martedì 30 settembre 2025

Ma che bell'alleato!

 

Che bell’alleato
DI MARCO TRAVAGLIO
Il bombardamento quotidiano dei media di destra alla Flotilla è un buon segno: denota il nervosismo di Meloni&C., disperati per un’opinione pubblica sempre più vasta e trasversale indignata per il loro asservimento al criminale Netanyahu. E, quando si è disperati, si dicono cose insensate.
Meloni: “Non c’è bisogno di infilarsi in un teatro di guerra e rischiare l’incolumità per consegnare aiuti a Gaza che il governo italiano avrebbe potuto consegnare in poche ore”. Ma se può consegnare aiuti in poche ore, perché non lo fa da due anni per sfamare i palestinesi anziché lasciarne morire ogni giorno qualcuno di fame? Se i governi Ue non vogliono farlo, sono criminali. Se vogliono farlo, ma Netanyahu glielo impedisce, è criminale Netanyahu e sono vili gli europei che non provano a forzare il blocco, anzi continuano a fare affari con Israele e a fornirgli armi. Ma che c’entra in tutto ciò la Flotilla?
Crosetto: “Rischi drammatici se la Flotilla forza il blocco”. Tajani: “Non possiamo fare nulla per scortare la Flotilla”. Meloni: “Se forzano il blocco navale di Israele, cosa dovremmo? Mandare la Marina militare e dichiarare guerra a Israele?”. Il blocco navale fu deciso nel 2009 per bloccare le armi ad Hamas, che governava la Striscia dopo aver vinto le elezioni dopo il ritiro di Israele. Quindi le acque di Gaza non sono di Israele, ma dei palestinesi e il blocco navale è contro le armi che uccidono persone, non gli aiuti che salvano persone. Se Israele attaccasse barche con bandiera italiana, disarmate e cariche di aiuti, l’Italia dovrebbe rispondere al fuoco abbattendo droni o altri ordigni per difendere ciò che è a tutti gli effetti territorio italiano. E sarebbe Israele a dichiarare guerra all’Italia, non viceversa. L’altro giorno, parlando delle fantomatiche minacce russe all’Europa, la Meloni non ha avuto dubbi: “Se un jet viola lo spazio aereo, va abbattuto”. Perché invece, se un drone israeliano colpisce una nave italiana disarmata, non va abbattuto?
Nel 2012 una petroliera italiana fu incredibilmente scortata a 20 miglia dalla costa indiana da fucilieri della nostra Marina militare, due dei quali uccisero due pescatori scambiandoli per pirati: i due famosi marò che molti politici, fra cui la Meloni, pretesero di sottrarre alla giustizia indiana. Perché la Meloni non li scaricò per non dichiarare guerra all’India? Se i nostri pescherecci sconfinano in acque libiche e vengono sequestrati, la Meloni chiede di mollarli per non dichiarare guerra alla Libia? Si dirà: ma Israele è nostro alleato. Purtroppo è vero. Ma con un alleato si parla: si chiede e si ottiene la garanzia che non sparerà su nostre navi disarmate. Se non la otteniamo, è perché la Meloni si comporta da alleata di Israele. Ma Netanyahu si comporta da nemico dell’Italia.

lunedì 29 settembre 2025

Flash!

 

Dunque se ho capito bene siamo ad una svolta storica guidata da un miliardario palesemente psicolabile, il quale assieme a Tony Blair guiderà il Board of Peace e dice che sono tutti d’accordo: il mondo arabo - che già sembra dire di non essere stato consultato - e tutto il resto del mondo. Il punto essenziale è la restituzione degli ostaggi - e sarebbe ottima cosa - e poi la fine di Hamas la pulizia di tutto il territorio da armi ed infine la ricostruzione… guidata da miliardario e da quella faccia di.. di Blair. 

Tutto a posto ha detto lo Scellerato. Una pace eterna. E mente diceva questo aveva a fianco il pluriassassino sionista che, se fosse vero tutto ciò, verrebbe abbandonato da quei luridi esaltati che lo sostengono, e finirebbe dritto in galera. Naturalmente il popolo palestinese sarebbe un’enclave di senza Stato, non in grado di decidere nulla, controllato da tiranni dediti a loschi affari. 

Insomma mi ha dato l’impressione di essere al bar nel momento in cui entra il pazzo del paese che informa gli astanti di aver appena imprestato cento euro a Di Caprio che in bolletta non poteva fare il pieno all’auto!

La missione dell'Aizzatore

 


Continua nella sua folle opera l'Aizzatore per antonomasia. Freme ed agogna il coinvolgimento di altre nazioni, magari tutta l'Europa, per proseguire nel suo insano obiettivo, la sconfitta della Russia. Follia, follia pura. 

Non si arrende, non si scompone, ad ogni occasione piange ed implora per ottenere armi e missili in grado di esplodere nella terra di una nazione che possiede oltre duemila testate nucleari. 

Fermo restando che è stato attaccato, anche se l'azione fu figlia dell'accerchiamento Nato, l'Aizzatore non demorde, stillando giornalmente palle megagalattiche come quella di ieri, ipotizzando l'attacco di droni al nostro paese. 

Infingardo come pochi, pericolo permanente della pace, l'Aizzatore viene ancora ascoltato dagli innumerevoli psicopatici al potere ovunque. 

Nessuno che gli parli, che lo faccia ragionare. Ammesso che sia possibile. 

Senza parole

 


Finalmente|

 



Ziliani Number One!

 

Agnelli e coccodrilli. Dal fisco ai bilanci: John e Andrea patteggiano tra le lacrime
DI PAOLO ZILIANI
Delle due l’una: o contro la Famiglia Agnelli (Agnelli/Elkann) è in atto una congiura planetaria che si traduce in continue indagini in cui restano invischiati a mo’ di carta moschicida i rampolli di sangue blu e i loro giocattoli di famiglia (leggi la Juventus) in una sorta di persecuzione kafkiana da cui il solo modo di uscire è patteggiare e pagare, oppure i nostri eroi, al secolo Andrea Agnelli figlio di Umberto e John Elkann figlio di Margherita figlia dell’Avvocato Gianni, passano da una malefatta all’altra in modo così grossolano e smaccato da rendere inevitabile l’apertura di procedimenti nei loro confronti arginabili solo andando a Canossa: e cioè, al fine di evitare processi e anni di galera, chiedendo il patteggiamento, cioè l’applicazione della pena su richiesta delle parti.
Non si era ancora spenta l’eco del patteggiamento raggiunto da John Elkann nell’ambito dell’inchiesta sulla sottrazione dell’eredità di famiglia alla madre Margherita, per cui John ha pagato 183 milioni all’Agenzia delle Entrate e ha chiesto, ottenendolo, l’affidamento per un anno ai servizi sociali motivando il tutto con l’urgenza di mettere fine a una vicenda familiare troppo “dolorosa” (“Ma la richiesta di Elkann non comporta, come del resto la definizione con il fisco, alcuna ammissione di responsabilità ”, si è affrettato a comunicare l’avvocato Paolo Siniscalchi), ed ecco che dopo il nipote dell’Avvocato tocca al figlio di Umberto, Andrea, per 12 anni presidente della Juventus, uscire dal procedimento scaturito dall’Inchiesta Prisma della Procura di Torino con un patteggiamento: un anno e 8 mesi con sospensione della pena e una somma ancora da definire per risarcire le parti civili costituitesi tra cui Consob e piccoli azionisti. Inutile dire che anche quella di Agnelli è stata, è lui stesso a dircelo, una decisione “molto sofferta”, presa per sottrarsi a un “limbo destinato a trascinarsi ancora per moltissimo tempo” dopo i quattro anni già trascorsi di cui Andrea si rammarica dimenticando che due sono andati persi per i ricorsi da lui stesso presentati al fine di ottenere lo spostamento della competenza territoriale da Torino a Roma. Nel comunicato a sua firma Agnelli spiega che il patteggiamento avviene “senza riconoscimento di responsabilità , quindi coerente con la mia posizione di innocenza”, ricorda al mondo non si sa bene perchè di essere un benefattore (dal 2017 è presidente di una fondazione piemontese per l’Oncologia) e dimentica le carte processuali secondo le quali i dirigenti della Juventus “diffondevano notizie false circa la situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società, concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo delle azioni ordinarie in Borsa”; e redigevano bilanci che descrivevano “una minor perdita di esercizio pari a 89 milioni anziché 236 e un patrimonio netto pari a 239 milioni anzichè pari a 47”, il tutto in combutta col revisore Ernst & Young che “ometteva di esercitare un effettivo controllo contabile esprimendo un giudizio positivo e privo di rilievi”.​ Per la cronaca, dalla giustizia sportiva italiana Andrea Agnelli ha ricevuto tre maxi condanne:12 mesi più 20 mila euro di ammenda nel 2017 per i rapporti con gli ultrà malavitosi; 24 mesi nel 2023 per le plusvalenze fittizie che costarono alla Juventus la squalifica per un anno dalle Coppe; e 16 mesi più 60 mila euro di ammenda, poi ridotti a 10 mesi e 40 mila euro, nel 2024 per le manovre stipendi.
Benefattore insomma, ma non certo del calcio. Che per anni e anni ha falsato. Se può interessare, a dirlo sono i magistrati.

Guarda guarda!

 

I reporter francesi: “Gaza, tutto ok”. Ma il “tour” è pagato da Tel Aviv
DI YUNNES ABZOUZ
A luglio, quando Emmanuel Macron non aveva ancora annunciato la sua intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina, Benjamin Netanyahu ha organizzato un press tour in Israele, interamente spesato, per diverse testate giornalistiche francesi. Il primo ministro israeliano è consapevole del fatto che la sua ostinazione a portare avanti la guerra contro Gaza, definita genocidaria da molte voci internazionali, solleva l’indignazione mondiale. Ma poiché non ha nessuna intenzione di ritardare il suo obiettivo, ovvero l’annientamento della Striscia, ritiene che a Israele resti solo una strada per non perdere definitivamente la battaglia dell’opinione: rafforzare la propaganda. È in questo contesto che, secondo le informazioni di Mediapart, l’ambasciata di Israele in Francia ha invitato un gruppo di giornalisti francesi a partecipare al viaggio stampa, dal 20 al 24 luglio scorsi: “Tutti i Paesi del mondo organizzano viaggi di questo tipo, non c’è nulla di straordinario”, ha spiegato un portavoce dell’ambasciata.
Bavagli e morti. ma la trasparenza “Non era vincolante”
Cinque testate vi hanno partecipato: Le Journal du dimanche (JDD) , Le Figaro, La Croix, L’Express e Marianne. L’ambasciata ha coperto tutte le spese: i voli di andata e ritorno – fatta eccezione per La Croix, che ha chiesto di farsene carico autonomamente – le notti di albergo e i pasti. A parte il quotidiano cattolico e L’Express, le altre testate non hanno ritenuto necessario specificare che i loro articoli erano stati scritti nell’ambito di un viaggio organizzato dall’ambasciata israeliana: “Non era vincolante”, ha giustificato Ève Szeftel, direttrice della redazione di Marianne e autrice dell’articolo. Resta però il dubbio: partecipare ad un viaggio, interamente spesato e organizzato da una delle parti in conflitto – che ha inoltre scelto con cura gli interlocutori cui i giornalisti avrebbero avuto accesso –, passando sotto silenzio tutto questo contesto al lettore, non pone un problema deontologico? “No. La prova è che l’articolo che ho scritto era molto equilibrato”, ha detto Ève Szeftel. Il JDD e Le Figaro non hanno voluto rispondere alle nostre domande. Ricordiamo che dal 7 ottobre 2023, Israele impedisce l’accesso indipendente alla striscia di Gaza ai giornalisti stranieri e che ha ucciso più di 200 giornalisti palestinesi nell’enclave assediata. Il programma del viaggio, che Mediapart ha potuto consultare, prevedeva di portare i giornalisti sui principali fronti dove è attivo l’esercito israeliano: le frontiere a nord, con Libano e Siria, e Gaza. Alla fine, però, i giornalisti non sono potuti andare a Gaza perché, secondo quanto spiegato dall’ambasciata, le autorizzazioni non erano arrivate in tempo. In alternativa, i giornalisti sono stati scortati dall’esercito israeliano al valico di Kerem Shalom, dove si accatastano gli aiuti umanitari: Israele voleva così dimostrare che la responsabilità della carestia a Gaza non è sua, ma delle Ong che rifiutano di trasportare gli aiuti a destinazione. Questa volta, nei loro articoli, il JDD, Le Figaro e L’Express hanno precisato di avere partecipato ad un reportage “embedded” con l’esercito israeliano. Arrivati di domenica pomeriggio, i giornalisti sono stati condotti in un lussuoso albergo di Safed, nella nord di Israele. La sera hanno partecipato ad una cena di benvenuto con Oren Marmorstein, il portavoce del ministero degli Esteri. “Marmorstein ha giustificato la guerra e insistito sulla responsabilità di Hamas nello scoppio delle ostilità – racconta Laurent Larcher, reporter di La Croix -. Ci ha spiegato che Hamas utilizza i civili come scudi umani e che di conseguenza Israele non avrebbe altra scelta che ricorrere ai bombardamenti per eliminare chi intende distruggere Israele”. Il giorno seguente, i reporter sono stati accompagnati a visitare l’imponente dispositivo di sicurezza messo in campo da Israele per ​ colpire Hezbollah al confine con il Libano. Il giorno dopo ancora, sono stati portati al confine con la Siria per incontrare la comunità drusa. Ad ogni tappa del viaggio, i giornalisti hanno potuto raccogliere le testimonianze di alti ufficiali dell’esercito israeliano, di rappresentanti della società civile e anche di persone comuni. Non a caso però lo stesso venditore di pita viene intervistato tanto nell’articolo di Le Figaro che in quello del JDD. “È la strategia del chiaroscuro di Israele – spiega Amélie Férey, responsabile del laboratorio di ricerca sulla difesa dell’Institut français des relations internationales -: sommergere giornalisti, ricercatori, giuristi e operatori umanitari di informazioni, comunicati, foto, per trasmettere le loro argomentazioni e mettere in risalto certi elementi piuttosto che altri”. Al termine dei cinque giorni di visita, solo i giornalisti di La Croix e L’Express hanno preso le distanze dal flusso di informazioni distillato dagli ufficiali israeliani. Il JDD e Le Figaro invece non hanno ritenuto opportuno precisare ai loro lettori che le persone a cui avevano dato la parola erano state accuratamente selezionate da Israele.
La “graziosa casa dall’architettura levantina”
Nel suo articolo, il JDD suggerisce persino che gli incontri con le diverse fonti in Israele fossero avvenuti in maniera spontanea: “Maya Farhat, guida turistica, accoglie il JDD nella sua graziosa casa dall’architettura levantina.,.” , scrive la giornalista del settimanale, controllato dall’imprenditore Vincent Bolloré, vicino all’estrema destra. La stessa persona viene poi intervistata anche da Le Figaro. Comunicazione o giornalismo? Nel caso di Marianne, del JDD e Le Figaro la domanda è lecita. Gli articoli pubblicati da questi media danno ampio spazio alle argomentazioni israeliane, senza cercare di confrontarle con altre fonti indipendenti. Eppure, secondo Laurent Larcher di La Croix, si potevano trovare spunti interessanti al di là del quadro vincolante del viaggio. “Con il giornale avevamo concordato che avremmo partecipato senza obbligo di pubblicare un articolo – ha spiegato il giornalista – perché, dal 7 ottobre, l’unico modo per accedere al fronte è di essere guidati dall’’esercito israeliano. In questo viaggio, come sempre del resto, ho trovato le risposte più sorprendenti negli interstizi, negli imprevisti e nei silenzi, ma anche nelle mie stesse domande”. Il giornalista voleva sapere in particolare se, e in che modo, l’esercito israeliano tiene conto delle potenziali vittime civili quando spara su Hamas o Hezbollah. “È stato sorprendente constatare per esempio che i funzionari israeliani ammettevano apertamente di uccidere dei civili colpendo Hamas”, ricorda Laurent Larcher. A Marianne, le stesse riflessioni etiche non hanno portato allo stesso risultato.
La direttrice: “La redazione mi critica? E allora ci vado io”
In un primo momento, la direttrice della redazione, Ève Szeftel, le cui scelte sul trattamento editoriale della guerra a Gaza sono molto contestate internamente, non aveva previsto di partecipare al viaggio. Poiché la giornalista che si occupa abitualmente di Medio Oriente per il settimanale non era disponibile, Ève Szeftel aveva proposto allora ad un altro reporter, Étienne Campion, di partecipare. Quest’ultimo aveva però subito puntato l’attenzione su una serie di questioni deontologiche che un viaggio di questo tipo, organizzato da un Paese accusato di commettere un genocidio, inevitabilmente solleva: per il giornalista, l’unico modo di partecipare, senza compromettersi deontologicamente, sarebbe stato di raccontare onestamente ai lettori i retroscena di tutta la vicenda. La sua proposta era stata immediatamente respinta dalla direttrice della redazione: “Se è per fare qualcosa alla Checknews (la rubrica di fact checking del quotidiano Libération, ndt), allora, tanto meglio non farla”, gli aveva risposto. Ève Szeftel aveva dunque deciso di andarci lei stessa. Nei due articoli che ha scritto e pubblicato per Marianne non ha mai precisato le circostanze esatte ​ dei suoi reportage. Una scelta che ha pesato molto sulla decisione presa dalla maggioranza dei redattori di Marianne, il 18 settembre scorso, di votare una “mozione di sfiducia” contro la responsabile della redazione. A Mediapart, Ève Szeftel ha spiegato di aver “risposto alla chiamata del giornalismo”: “Nulla sostituisce il fatto di andare sul posto, di vedere, sentire, parlare con la gente”.