mercoledì 11 giugno 2025

Natangelo

 



Robecchi

 

Nuove mode Mercatini e co-housing: quanto è trendy la povertà organizzata
DI ALESSANDRO ROBECCHI
In un’ipotetica caccia all’ideologico quotidiano, anche quello subliminale e/o involontario, mi ha colpito un titolo: “Dormire in auto? Sì, ma con grande classe” (La Stampa). Pare che le case automobilistiche stiano attrezzando le auto “per il tempo libero”, cioè (traduco dal marketing all’italiano) caricandole di accessori, materassi e fornelletti. L’industria quindi coglie – mascherandolo da leisure e svago – un bisogno profondo del popolo. Il quale popolo, in centinaia di video sui social, si affanna per spiegare come sistemare la biancheria in una Panda, o dormire in una Ford Fiesta del 2001, o lavarsi al bar e presentarsi in ufficio come se si venisse da casa. Come dire: cominciate a abituarvi all’idea.
Se il segnale di incoraggiamento alla povertà organizzata vi sembra flebile (lo capisco, anch’io vorrei la Rolls Royce con il set da picnic che nemmeno il Re Sole), potete rivolgervi al profluvio di osanna che circondano il fenomeno della coabitazione, che detto così è brutto, e allora diremo co-housing. Il “Fenomeno del momento”, la “Nuova tendenza”, che nel rumore di fondo dell’informazione diventa quasi: “Che figata!”, e che consiste nel vivere con qualcun altro, quindi dividere le spese, quindi diciamo conquistare, dopo trent’anni di salari bloccati, il lusso di vivere come tuo nonno nel dopoguerra.
Dietro la vernicetta glamour della modernità (wow! Un co-housing con rubinetti d’oro a due passi dalla Bocconi!) c’è acquattata la realtà: milioni di italiani che alla mattina fanno la fila per il bagno, e che negli “spazi comuni” non incontrano l’architetto di grido o lo studente ipersolvente, ma il coinquilino figlio di puttana che ha mangiato il tuo ultimo yogurt. Insomma, la tendenza è chiara da tempo: rendere affascinanti, moderne e sexy, dinamiche sociali che sono invece indotte dalla povertà. Secondo una recente ricerca della Fondazione Feltrinelli, per dirne una, gli under 40 italiani sarebbero ormai orientati verso la coabitazione “fluida”, cioè cercare casa con qualcuno che non conosci perché una casa tua non te la puoi permettere.
Il racconto ideologico quotidiano, martellante, di come convivere con la povertà indice di modernità e progresso è un vero e proprio format, e lo confermano anche gli entusiasmi irrefrenabili per l’abbigliamento usato. “Il boom dei mercatini!”, “Le occasioni da non perdere!”, è tutto un florilegio di quanto sia fico scovare il corsetto della nonna o vecchi pantaloni da lavoro vintage, che figata! Che affarone! Poi c’è il popolo – fuori dalle pagine patinate e dalle lezioni di vita “alternativa” e “semplice” – che fa i conti della serva. Secondo una ricerca Confesercenti, nel 2024 il 50 per cento degli italiani ha comprato abiti usati. Dai siti modaioli ai mercatini di quartiere, un altro segnale che si è poveri assai, anche se questo fatto di comprare roba usata passa spesso per “tendenza di costume” e sciccheria borghese. Chissà che le nuove frontiere non impongano mode più innovative. Tipo: tu mangi a pranzo e il tuo coinquilino a cena. Tu dormi di giorno e quell’altro di notte, così ottimizzate gli spazi e avete il co-dreamin’, un’altra “Nuova frontiera”, un altro “Fenomeno del momento”. Colpiscono i toni entusiasti, gli accenti messi sulla condivisione, sull’ottimizzazione, lotta allo spreco e ritorno alla semplicità, una specie di “sostenibilità” dell’essere sfigati. Insomma una propaganda sottile e perpetua, fascinosa e instagrammabile, per abituarci all’idea che diventare poveri non è poi così male.

Commento

 

La premier del popolo che si schiera con i padroni –
DI DANIELA RANIERI
Tutto il giuoco delle parti svoltosi attorno al referendum indetto dalla Cgil per abrogare parti del Jobs Act e concedere la cittadinanza breve agli immigrati è stato paradossale e farsesco. Meloni, che come promesso si è recata al seggio per far perdere tempo agli scrutatori non ritirando le schede, dice che alla luce dei risultati è chiaro che “non c’è alcuna alternativa a questo governo e a questa maggioranza”. Si votava per il governo? Ma niente affatto. Che strano caso: una legge immonda voluta da Renzi e votata dal Pd e che il governo ha l’occasione di emendare (magari stigmatizzando la paraculaggine della “sinistra delle Ztl” e dei “radical chic”) viene rinnegata dal Pd, su input dei sindacati, e difesa dal destrume di governo compresi gli ex operaisti leghisti, che esultano per il mancato quorum molto più di Renzi, di cui quella legge è emanazione diremmo morale e ontologica. (Abbiamo chiesto al gen. Vannacci se Renzi l’ha ringraziato per l’esorbitante campagna che il vicesegretario della Lega ha condotto a favore dell’astensione, manco il Jobs Act fosse una misura della X MAS: ci chiede di fare da tramite).
Naturalmente a Meloni, Salvini, La Russa etc. non importa niente dei lavoratori sfruttati, precari ed esposti alla morte sul luogo di lavoro; ciò che gli interessava era sabotare il quesito sulla cittadinanza agli immigrati. Meloni s’è intestata i pochi No e l’astensione come un referendum plebiscitario sulla sua politica d’immigrazione (consistente nel tradurre qualche povero cristo in Albania e riportarlo in Italia alla modica cifra di 600 e rotti milioni di euro, stando a quanto dice Piantedosi), che niente c’entra con la cittadinanza.
Ma allora, si dirà, Meloni avrebbe potuto invitare a votare 4 Sì e 1 No, non tanto per punire il suo (finto) neo-oppositore Renzi, che peraltro Meloni ha scelto di colpire di più e meglio nei suoi affetti più cari (i soldi che prende dagli Stati extra-Ue), quanto per ripristinare un minimo di dignità del lavoro a fronte degli abusi dei padroncini. In fondo era lei che nel 2015 disse che il Jobs Act era “carta per incartare le pizze” e che non crea posti di lavoro. E qui casca l’asino: Meloni, che ha preso i voti promettendo di restituire la parola al popolo defraudato dai governi tecnici e di colpire le élite parassite, ha invitato all’astensione senza consentire al popolo di esprimersi su una legge neoliberista e tutelando gli interessi dei padroni contro quelli dello stesso popolo che l’ha votata, il quale non è andato a votare perché non crede più nella democrazia e non perché lo ha chiesto la leader, che però è contenta. (In realtà sono tutti contenti: hanno perso i 5Stelle, no?).

M'inchino

 

M'inchino a questa donna, profondamente le sono grato per queste parole squarcianti un mondo micidiale nella sua cattiveria, resto basito per la sua fermezza e, soprattutto, per una visione escludente l'occhio per occhio.

GERUSALEMME
Alaa “Non provo odio Per Adam sogno in Italia una scuola senza bombe”
L’INTERVISTA DI FABIO TONACCI
La pediatra che sotto le bombe ha perso nove figli e il marito racconta il suo dolore. E la speranza per l’unico sopravvissuto
Voglio vivere in un posto bello. Un posto bello è un posto dove non ci sono le bombe. In un posto bello le case non sono rotte e io vado a scuola. Le scuole hanno i banchi, i ragazzi studiano la lezione ma poi vanno a giocare nel cortile e nessuno muore». La voce di Adam è quasi impercettibile, un fruscìo, una nenia lontana. Nella stanza dell’ospedale di Khan Younis, sua madre Alaa gli ha appena chiesto di raccontare qual è il suo sogno, ora che verrà in Italia. A Gerusalemme, da dove stiamo telefonando, si rimane sospesi e senza respiro per non perdere neanche un suono del sogno di Adam.
«Un posto bello è dove mi fanno l’operazione al braccio e il braccio funziona di nuovo. In un posto bello la mia mamma non è triste. Mi hanno detto che l’Italia è un posto bello».
Se non ci saranno intoppi, oggi la pediatra Alaa al-Najjar, 36 anni, e l’unico figlio che le è rimasto, Adam, 11 anni, lasceranno la Striscia di Gaza dopo 20 mesi di guerra. In mattinata attraverseranno il valico di Kerem Shalom insieme ad altri bambini palestinesi (in tutto 17 pazienti, 53 accompagnatori), saranno trasferitiall’aeroporto Ramon di Eilat, e infine, con uno dei tre voli predisposti dal governo italiano, atterreranno a Milano.
«Inshallah », dice Alaa. Se Dio vuole. Che per lei è la premessa di ogni intenzione.
Come sta Adam?
«È stabile. Ha una ferita alla testa che sta guarendo ma il braccio sinistro è messo male, le ossa sono fratturate e i nervi danneggiati.
Gioca con i cugini e con un tablet, mangia, preghiamo insieme. Ha bisogno di un ospedale più attrezzato. Il Nasser di Khan Younis è in una zona dove è stato emesso un ordine di evacuazione e tutti temono che verrà bombardato».
Dove sarà operato?
«A Milano, mi è stato detto che avremo un appartamento a disposizione»
E come sta lei? Lei che è la vittima della tragedia assoluta, nove figli e un marito uccisi da un raid israeliano.
«Sono giorni difficili. Ma i miei figli sono vivi. Sono in paradiso. A chi muore ingiustamente, Dio concede i più alti livelli del paradiso. Certo che sono addolorata, perché non li posso più vedere o abbracciare, però non sono preoccupata. In cielo troveranno tutto quello che non avevano a Gaza».
Sui social network qualcuno ha persino messo in dubbio il fatto che lei ne avesse dieci, di figli.
«Non mi interessa. Li ho partoriti, li ho amati e, fin quando ho potuto, li ho cresciuti. Non ne avevo dieci, neavevo undici. Sidar è morta di malattia a sette mesi. Se n’è andata in meno di 24 ore».
Ci dica qualcosa d i loro .
«Erano felici e bellissimi, prima della guerra».
Chi era il dottor Hamdi al-Najjar?
«Non era solo mio marito, era il mio migliore amico. Quando è morto in ospedale per le ferite, ho raccontato la verità ad Adam».
Ventiquattro maggio 2025, il giorno del bombardamento sulla vostra casa.
«Ricordo tutto. Ogni dettaglio, ogni minuto, ogni urlo. Ricordo gli odori. Ricordo i volti. Ma quando ricordo poi mi fa troppo male, cerco di tenere la testa occupata con Adam.
Se lo faccio, non penso».
È sempre stato con lui?
«Sì perché ha bisogno di me, per mangiare e per fare la doccia. Il mio tempo lo dedico a lui. Non voglio apparire nelle foto, non sono sui social, prima non usavo neanche il cellulare».
Adam chiede dei suoi fratelli? O di Hamdi?
«Quando è triste perché gli manca suo padre, gli ricordo che il profeta Mohammed è perfetto e si sta prendendo cura di lui. E gli dico che, nonostante tutto, deve crescere ed essere una persona buona. Quando è triste per i suoi fratelli e le sue sorelle, gli dico che è fortunato, perché è sopravvissuto.
Quando piange per il dolore al braccio, gli dico che i nostri cari non hanno provato dolore quando sono morti, e se lui sente dolore vuol dire che è vivo».
Prova odio verso chi le ha causato tutto questo?
«In tanti mi stanno consigliando di rivolgermi a una corte, a un giudice, per avere giustizia. Io rispondo che l’ho già fatto. Ho chiesto a Dio, che è l’unico giudice del mondo, di giudicare lui i responsabili».
Lei è una donna forte.
«Non sono forte, tutti mi dicono che lo sono, che sono un’eroina perché vado avanti, ma io voglio avere il diritto di non essere forte. Sono una donna a cui hanno ucciso quasi tutti i figli, quando il mio unico desiderio era proteggerli. Non solo fisicamente, volevo che nessuno ferisse i loro sentimenti. Se Dio ha permesso questa tragedia, una ragione c’è, ci deve essere. Ma non so quale sia».
Come sarà la sua vita in Italia?
«Mi aspetto di scrivere una nuova pagina della nostra vita, ma su un libro diverso. Ce la metterò tutta.
Dopo l’operazione, Adam imparerà l’italiano e studierà. Ringrazio il governo italiano e ringrazio la Repubblica . So cosa avete fatto per noi, lanciando l’appello di mio cognato Alì. Adam è contento quando sente che la gente lo ama, gli fa bene».
Ricomincerà a fare la pediatra?
«Non lo so, prima devo imparare la vostra lingua. Un giorno, forse, sì».
Cosa c’è nella sua valigia?
«Solo un libro, il Corano. I documenti. E i vestiti di Adam»
Le pesa andarsene da Gaza?
«Sono affranta. Mi lascio alle spalle tutto ciò che per me contava. Mio marito, i miei figli, l’ospedale in cui lavoravo, il mio lavoro, i miei pazienti. Due anni fa Gaza era un posto perfetto per far crescere i bambini. Adesso la gente muore di fame. Quando non di fame, di bombe. Vorremmo solo vivere in pace, andare al mare, stare in famiglia. A Gaza non c’è più nulla».
Riesce a dormire la notte?
«No»
Alaa, qual è la sua speranza?
«Realizzare in Italia il sogno di Adam. Inshallah ».

Riflessione

 

Shampoo largo
DI MARCO TRAVAGLIO
Come sempre accade quando un risultato elettorale non collima con le proprie aspettative, la tentazione è prendersela con gli elettori. Nel caso degli ultimi referendum, con quei buzzurri che non hanno votato o hanno votato No a dimezzare i tempi per la cittadinanza agli stranieri. Ora, non è affatto vero che gli elettori hanno sempre ragione. Ma la democrazia si fonda sulla convenzione che ce l’abbiano, perché decidono loro: gli elettori, non gli eletti. Il che vale tantopiù per la democrazia diretta del referendum. Se si chiamano i cittadini a rispondere a un quesito, il peggior modo di offenderli è screditare la loro risposta. O manipolarla come se si riferisse a un’altra domanda. Sulla scheda non c’era nulla che riguardasse il governo Meloni: c’erano quattro quesiti sul lavoro e uno sulla cittadinanza agli immigrati. Al netto della scarsa informazione tv, chi li ha promossi dovrebbe domandarsi perché è riuscito a mobilitare solo il 30,6% degli elettori. E poi spiegare perché, invece di illustrare i motivi per cancellare quelle cinque norme, ha spacciato il voto per un sondaggio sul governo Meloni. Che non c’entrava nulla con le norme da abrogare (il Jobs Act lo fece lo stesso Pd che ora vuole abolirlo e i tempi della cittadinanza il Pd e i radicali hanno avuto molti anni per modificarli). Infatti ora i melones usano quell’assurda propaganda referendaria per fingere di aver vinto dei referendum in cui erano coinvolti solo come guardoni.
Siccome non c’è limite al peggio, Schlein, Boccia&C. insistono a inventarsi un mini-quorum per trasformare i referendum in un test sul Campo largo, altra creatura fantasy ignota ai più. Tra i papaveri del Pd non ce ne sono due che abbiano votato allo stesso modo, per non parlare di Azione, Iv e +Europa. C’è persino chi si indigna perché il 35% dei votanti dice No alla cittadinanza accelerata per stranieri. E sono quasi tutti elettori di centrosinistra, figurarsi se avesse votato pure la destra: uno shampoo epocale. Magari gli elettori non sono illuminati come gli eletti. Ma se gli eletti li chiamano a pronunciarsi, non possono poi trattarli come dei baluba. O fare ridicole polemiche col M5S perché lì hanno lasciato libertà di voto. E dove sta scritto che dovessero dire Sì? E davvero si pensa che, se l’avessero fatto, gli elettori li avrebbero seguiti? Basta uscire dalle Ztl e parlare con le persone normali per sapere che hanno urgenze diametralmente opposte a quelle dell’élite politico-giornalistico- intellettuale che mena le danze. E non sono fascisti, ma sinceri democratici. Si può anche decidere di trattarli da fascisti e rinunciare ai loro voti. Ma non ci si può stupire se la pensano così: conoscere i propri elettori non è obbligatorio, però alle volte aiuta.

L'Amaca

 

Battersi su un ring vuoto
di MICHELE SERRA
Referendum, in Italia, è una parola che nasce importante (il 2 giugno 1946), conosce un picco di gloria negli anni Settanta del secolo scorso (legalizzazione del divorzio, 1974, e dell’interruzione della gravidanza, 1981) e muore trascurabile, dopo una deprimente stagione di impotenza.
Non ricordo da quanti anni se ne sconsiglia l’uso per la più evidente delle ragioni: negli ultimi trent’anni nessun referendum tranne uno (quello sull’acqua pubblica del 2011, e i tre apparentati) ha raggiunto il quorum. Per rendere più esplicito il quadro va aggiunto che nemmeno le elezioni europee del 2024 hanno “raggiunto il quorum”, avendo registrato un’affluenza sotto il 50 per cento.
Come si poteva sperare, dunque, di arrivare al quorum con cinque referendum osteggiati o snobbati, già in partenza, da metà della politica italiana e di conseguenza da metà dell’elettorato?
In verità, nessuno lo sperava: neppure i promotori, che sapevano benissimo che i cinque referendum avrebbero avuto una funzione puramente dimostrativa.
Dimostrare che un pezzo consistente di opinione pubblica (chi scrive tra questi) è favorevole a politiche più inclusive con gli immigrati regolari; e a tutele più rigorose per i lavoratori salariati.
Ma questo già lo si sapeva. Bastava, grosso modo, sommare i voti dei partiti di opposizione per constatare che un’opposizione, per l’appunto, esiste, e può contare su molti milioni di voti. Perché dunque trasformare una certezza (l’esistenza di un’opposizione numerosa) in una inutile sconfitta? Speriamo sia questa la domanda che si pongono, in queste ore, gli oppositori.
Faticare e lavorare per nulla non è consigliabile. Battersi a vuoto, su un ring deserto, serve magari a sentirsi combattivi, non a vincere qualcosa.