lunedì 16 dicembre 2024

Anomalia

 



La pubblicità vale 1.000 Mld. Nello stagno italiano vince “l’anomalia B.”

A GOOGLE, META, TIKTOK, ALIBABA E AMAZON NEL 2024 OLTRE 500 MLD DI RICAVI - Un mercato piccolo, in cui la tv ha un peso sconosciuto nel resto dell’Ue: la maggior parte va in tasca a Mediaset

di Marco Palomni 

Oltre mille miliardi di dollari, metà del Pil italiano. È il valore del mercato pubblicitario globale nel 2024 secondo gli ultimi dati di GroupM, la media agency del leader mondiale del settore per fatturato, la londinese Wwp: grazie a una crescita di quasi il 10% quest’anno si sfonderà per la prima volta il muro del trilione di dollari e l’anno prossimo quello dei 1.100 miliardi (+7,7%). Un mercato in rivoluzione, in cui pure sopravvive ottimamente l’anomalia italiana, un bizzarro animale che ha un nome, anzi un cognome. Berlusconi.

Prima di arrivare al nostro piccolo stagno, partiamo dalla situazione mondiale, come si faceva una volta nelle riunioni politiche. Quel mercato da mille miliardi di pubblicità finisce per oltre la metà alle prime 5 società di pubblicità digitale, Google, Meta (ex Facebook), ByteDance (Tiktok), Amazon e Alibaba: il “digital pure play” rappresenta infatti il 72,9% dei ricavi pubblicitari globali (in crescita) e quei cinque squali se lo prendono quasi tutto. In soldi si sono messi in tasca oltre 500 miliardi solo quest’anno, “la maggior parte direttamente da inserzionisti di piccole e medie dimensioni attraverso le loro piattaforme pubblicitarie o da grandi inserzionisti che acquistano direttamente”. Bell’esempio di disintermediazione.

Se seguire i soldi è un buon consiglio investigativo, allora seguendo i soldi del mercato pubblicitario si troveranno indizi sulla morte, forse naturale forse no, del mondo com’era: irrilevante e in contrazione la stampa (digitale compreso), residuale il cinema, benino l’audio, specie grazie allo streaming, mentre la vecchia tv – ivi compresa quella su internet – è una specie di riserva indiana assediata dai cowboy. Vale ancora un cospicuo 15% abbondante del mercato, ma in rapido calo visto che cresce meno del resto del settore: +2,5% l’anno fino al 2009 (comprese le varie forme di tv online) contro il 6,4% medio.

La tv è ovviamente il cuore dell’anomalia italiana, che però merita qualche parola generale. Intanto la dimensione del mercato: 11,7 miliardi nel 2024 (+5,7%). Sembrano molti soldi, ma sono pochi: l’Italia vale l’1% del settore avendo il 2,1% del Pil globale. La cosa sarà più chiara attraverso qualche paragone: l’Australia ha metà della nostra popolazione e un Pil assai più basso, eppure i suoi ricavi da spot valgono 17 miliardi; il Canada ha quasi lo stesso Pil dell’Italia e molti meno abitanti, ma la pubblicità vale 21,2 miliardi di dollari, cifra che sale a 30 miliardi in Francia e a 37 in Germania. In questo stagno la tv, tanto lineare che “advanced”, pesa ancora in modo sconosciuto al resto del mondo: per restare all’Europa, la televisione – dati 2023 di Iab Europe, la Confindustria europea del settore – vale il 10% del mercato pubblicitario in Gran Bretagna, il 15% in Germania, il 19 in Francia, il 22 in Spagna e il 35% in Italia.

Quest’anno, e torniamo ai dati GroupM, a differenza che nel resto del mondo sarà uno dei traini del mercato in Italia: +9,9%, che rimane un lusinghiero +7,4% depurando il dato dalla advanced tv (streaming o piattaforme che siano). Sale anche il “digital pure play”, che per la prima volta in Italia supera la metà del mercato: 51% contro il quasi 73% globale (Google, Meta, Amazon e TikTok incassano più di 85 euro ogni 100 spesi in questo segmento). Riassumendo, mercato piccolo e con un peso innaturale della tv, all’interno del quale ha un peso innaturale Mediaset: all’attuale Mfe (Media for Europe), che realizza quasi tutti i suoi ricavi in Italia e Spagna grazie alla pubblicità, ogni anno finiscono il 55% abbondante degli investimenti totali in spot televisivi nonostante la sua audience si aggiri attorno al 35%. Di fatto l’azienda della famiglia Berlusconi assorbe da sola tutto il surplus determinato dai tetti pubblicitari della Rai (che infatti lotta strenuamente per mantenere). Il 2024 non farà differenza: se confermasse l’ottimo andamento dei primi nove mesi dell’anno, il bilancio Mediaset si chiuderebbe con introiti pubblicitari in Italia per quasi 2,2 miliardi di euro, cioè il 55% dei 4 miliardi del mercato totale stimato da GroupM a fronte del 36% di share. Un bel risultato, anche se non va dimenticato che nel 2010 Mediaset di miliardi ne incassava 3 e prima anche 4…

L’anomalia è stata favorita dai legami con la politica negli anni Ottanta, s’è cristallizzata grazie all’intervento diretto in politica di Silvio Berlusconi e ora si perpetua nella politica della fidejussione, essendo gli eredi Berlusconi gli effettivi proprietari – attraverso 100 milioni di garanzie sui debiti – di Forza Italia, società guidata dal prestanome Antonio Tajani.

Quell’anomalia ha tenuto in piedi l’azienda, pur rimpicciolita, ma non finora ha creato un grande player europeo che possa sopravvivere in un mercato profondamente cambiato. Il pubblico della tv generalista invecchia ogni minuto che passa e in generale il settore si fa sempre più competitivo: le piattaforme (Netflix, Prime…) e i grandi produttori divenuti broadcaster (Disney, Warner…) contendono al Biscione il pubblico più giovane e quello più affluente. Mediaset oggi non ha la stazza per realizzare produzioni da vendere all’estero, preferisce non partecipare ad aste per gli eventi tv (il bagno della Champions su Premium le è bastato) e le sue produzioni di punta sono i reality show (i cui format non sono di sua proprietà) e Maria De Filippi (che parimenti non è proprietà dell’azienda, né è replicabile).

L’anomalia italiana ha regalato tempo ai Berlusconi e i profitti cresciuti negli ultimi tre anni grazie a quell’anomalia gli regalano la possibilità di mettere le mani sulla malmessa società tedesca Prosiebensat (depurandola dalle attività non core tipo l’e-commerce e i social): a questo fine Mediaset ha ottenuto dalle banche un finanziamento da 3,4 miliardi da usare “nel 2025 inoltrato”, cioè dopo le elezioni tedesche. Che quest’aggiunta basti però a portare nel futuro un’anomalia del passato non è comunque sicuro.

domenica 15 dicembre 2024

Alternative sane



E invece farsi una bella partita a scacchi, una camminata all’aria aperta, tennis, golf, un burraco dove al massimo ti sloghi la mano quando prendi il pozzo, no vero?

Driin!



Questa Rettiliana si è appena fatta un selfie al pronto soccorso, con tanto di bocca a culo di gallina! Lo ripeto: ho suonato il campanello voglio scendere!!!

Eh si!

 



Gene

 



Disegni

 



Tristezza

 

Non totalmente d’accordo ma triste, soprattutto sul presunto lifting levigante le rughe…
Bruce Springsteen, c’era una volta il Boss
di Gino Castaldo
Le barzellette volgari, il costo esorbitante dei concerti, l’irriconoscibile viso levigato. Il lamento di un fan che ha perso il suo eroe
Racconta barzellette su mariti che cornificano le mogli, nega di essere miliardario una volta pizzicato da Forbes che gli attribuisce un patrimonio di 1,1 miliardi di dollari, nega ogni responsabilità nella crescita incontrollata dei prezzi dei biglietti ai “suoi” concerti. Non sembrerebbe, ma stiamo parlando proprio di lui, di Bruce Springsteen.
È con grande difficoltà che scrivo questa confessione che, ne sono certo, mi porterà feroci critiche da parte della agguerritissima comunità springsteeniana di cui mi onoro di aver fatto parte. Di più, posso affermare con assoluta certezza che aver avuto il privilegio, come inviato di Repubblica, di seguire il Boss in ogni luogo del mondo – l’ho visto a New Orleans alla prima delle Seeger Session, l’ho visto in Sudafrica, nel Connecticut, davanti allo Slane Castle che sorge nei pressi di Dublino, l’ho visto in ogni città italiana, da solo e con la E Street Band – è stata una delle occasioni più esaltanti e gratificanti della mia carriera.
Non erano racconti come tutti gli altri. Quando finiva un concerto in Italia, c’era sempre qualcuno del pubblico che mi si avvicinava e con lo sguardo sognante mi stringeva le mani e mi diceva: mi raccomando, ora tocca a te, domani sul giornale vogliamo leggere quello che è successo qui, questa sera. E io scrivevo, con addosso l’adrenalina che mi dava questa sensazione unica di condivisione, di responsabilità collettiva. Solo Springsteen produceva questo effetto e io, umile cronista, mi sentivo il messaggero degli Dei, in missione per conto di una superiore causa, onorando il vecchio adagio secondo il quale il mondo si divide tra chi ha visto il Boss in concerto e chi non lo ama, perché chi non lo ama non lo ha mai visto dal vivo e Springsteen dal vivo ha sparso fuoco ed energia come nessun altro. È stato eroe di mille battaglie, l’indistruttibile guerriero del rock che combatteva dal palco con la sua logora spada Fender che sembrava più potente di quella laser di Obi-Wan Kenobi.
Ma da qualche tempo ci sono strane dissonanze che turbano il sonno della devozione. A cominciare dall’ultimo prodotto, Road diary, il documentario diretto dal fedelissimo Thom Zimny, che racconta le gesta del tour 2023, quello della ripartenza, dopo sei anni di pausa con la E Street Band. La prima impressione è di stanchezza. Non tanto fisica, come sarebbe normale, visto che il Boss ha 75 anni, quanto di linguaggio, di comunicazione. Il documentario è semplice, banale, mostra le prove e le performance del tour, ma ripete luoghi comuni già sentiti cento volte, l’epica della band, la famiglia on the road, il non tradire le attese dei fan, il vincolo spirituale col fratello nero Clarence Clemons, gli esordi nei Castiles, non c’è niente ma proprio niente di nuovo, a parte, com’è stato notato da più parti, una inedita disponibilità ad affrontare l’idea di mortalità.
Uno Springsteen più maturo, più disposto ad accettare che la vitalità possa avere dei limiti? Sì, ma allo stesso tempo mentre si racconta mostra quel volto innaturale, senza una ruga, liscio come quello di un bambino. Lo so è terribile da dire, è qualcosa che molti fan pensano, ma non osano neanche formulare, ma le rughe del boss sarebbero le più espressive e intense rughe del mondo, se solo le avesse lasciate esistere. E poi le chiusure, gli arroccamenti, a partire da quel rumoroso silenzio seguito alle polemiche sul dynamic pricing dei concerti (il “prezzo dinamico”, flessibile in base alla richiesta, ndr). I fan si lamentavano, facevano notare che forse c’era un problema, che bisognava spendere troppi soldi per ottenere un biglietto, e Bruce zitto, fece parlare il manager Landau che si giustificò, ma senza convincere nessuno.
Giorni fa la caduta. Forbes lo segnala tra i “miliardari” e lui risponde in modo goffissimo: no, ma non credo, poi io spendo molto, pago molto bene la band, e altre amenità che hanno solo peggiorato quella che era una pura e semplice constatazione, difficilmente confutabile. In Road diary la prima canzone che canta è Ghosts, nella quale grida “I’m alive!”. “Possiamo fare un po’ meno del solito?” gli chiede qualcuno della band. No, risponde Bruce, non possiamo fare questo al pubblico, voglio un vero rock show, come atto di responsabilità verso quelli che non hanno visto i concerti degli anni Settanta.
A parte un paio di battute formidabili come quella di Little Steven che all’investitura di direttore musicale alle prove senza il boss dice: “Well, you know, 40 anni in ritardo, ma va bene...”, il documentario affonda in una sensazione di dejà vu. E poi le barzellette raccontate all’evento benefico Stand up for heroes, non battute politiche, battutacce sulle scappatelle dei mariti con escort prosperose.
È vero, i pezzi nuovi inseriti in concerto hanno a che fare col passare del tempo, ma “the rust never sleeps” ammoniva Neil Young, la ruggine non dorme mai e bisogna contrastarla con strumenti adeguati, non facendo finta che non ci sia. E dire che per tanti anni a insegnarcelo è stato proprio lui.