martedì 24 dicembre 2024

Intanto…


Nella Notte Santa

A Gaza niente doni, se i bimbi potessero scrivere a Babbo Natale chiederebbero solo di poter morire

di Rita Baroud

DEIR AL BALAH – Più di 444 Giorni di Vita Sospesa a Gaza. Qui, il tempo ha smesso di scorrere. Niente scuole, niente lavoro, niente speranza. Solo giorni che nel loro dolore si rispecchiano l'uno nell'altro, come infinite repliche della stessa catastrofe. Giorni sospesi nel vuoto, appesantiti dall’eco delle esplosioni e dal suono incessante dei proiettili, costante promemoria che la vita qui è diversa da qualsiasi altra vita, in qualsiasi altro luogo. A migliaia di chilometri di distanza dai mercati affollati, adornati di luci scintillanti e dal suono delle campane natalizie, esiste un altro mondo—un mondo che non conosce né il calore delle feste, né la benedizione della pace. Qui a Gaza, dove il rombo degli aerei e delle esplosioni non cessa mai, la gioia del Natale è assente, sostituita da una realtà cupa che sfugge a ogni umana descrizione.

In questi giorni, mentre il mondo accende alberi di Natale e innalza preghiere per la pace, noi alziamo le mani, non in segno di festa, ma in un disperato tentativo di proteggere i nostri figli dal terrore dei missili. Nelle strade della mia città, non ci sono decorazioni, né risate—solo resti di case distrutte e sogni infranti. In mezzo a questo inferno, l'inverno arriva come un ospite indesiderato, portando solo altra sofferenza.

Gaza non è estranea al dolore, ma a dicembre diventa ancora più insopportabile. Qui, i regali non si scambiano sotto gli alberi; invece, si distribuiscono razioni di cibo scarse in lunghe file, accompagnate dalla paura che le scorte finiscano prima di arrivare a tutti. Gaza esiste ai margini della vita, isolata da un mondo che sembra perso nelle sue celebrazioni, sommerso dal bagliore delle sue festività.

In inverno, la sofferenza del popolo di Gaza si raddoppia. Le famiglie si ritrovano intrappolate tra il freddo pungente dell'inverno e muri fatiscenti che non offrono protezione. I bambini dormono sul terreno ghiacciato, i loro volti pallidi raccontano storie di fame e freddo. L'inverno qui non è solo un'altra stagione; è un'ulteriore prova di resistenza contro l'insopportabile.

I vicoli stretti, ora inondati di fango dopo le piogge, costringono i bambini scalzi a percorrere sentieri mentre i loro piccoli corpi tremano. Le famiglie vivono in tende strappate circondate da pozze d'acqua dopo le tempeste, mentre i bambini cercano di accendere fuochi usando spazzatura solo per scaldarsi le mani.

Ieri sera, mentre camminavo tra i vicoli del quartiere, cercando di comprare del cibo dal costo esorbitante e scarso fino alla disperazione, ho chiesto ai bambini che ho incontrato: “Cosa desiderate?” I loro volti erano stanchi, le loro espressioni raccontavano storie di esaurimento che non dovrebbero appartenere all'infanzia. Le loro risposte andavano dal desiderare calore, al voler morire, al desiderare la fine di questo genocidio che soffoca Gaza.

Ma c'è stata una bambina, non più grande di cinque anni, che mi ha colpito più di ogni altra cosa. Portava sulla spalla una scatola di cartone in cui raccoglieva avanzi di cibo marcio che aveva recuperato da cumuli di immondizia. La sua immagine da sola sarebbe bastata a spezzare qualsiasi cuore. Le ho chiesto: “Cosa desideri?” Si è fermata per un momento, poi ha risposto con una voce dolce che portava il peso del mondo: “Vorrei trovare cibo per nutrire i miei fratellini. Mio padre ha perso gli arti, e mia madre è stata martirizzata. Sono io la responsabile di loro.”

Non ho potuto rispondere. Le parole mi sono mancate mentre la guardavo. In quel momento, la mia ricerca di cibo non aveva più importanza. Tutto sembrava insignificante rispetto al dolore in quegli occhi piccoli.

In tutto il mondo, i bambini scrivono lettere a Babbo Natale, chiedendo giocattoli e regali. Decorano alberi di Natale e riempiono le loro case di risate e gioia. Ma a Gaza, non ci sono lettere e non ci sono feste. Qui, se i bambini scrivessero qualcosa, non sarebbe per chiedere giocattoli o regali. Chiederebbero solo una cosa: la morte, come fuga da una vita che ha rubato loro l'infanzia e distrutto i loro sogni.

A Gaza, la vita non è vita. È una serie infinita di crisi che iniziano e non finiscono mai, mettendo alla prova anche i bambini più piccoli prima che possano capire il significato dell'innocenza. Sperano che oggi sia l'ultimo giorno, perché i giorni futuri non portano altro che più fame, paura e silenzio assordante. Migliaia di chilometri lontano, i bambini accendono candele e si riuniscono intorno a tavole piene di amore e cibo. Ma qui, le candele si accendono solo per vedere cosa rimane delle nostre case, e la tavola è vuota tranne che per un'attesa dolorosa.

Ogni volta che sento parlare delle lettere che i bambini inviano a Babbo Natale, mi chiedo: e se i bambini di Gaza scrivessero lettere? Chiederebbero qualcosa di diverso dalla morte? Chiederebbero un giocattolo per riportare una gioia che non hanno mai conosciuto? Gaza esiste ai margini della vita, isolata da un mondo che sembra averla completamente dimenticata, sommerso nel bagliore delle sue festività.

A Gaza, tutto è fermo: niente elettricità, niente acqua potabile, nessuna parvenza di vita normale. Persino sognare, un tempo un rifugio semplice, è diventato un lusso che nessuno osa concedersi. Ma lontano da questo angolo di mondo, la vita va avanti. Le città si illuminano con i colori del Natale, i mercati sono affollati e le persone si scambiano regali. Altrove, il tempo vola, e il mondo si occupa delle sue routine quotidiane, mentre qui a Gaza, ogni minuto porta un peso insopportabile.

Più di 444 giorni, e il mondo non si è fermato nemmeno per un momento a chiedersi: come sopravvivono due milioni di persone senza alcun orizzonte? Come continuano a vivere in mezzo alla completa assenza di tutto?

Più di 444 giorni, senza risposte.

Tutto a posto!



Va tutto bene Madama la Marchesa, giusto?

Vigilia



La spesa della Vigilia, la sorte a volte la impone e anche se la lista, rigorosamente dettata, è a prova di light-normodotato, l’errore è sempre in agguato! Così, dotato del grande Louis e la sua divina tromba in coclea ho affrontato la prova Terrazze, con una preparazione psico fisica degna del miglior Jannik. Superate le semplici formalità di arance e farina, ecco presentarsi il primo ostacolo: il prosciutto crudo tagliato a fette larghe, che trasmesso alla signora ha avuto lo stesso effetto di chiedere “scusi c’è una fontana qui?” a Piazza di Trevi. Stava per dirmi “vado a far sgocciolare un maiale largo?” quando l’ho prevenuta con “sa è per una ricetta” ricevendo un etto di compassione; ma il clou è stata l’erba cipollina! Fingendomi Cracco non ho appositamente domandato allo chef “cosaminkiaèl’erbacipollina?” immaginandola come una verdura con attaccate delle biglie cipolline appunto, e scrutando il banco verdura meglio dell’addetto ai prezzi, ho trascorso un tempo immane nella sua ricerca, fino a quando, pietosamente, mi sono avvicinato ad una commessa con la faccia dei primi pellegrini verso Compostela dicendole “se vuole che passi delle buone feste mi indichi dove si trova l’erba cipollina!” e lei, quasi per mano mi ha indicato lo scaffale con quegli esili steli verdi che giammai avrei trovato! Infine la fesa di vitello che non compariva da nessuna parte, neppure dai conigli e dai polli! Anche qui il fato ha voluto che il macellaio, post minzione, m’indicasse il magatello, una parte simile del vitello, che io non avrei trovato neppure se fossi stato il compagno segreto di Cecchini di Panzano in Chianti! Tralascio il dubbio amletico di pasta frolla o sfoglia, risolto col lancio della monetina, vinto come da conferma telefonica della consorte, preoccupata, giustamente, per la buona riuscita degli acquisti, come la signora Armstrong il 21 luglio 1969!
Jingle Bells!

Natangelo

 



Prima Pagina

 



Domande

 



Pandori e dintorni

 

Ferragni-Pandoro: la legge è più uguale per chi paga
SI VA VERSO L’ACCORDO COL CODACONS - Truffa aggravata. Parte offesa è l’associazione consumatori: se ritira la querela, il reato non è perseguibile d’ufficio (grazie alla Cartabia)
DI SELVAGGIA LUCARELLI
La giustizia è uguale per tutti quelli che non possono pagare. Per gli altri, l’opportunità di aggiustare qualche magagna col denaro è spesso a portata di mano.
Non si sa ancora se questa sarà la grande opportunità di Chiara Ferragni, visto che le indagini a suo carico per il caso Pandoro si sono chiuse a ottobre e non è dato sapere cosa ne sarà di lei da un punto di vista legale, ma l’ipotesi che potrebbe vedere Ferragni ‘saldare il conto’ e la procura richiedere un’archiviazione sembra concreta. Come ho scritto più volte, non mi stupirebbe, soprattutto perché i precedenti non mancano.
Tra il 2021 e il 2022, per esempio, mi sono occupata del caso che riguardava Paolo Palumbo, il ragazzo sardo malato di Sla, e di suo padre Marco. La storia di Paolo, amplificata dalla sua partecipazione come ospite all’edizione 2020 del festival di Sanremo, è quella di un giovanissimo malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica e di un padre che apre una raccolta fondi per poter pagare al figlio le costose cure sperimentali di un luminare israeliano, il cui prezzo stimato è di quasi 1 milione di euro.
Marco Palumbo di euro ne raccoglie quasi 150.000 fregando pure vip e squadre di calcio, ma poi da più parti (principalmente grazie alla mia inchiesta e ai sospetti del neurologo che aveva in carico il figlio) cominciano a emergere discrepanze nel racconto. Si scopre alla fine che il luminare israeliano non esiste, ma che è un alter ego del padre di Paolo, e che pertanto la raccolta fondi non serve a ciò per cui era nata. Tre donatori denunciano e Marco Palumbo finisce a processo con due capi d’imputazione: sostituzione di persona (per aver finto di essere il medico israeliano Dimitrios Karoussis) e truffa continuata (per la raccolta fondi).
La sostituzione di persona è un reato che procede d’ufficio, senza bisogno di querela, e infatti per questo capo d’imputazione Marco Palumbo patteggia nel 2023, in primo grado, una condanna di otto mesi (convertiti poi in 7.000 euro). La truffa continuata, invece, può decadere se le parti offese ritirano la denuncia. E quindi avendo Palumbo risarcito i tre querelanti con una somma di denaro superiore a quella donata, il reato si è estinto. Il che non significa che non avesse truffato centinaia di generosi donatori, ma semplicemente che nessuno di questi desiderava più andare a processo.
E qui torniamo a Ferragni. Il suo caso è diverso, ma non troppo. Nei confronti dell’influencer la procura ha indagato per truffa aggravata, un reato che in caso di remissione della querela della parte offesa non è procedibile d’ufficio (grazie alla riforma Cartabia). E siccome la parte offesa è solo e soltanto il Codacons, la più ‘famosa’ associazione di tutela dei consumatori italiana, la palla è nelle sue mani. Tant’è che come riportano diverse testate tra cui Rai News (e in realtà si vocifera da un po’ di tempo), tra Ferragni e Codacons sarebbe in corso una trattativa che potrebbe portare, in cambio di una grossa cifra a titolo di risarcimento dei consumatori che il Codacons ‘rappresenta’, al ritiro delle querele. Una strategia do ut des: il Codacons riceve molti soldi (Ferragni ha versato 1 milione di euro all’Antitrust, 1 milione all’ospedale Regina Margherita per il pandoro e più o meno altrettanti all’associazione ‘Bambini delle Fate’ per le uova di Pasqua), e Ferragni vede scomparire la parte offesa dall’indagine a suo carico.
La palla passerebbe dunque alla Procura di Milano, che a quel punto prenderebbe atto della ‘disponibilità’ dell’indagato a transare con la benedizione della parte offesa e archivierebbe.
Quest’ultima ipotesi non cancellerebbe nulla della condotta di Ferragni, la cui scorrettezza nei confronti dei consumatori è stata sancita dalla multa dell’Antitrust per il pandoro e dall’accordo economico raggiunto per le uova di Pasqua, ma le risparmierebbe un lungo processo con l’inevitabile incognita del suo esito. In più, gioverebbe enormemente allo storytelling, specie con un’opinione pubblica ancora così accanita, con l’influencer che potrebbe dire: ‘Avete visto? Hanno archiviato, non avevo fatto niente!’.
A quel punto, tutta la stampa che per anni l’ha portata in palmo di mano (figuriamoci ora che potrebbe allargare la famiglia con un Tronchetti Provera) sarà pronta a stenderle di nuovo tappeti rossi, lavati a secco per l’occasione.