venerdì 13 giugno 2025

Natangelo

 


Ad Est!

 

Novità dal fronte Est
DI MARCO TRAVAGLIO
Accecati dalla logica binaria da curve ultrà – Impero del Bene/Impero del Male, filoucraini/putiniani, democratici/trumpiani, europeisti/sovranisti, riformisti/populisti – rischiamo di perderci la realtà che, almeno fuori dall’Italia, è in continuo movimento. Nella Germania del cancelliere Merz che promette “l’esercito più grande d’Europa”, butta mille miliardi nel riarmo, straparla di truppe a Kiev con gli altri “volenterosi” e attende con ansia i nuovi euromissili da puntare contro Mosca, un gruppo di deputati dell’Spd sua alleata spacca il Partito Unico della Guerra e firma un documento con la colomba della pace nel logo del partito: no al riarmo, al 5% di Pil in spese militari e agli euromissili Usa, sì a negoziati con la Russia per tornare all’ostpolitik da Brandt alla Merkel. Un nein grosso così alle politiche di Merz&Ursula, ma soprattutto dei socialdemocratici Klingbeil (vice-cancelliere e ministro delle Finanze) e Pistorius (Difesa), che agitano lo spaventapasseri dell’imminente invasione russa per ingrassare Big Arma. I pacifisti Spd chiedono che “il rispetto del diritto internazionale in Ucraina sia legato ai legittimi interessi di sicurezza e stabilità di tutti gli Stati”, inclusa la Russia, e definire “un nuovo ordine senza l’uso della forza”. È ciò che chiede la sinistra alternativa di Sahra Wagenknecht, scomunicata come populista, sovranista e putiniana: se i dissidenti dell’Spd votassero in dissenso, il traballante Merz avrebbe qualche problema in più, con un bell’effetto domino sulle Euro-Sturmtruppen.
Qualcosa si muove anche in Polonia, dove il governo dell’europeista “liberale” Tusk contende ai tedeschi e ai baltici il primato delle fregole guerrafondaie. Dopo la sconfitta del suo candidato alle Presidenziali, vinte da quello di destra Nawrocki (contrario a inviare truppe all’Ucraina e a farla entrare nell’Ue e nella Nato), Tusk ha riavuto la fiducia in Parlamento con un interessante discorso: “So bene cosa significa l’immigrazione illegale per il futuro della Polonia, dell’Europa e della nostra civiltà. Farò tutto il possibile per ridurre l’immigrazione praticamente a zero: ogni giorno effettuiamo deportazioni di migranti” e alla frontiera bielorussa “tutto è monitorato con droni, telecamere e soldati: abbiamo costruito una vera barriera, la cui efficacia è aumentata dal 30 al 98%”. È il muro anti-migranti eretto dal precedente governo di destra “sovranista”, che Tusk si vanta di aver potenziato. Poi annuncia controlli al confine tedesco e la revoca dell’accordo con la Georgia che consente ai suoi cittadini di entrare in Polonia senza visto. Più “deportazioni” per tutti. Fortuna che chi parla è un europeista liberale, sennò l’avrebbero già sbattuto fuori dall’Europa.

L'Amaca

 

Per una volta l’ha saputo prima
di MICHELE SERRA
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha annunciato di essere sotto indagine per corruzione. La notizia l’ha data lui, e questo significa che Occhiuto ha saputo di essere sotto indagine direttamente da chi lo indaga, e non dai giornali. Viene da dire: questa sì che è una notizia, e per giunta una buona notizia. Non che un presidente di Regione sia indagato; ma che l’indagato venga a saperlo per primo, in quanto diretto interessato.
Non credo esistano statistiche attendibili, in materia, ma la percezione, ormai da decenni, è che molti se non moltissimi tra i politici indagati lo abbiano saputo dai media. Poiché anche i politici sono cittadini, ognuno di noi si domandi, come cittadino, e aggiungo come essere umano, se consideri suo diritto essere informato di essere sotto indagine dalla magistratura oppure debba rassegnarsi al fatto che, prima di lui, lo sapranno altri. Io non ho dubbi. Ma penso nessuno li abbia: il primo a saperlo deve essere l’interessato.
Segue, subito dopo, il resto, con il dovuto e giusto rilievo mediatico che comporta, inevitabilmente, avere o non avere una visibilità pubblica.
Si conosce, e si capisce, la promiscuità inevitabile, perfino giustificabile, tra inquirenti e giornalisti. Si può dire che, sia pure con ruoli ben diversi, fanno lo stesso mestiere: si chiama “inchiesta” sia quella giudiziaria, sia quella giornalistica. Ma è veramente uno scandalo che la permeabilità di certe Procure abbia consentito, quasi come regola, che l’avviso di garanzia arrivi all’indagato (dunque al garantito) quando l’ha già saputo dai giornali.

giovedì 12 giugno 2025

Chi l’ha visto?




Vorrei le arance

 



Contro il mainstream

 

La cassa bellica scusa di guerra
DI FABIO MINI
La Nato e i volenterosi ripetono di dover spendere centinaia di miliardi per riarmarsi e prevenire l’immaginario assalto di Mosca. Più uomini e più mezzi necessari a riempire le solite tasche
Il merito di aver ideato e proposto il Piano di riarmo europeo va senz’altro all’ineffabile presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che con la sua capacità d’interloquire e interagire con le grandi lobby ha recepito le esigenze delle industrie multinazionali.
Il pretesto è la urgente necessità di ristabilire la sicurezza europea, lo strumento è la guerra contro la Russia. Una guerra che tutti gli Stati europei si dicono pronti a combattere, almeno a parole. Una guerra che è già alle porte di casa, come dice il segretario generale della Nato Mark Rutte o che è addirittura in casa secondo altri. In realtà la preparazione della guerra è appena cominciata e la situazione di partenza è per lo meno confusa. Si afferma di dover elevare lo stato di prontezza delle forze armate di tutti i paesi europei e allo stesso tempo rafforzare (o meglio ricominciare quasi da zero) la preparazione della loro ‘economia di guerra’. Siccome la guerra che dobbiamo affrontare non è generica, ma diretta contro l’avversario ben individuato nella Russia, la preparazione dovrebbe essere alquanto semplice da pensare. Della Russia infatti sappiamo quasi tutto e quello che non sappiamo o che fingiamo di non sapere ce lo inventiamo. Sappiamo che la Russia non ha né la voglia né la forza convenzionale per attaccare l’Europa e comunque non ha nemmeno mai accennato a volerla conquistare. Se attaccata o minacciata avrebbe comunque la dottrina militare (il software) e la forza militare (l’hardware) per rispondere con mezzi convenzionali e nucleari. Quindi, per semplificare la nostra pianificazione di guerra, ci siamo inventati la minaccia russa immanente e imminente. Non abbiamo fatto caso al fatto che l’Europa non ha né risorse, né piani, né strutture e neppure il tempo per organizzarsi in maniera razionale. È infatti evidente che se la minaccia è così catastrofica e immediata non ci sono tre o dieci anni di tempo per affrontarla. A meno che il tempo non dipenda dall’avversario ma da noi. Ovvero, che non dobbiamo prepararci per l’attacco nemico ma per il nostro, quando saremo pronti. In effetti questo è esattamente ciò che ha detto il Comandante supremo della Nato (“dobbiamo neutralizzare la Russia al primo colpo”) e quanto condividono i capi di governo dei “volenterosi” con in testa la Gran Bretagna, la Francia e la Germania. 

Tra la concezione (che non può essere fantasiosa) e l’esecuzione ci dovrebbero essere la pianificazione e l’approntamento sulla cui base si dovrebbero calcolare le risorse e le capacità di gestirle. Sfortunatamente l’Europa sta saltando a piè pari dalla concezione onirica all’esecuzione che non può che essere caotica. La cifra record di 800 miliardi è essenzialmente un nuovo debito e servirà soprattutto a pompare soldi (che non ci sono o sono simulacri di denaro come obbligazioni, derivati e derivati dei derivati) nelle tasche dei soliti speculatori di guerra. Ai debiti per le esigenze comuni occorre poi aggiungere i debiti che ciascun paese deve accollarsi per le proprie esigenze difensive. Si è messa così in moto una diligenza con un carico di profitti facili da assaltare, senza scrupoli e alla svelta perché questa pazza popolazione europea potrebbe anche accorgersi del tranello. La Germania che si riarma come ai tempi di von Schlieffen e di Hitler ha scoperto che in guerra serve anche la difesa civile che è diversa dalla protezione civile ma concomitante. I tedeschi oltre ai soldi per le centinaia di carri armati, missili, munizioni e i milioni di giovani da mobilitare stanno chiedendo risorse per i bunker da costruire (oltre un milione), per la conversione di ripari in shelter a prova di bomba, per la sopravvivenza della popolazione, per le scorte di viveri ed energia, per i centri di raccolta per le evacuazioni, l’emergenza sanitaria e così via. In fretta perché il nemico avanza. La Gran Bretagna ha già avviato la mobilitazione delle coscienze ripetendo la retorica churchilliana del “we shall fight” con l’enfasi sugli attacchi cyber che “stati ostili” hanno condotto contro la Gran Bretagna per un totale di 90.000 fino ad ora. Visto che non si hanno notizie dei risultati catastrofici di tali attacchi, il numero probabilmente comprende gli spam della posta elettronica e i falsi attacchi che gli stessi inglesi lanciano all’esterno e all’interno tanto per vedere “l’effetto che fa”. In ogni paese d’Europa si lanciano allarmi e si scoprono nuove forme di difesa attiva o passiva da finanziare e la diligenza inizia a traballare cercando di rimpinguare il bottino con altri salassi a carico dei cittadini e delle attività di sostegno interno e cooperazione estera. 

Gli Stati s’indebitano e i cittadini impoveriscono: due condizioni che portano alla sconfitta in qualsiasi guerra. Anche la Nato è in difficoltà. È l’unica ad avere una pianificazione per la guerra e per il riarmo. Il Comando supremo ha già delineato quello che serve per la difesa collettiva oltre a ciò che serve per la difesa di ogni Stato membro in termini di uomini, sistemi d’arma ed equipaggiamenti. E anche in termini di tempo e ripartizione dei compiti. Purtroppo le iniziative estemporanee europee e dei “volenterosi” non duplicano le capacità, ma distolgono dalla pianificazione Nato enormi risorse. Abbiamo quindi due bacini entrambi diseconomici e fatalmente inefficienti. L’impegno finanziario per il piano Nato eccede ogni capacità di risorse e sostegno economico e industriale dell’attuale Europa. Il 2% del Pil è già obsoleto e i costi dei soli materiali sono aumentati vertiginosamente. Il 5% del Pil è ancora una base di partenza e non un punto di arrivo. Tra l’altro il punto di arrivo è mobile perché da un lato il presunto nemico si arma più velocemente e dall’altro i nostri Pil in termini reali diminuiscono. La Gran Bretagna ha stanziato una decina di miliardi per la nuova flotta di sommergibili, per la gioia della cantieristica, e altri paesi invidiosi si accodano alla fila dei pretendenti. Ma né essa né gli altri sanno dove trovare i fondi. La Gran Bretagna ha lo scopo preciso di riprendere il dominio dei mari del Nord e la Nato vuole occupare il Mar Nero. La nostra Marina militare ha invece bisogno di uscire dal Mediterraneo ormai troppo e male frequentato. E mentre la diligenza muove lentamente un piccolo raid può riuscire a fruttare quanto basta per un’altra portaerei da crociera perenne contro le minacce dei pirati, degli Houthi, dei pescatori di frodo, per la protezione del traffico mercantile o dei cavi sottomarini. Impegni che costringono il personale a turni massacranti e quindi non sarebbe male se fosse aumentato almeno a 40.000 unità come Francia e Gran Bretagna. In tutto questo l’Ucraina c’entra poco. Anzi è meglio che resista il più a lungo possibile, ma senza altri aiuti di cui non ha più bisogno visto che sta vincendo e che sono un aggravio ulteriore al nostro approntamento.

Dall’Ucraina vengono però lezioni per un cambio di prospettiva anche in campo navale: il problema sono i droni. La Russia ne produce a milioni e l’Ucraina con quelli che ha minaccia gli equilibri internazionali. Il Capo di Stato Maggiore della nostra Marina in una recente intervista ha messo in evidenza che nel Mediterraneo la presenza russa è diminuita e che quella nel Mar Nero non rappresenta “un pericolo diretto” per l’Italia. Le nostre navi hanno notato nuova ostilità russa? “Apertamente ostili no. Però adesso con tante navi da guerra in un bacino così ristretto e trafficato come il Mediterraneo l’incidente è sempre possibile”. In ogni caso gli Usa “esigevano le nostre Frem” per proteggere le loro portaerei dai 3 sommergibili russi presenti nel Mediterraneo. Che non avrebbero mai attaccato una nave americana. “Abbiamo la guerra in casa” ha aggiunto l’ammiraglio, evidentemente non da parte russa. “Nel Mar Rosso siamo in guerra.. Le nostre navi in tutto hanno abbattuto 8 droni Houthi: 3 con le artiglierie di bordo e 5 con i missili… Ci siamo trovati a utilizzare missili da milioni di euro per abbattere oggetti che costano meno di 50.000 euro: insostenibile”. Ma una portaerei in più non fa mai male e la diligenza potrebbe non passare più.

Continua l'analisi

 

Vincere o partecipare
DI MARCO TRAVAGLIO
Per rendere un po’ meno inutili i referendum falliti, il centrosinistra potrebbe usarli per farsi un’idea dei suoi elettori e di quelli che potrebbe strappare alle destre e all’astensione. Basta incrociare i dati dell’Istituto Cattaneo e le cronache dalla California: la rivolta dei migranti contro le espulsioni trumpiane, la repressione militare disposta dal presidente e la reazione dei Dem che governano lo Stato. Trump è una caricatura vivente che può avere persino una sua utilità: è un pantografo che ingigantisce tutto in scala 100 a 1 e fa vedere meglio come si muovono le cosiddette destre sovraniste e populiste, ergo come si dovrebbe combatterle. La California ricca e democratica è come le nostre Ztl: lì i migranti non sono un problema. Ma gli elettori californiani sono un’inezia rispetto all’America profonda degli esclusi, invisibili, insicuri, persino dei migranti di penultima generazione che temono quelli di ultima perché minacciano il poco che si sono conquistati. Trump, in crisi sull’economia, su Musk e sugli esteri, non vedeva l’ora di spostare lo scontro sul terreno della lotta ai clandestini. E i Dem, prevedibili con i loro tic elitari e woke, sono subito caduti nella sua trappola consentendogli di spacciarli come complici dell’“invasione” selvaggia e violenta e di accreditarsi come tutore dell’ordine.
In Italia, alla cittadinanza accelerata agli stranieri, ha detto No il 34,6% dei votanti, quasi tutti di centrosinistra, anche se Pd, Iv, Azione, Avs e +Europa erano per il Sì e solo il M5S lasciava libertà di voto: contrari il 60% dei 5S e il 15-20 dei pidini. Il No, bassissimo nei centri storici delle metropoli (le Ztl), cresce a mano a mano che ci si avvicina a quartieri popolari, periferie e comuni medio-piccoli. Chi fa politica alla De Coubertin, per partecipare senza porsi il problema di vincere, può infischiarsene. Ma chi ripete di voler mandare a casa Meloni & C. dovrebbe occuparsi un po’ più degli elettori e un po’ meno dei campi larghi (difficile spiegare la logica di proporre referendum per fare a pezzi il Jobs Act di Renzi e poi di allearsi con Renzi). Gli elettori, di destra ma pure di centrosinistra, vogliono politiche meno lassiste sull’immigrazione. Quindi, o si rinuncia ai loro voti, o si propone qualcosa di opposto al referendum dei radicali fuori dal mondo. Non si tratta di copiare le ricette delle destre, come i governi di centrosinistra sprovvisti di un’idea propria (l’unica differenza è che, quando Trump respinge i clandestini, si parla di deportazioni e svolta autoritaria; quando lo fanno Obama, Biden, Macron, Starmer, Sánchez e Tusk, si parla di rimpatri). Si tratta di darsi una linea rigorosa e pragmatica e poi spiegarla con parole chiare e comprensibili. Sennò alle prossime elezioni è inutile partecipare.