Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 5 maggio 2025
Mai complici!
Supecazzola
La supercazzola del Ponte come opera militare strategica
DI GAETANO BENEDETTO
L’infrastruttura impatta sull’ambiente e, per avere l’ok Ue, il governo s’inventa che sia vitale per la Nato. Problema: fu smentito già nel 1987 e la Difesa non è stata coinvolta
Non sapendo più cosa inventarsi per giustificare il Ponte sullo Stretto, l’opera pubblica più costosa e rischiosa mai realizzata, il governo la dichiara necessaria per “Imperative Reasons of Overriding Pubblic interest” (IROPI, cioè per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico). Dimostrare all’Unione europea che questo interesse sussista è indispensabile dopo che la Commissione VIA, all’interno del parere formalmente positivo con prescrizioni, dichiara però che esiste un impatto ambientale certo sulle aree dello Stretto vincolate a livello comunitario.
La relazione IROPI ripropone le tesi già espresse sulla necessità del Ponte, dal rilancio dell’economia del territorio alla strategicità trasportista, spesso supportate da numeri virtuali ampiamente contestati e contro-dedotti. Avanza poi la tesi della necessità strategica del Ponte per “motivi inerenti alla difesa del territorio nazionale ed europeo”. Per la verità nel decreto legge 23/2023 (con cui il governo Meloni ha rilanciato il progetto e con esso la società che lo sostiene e il sistema d’interessi che vorrebbe realizzarlo) si afferma che il Ponte è “infrastruttura fondamentale” per la “mobilità militare tenuto conto delle presenza di importanti basi Nato nell’Italia meridionale”; cosa ben diversa, però, è trasformare questa dichiarazione politica in un motivo imperativo di rilevante interesse pubblico.
La questione dell’interesse militare del Ponte era stata accennata negli anni 80 ma accantonata grazie anche ad una puntuale presa di posizione del periodico Rivista Militare, numero di agosto-settembre 1987. Con un articolo a firma del generale di corpo d’armata Gualtiero Corsini si dimostrava come il cosiddetto “coefficiente D” dell’opera, cioè il coefficiente di “Difesa” cioè di sicurezza e difendibilità, fosse sostanzialmente nullo. Scrive il generale Corsini: “L’opera sarebbe esposta ad ogni tipo di offesa condotta con vettori navali, aerei e missilistici, divenendo punto sensibile di dimensione strategica probabilmente non comparabile – sotto questo aspetto – con alcun altro obiettivo oggi esistente nel territorio nazionale”, argomenta poi perché sotto il profilo miliare questa sarebbe “la soluzione meno valida per l’attraversamento stabile dello Stretto”. Argomentazioni oggi ancor più valide date le nuove tecnologie militari.
Secondo la relazione IROPI il Ponte oggi, invece, “potrebbe contribuire al elevare notevolmente i livelli di efficienza ed efficacia dei processi organizzativi e funzionali” connessi alla sicurezza soprattutto in relazione al “Military Mobility Action Plan per rafforzare la capacità di spostamento rapido delle truppe all’interno del Continente”. A quanto pare, però, neanche chi scrive ne è convinto, come dimostra l’uso di un pudico condizionale (“potrebbe contribuire”) al posto di affermazione precise che i motivi imperativi d’interesse pubblico richiederebbero. L’uso del condizionale è così reiterato: il Ponte “potrebbe facilitare la logistica e i movimenti di supporto per le operazioni NATO”, “potrebbe consentire una più celere risposta alle crisi”. Un crescendo di condizionali che conduce ad un’unica domanda: ma la NATO ha mai discusso di tutto ciò?
Volendo mettere da parte ogni facile ironia – e qui la definizione di “supercazzola” sembra cucita su misura – si deve ritenere che un’opera militare strategica di imperativo interesse pubblico sia stata lungamente discussa dagli apparati militari. A differenza di altre opere d’interesse militare di minor costo e problematicità, come ad esempio la base di San Rossore a Pisa approvata con lo stesso decreto legge del Ponte, di questo dibattito non esiste traccia.
Volendo ritenere che le preoccupazioni del generale Corsini siano oggi superabili, dovremmo immaginare che il progetto Ponte preveda come resiste ad eventuali attacchi: nelle relazioni tecniche, però, non c’è una parola su come torri e impalcato resisterebbero a missili, sabotaggi ecc., né sulle misure di prevenzione e difesa. E ancora, quando mai s’è vista un’opera strategica militare dove i miliari non hanno alcun ruolo nella progettazione, nell’esecuzione e gestione? Sarebbe utile che il ministro della Difesa Crosetto spieghi lui la strategicità dell’opera.
Negli ultimi mesi abbiamo visto quanta fatica facciamo come Unione europea sul tema di una strategia militare comune. A differenza di altri temi le questioni militari sono, infatti, rimesse all’autonomia dei singoli Stati, fatti salvi gli obblighi Nato (che sono ben altra cosa rispetto a quelli comunitari). La carta che il governo Meloni, dunque, prova a giocare è quella di far rientrare il Ponte come un tema su cui l’Ue non avrebbe titolo per pronunciarsi per bypassare procedure e normative.
Anche qui, però, il condizionale resta d’obbligo, perché in realtà l’IROPI richiama esplicitamente un contesto di difesa europeo e l’Unione europea potrebbe non concordare con la lettura italiana, contestandola: a Bruxelles potrebbero avere difficoltà a tradurre il concetto di supercazzola.
domenica 4 maggio 2025
Incontri per così dire
Oh la mia città!
Basi blu, l’arsenale e Leonardo: il mare sacrificato alle armi
DI TOMMASO RODANO
La Spezia è una città di mare senza il mare. Il Golfo dei Poeti è stato trasformato in un golfo di pareti: il tessuto urbano è costruito per escludere lo sguardo dal suo orizzonte naturale. L’azzurro compare per un tratto breve, quando ci si affaccia su Viale Italia, dove la passeggiata costeggia il porto turistico, oppure bisogna andarlo a vedere dalla collina. Per il resto la costa è uno spazio vietato, una fila di recinti industriali e servitù militari: muri, cancelli, fili spinati, banchine interdette. Il mare è sequestrato per chilometri dall’Arsenale, poi il porto commerciale, i cantieri degli yacht di lusso, il centro di ricerca della Nato, quindi l’enorme Fincantieri. Pochi metri all’interno, un’altra recinzione: le fabbriche d’armi Oto Melara (oggi Leonardo) e Mbda.
Giorgio Pagano, una lunga militanza nel Pci e nel Pds, è stato sindaco dal 1997 al 2007. “La frattura più profonda tra città e mare – dice – è arrivata con l’Unità d’Italia e la costruzione dell’Arsenale nel 1869. Ci ha dato lavoro e crescita, ma ha trasformato l’identità culturale di La Spezia, ha seppellito vestigia storiche e pezzi di memoria”. In tempi di “guerra mondiale a pezzi”, le industrie militari vivono una nuova giovinezza. Oto Melara, la più importante, dal 1905 ha venduto armi ovunque: dalla A di Algeria alla V di Venezuela, inclusi Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Israele, Turchia. Oggi è parte del gruppo Leonardo e ha annunciato una sinergia con i tedeschi di Rheinmetall per produrre due nuovi carri armati, il Main Battle Tank e il Lynx. Si promettono magnifiche sorti occupazionali: l’obiettivo è quota 1.500 dipendenti. La gemella Mbda dà lavoro ad altre 320 persone, Fincantieri invece ha 657 occupati diretti e migliaia nell’indotto (soprattutto stranieri dal Bangladesh). Completano l’elenco Ferretti, Baglietto, Intermarine, Star7, Officine Patrone. In totale sono 5.714 posti di lavoro, di cui 4.700 legati all’industria bellica (dati Weapon Watch, elaborati da Gianni Alioti e Carlo Tombola). La Spezia è anziana: un abitante su quattro ha più di 65 anni. Ha 94 mila abitanti, ma nella classifica delle armi è una metropoli: è la quinta provincia italiana per siti produttivi dell’industria militare (9); solo Roma, Milano, Torino e Napoli ne hanno di più.
È possibile immaginare un orizzonte che non sia legato alla produzione bellica? Pagano ci crede: “Abbiamo una lunga tradizione di resistenza operaia ai conflitti, Oto Melara si ribellò e sabotò l’occupazione nazista. Il bisogno di lavoro si mescola allo spirito critico e pacifista degli spezzini. Oggi siamo in un ciclo espansivo, ma in tempi di pace si producono meno armi e si perde occupazione: diversificare e riconvertire conviene anche a loro”.
La scelta che ha segnato il destino della città appartiene a Cavour, fu lui a volere l’Arsenale militare marittimo che ha cambiato i connotati al golfo: 90 ettari di superficie, 12 km di strade, 6,5 km di banchine, 1.400.000 metri quadrati di acque interne. Un’enclave dentro la città, di cui rimane un’ombra esile: dava lavoro a 12 mila persone, oggi solo 390 dipendenti statali. Il resto è in degrado: vasche e capannoni abbandonati, incuria e inquinamento. La crisi dell’Arsenale potrebbe essere un’occasione di rigenerazione urbana, ma la politica ha un altro piano. Si chiama “Basi Blu”: 354 milioni per costruire nuovi moli e dragare 400 mila metri cubi di fondali inquinati. Tutto per adeguare le basi agli standard Nato. Con un sottotesto: la vocazione militare di La Spezia non deve essere in discussione. William Domenichini è un attivista dei “Murati vivi” di Marola, il quartiere “ostaggio” delle mura dell’Arsenale. Ha scritto un libro, Il golfo ai poeti, che documenta lo scarto tra impatto e benefici del progetto: in Commissione Difesa, Basi Blu è stato approvato in cinque minuti, senza obiezioni. Terminati i lavori, non porterà aumenti stabili nell’occupazione. E poi c’è l’ambiente. Domenichini ci accompagna in collina e indica un grande lotto coperto da teloni scuri: “Quello è Campo in ferro. Era un bacino per stagionare il legno, diventato discarica militare. Ci hanno buttato robe di ogni tipo: componenti elettronici con sostanze radioattive, pale di elicottero, rifiuti generici. Sono tre ettari non bonificati, hanno messo i teli sopra e via”. Con Basi Blu saranno riattivati anche i serbatoi interrati sotto Varicella: 20.000 metri cubi di carburante militare nella pancia della collina, tra le fondamenta delle case. “Una bomba ambientale sotto un quartiere abitato”, dice William.
C’è una Spezia che resiste. Ogni lunedì, in piazza Europa, si ritrovano i militanti della rete Pace e Disarmo: un presidio a settimana dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Tra loro Giancarlo Saccani, ex operaio di Oto Melara. Nel 1981 disse basta: “Sono cresciuto con Gandhi e Capitini, non ne potevo più di fabbricare strumenti di morte”. Secondo lui la partita è tutta da giocare: “Per le fabbriche di armi ogni lungo periodo di pace è una minaccia economica, per questo la riconversione non è una bandiera ideologica, ma una necessità”. Giorgio Beretta, tra i più noti studiosi di armi in Italia, si è trasferito a La Spezia vent’anni fa: “Le maggiori industrie militari avrebbero gli strumenti tecnologici per riconvertirsi al civile”. Perché non lo fanno? “Non gli conviene. Dovrebbero competere in un mercato aperto, invece quello delle armi è tutelato dalle scelte politiche, il profitto è certo”. L’intreccio tra politica e armi ha un nome: “SeaFuture”, una fiera biennale che si svolge all’Arsenale. “Era nata per discutere di strategie marittime e ambiente – dice Beretta –, invece è diventata il salotto dell’industria militare. Ci si incontrano politici, lobbisti, funzionari. Costruiscono alleanze, finanziamenti e scelte”. Inaugurando l’ultima edizione, il 5 giugno 2023, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha promesso un colossale progetto da 1 miliardo per rilanciare l’Arsenale e blindare la vocazione militare della città.
Un rapporto viscerale. Lo racconta Denis Santini, da 41 anni operaio in Oto Melara e rappresentante sindacale Fiom. Una voce storica, in fabbrica è “il presidente”. “Per noi era ‘Mamma Oto’, c’è un senso di rispetto verso l’azienda e di conseguenza anche per ciò che produce. Le armi preferiamo chiamarle dispositivi di difesa: anche una forchetta può essere usata per mangiare o per uccidere. I rapporti sindacali sono buoni, il welfare aziendale funziona, la sicurezza sul lavoro è migliorata dagli anni in cui in tanti cadevano per i fumi respirati. Ed è difficile pensare di produrre altro: Oto Melara ha provato a fabbricare trattori e locomotive, ma non stava sul mercato”. Il vento sul Golfo dei Poeti soffia forte, sempre nella stessa direzione.
Prove democratiche
Achtung banditen!
DI MARCO TRAVAGLIO
Dopo quattro anni di “approfondite indagini”, i Servizi segreti tedeschi hanno scoperto che Alternative für Deutschland è un “partito estremista di destra”, per giunta “xenofobo”, che “viola la dignità umana” dei migranti, soprattutto islamici. Ma va? Chi l’avrebbe mai detto. Non bastava ascoltare i loro leader? Il fatto nuovo e dirompente sono le conclusioni del report, peraltro quasi tutto segretato: “La concezione prevalente di Afd è incompatibile con l’ordinamento fondamentale di una libera democrazia”. Parole che riecheggiano l’art. 21 della Costituzione: “Sono incostituzionali i partiti che cercano di indebolire o abolire il libero ordine fondamentale democratico”. Quindi l’intero partito è fuorilegge e va messo al bando in base a indagini dei Servizi, per giunta segrete e riguardanti le idee, non precisi reati commessi da singoli (la magistratura non è intervenuta). Ora la palla passa a governo e Parlamento, su su fino alla Corte costituzionale. Che nel 2003 e 2017 già respinse azioni analoghe contro Npd, partito neonazista ben più minoritario ed estremista di Afd.
Alle elezioni di febbraio Afd ha sfiorato il 21% dei voti (secondo posto) e in due mesi ha superato la Cdu nei sondaggi col 26% (primo posto). Quindi la sua messa al bando lascerebbe orfani oltre 10 milioni di elettori. O di più, visto che la sola ipotesi ne moltiplicherà i consensi. E qui sta l’enormità del problema per le democrazie occidentali da quando gli elettori fuggono dalle forze di sistema e verso quelle anti-sistema. In pochi mesi la Romania ha annullato le Presidenziali dov’era favorito il nazionalista euroscettico Georgescu, poi l’ha bandito dalle liste, col risultato di gonfiare le vele del suo simile Simion; la Francia ha visto condannare non solo al carcere, ma anche all’ineleggibilità (sia pur con un verdetto di primo grado), Marine Le Pen, grande favorita alle Presidenziali; e ora governo e Parlamento tedeschi discutono la messa al bando del primo partito non solo dell’opposizione, ma del Paese. Le regole formali del diritto sono salve, ma l’opinione pubblica vede solo la sostanza: in tre Stati Ue chi minaccia di vincere le elezioni con programmi radicalmente alternativi finisce o rischia di finire fuori gioco. Oggi sul Fatto ne parlano anche Di Lorenzo, Padellaro, Tarchi, a cui seguiranno altri pensieri diversi. Perché la questione, per le “democrazie liberali”, è un’alternativa diabolica: bandire le forze “antidemocratiche” con mosse antidemocratiche che potrebbero pure favorirle, o rischiare che le forze “antidemocratiche” sfigurino le democrazie più di quanto le “democrazie” non si siano già sfigurate da sole? Domandarsi perché oggi gli “antidemocratici” piacciono più dei “democratici” non sarebbe una cattiva idea.
L'Amaca
Cardinali, sto arrivando
di MICHELE SERRA
L’immagine di Trump vestito da Papa, fino a poco tempo fa, sarebbe stata classicamente satirica. Poteva essere una prima pagina di Cuore (probabile titolo: PAPA PIRLA I), un’imitazione di Crozza, una burla che gira in rete, una delle tante caricature della realtà delle quali la satira si nutre.
Invece, niente di più ufficiale. Sono stati i social della Casa Bianca a diffonderla, come già accadde con il “corto” su Trump e Musk turisti a Gaza, che era stato concepito da un regista israeliano con intenzioni satiriche ma è stato poi rilanciato dallo stesso Trump con incomprensibile fierezza, visto che la sua parte, in quel video, è disgustosa.
Come sia possibile che un uomo scelga di rendersi ridicolo e detestabile al tempo stesso, fomentando volontariamente la sua condizione di megalomane fuori controllo, è una domanda la cui risposta ci aiuterebbe a capire l’evoluzione dei tempi. Molti parlano di strategia del caos, seminare sconcerto, destare scandalo in modo da disorientare il nemico principale di Trump che sono i media, o almeno quella parte dei media ancora convinta del proprio ruolo, che è raccontare la realtà. Ma questa ipotesi accredita Trump e il suo entourage di una raffinatezza culturale fino a qui non dimostrata, e anzi.
E dunque potrebbe valere l’idea, forse perfino più spaventosa, ma purtroppo più credibile, che sia Trump a non capire le battute su se stesso: è cioè che bere un drink sorridendo laddove è appena corso sangue a fiumi, o immaginarsi Papa non essendo neppure cattolico, siano banalmente cose che considera alla sua portata, di suo gradimento e molto apprezzate dai suoi elettori. Un pazzo, insomma. Uno che se gli dici: “Dovresti farlo tu, il Papa!”, invece di ridere ordina subito su Amazon il vestito da Papa, e avverte il Conclave: “Sto arrivando”.
sabato 3 maggio 2025
Ci siamo!
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