giovedì 10 aprile 2025

L'Amaca

 

Nessuno che esca dalla fila?
di MICHELE SERRA
Va bene che la politica è sangue e merda, ma tracce di dignità, in quell’intruglio, possono sempre sopravvivere, come la pagliuzza d’oro nel fango. E a un presidente americano che dice che gli altri capi di governo sono tutti «in fila per baciargli il culo», sarebbe consolante che almeno uno, uscendo da quella fila, rispondesse: se lo baci da solo, signor presidente, o se lo faccia baciare dai suoi amici miliardari. Non conti su di me.
Non sono mai stato molto patriottico, ma l’idea che la presidente del Consiglio del mio Paese vada a rapporto da quel cafonaccio mi sembra, in questo quadro, umiliante. Destra e sinistra non c’entrano, c’entra (c’entrerebbe) la dignità. E se nessuno reagisce, la dignità diventa l’ultimo dei valori, qualcosa che, nel computo generale, conta molto meno del dazio sulle banane o sul burro di arachidi.
Quanto tempo deve passare perché qualche governo europeo convochi l’ambasciatore americano e gli domandi, in forma protocollare, ragione degli insulti e delle aggressioni verbali che Trump rivolge ai cosiddetti alleati? «Mi scusi ambasciatore, potrebbe chiedere al suo presidente se “ladri”, “parassiti” e “baciatori di culo” è solo una forma retorica partorita dopo un doppio bourbon, oppure è un giudizio politico?».
Perché se nessuno reagisce, almeno nelle forme e nei modi contemplati da diplomazia e rapporti internazionali, beh siamo autorizzati davvero a pensare che chi ci rappresenta non abbia a cuore la dignità del suo Paese. Abbiamo bisogno di governanti, non di baciatori di culo.

mercoledì 9 aprile 2025

Anonima scalante




Chi sarà mai questa signora? Anonima, silente, mimetizzata tra gli aurei scranni, la leghista Maria Cristina Cantù deve aver pensato - paradosso questo - a qualcosa che la facesse emergere tra i soloni leghisti - altro paradosso - escogitando un emendamento che la portasse sul proscenio del coacervo dei rapto arraffanti 49 milioni. E cosa ha cogitato? Di far ricadere i costi socio-assistenziali delle Rsa sulle famiglie e sugli enti locali, alleviando lo stato dalla cura dei fragilissimi per dedicarsi corpo e anima a prepararsi all’imminente guerra dilapidando una cinquantina di miliardi all’anno - ce lo chiede l’europadistokazzo!- 
Per fortuna, o per vergogna, l’emendamento è caduto in Commissione Bilancio. Resta la Cantù e l’enigma di ciò che rotea in solitudine dentro alla sua cervice depauperata da ragione, dignità e umanità. A lei umilmente invio il mio più sentito, ragionato vaffanculo mattutino.

E noi gonzi…




Meditando

 



Robecchi

 

Attenti ai guru. Un annoso problema del popolo: merita delle élite migliori
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Porca miseria, non avevamo fatto in tempo ad abituarci all’idea del nostro kit di resilienza con le carte da gioco per combattere la noia del fallout atomico, al problema di versare la caparra per il bunker, al rotolo di contanti in tasca perché nelle prime settantadue ore di emergenza le carte di credito non le prende nessuno, che dobbiamo resettare tutto. Ora dobbiamo abituarci ad altre idee: che avremo aziende in crisi per colpa dei dazi di Trump, che dovremo difendere i nostri risparmi dal tracollo dei mercati, che dovremo berci tutto il prosecco che gli americani non compreranno più e metterci in testa che il nostro tenore di vita si abbasserà un pochino. Che novità, eh! Fino alla settimana scorsa si discuteva animatamente se destinare qualche miliardo di fondi Pnrr alle armi per difenderci da Putin, oggi si discute animatamente se destinare qualche miliardo di fondi Pnrr per aiutare le aziende colpite dalla politica commerciale americana. Una cosa è certa: quando si sente risuonare l’accorato appello “Niente panico” è esattamente il momento di spaventarsi.
Vecchie e barbogie teorie economiche direbbero che quando è in crisi l’esportazione ci si rivolge al mercato interno, ma qui abbiamo il problemino che il mercato interno non ha una lira, dato che i salari sono fermi da decenni e non è che ora ci metteremo a comprare più lavatrici e a cambiar la macchina per aiutare il sistema industriale. Quanto alla famosa Europa, sembra un pugile costantemente suonato: dei dazi americani si parla da mesi, si scrivono analisi, si fanno simulazioni, si elaborano teorie, e poi quando i dazi arrivano non si sa cosa fare. Trattare? Resistere? Volare a Washington con il cappello in mano?
Mentre c’è tutta questa confusione sotto il sole, rischia di passare in secondo piano il vero scontro in atto da qualche tempo, che sarebbe quello tra le élite e il popolo. Traduco: il popolo è brutto, sporco, cattivo, sbaglia i congiuntivi e non vuole spendere centinaia di miliardi a debito per armarsi fino ai denti; mentre le élite, o sedicenti tali, ci fanno il pippone simil-colto che è meglio essere armati per avere la pace, che difenderemo il welfare togliendo i soldi al welfare per spenderli in cannoni. Il tutto tra citazioni latine e suprematismo europeo detentore della cultura, perché è noto che né i Sioux né gli aborigeni australiani hanno avuto Shakespeare. Siamo abituati a parlar male dei politici, e va bene, non ci fidiamo nemmeno dei grandi capitalisti, ovvio, ma forse è il momento di chiedersi cosa abbiano prodotto, negli ultimi decenni, le famose élite culturali, gli ascoltati guru del contemporaneo, le alte personalità del commento pensoso, i professionisti della lezioncina col ditino alzato.
Quel che si vede è un sostegno fermo e incondizionato allo stato delle cose, che sì, forse, per carità, si potranno migliorare un pochino, smussare qui e là, abbellire di parole retoriche, ma tutto sommato va bene così, e la prova provata è che rimbomba il richiamo all’orgoglio, piuttosto generico, e ai valori, generici pure loro.
Il “popolo”, naturalmente, non capisce, ma comincia a pensare che tutto quel concentrato di scienza che gli viene ammannito ogni giorno somiglia tanto al pigolare di una vecchia nobiltà con la parrucca incipriata, al minuetto dei sottili distinguo e a una strenua difesa delle posizioni acquisite. Idee nuove, zero. Visioni strategiche, zero. Però molta ironia sul “popolo” fesso e incolto che si ostina a non ascoltare. Che scandalo, contessa!

Daziosamente

 

Horror Dazi Show
DI MARCO TRAVAGLIO
Non essendo economisti, possiamo permetterci il lusso di non avere certezze e non fare previsioni sugli effetti a medio e lungo termine dei folli dazi di Trump che sconquassano le borse, i mercati, i governi e persino i pinguini. Quindi assistiamo da spettatori curiosi all’ennesimo derby fra due curve ultrà: gli apocalittici dell’imminente fine del mondo e i minimizzatori secondo cui, alla fine della fiera, cambierà poco o niente; chi intima all’Ue di rispondere pan per focaccia per fargliela vedere al bullo platinato e chi consiglia di trattare. Meglio tirare le somme quando il polverone si sarà depositato. Anche perché gli “esperti” sono gli stessi che tre anni fa davano la Russia in default per le formidabili sanzioni che hanno mandato in bancarotta i sanzionatori mentre il sanzionato cresce 8-10 volte più di loro. Da profani, ci affascina leggere che i dazi hanno “bruciato” in tre giorni tot migliaia di miliardi, figurandoci le dimensioni del falò di banconote; e poi scoprire al quarto giorno che le Borse risalgono, immaginando il mago della zecca (o la banda degli onesti di Totò e Peppino) che ne ristampa una montagna equivalente.
Lo spettacolo migliora vieppiù quando leggiamo che Musk, dipinto finora come il vero presidente Usa, il burattinaio di quella marionetta di Trump, auspica “zero dazi” e chiama “imbecille” l’ideologo trumpiano del protezionismo. E che Mr. Tesla-Starlink-X&C., ma anche Bezos, Zuckerberg e gli altri Big Tech, descritti fino a ieri come i veri registi della Casa Bianca in conflitto d’interessi per guadagnare tanti dobloni, grazie alla Casa Bianca hanno perso il Pil di una decina di stati africani: primo caso di conflitto d’interessi all’incontrario, che rovina i titolari anziché arricchirli. Ci eravamo appena abituati all’idea che, siccome Trump aveva osato vincere le elezioni, la famosa democrazia Usa fosse stata abolita e sostituita da una “tecno-dittatura” col terzo, quarto, quinto, sesto mandato di Donald (fino a 120 anni), seguito dalla tirannide di Vance o di Musk e poi di Barbablù. E ora leggiamo che Trump potrebbe cadere domattina per via dei dazi che invocava dal 1987 (quando c’era Reagan) ed erano in cima al suo programma elettorale. L’ipotesi che la maggioranza degli americani, immiserita e terrorizzata dalla globalizzazione e dalle delocalizzazioni industriali, lo abbia votato proprio per questo è esclusa a priori. Soprattutto nell’Ue, giustamente sorpresa da un presidente che fa ciò che ha promesso agli elettori. Infatti, mentre la Cina i dazi se li aspettava e aveva pronte le contromosse, gli euro-geni non li avevano previsti e non sanno che pesci pigliare. A parte, si capisce, l’ideona di farla pagare agli Usa comprando più armi e più gas dagli Usa.

L'Amaca

 

Il sogno della giustizia
di MICHELE SERRA
Ognuno di noi ha un lato oscuro, in ciascuno di noi alberga un ultrà, un rissante, un facinoroso. La civilizzazione serve a tenerlo a bada, ma ci sono momenti nei quali l’ultrà che è in noi sente di potere ululare liberamente. Quel momento, per me, verrà se per davvero l’Unione Europea deciderà di far pagare le tasse a Big Tech, i colossi americani della comunicazione e dei servizi. I giornali la chiamano “rappresaglia” contro i dazi di Trump, ma no, non sarebbe rappresaglia, sarebbe giustizia. Molto tardiva: ma giustizia. Come scrivo da una vita, in proporzione uno come me (appartengo al famoso popolo delle partite Iva) o un lavoratore dipendente, paga due, tre, dieci volte più tasse di Bezos, Musk, Zuckerberg. Incredibile ma vero. La distruzione del ceto medio — che coincide, in parte rilevante, con la distruzione della democrazia — discende anche da questa mostruosa eccezione al principio dell’equità fiscale. E le folli, grottesche ricchezze da Ancien Régime accumulate da pochissimi ai danni di moltissimi sono un capo d’accusa tremendo, implacabile, nei confronti del neocapitalismo.
Capita, quasi occasionalmente, che l’avvento di Trump abbia reso urgente occuparsi di cose delle quali nessuno ha inteso occuparsi, sebbene fossero urgenti ben prima di Trump. Tassare Big Tech — tassarla almeno quanto un operaio, una gelateria, un’impiegata — è una di queste cose. Poi ci sarebbe, volendo, la riscoperta del concetto di antitrust, che fu uno degli archetipi della democrazia americana.
Ricordarsene almeno in Europa non sarebbe male.