Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 8 giugno 2025
Pidinamente
Le lacrime di coccodrillo del pd in ritardo su Gaza
DI DANIELA RANIERI
Notevoli le parole pronunciate ieri da Elly Schlein alla manifestazione per Gaza organizzata a Roma da Pd, M5S e Avs: “È un’enorme risposta di partecipazione per dire basta al massacro dei palestinesi e ai crimini del governo Netanyahu. È un’altra Italia che non tace, come fa il governo Meloni”. E come ha fatto finora il Pd, avrebbe dovuto precisare, visto che sui massacri di Israele il partito che lei guida è stato finora a dir poco reticente, per non dire ambiguo.
Non a caso il manifesto le ha chiesto: “Non pensa che la vostra azione arrivi in ritardo? Il suo partito è stato troppo morbido verso Netanyahu?”. Ma quando mai: Schlein nega di aver traccheggiato, cita a sua discolpa qualche mormorio di un anno fa e condanna vibratamente il premier israeliano: “Basta a un esercito che spara sulle persone in coda per il pane: Gaza ci riguarda tutti, è l’inferno in terra”. Evidentemente, che lo faccia a scoppio ritardato è solo un’impressione. Ci era sembrato anche che l’ala guerrafondaia del partito l’avesse redarguita quando lei pigolò una mezza obiezione al piano di riarmo europeo, che toglie soldi alla spesa sociale per buttarli nelle armi americane. Sugli infanticidi quotidiani di Israele, invero, non risultano sue drammatiche prese di posizione; si trovano invece molte dichiarazioni di pezzi più o meno grossi del partito a favore del “diritto di Israele all’autodifesa”, stante l’esistenza nel Pd di gente della cosiddetta Sinistra per Israele, filo-sionista (tipo Fassino, che è rimasto seduto con la destra quando Conte ha invitato i deputati ad alzarsi in omaggio ai morti di Gaza), e/o di europarlamentari che a Bruxelles ricevono i lobbisti della estrema destra israeliana che sostiene gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania (Picierno). Se persino una come la Commissaria alla Sicurezza dell’Ue Kallas (quella che si fa i selfie mentre imbraccia mitragliatrici e missili Javelin della Nato) ha detto di voler rivedere il Trattato di intesa con Israele, si capisce perché il Pd si sia permesso di esprimere qualche perplessità sulla condotta finora impeccabile del governo israeliano.
Il Pd, che sulle sciocchezze a costo zero è un fringuello pimpante, sui temi difficili – di bilancio dello Stato e politica estera – fa come il coccodrillo, che vive nella palude, ogni tanto alza la testa sul pelo dell’acqua per vedere che aria tira, raggiunge la terraferma solo quand’è costretto, perlopiù dalla fame, e poi piange le sue proverbiali lacrime. Così è stato per il Jobs Act, che ha votato in obbedienza a Renzi e adesso vuole abrogare al referendum di oggi e domani promosso dalla Cgil; per il Reddito di cittadinanza, a cui ha addirittura votato contro; al salario minimo, a cui si è opposto; per la lotta all’Autonomia differenziata, voluta dal Pd e chiesta anche dalla Regione di cui lei, Schlein, era vicepresidente. Figuriamoci sulla guerra. Ancora non si è capito se il Pd è favorevole o contrario a continuare a inviare armi all’Ucraina. Schlein si dice contro le armi, ma poi dice: “L’Ucraina va sostenuta nella sua autodifesa”; comunque il Pd vota sempre a favore degli invii disposti dal governo Meloni, così come al Parlamento europeo a parte qualche eccezione (Strada, Tarquinio) o furba astensione.
Su Israele la faccenda è ancora più complicata perché l’establishment, di cui il Pd è espressione nelle Istituzioni insieme al centrodestra, è legato al complesso militare-industriale israelo-americano, che fino a ieri sembrava inscalfibile (poi Trump ha deciso che i suoi petrodollari sono più coccolati dai Paesi del Golfo che da Israele).
Non a caso, alla manifestazione c’era gente del Pd che il giorno prima aveva presenziato anche alla kermesse indetta da Renzi e Calenda in un teatro di Milano, la cui piattaforma era più o meno: Netanyahu sta esagerando, ma l’antisemitismo è brutto. Difendersi dai terroristi adoperando il loro stesso metodo sulla popolazione inerme è giusto. Ma è una questione di misura, di bon ton: fino a 40 mila morti nulla osta. Calenda ha detto: “Teniamo lontane tutte le intolleranze e gli estremismi: quelli di chi vagheggia una Palestina dal fiume al mare… e quelli di chi pensa che bombardando Gaza o bloccando gli aiuti si possa ottenere qualcosa”. Per gli estremisti di centro è inopportuno affamare e bombardare (anche con nostre armi) la popolazione palestinese, non perché ciò sia disumano e vada contro tutte le convenzioni internazionali, ma perché così non si ottiene niente. Si ottenesse qualcosa, pure pure: ben venga l’annientamento di un popolo. A ogni buon conto i giornali d’area fino a ieri presentavano Conte, già trumpian-putiniano, come larvatamente antisemita, perché è stato il primo a denunciare il genocidio in corso insieme a Papa Francesco. Anche loro, col Pd, si stanno permettendo qualche rimbrotto a Netanyahu: è “inaccettabile” ciò che fino a ieri abbiamo accettato.
Sontuosa analisi
Non era vero niente
DI MARCO TRAVAGLIO
La rissa da vaiasse che ha chiuso, per ora, la liaison fra Trump e Musk, al netto degli egotismi e della ketamina, rade al suolo mesi di analisi dei famosi “esperti”. Che, come sempre, non ne hanno azzeccata una.
1. Per due anni hanno ignorato la fine della democrazia Usa sotto Rimbambiden, teleguidato da un’oligarchia di fantasmi mai eletti che pilotava le sue scelte e quindi quelle dell’Ue, nascondeva l’inabilità del presidente e accusava chi la evocava di diffondere fake news trumpiane e/o putiniane. Poi ci hanno raccontato che la democrazia l’aveva uccisa Trump, abolendone i pesi e i contrappesi e inaugurando la tecnodittatura. Ora si scopre che pesi e contrappesi continuano a funzionare: decine di giudici contro gli ordini esecutivi di Trump sui rimpatri dei migranti e sui dazi, che quando li firmava Biden filavano lisci come l’olio; le lobby del pubblico impiego contro i tagli di Musk; il Congresso che giustamente fa le pulci al bilancio; persino la Cia che sa degli attacchi ucraini alla triade nucleare russa, ma li nasconde al presidente.
2. Ci hanno raccontato che Trump è un fantoccio degli oligarchi Big Tech, da Musk a Zuckerberg a Bezos &C., che gli danno ordini e fanno soldi a palate, come se il loro conflitto d’interessi non esistesse quando finanziavano i Dem. Ora si scopre che, tra il più potente e il più ricco del mondo, comanda il primo: quello eletto (il “primato della politica”). E il mega-conflitto d’interessi di Musk ha funzionato all’incontrario, visti i miliardi persi in Borsa e nei fatturati del suo impero.
3. Ci hanno raccontato che Trump ha riunito un’Internazionale sovranista-populista-liberista delle destre-destre, dai Maga trumpian-muskiani a Milei a Meloni&Salvini a Le Pen ad Afd a Vox a Farage a Orbán, col solito Putin dietro la porta, per scardinare l’Ue e controllare il mondo. Ora si scopre che, come già B., Trump non è né di destra né di sinistra: bada al suo elettorato di ceti medio-bassi, esclusi operai, licenziati, minoranze etniche. Tra l’ideologia e gli interessi della base, sceglie i secondi. Nulla a che vedere con la motosega iperliberista da massacro sociale e tagli selvaggi a sanità, pensioni e spesa pubblica cara a Milei e Musk. Che infatti ha rotto con lui proprio su questo. E pure sui dazi, che il globalista Elon detesta perché fa affari ovunque, mentre Donald è un protezionista incallito. Ancora pochi giorni e i sinceri democratici torneranno a guidare Tesla, ad abbonarsi a Starlink, a guardare rapiti verso Marte e proporranno di “ripartire da Musk”, non più scemo cattivo, ma di nuovo genio buono. Come dice Ennio Fantastichini in Ferie d’agosto: “Voi v’atteggiate tanto, parlate così sofistici… Ma la verità è che nun ce state a capì più un cazzo, ma da mo’!”.
L'Amaca
La concordia come materia di studio
di MICHELE SERRA
Se non avessi avuto impegni sarei andato volentieri a entrambe le manifestazioni su Gaza, quella del Teatro Parenti a Milano e quella, più grande e popolosa, di Roma. Quasi disturba, anzi disturba proprio, etichettare i due momenti come “di Azione e Italia Viva” il primo, “di Avs, Cinquestelle e Pd” il secondo. La griglia partitica è inopportuna e stonata di fronte a questioni di così vasto coinvolgimento delle coscienze.
Le differenze di punti di vista sono sicuramente meno rilevanti rispetto allo scandalo, enorme e condiviso, della distruzione sistematica di Gaza, al suo disumano accanimento, al suo disumano innesco del 7 ottobre e alla catena di disumanità e oppressione, lunga decenni, che ha portato a questo punto di non ritorno.
La situazione a Gaza sconsiglierebbe di fare troppe distinzioni interpretative, così come, se si deve salvare una persona in pericolo di vita, lo si fa e basta, rimandando ad altri momenti e altre sedi l’analisi dell’accaduto.
Questa mattina, insieme ad altri, sarò a Rondine, la comunità toscana di Franco Vaccari che lavora nella mediazione dei conflitti, ospita ragazzi russi e ucraini, israeliani e palestinesi, africani e asiatici in fuga dalle guerre. La mediazione, la convivenza e la pace sono, in quel luogo, un lavoro concreto. Non teoria ma prassi, studio, conoscenza, incontro, parola.
Bisognerebbe che a Rondine, prossimamente, si incontrassero i cinque leader promotori delle due manifestazioni per discutere il tema: “perché non siamo stati capaci di farne una sola?”. Prendendo esempio dai ragazzi di tutto il mondo che domande simili, e anche molto più gravi e importanti, se le fanno ogni giorno.
sabato 7 giugno 2025
Eppur si muove!
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