mercoledì 18 dicembre 2024

L'Amaca

 

La vera egemonia culturale
DI MICHELE SERRA
Brutti e ridicoli, così appaiono al mio sguardo i camorristi (e apparentati) che esibiscono sui social barche e tatuaggi, macchinoni e catenoni. Burini mai visti. Supercafoni entusiasti di esserlo. Poche cose mi sembrano brutte e ridicole come l’estetica della criminalità.
Ma il mio sguardo è quello di un vecchio italiano di educazione mezzo borghese e mezzo comunista, che considera belli Berlinguer e Picasso, la Costituzione e il cinema, le librerie e le passeggiate in montagna. Dunque mi sento, diciamo così, un giudice di minoranza (eufemismo per non dire: uno sconfitto) rispetto allo spettacolo, che mi sembra orrendo, di Gomorra che mostra i muscoli, e spesso anche le panze, per fare colpo sui social, e reclutare i giovani per emulazione.
L’indotto, ancora più miserabile, è quello dei vari cultori della “riccanza”, anche gli incensurati, che riescono a essere supercafoni tanto quanto i boss, ma senza rischiare la galera. Pure vigliacchi.
Se ne deduce che la sola vera lotta per l’egemonia cultuale non è tra la destra e la sinistra, ma tra il brutto e il bello. Ho l’impressione (ma ripeto, è un’impressione di minoranza) che il brutto, nel momento dato, sia in largo vantaggio.
Mi emozionai, tanti anni fa, quando nel covo di un boss di camorra (non mi ricordo il nome) vennero trovati dei libri. Si avvistarono, nei servizi del telegiornale, addirittura delle copertine Adelphi. Pensai che finché un boss legge un libro “vero” un guizzo di luce è ancora vivo, in mezzo alle tenebre. Ma provate a scovare, nella chiassosa produzione social dei gomorriani, qualcosa che assomigli a un libro; o che alluda al bello. Non lo troverete.

martedì 17 dicembre 2024

Tristemente


Il 6,1% degli italiani non sa chi sia l’autore della Divina Commedia.

Il 18,4% non può escludere con certezza che Giovanni Pascoli sia l’autore de «I promessi sposi».

Il 41,1% crede che Gabriele D’Annunzio sia l’autore «L’infinito».

Inutile dirvi le percentuali riguardo a chi abbia dipinto la Cappella Sistina.

Nessuno sa le capitali dei principali stati europei, né sa fare 7x8.

Queste sono le persone che guideranno il nostro futuro.

Questi numeri non me li sono inventati io. 
Sono l'ultimo Rapporto Censis, appena uscito.

E aggiungo: siamo finiti. 
Non c’è modo di tirarci su se non attraverso infiniti sforzi e sacrifici.

I soliti esterofili diranno che il resto di Europa sta meglio. 
Ma no, ma no, siamo tutti rovinati. 
La gente non sa fare 2+2, non sa scrivere nella propria lingua, non sa dire una frase di senso compiuto senza balbettare.

A questo punto potremmo dire che la scuola sia una Fabbrica di Ignoranti.

Io sono sempre tanto gentile ma anche tanto realistico e mi permetto di essere molto più cattivo: il trionfo dell’ignoranza comincia in famiglia.

Trionfa quando per un giorno intero non abbiamo letto un libro. 
Trionfa quando un bambino ci fa una domanda e non ci mettiamo insieme a lui a indagare e a soddisfare la sua curiosità.

O quando guardiamo la televisione: quelle facce brutte che dicono banalità. 

O quando invece di documentarci seriamente su un problema di attualità ci guardiamo dieci talk show di gente ridicola che grida.

Trionfa tutte le volte che, invece di darci da fare, ci lamentiamo.

La tua città è ignorante? 
E apri un'associazione culturale.

La conversazione ti annoia? 
Tira fuori un argomento interessante.

Nella tua città non ci sono libri? 
E crea un punto di book-crossing.

E si rubano i libri? 
Ottimo! Mettine altri.

Lamentarsi è troppo facile.

E quando si conversa, non avere timore a parlare di arte, fisica quantistica, biologia, storia, enologia, non avere timore a dire quello che sai. 

Non dobbiamo sempre dire caz*ate con la bocca piena di spritz scadenti e patatine, qualche volta possiamo anche fare conversazioni nobili e belle.

Nicola Pesce (✍ scrittore)

Vamos!


Entrare nell’alveo ospedaliero per ragioni materne e percepirne la fragilità delle strutture, l’impegno del personale che come anguille si battono per rimanere nell’ambito della decenza, e sapere che invece di sostenere la sanità pubblica dovremo assecondare le voglie di un pazzo biondastro, aumentando le spese militari al 2,5% del Pil, come l’insano omone belligerante, e pure fascista, sta profetizzando, mi provoca foruncolosi nell’animo, portandomi ad apprezzare oltremodo personaggi come il “Che” e di Vladimir Il'ič Ul'janov, con le consequenziali idee rivoluzionarie, assolutamente non tenere né stucchevoli. 
Jingle Bells!

Sempre così!


Miliardi di sangue: dittatori col malloppo e vie di fuga dorate

Il destino si capovolge, il potere diventa bolla d’aria. Le teste, scolpite nel marmo, fuse nel bronzo, rotolano dai piedistalli nel rito collettivo delle folle esultanti

di Pino Corrias

Il macellaio siriano Bashar al-Assad in fuga a Mosca con il malloppo è solo l’ultimo scandalo, conficcato nella tetra tradizione dei tiranni in fuga. Perché al netto di tutte le atrocità compiute – i mattatoi, le carceri, le fosse comuni, gli esiliati, gli affamati, i torturati, gli scomparsi – i re e i dittatori, nel momento supremo della fuga diventano quello che sono, dei ladri sorpresi con la refurtiva. Dei vigliacchi che corrono lontano dai palazzi con le mogli complici, qualche volte le amanti, le tasche piene di soldi e se potessero anche con la bocca spalancata a inghiottire l’ultimo oro, gli ultimi diamanti, per riempirsi lo stomaco e il cuore e l’anima, imprigionati per una volta anche loro dentro l’identico terrore che per megalomania, narcisismo maligno, crudeltà, si sono divertiti a infliggere ai rispettivi popoli perseguitati.
Non contano più le ideologie, la religione, i libretti rossi o verdi, le parole d’ordine nazionaliste che hanno segnato la loro ascesa nel sangue. Quando la Storia sbanda, si capovolge, evolve, il loro potere diventa una bolla d’aria. Le loro teste, scolpite nel marmo, fuse nel bronzo, rotolano dai piedistalli in quel rito collettivo e sempre identico delle folle che esultano. Lo abbiamo visto nelle piazze di Teheran, Baghdad, Tripoli, Mogadiscio, prima che a Damasco. Un rito in definitiva magico. Nutrito insieme di furore e ingenuità perché pretende di cancellare il passato, strappandone una effige e di rifondare il futuro issandolo su quel piedistallo finalmente vuoto, quasi mai sospettando la frustrazione futura.
Tiranni con i rispettivi monumenti edificati e distrutti si alternano lungo tutto il Novecento, segnato dalle rivoluzioni, dalle guerre mondiali, dall’assalto occidentale alle foreste, alle miniere e alla manodopera dell’Africa fino ai giacimenti di petrolio nascosti nei deserti del Medio Oriente e del mondo arabo.
Il secondo dopoguerra cancella i tesori delle case reali di Belgrado, Bucarest, Sofia. Nascono gli imperi americano e sovietico che si scontrano prima in Corea, poi in Indocina. Poi in tutto il resto del mondo. I sovietici riempiono le loro piazze con le statue di Lenin e di Stalin, oltre a stendere il filo spinato intorno alla vita quotidiana dei loro popoli. Gli americani, istruiti dalla dottrina Kissinger, riempiono il Sud America di altrettanti uomini di marmo, per lo più generali, in Brasile, Paraguay, Bolivia, Nicaragua, Cile, Argentina. Gran parte di loro fuggiranno con le casse e gli aerei pieni di lingotti d’oro o i conti miliardari sepolti nelle banche off-shore, Pinochet a Londra, la famiglia Somoza a Miami, Fujimori in Giappone, Stroessner in Brasile.
Fino a quando, nell’Europa della Guerra Fredda, è stato il Muro di Berlino a crollare e a trascinare con sé altri marmi ridotti in polvere, con dittatori al seguito. Tra i primi quello del presidente della Romania Nicolae Ceausescu, detto “il genio dei Carpazi”. Le immagini dei rubinetti d’oro del suo castello hanno fatto il giro del mondo, emblema delle immense ricchezze che aveva accumulato in un paese ridotto alla fame. Lo fucilano la notte di Natale del 1989, portato davanti al plotone d’esecuzione mentre canta l’Internazionale e accanto a lui la moglie Elèna grida “Fottiti!” al soldato che la guarda ridendo.
La parabola di Assad non si discosta dalla comune vergogna dei tiranni, volato via da Damasco, destinazione Mosca, con le casse piene di lingotti e dollari estratti direttamente dal sangue dei siriani. Oltre al bottino messo via nel mezzo secolo di regno e di terrore ereditati dal padre che fu peggiore tagliagola di lui, un patrimonio stimato in 34 miliardi di dollari tra investimenti immobiliari, traffici di droga captagon, armi, finanziarie schermate, banche svizzere.
In altrettanti miliardi è contabilizzato il bottino di Ben Alì, il rais tunisino che nell’anno 2011 si lasciò alle spalle i fuochi libertari della Primavera per nascondersi nella sua villa in Arabia Saudita, portando con sé una tonnellata e mezzo in lingotti d’oro, più i tesori immobiliari accumulati da società anonime domiciliate in Qatar, Emirati, Argentina, Isole Vergini, Cayman.
Qualche volta la morte arriva prima del bottino. È capitato a Saddam Hussein, dopo una fuga durata sei mesi, catturato dagli americani dentro a un buco scavato sottoterra, dalle parti di Tikrit, il suo villaggio natale, processato da un tribunale speciale iracheno, impiccato alla fine dell’anno 2006. Destino più veloce e più crudele toccò a Gheddafi, in fuga da Tripoli dopo i bombardamenti occidentali e la rivolta delle milizie. Catturato e linciato il 20 ottobre 2011, in un canale di scolo, dove si nascondeva alle porte della città di Sirte. Mai contabilizzato il tesoro che aveva nascosto in giro per i forzieri del mondo nei quarant’anni di dittatura: migliaia di milioni di dollari, sicuramente, oltre ai 14 miliardi di euro depositati nelle banche del Belgio.
L’intera Africa è una sequenza di dittatori in fuga con il malloppo, al diavolo i rispettivi popoli condannati a guerre e guerriglie permanenti. Da Amin Dada al leggendario Bokassa, imperatore centroafricano, tutti riparati nei paesi arabi o in Svizzera, con sequenze di Rolls-Royce e Lamborghini al seguito e mogli cariche di gioielli e figli prepotenti allevati dentro a illimitati palazzi.
E noi? Non abbiamo sfigurato in questa gara della vergogna. Il nostro re Sciaboletta, Vittorio Emanuele III, il 9 settembre del ’43, se ne scappò verso Pescara con 5 automobili al seguito così piene di argenteria da abbandonare alla vendetta dei tedeschi non solo il popolo e l’esercito italiano, ma finanche i camerieri. E due anni dopo, il suo degno compare, Benito Mussolini, fu catturato tremebondo, travestito da soldato tedesco con le tasche piene di sterline inglesi e i sacchi di iuta gonfi d’oro. Un ladro senza onore che i furori della guerra si incaricarono di giustiziare all’alba del 28 aprile 1945 insieme con Claretta Petacci, e poi di esibire a Milano, in piazzale Loreto, nello stesso punto in cui, dieci mesi prima, le sue bande di fascisti avevano fucilato per rappresaglia 15 milanesi, i loro corpi lasciati sull’asfalto, presi a calci e sputi. Rito che si sarebbe ripetuto davanti alla folla di Milano liberata, accanto a quella identica macchia di sangue versato, che più dell’oro è lo scandalo dei dittatori, la loro radice, qualche volta il loro destino.

Pennivendolerie

 

Fate la carità
di Marco Travaglio.
Miracolo! Ieri, per la prima volta dai tempi del Conte-2, tutti i giornali di destra, centro e sinistra attaccavano il governo. Per l’aumento mensile medio di 1,8 euro alle pensioni minime? Per l’aumento mensile medio di 7.193,11 euro a 8 ministri e 9 sottosegretari non parlamentari più 1.200 per spese telefoniche e viaggi e un’altra barcata di soldi per nuovi assistenti e consulenti? Per l’abolizione del Reddito di cittadinanza a chi non ha nulla e l’ulteriore stretta sull’indennità di disoccupazione? Per il record della povertà più alta e dei salari più bassi? Per l’affossamento della norma contro chi (uno a caso) sta in Senato e prende soldi da Stati esteri? Per il salva-grattacieli abusivi di destra&Pd? No. Lo sdegno unanime è per una delle poche cose giuste fatte dal governo in 26 mesi: il taglio dei fondi pubblici ai giornali che FI (ramo d’azienda del primo gruppo editoriale) vuole portare a 136,6 milioni e il Pd&Iv a 145,6, ma che il governo ha ridotto a 20. La Fieg (Federazione editori giornali) riempie pagine autopromozionali per battere cassa “a tutti i Parlamentari italiani”, paragonando la carta stampata a settori finanziati dallo Stato che non c’entrano nulla: edilizia, cinema, musica, teatro, danza (si scordano l’automotive per non offendere gli Elkann). E il fatto stesso di azzardare quel paragone blasfemo è la miglior prova che non si ha la più pallida idea di cosa sia l’informazione: il “quarto potere” che deve controllare gli altri – governo, Parlamento, partiti di maggioranza e opposizione, magistratura, finanza ecc. – dunque l’ultima cosa che dovrebbe fare è mettersi in condizione di farsene ricattare, piatendo fondi pubblici col cappello in mano fuori dai palazzi della politica.
Chi poi impartisce lezioni di “libero mercato”, brandendo financo la motosega di Milei, dovrebbe sapere che non c’è mercato meno libero di quello in cui giornali senza lettori campano e ingrassano coi soldi dello Stato (cioè dei cittadini che non li leggono e non li comprano), e fanno concorrenza sleale a quelli che si reggono sul mercato con le proprie gambe, cioè coi propri lettori. Mai che si pongano la domanda giusta: non sarà che il giornalismo è sempre più sputtanato perché sta dalla parte del potere per farsi finanziare? Appellandosi ai parlamentari “affinché votino gli interventi per garantire effettività all’art. 21 della Costituzione e al Pluralismo (maiuscolo, ndr) dell’informazione”, la Fieg scambia il pluralismo e gli altri valori tutelati dall’articolo 21 per merci acquistabili nei supermarket di Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama. La libera stampa si difende battendosi contro le leggi bavaglio, non nascondendole o difendendole per poi chiedere la carità a chi le approva.

L'Amaca

 

Ma a che serve la fanfara?
DI MICHELE SERRA
Se le parole contro l’opposizione fanno parte della ritualità politica più scontata (al pari di molte delle parole dell’opposizione contro il governo), quello che non si perdona e soprattutto non si capisce, della prosa di Meloni, è il trionfalismo. Perché esporsi così spericolatamente, perfino così ingenuamente, parlando di un Paese invecchiato e in affanno come se fosse una locomotiva in corsa, e addirittura “un esempio per l’Europa”?
Non lo è, non lo siamo. E non per fare un dispetto a Meloni, ma perché stiamo attraversando anni difficili e semi-depressi, con l’industria che vacilla in molti comparti decisivi, sanità e scuola che stringono i bulloni per non perdere troppi pezzi, una natalità asfittica a causa delle asfittiche condizioni delle giovani coppie (non ci fossero gli immigrati saremmo tra breve una comunità di bacucchi) e un umore complessivo che, se non è proprio pessimista, è stagnante, perplesso, incerto.
Si capisce che un governo tenda a mantenere alto il morale, ma fino a che punto? Non al punto di mentire al Paese (dunque anche ai propri elettori) dipingendo un percorso dorato, irreale, una vanteria che alla fine — tra l’altro — si ritorcerà contro chi l’ha sbandierata.
Quanto sarebbe bello, consolante e alla fine rassicurante essere governati da persone che non nascondono le difficoltà, non occultano gli ostacoli e anzi li indicano, come è onesto fare. Che ci parlano come si parla agli adulti e non ai bambini, che non alzano la voce se non per gravi ed eccezionali ragioni, che considerano più importante avere cura della realtà che organizzare fanfare.

lunedì 16 dicembre 2024

Sai quando…


Cari amici che mi leggete, accade come da sempre accade che percepisci, univocamente, che esiste un limite, naturale, fisiologico, che prima o poi ineluttabilmente arriva, perché siamo destinati a ritornare stelle. Ma quando la figura che più di ogni altro incarna l’amore, la mamma, pare avviarsi verso la serenità che le spetta, il mondo, per uno come me senza prole, s’abbuia. Spero tanto di no, la donna è forte, ma già ora quel particolare ed univoco affetto che solo loro possono elargirti e di cui ho tanta, tanta nostalgia e dolore, per non averlo sempre saggiato con la dedizione che di diritto gli spetta, so che potrebbe evaporare come tutte le parole d’amore che però, a differenza degli altri sentimenti, per fortuna, s’incastonano nel cuore. 
Pertanto non so se sarò rigoroso nell’alimentare questo blog. So che mi capirete.