giovedì 1 maggio 2025

Tomaso

 

Francesco “disturbava” perché amato dai poveri
DI TOMASO MONTANARI
“Perché sei venuto a disturbarci?”. La Curia romana e una parte cospicua dell’alta gerarchia della Chiesa cattolica ha, in fondo al cuore e a fior di labbra, incessantemente rivolto a Francesco questa domanda. Per non parlare dei potenti della Terra, convenuti al suo funerale più per essere sicuri che non tornasse, che non per onorarlo.
“Perché sei venuto a disturbarci?”: è la prima domanda che il Grande Inquisitore rivolge a Cristo tornato nel mondo, nel finale travolgente dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Si racconta che uno dei cardinali di Curia più esposti nelle ultime onoranze a Francesco fosse solito esclamare, passando con i suoi ospiti sotto un ritratto di Giovanni Paolo II: “Questo sì che era un papa!”. Francesco no, non corrispondeva a quella idea di papa. Perché con lui si è definitivamente compiuta l’autospoliazione del papato iniziata con Giovanni XXIII e quindi proseguita, tra accelerazioni (quella effimera di papa Luciani, per esempio) e arresti (appunto quello del papa polacco): con Francesco sparisce il sovrano pontefice, torna il vescovo di Roma, il pastore. Ciò che Francesco rigetta è il potere. È il ‘peccato’ che il cardinale Grande Inquisitore di Dostoevskij rimprovera a Cristo, non aver voluto il potere temporale che Satana pure gli aveva offerto, nelle tentazioni: “Tu avevi rifiutato con sdegno quell’ultimo dono ch’egli ti offriva, mostrandoti tutti i regni della terra: noi accettammo da lui Roma e la spada di Cesare, e ci proclamammo re della terra, gli unici re”. Ecco, con Francesco si dimostra che quella lunghissima storia può finire, e che non per questo finisce la Chiesa. L’amore travolgente per questo papa, l’amore degli ultimi, dei diversi, dei poveri è quello che fa più paura a coloro che sono legati a una Chiesa la cui sopravvivenza sia fondata sul potere e sul controllo, e non sull’amore e sulla libertà. “Noi daremo agli uomini la tranquilla, umile felicità degli esseri deboli… e a noi si stringeranno, nella paura, come i pulcini alla chioccia”, dice il cardinale inquisitore. Con Francesco, no: “Se una persona è gay, cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicare?”. Lo disse in aereo, ai giornalisti, nel 2013, e alla Curia parve (come infinite altre volte) una voce dal sen fuggita, inopportuna. Invece l’ha poi ripetuto infinite volte, per esempio nella meditazione mattutina del 17 marzo 2014: “Chi sono io per giudicare gli altri? È la domanda da fare a se stessi per dare spazio alla misericordia, l’atteggiamento giusto per costruire la pace tra le persone, le nazioni e dentro di noi”. Il papa parlava la lingua del Vangelo: quella del Cristo, non quella del Grande Inquisitore. Lo faceva parlando della morale privata e di quella pubblica, con i piccoli e con i potenti. La sua politica, la sua unica politica, era il Vangelo. Consapevole di essere un agnello in mezzo ai lupi, Francesco era semplice come le colombe, ma anche prudente come i serpenti (cfr. Matteo 10, 16): sapeva che esisteva la Segreteria di Stato, e usava ogni canale possibile per influenzare il potere. Ma era nel mondo senza essere ‘del’ mondo, ed è qui la sua profonda diversità dalla Curia, che da secoli del mondo è un centro, e un centro di potere. Jorge Mario Bergoglio non era un ingenuo: da gesuita, e da arcivescovo di Buenos Aires, sapeva perfettamente cosa è il potere, e come averci a che fare. Ma Francesco è stato diverso da Jorge: il cambio di nome (e che nome: quello del santo più remoto da ogni idea di potere, quello che più di ogni altro si è umiliato come Cristo) e l’assunzione al ministero petrino hanno cambiato profondamente chi lo ha assunto: Francesco è stato davvero un “dolce Cristo in terra” (così Caterina da Siena chiamava il pontefice).
Francesco non ha rotto solo con la tradizione millenaria del sovrano pontefice, ma ha anche infranto un altro dogma non scritto: è stato il primo papa non occidentale, non europeo, non interno ai confini dell’impero, non impregnato di pensiero coloniale. Un papa venuto “dalla fine del mondo”, come disse affacciandosi dalla Loggia delle benedizioni, e che sarebbe voluto andare dove il mondo finisce: a Gaza. Il papa che, negli ultimi istanti di vita, ha ricordato all’Europa, e a tutti gli ipocriti capi di Stato e di governo che pochi giorni dopo sarebbero accorsi al suo funerale, che “non c’è nessuna vera pace senza disarmo”. Il papa che ha rimandato a casa il vicepresidente Vance (incarnazione del modo di essere cattolici senza essere cristiani) con tre ovetti Kinder. Con tutti i suoi limiti, e le sue umane contraddizioni, Francesco – l’autore di manifesti profetici come la Laudato si’ e la Fratelli tutti, il papa che diceva ai ragazzi di “fare chiasso” per salvare il pianeta – ci manca da morire. Lo Spirito soffia dove vuole: preghiamo perché anche il prossimo papa sia inviso ai grandi inquisitori.

Da tifoso a...

 



Bellezze pallonare

 

La meraviglia vale più del risultato
di MAURIZIO CROSETTI
La grande bellezza è qualcosa di puro, è un paradosso che toglie il respiro. Se la partita fosse finita 0-0 sempre qui saremmo, a dire che tutto rimane aperto: ma di aperto, adesso, abbiamo più che altro gli occhi, pieni di meraviglia. Un gol di tacco e un altro in rovesciata per l’Interdopo un paio di sospiri appena, tre numeri fantascientifici di Yamal, che valgono un gol e due traverse. E niente e nessuno che s’imponga veramente, se non la magnificenza del gioco. Puro piacere estetico ma mai astratto, quasi scollegato da chi lo produce. Come guardare Caravaggio, come ascoltare Mozart, come leggere Cent’anni di solitudine: il calcio come arte che appartiene a chiunque, dono gratuito e prodigioso. L’Inter l’ha buttata via? Il Barcellona non ha saputo gestirla? E chi se ne importa. Tra cinque giorni, l’aritmetica ricomincerà da capo, ma ognuno di noi ha qualcosa in più dentro. Quando il calcio è così, viene da pensare che l’abbia inventato Dio.

Primo Maggio

 



Natangelo

 



Pane posato

 

Liberali coi baffetti
DI MARCO TRAVAGLIO
Angelo Panebianco, che è un po’ l’angolo del buonumore del Corriere quando Galli della Loggia e Polito el Drito riposano, è affranto: la “classe politica” non riesce a “convincere una opinione pubblica che oggi, a maggioranza, la pensa all’opposto” a sposare i “principi liberali”. Quali? “Sostenere la resistenza ucraina per difendere la libertà di tutti” e “dare all’Italia e all’Europa i mezzi per difendersi dalle minacce altrui”. La maggioranza degli italiani, “distratta e inconsapevole”, non se li beve. Forse perché sono minchiate sesquipedali, smentite dai dati e dai fatti (gli ucraini fuggono dalla guerra, soprattutto da quando il loro presidente ammise che non avrebbero recuperato i territori occupati dai russi, e l’Europa già spende in armi il 38% più della Russia)? No, è colpa delle “divisioni entro le coalizioni di governo e di opposizione” e delle “classi politiche che non hanno più il pieno controllo sulla comunicazione politica”. Purtroppo non c’è più il fascismo, con il partito unico, il Minculpop che detta il pensiero unico e l’Ovra che arresta chi pensa con la propria testa. Ai bei tempi “la comunicazione politica era monopolizzata dai partiti”, ma ora purtroppo c’è il pluralismo, anzi “un guazzabuglio di opinioni contrastanti”, per colpa di “una folla di influencer” (giornalisti e analisti) che sventuratamente non sono Panebianco, “i cui messaggi sono in concorrenza con quelli dei politici” e “disorientano l’opinione pubblica”. Cioè la informano e la difendono dalle menzogne del partito unico bellicista e nessuno li arresta. Poi non stupiamoci dei sondaggi contro il riarmo: “Rispecchiano il disorientamento”.
Ma non solo: “Per misurare la distanza di tanti italiani dai principi liberali (cioè dalla fregola di comprare armi, ndr) è sufficiente constatare quanti di loro simpatizzino per Putin”. Non c’è piazza d’Italia che non inneggi all’autocrate russo. E – udite udite – “sono spesso gli stessi che sollevano strumentalmente l’argomento secondo cui separare le carriere dei magistrati sarebbe un attacco alla divisione dei poteri”. Infatti in tutte le piazze la gente sventola con la mano sinistra la bandiera della Russia e con la destra quella dell’Anm. Che fare? Impossibile arrestarli tutti: sono troppi. E “l’unanimità è impossibile”, mannaggia. Però “serve che tanti capiscano di dovere remare insieme e nella stessa direzione”. Come quando c’era Lui, nell’età dell’oro dei “principi liberali”: allora era il Duce ad aver sempre ragione, ora è la Von der Leyen. Che è sulla buona strada: per imporre il riarmo ha aggirato il Parlamento, poi ha ignorato la Commissione giuridica che condanna come illegittima la mossa antidemocratica. Le mancano solo un paio di baffetti, poi Panebianco la iscrive al Club dei Liberali. Ad honorem.

L'Amaca

 

Niente sesso siamo italiani
di MICHELE SERRA
Educazione sessuale nelle scuole, anche al liceo, solo con il consenso dei genitori. Così secondo il ministro Valditara e secondo il governo Meloni. Ne deriva l’impressione che la scuola pubblica, a partire dal suo ministro, non si sente in grado di gestire in modo autonomo e autorevole le informazioni scientifiche (biologiche e psicologiche) e gli orientamenti etici in materia. Più volgarmente, diciamo che la destra teme che il dogma, squisitamente ideologico, della “famiglia tradizionale”, possa reggere a fatica il confronto con una trattazione non dogmatica, e più empirica, dell’argomento. E dunque preferisce appellarsi “ai papà e alle mamme”, come direbbe il Salvini, per arginare la presunta deriva morale in atto.
Si capisce che la riproduzione della specie, l’eros, i rapporti affettivi tra le persone, sono una materia molto complicata. Ma è mai possibile che non esista una maniera “pubblica”, condivisa, delicata, rispettosa di tutti, per raccontare ai bambini e ai ragazzi che cosa accade in amore, e che cosa non è lecito che accada?
E quali sono i limiti invalicabili di ciascuno di noi nel rapporto con le altre persone fisiche, con il loro corpo e la loro dignità?
A questa stregua, perché non sottoporre “ai papà e alle mamme” l’intero programma scolastico? Forse che la storia non è soggetta a interpretazioni le più difformi?
Le scienze, non sono forse materia di incessante discussione, e continua evoluzione? E la letteratura e l’arte, dal momento che non c’è corrente critica combaciante con le altre, non sarà meglio anche quelle affidarle al controllo sapiente dei genitori, che magari considerano l’astrattismo arte degenerata e non vogliono esporre la figlioletta, il pargoletto, a certe oscenità?
E infine, che ce ne facciamo di una scuola pubblica che non se la sente di contrariare il genitore bigotto, la famiglia intollerante, e anzi quasi li asseconda?