domenica 13 aprile 2025

Adorando



Di sicuro da queste ultime vicende daziane emerge un fattore a dir poco scabroso: il dogma del lucro. Le trasbordanti multinazionali giammai han messo sul piatto la riduzione dei loro fantasmagorici guadagni; Apple per prima era già pronta ad alzare i prezzi, le altre a ruota. Il rischio d’impresa relegato nel cesso. Nove iPhone su 10 sono fabbricati in Cina, per aumentare gli già spudorati guadagni. L’attuale deviato sistema infatti non concepisce bilanci in discesa, tutto deve necessariamente tendere all’infinito. Il riccastro col ciuffo ha recepito l’input, salvaguardando le laute prebende dell’high tech. Le altre multinazionali in differenti aree stanno digrignando i denti col “perché a noi no?” 
Perché daziare le scarpe con la virgolona confezionate da piccole mani del sud est asiatico a pochi dollari al giorno? E le borse meravigliose per Miuccia che tanti acquistano al prezzo di un’auto? Dai Psicopatico col ciuffo! Abbi pietà anche di loro! Non verranno mai a lavorare dove le tasse son più alte, dove l’operaio riceve il giusto per il suo lavoro! La divinità lucrosa di cui anche tu sei fervido discepolo è intransigente: spese tendenti allo zero guadagni verso l’infinito! Buona fine a tutti!

Ucci Ucci!

 



Osanna!

 



Boooom!

 


Clinica 8 e 1/2, diagnosi inappellabile: “Un pazzo, megalomane e disturbato”
DI SELVAGGIA LUCARELLI
Il talk La7 trova la risposta al successo del Tycoon: “Ha una collezione di disturbi mentali”
Venerdì sera è andata in onda una puntata di Otto e mezzo dal titolo neutro Donald Trump, il narcisista patologico. Per ribadire la neutralità editoriale della puntata, Lilli Gruber ha esordito con un quesito aperto, per nulla orientante: “Trump è un cavallo pazzo e un cavallo sbagliato su cui puntare?”. Mancavano solo i pouf in pelle umana per gli ospiti.
E per pelle umana intendo ovviamente gli scarti di pelle dall’ultimo lifting di Trump.
La puntata aveva come scopo principale quella di formulare una diagnosi clinica del presidente americano. Per questo era stata invitata la psicoanalista Claudia Spadazzi, la quale ha premesso subito che era eticamente e scientificamente inappropriato fare diagnosi se non si è mai vista la persona. A questo punto non si è capito cosa ci sia andata a fare, ma Lilli aggira il problema e inserisce già la risposta nella domanda: “Molti specialisti ritengono che Trump abbia tratti di narcisismo e megalomania, cosa ne pensa?”. La psicanalista sta chiaramente riflettendo sui tratti narcisistici e manipolatori della conduttrice che l’ha invitata solo per convalidare le sue tesi, ma risponde diplomaticamente: “Ha una personalità narcisistica, ma ha anche una parte funzionante che gli consente di raggiungere degli obiettivi”. Gruber è contrariata, questa psicoanalista d’accatto non ha neppure richiesto per Trump un Tso, un ciclo di elettroshock, un salasso, una ventosa scarnificante alla nuca, niente. E quindi passa la palla a Gianrico Carofiglio, il quale tra parentesi di narcisismo se ne intende. Provate a dargli una sala con 100 posti in meno di De Giovanni per presentare il suo libro e rade al suolo la Russia. “Andrebbe fatto il profilo psicopatologico con verifica delle tendenze antisociali dell’uomo”, sostiene umilmente lo scrittore sottolineando che non vuole sostituirsi all’esperta lì presente. Per poi aggiungere: “Trump ha una predisposizione patologica alla menzogna, tutte le caratteristiche dei narcisisti manipolatori, l’inclinazione a usare le persone come oggetto violando la regola etica kantiana, un narcisismo di quinto livello con regole di comportamento interno che non sono quelle degli umani normali”. In pratica Carofiglio non si è sostituito alla psicoanalista in studio, si è sostituito direttamente al Cristo Giudice. Gruber guarda Carofiglio con l’occhio appagato, quasi concupiscente e passa la parola alla giornalista di Libero Annalisa Terranova. Per lei definire Trump “un pazzo pericoloso” è una scorciatoia analitica. Apriti cielo. Gruber – che da inizio puntata ha descritto Trump come l’erede naturale di Ted Bundy – risponde piccata “nessuno l’ha detto!”, per poi sbroccare definitivamente e chiedere alla giornalista: “Ma a te ti sembra normale come si rapporta Trump?”. La psicanalista ha sempre più l’aria imbarazzata di chi vorrebbe psicanalizzare la conduttrice e spiegarle che sta trattando Terranova come Trump ha trattato Zelensky nella Sala Ovale: linguaggio rozzo e informale, accerchiamento 4 contro una, squilibrio di potere, sei d’accordo con noi o te ne vai. Probabilmente sta pure intimamente rivalutando la modestia di Trump. Carofiglio, piccato pure lui, dice che non ha dato a Trump del “pazzo pericoloso” ma solo del “pericoloso gravemente disturbato”.
Poi tocca a Severgnini il quale è in collegamento e viene chiamato a giudicare il narcisismo di Trump in quanto anche lui esperto: parla con alle spalle una foto di se stesso in Vespa. Come Carofiglio il giornalista premette che non intende sostituirsi alla specialista in studio, ma “se fossi un parente di un anziano così problematico lo farei vedere da uno bravo, in America esiste il Dsm, la bibbia dei disturbi mentali, lui ne ha una collezione”. La povera psicanalista pensa a cosa fare della sua laurea una volta uscita di lì, se farla masticare al suo Labrador o venderla alla ministra Calderone ma, stoica, resiste. Carofiglio, terminata la valutazione diagnostica di Trump, passa a quella stilistica: “Non invidio Meloni che deve avere a che fare con uno la cui cifra è ‘Mi baciano il culo’”. In effetti Giorgia Meloni è nota per l’illustre, aulico lirismo del suo linguaggio. Chissà quanta fatica farà ad adattarsi al registro di Trump quella che parlando di Macron disse “Ci deve di’ lui il diametro delle zucchine di mare!”. Infine, sempre Carofiglio: “A Trump mancano i recettori della vergogna”, che non si sa cosa siano, ma suona bene. Insomma, non ci resta che rimpiangere Biden, i suoi sguardi nel vuoto, i suoi peti, le sue gaffe, le sue guerre, la sua grazia al figlio pluricondannato. Lui sì che era lucido e rassicurante. Tant’è che come ha detto Severgnini sul finale: “Trump propone soluzioni semplici per problemi complicati. Lui a Gaza ci vuole fare un resort”. In effetti per Gaza Biden aveva una soluzione più articolata: lasciare che Israele la radesse al suolo.
Spero che Lilli Gruber abbia modo di rivedere questa puntata. Se non prova neppure un po’ di imbarazzo c’è un motivo semplice: mancano i recettori della vergogna anche a lei.

A Mario

 

Salvate il soldato Mario
DI MARCO TRAVAGLIO
Qualcuno dovrebbe difendere Mario Draghi dallo stalking di Renzi, che da cinque anni gli fa da piazzista non richiesto stampandogli sulle gote un bacio della morte dopo l’altro. Non bastando i danni che gli ha fatto mandandolo al governo nel 2021 (flop totale), poi appoggiando la sua autocandidatura al Quirinale (altro fiasco epocale), infine usando come testimonial lui e la sua misteriosa Agenda alle elezioni del 2022 per il famoso Terzo Polo (sesto su sei), ora vuole spedirlo a Washington a trattare con Trump per l’intera Ue: “Sono tempi difficili. Serve un inviato speciale per la trattativa con Trump. Un leader autorevole, credibile, forte. Bruxelles deve chiedere a Draghi di trattare con Trump a nome di tutta Europa”. Ora, visto come Trump tratta chiunque abbia avuto a che fare con Biden, dei cui ordini Draghi fu un fedele esecutore senza neppure accorgersi che era completamente rincoglionito, la missione alla Casa Bianca parte sotto i migliori auspici. Se Trump con Zelensky si era limitato ad alzare la voce, con Draghi potrebbe passare alle vie di fatto, magari aiutato da uno dei simpatici wrestler grandi come armadi a tripla anta che si porta appresso. Ma c’è anche un altro piccolo problema: l’Ue che dovrebbe compattarsi per la prima volta nella sua esistenza per scegliere Draghi come suo inviato è la stessa che ha prontamente archiviato nel cestino il famoso “Rapporto Draghi” sulla competitività (accolto trionfalmente solo sui media italiani, che si bevono tutto). La stessa che, quando SuperMario era premier, gli bocciò un’ottantina di volte l’inutile “price cap” sul gas, per poi approvarne una versione ancor più ridicola appena arrivò la Meloni.
Del resto chi non ricorda le sue dotte analisi sul Green Pass come “garanzia ai cittadini di ritrovarsi tra persone non contagiose” (poi si beccò il Covid e tutti pensarono che fosse un pericoloso No Vax e No Green Pass)? E i suoi autorevoli oracoli su “vittoria dell’Ucraina e sconfitta della Russia”? E le sue informatissime centurie sull’“effetto dirompente delle sanzioni alla Russia, che avranno il massimo impatto in estate” (correva l’anno 2022)? E la sua recente ideona di combattere i dazi smettendola di puntare tutto sulle esportazioni e potenziando la domanda interna, lievemente stridente con le politiche recessive (anche sue) che fanno dell’Italia il Paese Ue con gli stipendi più bassi senza neppure un salario minimo (che Conte aveva inserito nel Pnrr e lui aveva tolto)? Però, ove mai si ritrovasse nello Studio Ovale, Draghi potrebbe bissare la gag più irresistibile del suo repertorio: “Preferisce la pace o il condizionatore acceso?”. Al che Trump potrebbe sembrare persino lucido e rispondergli: “Tutt’e due”.

L'Amaca

 

Il re Carlo e il contadino
di MICHELE SERRA
Hanno circolato molto poco, anzi troppo poco, le immagini di Carlo d’Inghilterra che butta le braccia al collo di Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food. Abbraccio per niente protocollare tra due vecchi amici e (detto di un re fa sorridere) compagni di lotta. Pionieri dell’ambientalismo, dell’agricoltura sostenibile, del cibo sano e a giusto prezzo, il loro abbraccio è quello di due attivisti che hanno condiviso molte battaglie, con un fitto scambio di pensieri, scritti, idee, proposte politiche. Da Terra Madre alle migliaia di orti in Africa. E il fatto che di queste e altre cose si sia parlato, almeno in Italia, infinitamente meno che delle più trascurabili beghe di partito e di corrente, contribuisce a spiegare perché, della politica, si abbia una così scadente opinione.
Per entrambi i Carli si spera non sia spendibile l’epiteto cretino diradical chic,come si usa fare quando non si sa cosa pensare e cosa dire delle persone che spendono se stesse, senza tornaconto, in battaglie culturali e civili così rilevanti. Uno dei due di cognome fa Windsor e per mestiere fa il re della Gran Bretagna, l’altro è figlio di una ortolana e un ferroviere, ha fondato un movimento mondiale e una università.
Non so dire nel Paese di Carlo Windsor, ma in quello di Carlo Petrini, per decenni, l’attenzione al cibo è stata considerata un lusso da buongustai, una branca del superfluo, quando è una questione primaria.
Che viene prima di ogni altra cosa. La filiera del cibo riguarda l’uso dei suoli, lo sfruttamento della manodopera, il peso della grande distribuzione, la salute pubblica, l’educazione di massa e cento altre questioni. Occuparsene vuol dire fare politica a tutto campo. Petrini è un leader politico mondiale, e il fatto che nella politica italiana lo sappiano in due o tre non è una buona notizia.