giovedì 24 luglio 2025

L'Amaca

 

La banalità e il male
di MICHELE SERRA
Una giovane donna viene sbranata da un branco di cani. Prima che arrivi — già morta — in ospedale, qualcuno le scattadelle fotografie (atroci, possiamo immaginare) e le condivide. Finiscono in rete. Poiché non credo nei mostri, immagino che questo qualcuno, se interrogato nel merito, non avrebbe la forza, né la convinzione, né gli argomenti per rivendicare la sua azione.
Sarebbe spaventato o imbarazzato o entrambe le cose — specie se a chiedergli conto del suo comportamento fosse chi gli rinfaccia un possibile reato.
Perché dunque lo ha fatto? Ipotesi: perché è malato. Ha contratto un virus pandemico che contagia centinaia di milioni di persone nel mondo, e le spinge a pubblicare in rete qualunque cosa. Dalla più innocente e inutile (ecco qui la pizza con i capperi che sto mangiando con mio cugino Ettore) alla più infame (guardate a che bel pestaggio dieci contro uno ho assistito ieri sera!). Nel momento stesso in cui la tecnologia ha reso ciascuno di noi editore, allora tutto, indiscriminatamente, è pubblicabile. La lunga sequenza di filtri, di priorità, di leggi, di inibizioni culturali che hanno regolato la comunicazione tra umani, giuste o sbagliate che fossero, è saltata. Il potere di pubblicare qualunque ma proprio qualunque cosa è, appunto, un potere. Alla portata di tutti: basta un clic.
Ma nessun potere, tranne le più esplicite tirannie, ha mai pensato di poter agire in totale assenza di regole. È il momento di domandarsi quando e come l’editoria puntiforme universale che conferisce a ogni singolo individuo il potere di pubblicare la banalità (la pizza con il cugino Ettore) e il male (un corpo sbranato dai cani) con la stessa spensieratezza, riuscirà a darsi regole.
Oppure se è troppo tardi anche solo per sperarlo. Va ricordato comunque che la libertà, senza regole, non esiste: è solo arbitrio e sopraffazione.

mercoledì 23 luglio 2025

Rallegramenti

 



Ottimo Robecchi!

 

Milano. Il luna park per milionari dell’urbanistica che scaccia i poveri
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Siccome ora sono tutti critici con il “modello Milano”, anche e soprattutto quelli che l’hanno incensato, sostenuto, ammirato, la tentazione diabolica dell’“Io l’avevo detto” preme come un rigurgito rabbioso. Ma sì, qualcuno l’aveva detto, l’aveva scritto, l’aveva raccontato, ma la narrazione ufficiale era più forte. Milano moderna, Milano glamour, efficiente, lo sviluppo, la rigenerazione, insomma tutte le cose che nella neolingua hanno creato l’avamposto nazionale della guerra ai poveri per via urbanistica. Milano, appunto.
Prima i proletari – ma chi se ne frega dei proletari? – poi l’ex ceto medio impoverito, l’espulsione dei meno abbienti da una città privatizzata è stata venduta per anni come “sviluppo”, parola magica. Milano abbonava miliardi ai costruttori, oliava i loro affari, incoraggiava e autorizzava le loro speculazioni, e intanto sforbiciava il resto, le piscine chiuse o privatizzate, i centri sportivi fermi, i servizi tagliati, le migliaia di alloggi popolari tenuti sfitti e vuoti. I soldi che non ci sono, che era il mantra del sindaco Sala, mentre i soldi giravano che è un piacere, ma sempre nelle stesse tasche. Le tasche di gente (quel Catella profeta della speculazione milanese) che ha licenza di far tutto, compreso perculare chi non ci sta: “Se a Milano i prezzi sono alti, che andassero a vivere a Genova”. Insomma, via, fuori dai coglioni chi non può permettersi Milano, e se lavora a Milano che faccia il pendolare.
Di questo disegno, realizzato con tignosa continuità sull’asse Albertini-Moratti-Pisapia-Sala, non interessano tanto le ricadute giudiziarie, quanto la sostanza politica, e cioè il grande paraculissimo alibi liberista che rendendo molto ricchi i ricchi qualche briciola possa cadere dal tavolo e aiutare anche gli altri. Cosa che il “modello Milano” smentisce nei fatti: ricchi più ricchi e sfigati più sfigati, realtà certificata, ormai sfollati dalla città verso le periferie, poi l’hinterland, poi la provincia, quando va bene.
E ancor più del progetto sociale – disegnare una città sulle esigenze della speculazione e non sui bisogni dei cittadini – mette vergogna il disegno culturale, la copertura ideologica, per così dire, venuta dalle élite travestite da sinistra intellettuale, il paradigma dell’ecologia per milionari (il bosco verticale), l’aumento delle metrature, i rendering pieni di verde che poi non trovi più nella realtà costruita, con continuo consumo di suolo, di affari, di “riqualificazioni”. Una compagnia di affaristi, insomma, con l’intellighenzia sedicente progressista che partecipa al banchetto, anzi, lo disegna, letteralmente.
E la “sinistra” (ossignur, ndr) ad annuire, una “sinistra” complice e implicata, non solo politicamente, ma proprio intimamente, culturalmente complice del cinepanettone di mattoni e milioni chiamato “modello Milano”.
E a chi si porta avanti col lavoro, e si chiede “E ora?”, non resta che la desolazione. Non sarà il Pd milanese (quello che sfilava il 25 aprile vestito di blu inneggiando a Coco Chanel), non sarà l’architetto Boeri che reclama permessi e affari per imprenditori a caccia di profitti, e che poi disegna la panchina di design “per chi non ha casa” e la presenta al Salone del mobile, non sarà il sindaco, che ha fatto da passacarte e garante di un modello classista e che ha fatto della città di Milano una specie di luna park per ricchi. Gli altri, cazzi loro, vadano a vivere a Genova, ma vengano a lavorare qui, perché servono un sacco di poveri per far funzionare una città di ricchi.

Confermo faccia come ...

 

La faccia come il Sala
DI MARCO TRAVAGLIO
Se rinasco, voglio fare il membro della Commissione Paesaggio di Milano: quella scelta da Sala, il sindaco dalle mani pulite, per approvare grattacieli travestiti da capannoni o bocciarli se sono di uno fuori dal giro. Funziona così: al bando del Comune partecipano 50 architetti, ingegneri, geometri, gente del mestiere. Il sindaco dice: sono tutti bravi, quindi gli 11 fortunati li scelgo io. “Io” si fa per dire, perché se li fa indicare un po’ dai partiti, un po’ dall’Ordine degli Architetti, di cui è segretario l’ex vicepresidente Oggioni, che quando scade si sceglie il successore col presidente dell’Ordine per tener fuori i rompiscatole: tipo l’architetta fissata col “paesaggio nannané nannanà” e l’urbanista che denunciò i magheggi di Boeri sulla Biblioteca europea e “sta stracciando l’anima”: “di passare alle discussioni con ’sti due qua non ci ho proprio voglia”. L’hanno arrestato a marzo. Gli altri posti se li spartiscono i partiti, senza sottilizzare fra maggioranza e opposizione: lo racconta Marco Cerri, che fu raccomandato al sindaco di centrosinistra da FI al posto di un forzista morto (la carica ovviamente è ereditaria).
La Commissione, con i suoi pareri non vincolanti per legge, ha poteri di vita e di morte su tutti i progetti. E pure sulle norme urbanistiche. Voi direte: sarà almeno vietato l’ingresso a chi lavora per i palazzinari. Ingenui: fino ai primi arresti di marzo, il sindaco dalle mani pulite aveva preteso che solo la metà più uno dei commissari non avesse incarichi di libera professione a Milano; gli altri – la metà meno uno – potevano serenamente ricevere incarichi e soldi dai costruttori che dovevano controllare. La famosa modica quantità di conflitti d’interessi per uso personale. Che poi li avevano quasi tutti: bastava non dichiararli. L’ex presidente Marinoni li collezionava, anche su pressione dell’assessore Tancredi. Infatti si vantava del suo “Prg ombra” e attendeva con ansia il decreto Salva-Milano. “Sennò salta tutto”, conveniva un manager “controllato”. Il mio idolo è l’architetto Alessandro Scandurra, altro arbitro-giocatore della Commissione: mentre giudicava mega-progetti urbanistici incassava 3,3 milioni per consulenze dai costruttori interessati, senza dichiararle né astenersi. Una volta bocciò il grattacielo di un concorrente, poi cambiò casacca, diventò il progettista e la commissione approvò entusiasta, consentendogli persino il beau geste di astenersi. Intervistato dalla Stampa, s’è detto “tranquillo”, malgrado la “gogna mediatica”, perché “ho sempre agito nella massima trasparenza”. Come Sala, che non parla dei conflitti d’interessi perché non li vede. Ecco, nella prossima vita voglio essere come loro. Possibilmente senza il trapianto del lato B sul lato A.

L'Amaca

 

Che cosa migliora da separati?
di MICHELE SERRA
Qualcuno potrebbe spiegarmi, in modo semplice e chiaro, diciamo in modo tecnicamente inappuntabile, che rapporto di causa-effetto c’è tra separazione delle carriere e miglioramento della giustizia italiana in termini di efficienza (accelerazione degli iter) e di riduzione degli errori giudiziari?
Poiché la giustizia è effettivamente lenta e gli errori giudiziari non mancano, sarei contento (e come me, credo, moltitudini di italiani) di sapere che questo rapporto esiste; e potrei perfino digerire, con un quintale di bicarbonato, la goffa esultanza di Tajani — moderato solo quando può esserlo a rischio zero — che dedica a Berlusconi, “che ci guarda da lassù” questo presunto trionfo.
Come è chiaro a molti, per Berlusconi la magistratura era solo un impiccio, esattamente come oggi per Trump. I prepotenti non tollerano giudizio. Credo gli importasse un fico secco di rendere efficiente e giusto il sistema-giustizia. Gli importava manometterlo in maniera che non lo disturbasse. (Berlusconi, lo ripeto per la miliardesima volta, era liberale come io sono una danzatrice del ventre).
Al netto di queste tristezze: non sono mai riuscito a sentire o a leggere un solo discorso convincente, a favore della separazione delle carriere. E fino a che non lo sentirò, o non lo leggerò, mi sentirò autorizzato a pensare che non un solo piemme (perché di questo stiamo parlando) vedrà aumentare la sua scienza giuridica, e migliorare la sua prosa, perché “separato in carriera”. Al contrario, le tante i tanti piemme bravi, precisi, rispettosi delle garanzie dei cittadini, si sentiranno limitati ed esclusi da una carriera piena e libera in magistratura. Puniti in quanto inquirenti.

martedì 22 luglio 2025

Buon viaggio Ozzy!




Proposta



Gentilissima Accademia della Crusca, sono gentilmente a richiedere di inserire un nuovo termine nella lingua italiana, nello specifico “Salvini” quale sinonimo di coglione - nano intellettuale - farabutto scansafatiche. 
Ringraziandovi per l’attenzione porgo cordiali saluti. 
MS