
Esaminiamo la proposta. Si tratta di un chiaro ritorno da una parte al colonialismo in quanto si nomina, (sembra quasi una beffa), un britannico che ha tradito i valori del laburismo inglese, ha mentito al suo popolo e ha le mani sporche di sangue dei 500 mila iracheni trucidati (dato approssimato per difetto), il noto Tony Blair, quale coordinatore e garante del piano di ricostruzione di Gaza. Un ritorno al protettorato britannico sotto altre forme. Ai palestinesi si concede di vivere, di non essere deportati ma non di essere un popolo con rappresentanza politica. Hamas viene considerata tout court il male assoluto e non un’organizzazione per la liberazione con la lotta armata di un popolo sotto dominazione di una potenza straniera. Ricordo che se Hamas uccide soldati israeliani rientra nel diritto onusiano. Hamas tuttavia compie atti di terrorismo colpendo civili israeliani, anche ragazze che ballano e bambini (si attende un’inchiesta indipendente sulle altre responsabilità). Purtroppo l’hanno fatto anche gli israeliani e Begin, un terrorista vincente, divenne primo ministro. Lo facevano i mitici carbonari risorgimentali e lo fanno oggi gli ucraini con attentati in Russia. Ma ormai la parola d’ordine è Hamas=male assoluto. Anche l’Anp, che si è vista negare illegalmente il visto per poter partecipare alla riunione Onu, non è ammessa alla gestione di Gaza se non dopo una fantomatica riforma che suona come epurazione e rieducazione. Data la collaborazione dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, siamo rientrati nel quadro dei famigerati accordi di Abramo con l’aggiunta di non ben individuati tecnocrati palestinesi. L’economia vince sulla politica. Nel XXI secolo postmoderno si impone la legge del cinico individualismo e degli interessi economici sul mito della questione nazionale di un popolo torturato, perseguitato e annientato da decenni. In effetti nel XX secolo queste parole si riferivano agli ebrei e invece, farsa tragica della storia, ora i carnefici sono gli israeliani, proprio loro che del mito di uno Stato per un popolo perseguitato dovrebbero pur sapere qualcosa.
L’indecente proposta trumpiana ignora la causa palestinese. A Gaza, protettorato anglo-arabo, Israele giocherebbe un ruolo minore. Si garantirebbe la non annessione della Cisgiordania, dove i palestinesi continuerebbero a vivere sotto apartheid. Netanyahu, criminale di guerra, sarebbe graziato. La destra messianica proseguirebbe la trasformazione politico-antropologica dell’“unica democrazia del Medio Oriente”. Gli ostaggi da ambo le parti sarebbero liberati.
Hamas ha dato una risposta politica importante per la pace e la sopravvivenza del popolo palestinese. Non credo si possa parlare di una organizzazione, anch’essa postmoderna, che cerca di salvare la propria pelle. Hamas ha sconvolto le carte. Israele contava sul rifiuto dei terroristi per poter legittimare la sua azione genocidaria a Gaza. Ora dovrà rispondere all’offerta di negoziati per liberare gli ostaggi dopo il cessate il fuoco permanente. Una proposta di pace realistica avrebbe rimesso in agenda la causa palestinese e accettato la soggettività palestinese, negoziando con l’Anp e Hamas che, come l’Olp, da organizzazione terroristica potrebbe divenire interlocutore. La guerra in Algeria nel 1962 ha per caso demonizzato il Fronte di Liberazione Nazionale malgrado le atrocità compiute? Atrocità a mio avviso comprensibili in un movimento di liberazione di un popolo, ma non nello Stato oppressore: i francesi allora, gli israeliani oggi. Il disegno di dominio imperialistico non prevede la risoluzione della questione palestinese. Da Carter a Kissinger a Clinton, Washington non è stato un honest broker, non ha aperto veri negoziati di pace con tutti gli attori coinvolti, affrontando la questione dei rifugiati. La demonizzazione di Hamas e dell’Iran serve al dominio imperialistico Usa nella regione. Merz insegna: Netanyahu sta solo facendo il lavoro sporco.