martedì 31 dicembre 2024

Comunque auguri…




Metodo africano



Bagni pubblici in Tanzania: come risolvere il problema delle minzioni frequenti da prostata ingrossata…

Oltre l’impensabile!



E con questo è tutto, a voi studio e buon anno!

Bang Bang!

 



Massimamente

 

Come dice il Papa, i ladri di regime se la scampano
DI MASSIMO FINI
Papa Francesco, che non per nulla si è dato il nome del Santo protettore dei poveri dei miserabili, degli “umiliati e offesi”, parlando dalle carceri di Rebibbia nell’ambito delle cerimonie per l’apertura del Giubileo, riferendosi ai detenuti ha detto: “È molto importante essere qui. Perché dobbiamo pensare che tanti di questi non sono pesci grossi, i pesci grossi hanno l’astuzia di rimanere fuori”. Questa affermazione Bergoglio non l’ha fatta nelle dichiarazioni ufficiali ma parlando, come spesso gli succede, in modo libero (“C’è già troppa frociaggine”) ai presenti, soprattutto giornalisti. Che cosa intendeva dire, di fatto, Bergoglio? Che i ladri di regime quasi sempre, in un modo o nell’altro, se la scampano, i poveracci no. Quasi tutti i media italiani non hanno ripreso questa “voce del sen fuggita” (Orazio e Metastasio). Mentre nei bar non si parlava d’altro, questa possente affermazione è stata ignorata o trattata in modo del tutto superficiale, credo non a caso, dai media, con la lodevole eccezione del Corriere della Sera, una volta tanto benemerito.
Ma vediamo di chiarirci le idee con alcuni dati relativi all’Italia, anche se il discorso del Papa è valido, se così possiamo esprimerci, urbi et orbi. Ma in Italia siamo e in Italia, “purtroppo o per fortuna”, viviamo. In Italia i carcerati per reati finanziari ed economici, cioè i reati tipici di ‘lorsignori’, sono solo lo 0,9% dei carcerati totali, mentre in Germania è il 10%. Il rapporto è quindi di uno a dieci. Si sostiene che i cosiddetti “reati da strada” provocano un maggior allarme sociale. E certamente se un manigoldo deruba una vecchietta che è appena andata a ritirare la pensione, e la mette così sul lastrico, il fatto è grave e va punito. Ma, come ha ricordato Piercamillo Davigo, una bancarotta fraudolenta mette sul lastrico, d’un sol colpo, non una vecchietta ma cento.
La scarsa presenza di “colletti bianchi” in carcere si spiega anche col fatto che a costoro la galera, in attesa di un giudizio definitivo che vista la lentezza della giustizia italiana probabilmente non arriverà mai, ghigliottinata dalla prescrizione, viene risparmiata in favore degli “arresti domiciliari”. Si ritiene infatti che ai delinquenti di diritto comune, che fanno anda e rianda dalle prigioni, il carcere non sia particolarmente pesante, ci sono abituati, mentre per chi fin lì ha vissuto nel lusso e nell’agio la punizione sarebbe troppo severa. È uno dei tanti esempi di quel ‘razzismo sociale’ così diffuso nel nostro Paese. Vai in carcere stronzo che forse imparerai qualcosa perché il carcere è anche teso alla rieducazione del condannato e quei pochi lorsignori che l’hanno sperimentato, penso, tanto per fare un esempio, a Sergio Cusani, noto brasseur socialista negli anni del Craxi imperante, condannato a quattro anni di galera, scontati per intero, che ne è uscito migliore e dedito al volontariato. Daniela Santanchè, ministro del Turismo, finanziario, sotto processo per bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato è ancora al suo posto. Naturalmente per la Santanchè, come per tutti, vale il principio della presunzione di innocenza fino a condanna definitiva, ma è la stessa Santanchè che ha affermato per i reati da strada: “in galera subito e buttare via le chiavi”, cioè senza nemmeno un processo. Può anche accadere che un grande imprenditore o un importante uomo politico finisca per essere condannato, ma sconta la pena ai servizi sociali. È il caso di Silvio Berlusconi (ci spiace citarlo ancora una volta, ora che è morto, ma è il principale responsabile di quelle leggi ad personam e ad personas che praticamente hanno messo al sicuro, in questi anni, i colletti bianchi) condannato a quattro anni per una colossale evasione, di cui grazie a un indulto finì per scontarne uno solo andando a raccontare, una volta alla settimana, le sue barzellette alla Fondazione Sacra Famiglia, ricovero di anziani, i veri condannati. Nella vicina Francia Nicolas Sarkòzy, ex Presidente, condannato a tre anni per corruzione e traffico di influenze, ne deve scontare almeno uno con il braccialetto elettronico, cosa particolarmente umiliante. Sembra di capire che in Francia le regole valgono per tutti, senza distinzione di censo.
Detto quanto ho detto, e non rinnegando nulla, io penso però si debba avere per tutti, anche per gli avanzi di galera, misericordia, quella che i latini chiamano pietas, perché in loro e in tutti la condanna c’è già: la condanna di vivere in questo Universo inesplicabile.
“Se t’inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano
Se tu penserai e giudicherai da buon borghese
Li condannerai a cinquemila anni più le spese
Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
Se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo”
(“La città vecchia”, De André)

Riepilogo di San Silvestro

 

Henry e Jimmy chi?
di Marco Travaglio
Nel giro di poco più di un anno gli Usa hanno perso i loro centenari più illustri: Henry Kissinger e Jimmy Carter. L’ex segretario di Stato di Nixon e Ford e l’ex presidente, entrambi Nobel per la Pace, erano agli antipodi: un figlio di puttana di grande successo e un sant’uomo di grande insuccesso. Ma su un punto si trovavano d’accordo (come ogni politico e diplomatico normodotato dell’epoca): si parla con tutti, amici e nemici, e si negozia col nemico perché nessuno può sceglierselo. Ieri, come a Kissinger “uomo del dialogo con la Cina”, i giornali pullulavano di elogi a Carter “presidente della pace”: quella di Camp David che nel 1978 chiuse la guerra dei 30 anni fra Israele ed Egitto con le firme di Begin e Sadat. Questo nelle pagine pari. Poi, in quelle dispari, le solite minchiate sulle guerre attuali: sconfiggere Russia e Cina, mai parlare con Putin, non si tratta col nemico, il negoziato sarebbe una resa, serve la “pace giusta” (quella imposta da chi perde la guerra a chi la vince). Fa eccezione Israele, che può invadere e sterminare chi gli pare.
Intanto si tratta con Hamas ed Hezbollah, con l’Iran e il Qatar che li finanziano, coi talebani, con l’Isis e al Qaeda in Siria e, per ridurre la dipendenza da gas e petrolio russi, si pagano profumatamente regimi uguali o peggiori di Mosca: Egitto, Algeria, Angola, Arabia, Azerbaigian, Congo, Emirati, Turchia. Ma con la Russia non si può. A costo di condannare a morte l’economia europea, buttiamo i soldi rimasti in armi inventando imminenti invasioni russe senza senso né movente, regaliamo a Putin mezza Africa, facciamo campagna elettorale gratis a tutti i partiti fascisti e antieuropei e, quando vincono, diciamo che non vale perché “ha stato Putin” o “ha stato Tik Tok”. Dopo aver seguito Rimbambiden fino all’ospizio senza obiettare un monosillabo con un filoamericanismo alla Nando Mericoni, ora che Trump vuol chiudere la guerra persa e normalizzare i rapporti con Mosca per sganciarla da Pechino, l’Ue si scopre antiamericana e muore dalla voglia di finanziare in esclusiva il conflitto infinito. E gl’intellettuali, anziché smascherare le imposture di Bomberleyen, Rutte e sgovernanti al seguito, gliele suggeriscono. “Kiev perde perché non la aiutiamo abbastanza” (che saranno mai 300 miliardi di dollari in tre anni): ma la controffensiva del 2023 fallì nel momento di massimo invio di armi e soldi. “La resistenza ucraina vuol continuare a combattere”: ma i sondaggi dicono l’opposto, i reclutandi fuggono o si mutilano e i soldati disertano dal fronte. “Urge rafforzare la leadership di Zelensky”: ma spetta agli ucraini scegliersi il presidente, peraltro scaduto a maggio. Kissinger e Carter, nell’aldilà, non sapranno se ridere o piangere.

L'Amaca

 

John Wayne con le astronavi
DI MICHELE SERRA
Lono contro l’auto elettrica, proto-tecnologici e reazionari come quasi tutti i fascisti; ignora che il presidente della Repubblica non partecipa alle elezioni, e dunque non può perderle come lui gli augura; non sa scrivere correttamente il nome dei quotidiani tedeschi cui fa riferimento), le fesserie di Musk sulla Germania, dicevo, saranno anche fesserie di estrema destra; ma restano prima di tutto fesserie. Cose di poco conto, insulsaggini da tifoso, opinioni non istruite e di zero autorevolezza.
Fanno notizia perché l’autore è l’uomo più ricco del mondo. E certo, che l’uomo più ricco del mondo non sia in grado di pagarsi un’istruzione dignitosa, o perlomeno un correttore di bozze, è cosa che fa riflettere, e non depone a favore della ricchezza. Però le scempiaggini di Musk sulla Germania (domani sulla Francia, sulla Cina, sull’Italia, su tutto ciò che non conosce) rientrano in un filone antico, quello dell’americano che non sa niente del mondo però ha tutte le intenzioni di sottometterlo, molto spesso con esiti disastrosi, perché fare la fatica di conoscere chi vuoi dominare sarebbe parte non piccola del dominio stesso.
Un John Wayne che al posto della Colt ha le astronavi, e soldi quanti ne bastano a corrompere mezza umanità, indubbiamente preoccupa. Ma rimane John Wayne, un uomo semplice, un maschio primordiale, che nella sua versione proba è in grado di sgominare i cattivi, ma nella sua versione narcisa, e forse paranoica, può fare cose allucinanti.
Elon Musk non lo sa, ma è un test per l’umanità: possono i soldi e la tecnologia vincere a mani basse senza nemmeno mezzo grammo di cultura, e zero umanesimo? L’intelligenza è una serie di numeri o un sistema più sofisticato?