martedì 6 maggio 2025

Daje Andrea!

 

Attacco ai Patagarri: in Italia non c’è gusto a essere intelligenti
DI ANDREA SCANZI
La polemica che ha travolto i Patagarri, rei di essersi “schierati troppo” durante il Concertone del Primo Maggio, è tanto noiosa quanto deficiente. Di fronte a un artista che si schiera, il potere deve (dovrebbe) fare una sola cosa: tacere.
Come ricordava senza sosta (e senza speranza) Fabrizio De André, l’artista è una sorta di anticorpo: si espone in prima persona, spesso al posto della persona comune, e fa sì che attraverso il suo esempio – per certi versi il suo sacrificio – la società civile acquisisca più anticorpi e dunque più difese immunitarie nei confronti del potere (che, sempre per De André, non può mai essere buono. Dunque l’artista non può non opporsi).
Ogni volta che un artista si schiera in Italia, e accade sempre più di rado, c’è sempre qualche babbeo pronto a scattare con effetto pavloviano, gridando allo scandalo e al sacrilegio. Tutto questo non stupisce, ma mette parecchia tristezza. Purtroppo a reagire così non è solo il potente di turno, che se potesse censurerebbe anche l’aria, ma pure lo spettatore/ascoltatore medio, convinto che gli artisti debbano soltanto intrattenere. Come no. Una società piena di Eros Ramazzotti e Laura Pausini e vuota di Roger Waters e Francesco Guccini farebbe felici i Gasparri (cioè nessuno), ma sarebbe una sorta di nowhere depravato, distopico ed eticamente esangue, dentro il quale va bene tutto e l’indignazione non esiste (più o meno come l’Italia attuale, in effetti). Ve lo immaginate il Bob Dylan dei Sessanta privo di afflati sociali, e quindi mai rivoluzionato? Che cosa avrebbe cantato nei Settanta (e non solo nei Settanta) la musica d’autore italiana senza l’impegno sociale? È ovvio poi che questo non è un obbligo, anzi la storia d’Italia è piena di artisti bastonati dalla critica più ebete per un impegno “non spiccato” quando non disallineato (Battisti, Gaetano, Graziani, Baglioni, etc). Ognuno si esprime come vuole e come può. Stupirsi e inorridirsi di fronte a chi si schiera è però una delle tante forme di demenza contemporanea. Oltretutto i Patagarri lo hanno fatto all’interno di un concerto che nasce politicizzato, come ben sanno tra i tanti Elio e le Storie Tese (censurati nel 1991 senza pudore dalla Rai) e quattro anni fa Fedez: se non il Primo Maggio su quel palco, quando? La verità è che siamo così anestetizzati, e così disabituati alla protesta, che basta un appello minimo di Ghali o una provocazione oltremodo pertinente dei Patagarri per andare in cortocircuito. Ormai persino schierarsi in difesa dei bambini morti a Gaza è ritenuto sconcio. Se Waters (da sempre lapidato per il suo troppo impegno politico) scrivesse oggi Animals coi Pink Floyd, e peggio ancora se Gaber incidesse ora Io se fossi Dio, verrebbero entrambi arsi in pubblica piazza tipo Giordano Bruno.
Il rincoglionimento è pressoché totale e il “tengo famiglia” una regola di vita che piace ormai a destra e (certa) sinistra. Se non altro, ogni tanto si scorge ancora vita. A scagliarsi con prevedibile veemenza sionista contro i Patagarri è stato David Parenzo, noto democratico pro-Israele senza se e senza ma. La spalla morbida di Cruciani ha tuonato: “Confesso che prima di oggi non avevo la minima idea di chi fossero i Patagarri, poi ho ascoltato la loro performance in Piazza San Giovanni per il concerto del 1º Maggio e, ferma restando la loro libertà di dire e cantare quello che vogliono, rivendico la mia libertà di dire loro che prendere una nota canzone ebraica e storpiarla con una bieca propaganda pro Pal e contro Israele è semplicemente raccapricciante”. Gli ha risposto magistralmente Valerio Lundini: “Con tutta la mia non conoscenza dei Patagarri possiamo pure dire che, allo stesso tempo, la performance di Israele di prendere una nota terra palestinese e storpiarla ammazzandoli tutti non è manco ’sto capolavoro”. Semplicemente perfetto, ma temo anche inutile: in Italia, come ammoniva Freak Antoni, non c’è gusto a essere intelligenti.

Quello che molti non dicono

 

Solo sul Fatto: 

L’Ue dice ancora sì al riarmo e ferma ogni dibattito su Bibi
DI WANDA MARRA
Il Parlamento boccia la discussione su Israele mentre passa l’iter accelerato per dirottare i fondi di Coesione: esulta Fitto
Il Parlamento europeo non vuole neanche parlare di Israele, ma per il piano del Commissario europeo Raffaele Fitto, che permette tra le altre cose di dirottare i Fondi di coesione anche sulla Difesa, dice sì alla procedura d’urgenza, con il voto ieri sera della Commissione Regi (Affari Regionali). La giornata fa registrare la spaccatura della maggioranza Ursula, con le destre che votano compatte sia su Israele sia sui Fondi di coesione e i Socialisti che votano con The Left.
Da inizio legislatura è la seconda volta che l’Eurocamera vota su Israele (la prima era stata il 17 luglio, per chiedere un dibattito: anche in quel caso disse di no) e ieri ha votato contro una doppia richiesta di dibattito. Ovvero, per inserire un dibattito sull’attacco alla nave Freedom Flotilla e uno sul piano israeliano di occupare la Striscia di Gaza. L’aula ha respinto con 164 sì e 256 no. Neanche l’annuncio di Benyamin Netanyahu di un attacco massiccio a Gaza ha convinto Strasburgo che fosse il momento quantomeno di affrontare l’argomento. Per dirla con la delegazione M5S: “Lo stesso Parlamento europeo che commemora Papa Francesco con belle parole, vieta di parlare dell’orrore che i cittadini palestinesi stanno vivendo a Gaza. Quanta ipocrisia”. Zingaretti, capo delegazione dem, denuncia: “Netanyahu va fermato. Bombardamenti continui, blocco aiuti umanitari: getta Israele verso il baratro e uccide palestinesi innocenti”. Ma a compattarsi sono stati Ppe, Ecr, Patrioti e Ecn. In Italia, il silenzio di Giorgia Meloni è in linea.
Una manciata di ore dopo tocca alla Commissione Regi riunirsi per votare sulla richiesta di affrontare la riforma dei Fondi di coesione con procedura d’urgenza. Il testo offre condizioni più favorevoli nei co-finanziamenti per gli investimenti nell’industria della difesa, ma anche per la competitività, la resilienza idrica e le politiche abitative. In aula, al momento del voto, c’è tutta la delegazione di Fratelli d’Italia, tanto per chiarire il significato politico della questione. E dire che Meloni si è più volte detta contraria alla possibilità di usare i Fondi per le armi. Fitto si è rifugiato nel concetto di “volontarietà”, eppure ci sono anche una serie di facilitazioni per chi decide di farlo. La seduta della Regi non dura più di dieci minuti. I Socialisti, con lo spagnolo Ros Sempere, cercano l’accordo: parlando della salvaguardia delle prerogative del Parlamento, offrono alle destre (e a Fitto) la possibilità di dare tempi certi per l’esame della riforma, pur di andare avanti con la procedura ordinaria. Non è abbastanza. Alla fine i sì sono 22, i no 14, gli astenuti 4. Dicono di sì Popolari, Ecr e Patrioti, dicono di no Socialisti, Verdi e The Left. Si astengono quelli di Renew che alla fine risultano determinanti per salvare Fitto. Insieme a Kabilov dei non iscritti e a Omarjee, francese di The Left, che rompe il fronte. Voti clamorosamente determinanti. “Passa la linea della destra e della commissione Von der Leyen che va avanti a colpi di procedure d’urgenza bypassando le prerogative e i poteri dell’unico organo elettivo europeo, il Parlamento”, denuncia Valentina Palmisano (M5S). Mentre l’europarlamentare dem, Lello Topo sottolinea: “Hanno rifiutato la mediazione. Evidentemente non si fidano del Parlamento”. Oggi Roberta Metsola, la Presidente dell’Eurocamera, annuncerà il voto di domani della plenaria per la procedura d’urgenza. Questo sì che entra nell’agenda, mentre per Israele l’ordine del giorno non si modifica.
Secondo l’articolo 52 del Regolamento, che prevede la procedura semplificata, il presidente della Commissione competente o il relatore del testo possono elaborare una serie di emendamenti. Ma in realtà, il relatore potrebbe proporre anche di procedere senza emendamenti. Insomma, le modifiche sono più teoriche che effettivamente possibili. Di fatto, l’Eurocamera ne esce fortemente ridimensionata. Ancora una volta.

Riepilogo

 

Gli auto-incaprettati
DI MARCO TRAVAGLIO
L’“incaprettamento” è la sevizia mortale inflitta dalle mafie al traditore: cappio al collo e corda che lega mani e piedi dietro la schiena, così la vittima si strangola cercando di liberarsi. Ma è anche la geniale strategia dei vecchi partiti europei che, tentando di combattere le forze anti-sistema, si incaprettano da soli. Funziona così. I partiti sgovernano con politiche inique, classiste, antisociali e consociative. I cittadini li schifano e si rifugiano nell’astensione o in nuove forze che promettono di cambiare. I partiti, anziché fare autocritica e cambiare politica, insultano gli elettori per convincerli che sbagliano loro: ignoranti, scappati di casa, barbari, antipolitici, populisti, giustizialisti, sovranisti, estremisti, antieuropei, razzisti, fascisti, nazisti. E soprattutto putiniani: dietro ogni voto sbagliato c’è sempre Putin che lava il cervello a decine di milioni di persone a suon di hacker e fake news. Gli elettori, anziché scusarsi per aver sbagliato a votare, si rafforzano nell’idea che sbaglino i partiti: astenuti e anti-sistema crescono. E, quando hanno i numeri per governare, si escogitano mosse antidemocratiche per fermarli e “salvare la democrazia”.
In Italia si buttano giù con colpi di palazzo e ammucchiate “tecniche”: così la gente pensa che sono tutti uguali, che votare non serve e gli astenuti aumentano. In Francia il presidente di se stesso perde tutte le elezioni contro destra&sinistra e sforna governi centristi di minoranza guidati da carneadi senza voti che durano 2-3 mesi, per tirare a campare fino alle Presidenziali, ma ora forse le anticipa a prima del processo d’appello che potrebbe ridare l’eleggibilità alla favorita Le Pen. In Germania, Cdu&Spd si rimettono insieme, ma la destra Afd è contro il loro riarmo, che rischia di non passare: così lo fan votare dal Parlamento scaduto (sempre meglio della Von der Leyen, che il Parlamento lo salta a piè pari); l’Afd balza dal 20 al 26% in due mesi e s’inizia a discutere di metterla al bando perché i Servizi scoprono che è “estremista”. In Romania si annulla il primo turno delle Presidenziali vinto dal nazionalista Georgescu col 20%, per misteriose “interferenze” (Putin, o TikTok, o i rettiliani: è tutto segreto); poi lo si arresta e bandisce con accuse ancor più misteriose; così nel nuovo primo turno vince col 40% un nazionalista più estremista, Simion, e annuncia che Georgescu sarà il suo premier. Gli europeisti, anziché domandarsi perché la gente preferisca i peggiori mostri a loro, ripetono che “ha stato Putin”, sabotano i negoziati sull’Ucraina per non darla vinta a Putin e si riarmano contro Putin, impoverendo vieppiù i popoli europei che continuano a fuggire verso gli anti-sistema. È l’ultima fase dell’euro-autoincaprettamento: una prece.

lunedì 5 maggio 2025

Mai complici!




Non mi avrete mai! Questo è un bastardo assassino e a Gaza è in atto un genocidio con l’avvallo degli Stati Uniti d’America e il silenzio complice di molti balordi! Potete dire quello che volete, arrampicarvi sugli specchi e blaterare alla caxxo! Questa è la verità: è in atto uno scempio nazista indegno dell’umanità! Stanno assassinando bimbi, stanno affamando milioni di persone! Vaffanculo!

Supecazzola

 

La supercazzola del Ponte come opera militare strategica
DI GAETANO BENEDETTO
L’infrastruttura impatta sull’ambiente e, per avere l’ok Ue, il governo s’inventa che sia vitale per la Nato. Problema: fu smentito già nel 1987 e la Difesa non è stata coinvolta
Non sapendo più cosa inventarsi per giustificare il Ponte sullo Stretto, l’opera pubblica più costosa e rischiosa mai realizzata, il governo la dichiara necessaria per “Imperative Reasons of Overriding Pubblic interest” (IROPI, cioè per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico). Dimostrare all’Unione europea che questo interesse sussista è indispensabile dopo che la Commissione VIA, all’interno del parere formalmente positivo con prescrizioni, dichiara però che esiste un impatto ambientale certo sulle aree dello Stretto vincolate a livello comunitario.
La relazione IROPI ripropone le tesi già espresse sulla necessità del Ponte, dal rilancio dell’economia del territorio alla strategicità trasportista, spesso supportate da numeri virtuali ampiamente contestati e contro-dedotti. Avanza poi la tesi della necessità strategica del Ponte per “motivi inerenti alla difesa del territorio nazionale ed europeo”. Per la verità nel decreto legge 23/2023 (con cui il governo Meloni ha rilanciato il progetto e con esso la società che lo sostiene e il sistema d’interessi che vorrebbe realizzarlo) si afferma che il Ponte è “infrastruttura fondamentale” per la “mobilità militare tenuto conto delle presenza di importanti basi Nato nell’Italia meridionale”; cosa ben diversa, però, è trasformare questa dichiarazione politica in un motivo imperativo di rilevante interesse pubblico.
La questione dell’interesse militare del Ponte era stata accennata negli anni 80 ma accantonata grazie anche ad una puntuale presa di posizione del periodico Rivista Militare, numero di agosto-settembre 1987. Con un articolo a firma del generale di corpo d’armata Gualtiero Corsini si dimostrava come il cosiddetto “coefficiente D” dell’opera, cioè il coefficiente di “Difesa” cioè di sicurezza e difendibilità, fosse sostanzialmente nullo. Scrive il generale Corsini: “L’opera sarebbe esposta ad ogni tipo di offesa condotta con vettori navali, aerei e missilistici, divenendo punto sensibile di dimensione strategica probabilmente non comparabile – sotto questo aspetto – con alcun altro obiettivo oggi esistente nel territorio nazionale”, argomenta poi perché sotto il profilo miliare questa sarebbe “la soluzione meno valida per l’attraversamento stabile dello Stretto”. Argomentazioni oggi ancor più valide date le nuove tecnologie militari.
Secondo la relazione IROPI il Ponte oggi, invece, “potrebbe contribuire al elevare notevolmente i livelli di efficienza ed efficacia dei processi organizzativi e funzionali” connessi alla sicurezza soprattutto in relazione al “Military Mobility Action Plan per rafforzare la capacità di spostamento rapido delle truppe all’interno del Continente”. A quanto pare, però, neanche chi scrive ne è convinto, come dimostra l’uso di un pudico condizionale (“potrebbe contribuire”) al posto di affermazione precise che i motivi imperativi d’interesse pubblico richiederebbero. L’uso del condizionale è così reiterato: il Ponte “potrebbe facilitare la logistica e i movimenti di supporto per le operazioni NATO”, “potrebbe consentire una più celere risposta alle crisi”. Un crescendo di condizionali che conduce ad un’unica domanda: ma la NATO ha mai discusso di tutto ciò?
Volendo mettere da parte ogni facile ironia – e qui la definizione di “supercazzola” sembra cucita su misura – si deve ritenere che un’opera militare strategica di imperativo interesse pubblico sia stata lungamente discussa dagli apparati militari. A differenza di altre opere d’interesse militare di minor costo e problematicità, come ad esempio la base di San Rossore a Pisa approvata con lo stesso decreto legge del Ponte, di questo dibattito non esiste traccia.
Volendo ritenere che le preoccupazioni del generale Corsini siano oggi superabili, dovremmo immaginare che il progetto Ponte preveda come resiste ad eventuali attacchi: nelle relazioni tecniche, però, non c’è una parola su come torri e impalcato resisterebbero a missili, sabotaggi ecc., né sulle misure di prevenzione e difesa. E ancora, quando mai s’è vista un’opera strategica militare dove i miliari non hanno alcun ruolo nella progettazione, nell’esecuzione e gestione? Sarebbe utile che il ministro della Difesa Crosetto spieghi lui la strategicità dell’opera.
Negli ultimi mesi abbiamo visto quanta fatica facciamo come Unione europea sul tema di una strategia militare comune. A differenza di altri temi le questioni militari sono, infatti, rimesse all’autonomia dei singoli Stati, fatti salvi gli obblighi Nato (che sono ben altra cosa rispetto a quelli comunitari). La carta che il governo Meloni, dunque, prova a giocare è quella di far rientrare il Ponte come un tema su cui l’Ue non avrebbe titolo per pronunciarsi per bypassare procedure e normative.
Anche qui, però, il condizionale resta d’obbligo, perché in realtà l’IROPI richiama esplicitamente un contesto di difesa europeo e l’Unione europea potrebbe non concordare con la lettura italiana, contestandola: a Bruxelles potrebbero avere difficoltà a tradurre il concetto di supercazzola.

domenica 4 maggio 2025

Incontri per così dire



Gli ultimi tre incontri internazionali di Giorgia potrebbero far sorgere dubbi in merito alla sua politica, a meno che non sia iscritta a qualche concorso a punti tipo “più feccia più bonus”: il turco dittatore che si tramuta a seconda degli eventi in saggio pacificatore, difensore dei confini altrui (a pagamento) mentre opprime le opposizioni e tenta di estirpare curdi dalla faccia del pianeta, in modalità Bibi il Genocida; Orban e qui basterebbe la parola assieme al perché la cosiddetta Europa non l’abbia ancora cacciato a calci per il culo; ed infine il must degli psicolabili, l’argentino con motosega che insultò a suo tempo Papa Francesco! Bel terzetto non c’è che dire! Peccato siano solo cartoni Macchia Nera e Diabolik, e Randle Patrick McMurphy sia solo nella celluloide, altrimenti…

Oh la mia città!

 

Basi blu, l’arsenale e Leonardo: il mare sacrificato alle armi
DI TOMMASO RODANO
La Spezia, città della Marina. Destino blindato. I pacifisti contestano la sua vocazione bellica, ma il governo ha altri piani e l’industria assume
La Spezia è una città di mare senza il mare. Il Golfo dei Poeti è stato trasformato in un golfo di pareti: il tessuto urbano è costruito per escludere lo sguardo dal suo orizzonte naturale. L’azzurro compare per un tratto breve, quando ci si affaccia su Viale Italia, dove la passeggiata costeggia il porto turistico, oppure bisogna andarlo a vedere dalla collina. Per il resto la costa è uno spazio vietato, una fila di recinti industriali e servitù militari: muri, cancelli, fili spinati, banchine interdette. Il mare è sequestrato per chilometri dall’Arsenale, poi il porto commerciale, i cantieri degli yacht di lusso, il centro di ricerca della Nato, quindi l’enorme Fincantieri. Pochi metri all’interno, un’altra recinzione: le fabbriche d’armi Oto Melara (oggi Leonardo) e Mbda.
Giorgio Pagano, una lunga militanza nel Pci e nel Pds, è stato sindaco dal 1997 al 2007. “La frattura più profonda tra città e mare – dice – è arrivata con l’Unità d’Italia e la costruzione dell’Arsenale nel 1869. Ci ha dato lavoro e crescita, ma ha trasformato l’identità culturale di La Spezia, ha seppellito vestigia storiche e pezzi di memoria”. In tempi di “guerra mondiale a pezzi”, le industrie militari vivono una nuova giovinezza. Oto Melara, la più importante, dal 1905 ha venduto armi ovunque: dalla A di Algeria alla V di Venezuela, inclusi Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Israele, Turchia. Oggi è parte del gruppo Leonardo e ha annunciato una sinergia con i tedeschi di Rheinmetall per produrre due nuovi carri armati, il Main Battle Tank e il Lynx. Si promettono magnifiche sorti occupazionali: l’obiettivo è quota 1.500 dipendenti. La gemella Mbda dà lavoro ad altre 320 persone, Fincantieri invece ha 657 occupati diretti e migliaia nell’indotto (soprattutto stranieri dal Bangladesh). Completano l’elenco Ferretti, Baglietto, Intermarine, Star7, Officine Patrone. In totale sono 5.714 posti di lavoro, di cui 4.700 legati all’industria bellica (dati Weapon Watch, elaborati da Gianni Alioti e Carlo Tombola). La Spezia è anziana: un abitante su quattro ha più di 65 anni. Ha 94 mila abitanti, ma nella classifica delle armi è una metropoli: è la quinta provincia italiana per siti produttivi dell’industria militare (9); solo Roma, Milano, Torino e Napoli ne hanno di più.
È possibile immaginare un orizzonte che non sia legato alla produzione bellica? Pagano ci crede: “Abbiamo una lunga tradizione di resistenza operaia ai conflitti, Oto Melara si ribellò e sabotò l’occupazione nazista. Il bisogno di lavoro si mescola allo spirito critico e pacifista degli spezzini. Oggi siamo in un ciclo espansivo, ma in tempi di pace si producono meno armi e si perde occupazione: diversificare e riconvertire conviene anche a loro”.
La scelta che ha segnato il destino della città appartiene a Cavour, fu lui a volere l’Arsenale militare marittimo che ha cambiato i connotati al golfo: 90 ettari di superficie, 12 km di strade, 6,5 km di banchine, 1.400.000 metri quadrati di acque interne. Un’enclave dentro la città, di cui rimane un’ombra esile: dava lavoro a 12 mila persone, oggi solo 390 dipendenti statali. Il resto è in degrado: vasche e capannoni abbandonati, incuria e inquinamento. La crisi dell’Arsenale potrebbe essere un’occasione di rigenerazione urbana, ma la politica ha un altro piano. Si chiama “Basi Blu”: 354 milioni per costruire nuovi moli e dragare 400 mila metri cubi di fondali inquinati. Tutto per adeguare le basi agli standard Nato. Con un sottotesto: la vocazione militare di La Spezia non deve essere in discussione. William Domenichini è un attivista dei “Murati vivi” di Marola, il quartiere “ostaggio” delle mura dell’Arsenale. Ha scritto un libro, Il golfo ai poeti, che documenta lo scarto tra impatto e benefici del progetto: in Commissione Difesa, Basi Blu è stato approvato in cinque minuti, senza obiezioni. Terminati i lavori, non porterà aumenti stabili nell’occupazione. E poi c’è l’ambiente. Domenichini ci accompagna in collina e indica un grande lotto coperto da teloni scuri: “Quello è Campo in ferro. Era un bacino per stagionare il legno, diventato discarica militare. Ci hanno buttato robe di ogni tipo: componenti elettronici con sostanze radioattive, pale di elicottero, rifiuti generici. Sono tre ettari non bonificati, hanno messo i teli sopra e via”. Con Basi Blu saranno riattivati anche i serbatoi interrati sotto Varicella: 20.000 metri cubi di carburante militare nella pancia della collina, tra le fondamenta delle case. “Una bomba ambientale sotto un quartiere abitato”, dice William.
C’è una Spezia che resiste. Ogni lunedì, in piazza Europa, si ritrovano i militanti della rete Pace e Disarmo: un presidio a settimana dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Tra loro Giancarlo Saccani, ex operaio di Oto Melara. Nel 1981 disse basta: “Sono cresciuto con Gandhi e Capitini, non ne potevo più di fabbricare strumenti di morte”. Secondo lui la partita è tutta da giocare: “Per le fabbriche di armi ogni lungo periodo di pace è una minaccia economica, per questo la riconversione non è una bandiera ideologica, ma una necessità”. Giorgio Beretta, tra i più noti studiosi di armi in Italia, si è trasferito a La Spezia vent’anni fa: “Le maggiori industrie militari avrebbero gli strumenti tecnologici per riconvertirsi al civile”. Perché non lo fanno? “Non gli conviene. Dovrebbero competere in un mercato aperto, invece quello delle armi è tutelato dalle scelte politiche, il profitto è certo”. L’intreccio tra politica e armi ha un nome: “SeaFuture”, una fiera biennale che si svolge all’Arsenale. “Era nata per discutere di strategie marittime e ambiente – dice Beretta –, invece è diventata il salotto dell’industria militare. Ci si incontrano politici, lobbisti, funzionari. Costruiscono alleanze, finanziamenti e scelte”. Inaugurando l’ultima edizione, il 5 giugno 2023, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha promesso un colossale progetto da 1 miliardo per rilanciare l’Arsenale e blindare la vocazione militare della città.
Un rapporto viscerale. Lo racconta Denis Santini, da 41 anni operaio in Oto Melara e rappresentante sindacale Fiom. Una voce storica, in fabbrica è “il presidente”. “Per noi era ‘Mamma Oto’, c’è un senso di rispetto verso l’azienda e di conseguenza anche per ciò che produce. Le armi preferiamo chiamarle dispositivi di difesa: anche una forchetta può essere usata per mangiare o per uccidere. I rapporti sindacali sono buoni, il welfare aziendale funziona, la sicurezza sul lavoro è migliorata dagli anni in cui in tanti cadevano per i fumi respirati. Ed è difficile pensare di produrre altro: Oto Melara ha provato a fabbricare trattori e locomotive, ma non stava sul mercato”. Il vento sul Golfo dei Poeti soffia forte, sempre nella stessa direzione.