martedì 10 dicembre 2024

Emerge il malvagio

 

Dai guardiamoci intorno! Senza fare gli Oblomov rilassiamoci, magari erigendo un sano Kalsarikannit - se non sapete cosa sia vi meritate Donzelli! - tra noi e il mondo, questo sassolino sperduto nella periferia di una galassia periferica di una zona infinitesimale dello Spazio, soffermandoci sul malvagio che emerge ogniqualvolta qualche bipede al potere, lo perde. Come in Siria oggi, dove stanno emergendo le inimmaginabili atrocità perpetuate da quel sommo, irraggiungibile figlio di puttana di Assad, caduto e sostituito da probabilissimi nuovi orchi, umani. Umani come coloro che spingono guerre dove muoiono centinaia di migliaia giovani, di bimbi, di anziani, in nome di fetecchie di stato, già lo stato, le nazioni, la Nato, la Russia, gli Stati Uniti, e via via tutta questa brodaglia assassina. 

Emerge la malvagità dell'animo umano, si staglia la bruttezza dell'ignoranza, corroborata da fedi insulse, violente antitesi di ogni religione. 

Cosa siamo? 

Simili alle stelle ci diciamo, composti dagli stessi materiali che compongono le galassie, dovremmo, e non ce lo diciamo, emergere dal caos perché pensanti. Già pensanti! 

Se questo è il pensiero, verrebbe da dire, che quel meteorite scalciante i dinosauri, ha fatto del gran male, universalmente parlando. Ci fosse una giuria interstellare il verdetto sarebbe unanime: estingueteli!  

Quanta malvagità ci pregna! Guardiamoci intorno dai! 

Non pensate solo alle zecche potenti che giocano con la nostra morte, in caverne strategiche, in dissoluzioni del pensiero per quel Risiko della malora costituito dai piani militari. Ci sono anche delle schiavitù velate, potenti, afflati disumani oramai digeriti dalla consuetudine, dalla tanto abbietta normalità: sono evidenziate dai rapporti sociali, dalla sperequazione della distribuzione delle risorse, dal capolarato di chi pretende dai molti schiavi camuffati da retribuiti; quante vite liofilizzate da pochi! Quanti soprusi borotalcati dalla vita moderna! 

Dai guardiamo la democrazia odierna: le elezioni rifatte perché non piacenti ai despoti che crediamo democratici - Romania vi ricorda qualcosa? - le strambate dei grandi potentati economici, le multinazionali con i loro bilanci tendenti all'infinito, i sottili soprusi quotidiani, le angherie tramutate in soffici rivoli, le smanie imprenditoriali e finanziarie che viaggiano alimentate dalle costrizioni. 

Dai ammettiamolo: siamo in balia di un mare in tempesta guidato da nocchieri malsani. Fagocitiamo di tutto, ci alimentiamo con merda luccicante profusa a pieni mani agevolante tumori di ogni specie, permettiamo di farci condurre nel niente da vuoti pregni d'aria. 

Abbiamo delegato a multinazionali le cure che dovrebbero essere per tutti, gratis - e qui dico a squarciagola: si sono comunista in merito! - e ci viene in mente anche un pensiero cattivo, cattivo: trovassero cure da pochi dollari che soppiantassero gli enormi costi, e guadagni delle attuali chemio, le immetterebbero nel mercato? Dai, dai diteci la verità, anzi no, non potremmo mai saperla la verità, perché, si sa, ci renderebbe liberi! 

Guardo la boa annuale della bontà luccicante di fine dicembre e m'agghiaccio nel veder sorgere questo buonismo alla "a te e famiglia!" per intenderci. 

Sono miseramente piombato dentro la constatazione della caducità mista a vergogna che il mio cosciente posizionamento su questa biglia blu malvagia causa. L'augurio di quest'anno è che lo possiate percepire anche voi. Magari a gennaio, mescolandolo alla tribale ma necessaria dieta post veglione!      

 

Non fa una nota!

 


Se questa è la musica che gira intorno, l’Italia è messa male

di Andrea Scanzi 

La top ten degli “artisti” più ascoltati dagli italiani nel 2024 su Spotify recita così: Geolier, Sfera Ebbasta, Lazza, Tedua, Anna, Guè, Kid Yugi, Capo Plaza, Shiva e Tony Effe. E la canzone più ascoltata è I p’ me, tu p’ te di Geolier. Devastante. Tutto ciò non denota solo il crollo del gusto medio musicale, ma anche lo svilimento della cultura e – conseguentemente – l’abbrutimento della società. Tutti aspetti che, poi, deflagrano (anche) quando ci sono le elezioni. Su questo argomento ho fatto anche un video su Youtube, che sta generando un bel dibattito (persino Vasco si è esposto mettendo un like). Qualche spunto.

Hit parade. È vero che ogni epoca ha avuto classifiche di vendita pieni di obbrobri, come è vero che Spotify è usato soprattutto da adolescenti e che queste classifiche sono figlie di algoritmi paraculi e forse pure “gonfiate”. Il punto però è che, se ieri accanto alle Aserejè e ai Sandy Marton c’erano pure La cura di Battiato o Anime salve di De André, oggi il decadimento è trasversale e generalizzato. La musica di qualità ci sarebbe anche, ma non riesce a emergere, per colpa principalmente di radio (e tivù) che trasmettono quasi sempre rumenta e di un mercato discografico (o quel che ne resta) che insegue solo il venduto facile.

Talent. Mentre scompaiono sempre più i locali dove un tempo le nuove leve si facevano le ossa, oggi per emergere ti tocca quasi sempre passare dai talent. E chi sono i giudici? Bob Dylan e Fossati? No, Achille Lauro e Jake La Furia. Per emergere, un giovane deve piacere ad Achille Lauro. Che è come se un aspirante politico, per emergere, dovesse piacere a Gasparri.

Boomer. A queste critiche, gggiovani & giovanilisti rispondono che “sei un boomer” e che in ogni epoca i vecchi hanno contestato la musica cosiddetta nuova. Entrambe le argomentazioni sono pietose. Nei Sessanta i “vecchi” contestavano fenomeni come Elvis e Beatles, e chi crede che Tony Effe o Kid Yugi (chi?) verranno studiati tra trent’anni come John Lennon capisce meno di niente. Quanto all’essere boomer: e menomale! Chi lo è ha fatto in tempo ad ascoltare musica irripetibile, mentre chi reagisce con il sempiterno “ok boomer!” è convinto che Tedua valga i Pink Floyd. Ma fatevi curare, su.

Autotune. L’abuso dell’autotune è un cancro culturale. Se hai bisogno dell’autotune per non far sentire che sei stonato come una campana, vuol dire che hai sbagliato mestiere. Fine.

Luciocorsismo. Ultimamente va di moda citare Lucio Corsi, che fino a due settimane fa conoscevamo in sei e che ora (grazie a Verdone prima e Sanremo poi) paiono conoscere tutti. Benissimo: Corsi è molto bravo. Ma sembra persino più bravo di quel che è proprio in virtù del vuoto che ha attorno.

Fruizione. Perché la musica è ridotta così male? Perché la discografia “storica” è agonizzante (infatti la bellezza di un disco splendidamente “artigianale” come Alaska Baby di Cremonini ci pare un prodigio venuto dal passato). Perché anche i live sono pieni di basi pre-registrate e di musicisti veri se ne vedono sempre meno (gli assoli di chitarra sono ormai più rari di una frase intelligente di Salvini). Perché certe generazioni sono irripetibili. Perché la fruizione della musica (ormai divenuta liquida e gratuita) è cambiata. Perché ieri i cantautori erano “fratelli maggiori” le cui parole erano importantissime, mentre oggi contano meno di un influencer scrauso. E perché la musica non è più centrale, bensì relegata a mero contorno: la si ascolta distrattamente, mentre si mangia o meglio ancora si è al cesso.

Concludendo. La musica (o presunta tale) italiana vive uno dei momenti più bassi nella sua storia. E – come sempre è stato – si rivela una volta di più spietata cartina al tornasole di un Paese culturalmente esangue, catatonico, pigro, involuto e spento. Allegria!

Rimescolamenti

 



Prima Pagina

 



Solo spine?

 

La padella e la brace
di Marco Travaglio
L’idea di avere in Siria un nuovo Califfato jihadista al posto della tirannide degli Assad riempie di entusiasmo gli scemi di guerra atlantoidi. Rimbambiden, Macron, Ursula, Metsola, Kallas e Zelensky esultano per la fine della dittatura senz’accorgersi che ne è già iniziata un’altra, che ci odia più della precedente. Repubblica e Stampa squadernano l’album fotografico del capo dei cosiddetti “ribelli” al Jolani, segnalandone la poetica somiglianza con Fidel Castro. Ma sul web c’è chi giura che il simpatico seguace di al Zarqawi e al Baghdadi, grande fan dei massacri delle Torri Gemelle e del 7 Ottobre, ricercato dagli Usa con taglia di 10 milioni come uno dei terroristi più pericolosi del mondo, ricordi anche Borat (al netto del costumino con sospensorio e bretelle), Che Guevara, Gesù e forse – parlando con pardòn – Draghi. Il Foglio tripudia per le “due vittorie dell’Occidente dietro la caduta di Assad” (non una: due). Sambuca Molinari gongola per “il successo della Turchia di Erdogan”, l’autocrate e macellaio di curdi che, essendo iscritto al club Nato, sfugge alla spiacevole distinzione “aggressore/aggredito”. Infatti anche la pulizia etnica di 120 mila armeni in Nagorno Karabakh a opera dei suoi complici azeri è stata, per Sambuca, un “successo”.
Pensare che, siccome Assad era (anche) amico di Putin e dell’Iran, la sua caduta sia una benedizione, è roba da menti malate che scambiano la geopolitica per un derby di calcio. I mujaheddin erano belli e buoni quando combattevano (con le nostre armi) gli invasori russi, poi divennero “talebani” brutti e cattivi quando (sempre con le nostre armi) combattevano gli invasori Nato. Saddam era un caro amico quando combatteva (con le nostre armi, anche chimiche) gli ayatollah, poi divenne un puzzone quando, finite le nostre armi chimiche, inventammo che le avesse ancora per poterlo invadere ed esportare la democrazia in Iraq mettendo gli sciiti al posto dei sunniti. Solo che questi crearono il Califfato dell’Isis e ci toccò combatterli con l’aiuto di russi, iraniani e siriani, un po’ meno cattivi di prima, e col sacrificio dei curdi, poi mollati nelle grinfie di Erdogan. Intanto Obama e altri geni spasimavano per le Primavere Arabe, che però vinsero le elezioni in Egitto: allora le schiacciammo con il golpe di Al Sisi. Per non parlare della Libia dopo Gheddafi. Ora che si insediano a Damasco i reduci Isis&al Qaeda, con una decina di bande di tagliagole pronte a scannarsi per il potere, i soliti gonzi parlano di “Siria liberata”, “primavera siriana”, “jihadisti moderati” e “pragmatici”. Si illudono che, se uno è cattivo, il suo nemico sia buono. E che, se uno perde, l’altro vinca. Prima o poi capiranno che, nel nuovo caos mondiale, sono tutti cattivi e perdiamo tutti.

L'Amaca

 

La Siria è faticosa
DI MICHELE SERRA
Mentre, leggendo della Siria, cercavo vanamente di orientarmi tra alawiti, sciiti, drusi, sunniti (in lotta tra loro) nonché cristiani caldei, e di rito bizantino, maroniti e armeno-cattolici, e il vicariato di Aleppo… mi sono fatto da solo i complimenti per lo sforzo, al tempo stesso così civile e così inane, di capire il mondo.
Capisco chi ci ha rinunciato. Ha alzato le spalle e ha detto: troppo difficile, non ce la posso fare. Preferisco vivere la mia vita e non pensarci troppo, al mondo.
Un sacco di gente vive così, direi proprio la schiacciante maggioranza della popolazione mondiale. Sente dire della Siria, prende atto, quando va bene, che Assad si è levato dalle scatole, per il resto, bene che vada, si augura che la guerra civile sia finita e la gente di quei posti possa vivere più decentemente. Nei casi peggiori, se ne infischia e basta.
Dunque dedico queste mie poche righe, quasi commosse, alla eroica minoranza che coltiva la convinzione (illusione?) di poter capire come funziona il mondo.
I lettori dei giornali e dei libri, i compulsatori tenaci di siti di news attendibili, quelli che cercano i talk-show dove si grida di meno e si ragiona di più.
Quella che si chiama, o si chiamava una volta, “opinione pubblica”, e considera suo dovere sapere cosa diavolo succede in Siria, con grande sprezzo del ridicolo e nell’onesta certezza che sia nostro dovere fare la fatica di capire.
La Siria è vicina. Ci sono molti rifugiati siriani in Europa. Possiamo sorridere di noi stessi e del nostro sforzo di capire situazioni che soverchiano, eccome, la nostra comprensione. Ma possiamo coltivare un minimo di orgoglio per averci almeno provato.

lunedì 9 dicembre 2024

Leggete e mortifichiamoci!

Mostri di fame

di Roberto Casalini 

Tre mucchi di mattoncini Lego. Ci puoi costruire il grattacielo, la reggia o

l’allegra fattoria. Versailles e il mulino bianco. Detto così suona gioioso e

sembra che sia tu l’architetto. I mattoncini sono zucchero, grassi e sale: gli

ingredienti principali di preparazioni che non sono più cibo ma combinazioni

di composti. Big Food li sposta per noi, ingegnerizzando il cibo –

grasso incolore inodore insapore che si mimetizza, zucchero e sale che

modificano la struttura diventando impalpabili per invadere meglio gli

alimenti da colonizzare – dalla barretta che sostituisce il pasto ai cereali

per la colazione, dalla bevanda gasata alla pizza surgelata, dallo snack al

panzerotto alla patatina, dalla lasagna alla caramella. Poi varia le proporzioni,

un po’ più di zucchero e un po’ meno di sale o viceversa; guarnisce

di composti chimici, emulsiona, addensa, solidifica o ammorbidisce. Il gioco

è fatto, i prodotti sembrano diversi ma sono più o meno tutti uguali nella

struttura.

“PIU ZUCCHERO, ANCORA PIU ZUCCHERO”

Si chiamano cibi ultraprocessati, sono il vanto e la fonte quasi esclusiva di profitti immensi

per i giganti mondiali del pronto all’istante, dello “stacca, lecca e inzuppa”, del “ne voglio

ancora, ne voglio di più”. Negli Stati Uniti otto alimenti su dieci sono fatti così e forniscono il

60% dell’apporto calorico medio quotidiano alla popolazione, il 70% nel caso degli adolescenti.

In Italia siamo ancora lontani da quegli abissi, secondo un recente rapporto della

Fondazione Aletheia soltanto il 14% delle calorie quotidiane arriva dai cibi Frankenstein, ma

nei grandi centri urbani, tra i single indaffarati e imbranati ai fornelli e tra gli anziani soli con

pochi soldi e scarsa voglia di spignattare la percentuale aumenta. «Negli ultimi dieci anni la

situazione è peggiorata dovunque, l’obesità e le altre conseguenze nefaste per la salute che

una dieta a base di cibi processati porta con sé si sono impennate da quando le grandi aziende

hanno esteso il loro dominio sul mondo» mi dice Michael Moss, reporter del New York Times

che con le sue inchieste ha vinto il premio Pulitzer (la sua requisitoria Grassi, dolci, salati.

Come l’industria alimentare ci ha ingannato e continua a farlo in Italia è stata pubblicato da

Mondadori). E cita l’esempio dell’arrembaggio della Coca-Cola sul Brasile, dell’India invasa

dai biscotti Oreo, della Cina conquistata dal “più zucchero, ancora più zucchero”. «Inoltre, si

allarga il divario tra chi può permettersi una dieta sana e chi è costretto ad acquistare alimenti

nefasti a basso costo». Ma come si riconosce il pappone da cui stare alla larga? Secondo

l’epidemiologo brasiliano Carlos Monteiro, che ha inventato il termine “ultrapro cessato”, se

contiene aromi, coloranti, addensanti, emulsionanti e altri additivi fra gli ingredienti, non è

un alimento naturale. Non lo è neppure se non posso farmelo in casa: se usa lo sciroppo di

glucosio al posto dello zucchero, se sostituisce la caseina e il siero al latte, se utilizza un grasso

idrogenato al posto del burro.

COLPIRE FACILE

Ancora più drastico Chris Van Tulleken, medico e ricercatore inglese, volto noto della Bbc

e autore del bestseller fresco di stampa Cibi ultraprocessati. Come riconoscere ed evitare gli

insospettabili nemici della nostra salute (Vallardi), che scrive: “Se è avvolto nella plastica e

contiene almeno un ingrediente che di solito non si troverebbe in una classica cucina, è cibo

ultraprocessato: forse li conoscete come ‘cibo spazzatura’, ma esistono un sacco di alimenti

ultraprocessati biologici ed ‘e ti ci’, che vengono venduti come sani, nutrienti, rispettosi

d e l l’ambiente o utili per perdere peso (in linea di massima quasi tutti gli alimenti che

riportano sulla confezione un’indicazione sulla salute sono cibi ultraprocessati)”.

Completiamo l’identikit dei prodotti nel mirino. Sono cibi piacevoli al tatto e al gusto.

Morbidi o croccanti, invitanti nell’aspetto, facili da masticare. E facili da tenere in casa, a volte

senza neanche il bisogno del frigorifero: ci pensano i conservanti e gli additivi. Energetici e ad

alta densità calorica: saziano presto e, al tempo stesso, ne vorresti di più. Non c’è problema: te

li vendono spesso in confezioni giganti. Costano poco, se li possono permettere anche i più

svantaggiati. Sono pratici, devi solo riscaldarli e a volte li puoi mangiare anche freddi: il

successo miliardario dei vassoietti Lunchables è un caso da manuale, ne parleremo fra poco.

Placano il senso di colpa delle mamme lavoratrici che devono preparare colazione, pranzo al

sacco (e cena svelta) ai figli in una manciata di minuti. Pronti, c’è il “convenience food”, il cibo

istantaneo così comodo: come l’aranciata in polvere Tang, basta aggiungere l’acqua. Peccato

che sia al 100% artificiale, pura chimica, l’arancia neanche vista in cartolina. Ci sono i cereali

zuccherati che hanno fatto triplicare l’obesità infantile in un paese di obesi (negli Stati Uniti

sono il 42% della popolazione, con un ulteriore 31% in sovrappeso, a tal punto che diventa

difficile reclutare nuovi marines e, per le partorienti, affrontare un parto cesareo; da noi sono

obesi undici italiani su cento, con un 36,1% in sovrappeso).

“SUPER ORANGE CRISPIE”: 70,8% DI GLUCOSIO, DI CEREALI QUASI ZERO

Un dentista americano, Ira Shannon, allarmato dall’aumento della carie tra i bambini,

tempo fa ha raccolto 78 campioni di cereali zuccherati e li ha mandati ad analizzare, scoprendo

che un terzo conteneva dal dieci al 25% di zucchero, un terzo il 50% e il restante terzo

lo superava, con la palma del più stucchevole (del più irresistibile?) al Super Orange Crispie,

che raggiungeva la vetta del 70,8%: non più cereale, ma puro glucosio con un residuo di

frumento, avena o riso. «Tra cereali, biscotti, merendine, bibite gasate e zuccheri nascosti nei

vari cibi, per esempio nel ketchup e nelle salse, in America consumiamo circa 32 chili di

dolcificanti all’anno. Sono 22 cucchiaini di zucchero a persona al giorno» dice Michael Moss.

La dose quotidiana raccomandata per una donna che fa un lavoro non troppo faticoso è

cinque cucchiaini al giorno: all’incirca mezza lattina di Coca-Cola.

Stiamo parlando di zucchero per completare l’identikit: i cibi ultraprocessati danno dipendenza

e lo zucchero, assieme ai grassi, è l’imputato numero uno. Il dolce è una predisposizione

innata negli umani, il primo gusto che i bambini istintivamente apprezzano: li

gratifica, li tranquillizza, è blandamente analgesico. Basterà insistere e non si farà fatica a

condizionarli a vita. Lo zucchero raggiunge la barriera encefalica in un secondo facendola

esultare, le risonanze magnetiche lo dimostrano, mentre il tabacco ce ne mette dieci. E,

quando la caloria è liquida, i nostri corpi sono meno consapevoli di un apporto eccessivo.

« L’industria utilizza una combinazione di iper-ingegneria

per massimizzare l’eccitazione che i loro

prodotti creano nel nostro cervello e un marketing

selvaggio che ci spinge ad agire d’impulso per acquistare

e consumare questi prodotti anche quando

non abbiamo fame» spiega Michael Moss. «Inoltre,

credo che per molte persone questi prodotti alimentari

siano più pericolosi delle sigarette, dell’alcool

o anche di alcune droghe, perché l’industria ha

imparato a massimizzare il loro fascino sfruttando

la nostra biologia più profonda – compresa la nostra

innata attrazione per i cibi a buon mercato, per la

varietà e per le calorie – per indurci a mangiare

troppo».

GLI “EROI” CONTRO LA MELA CATTIVA

Clienti, cittadini? No, piuttosto “forti utilizzator

i”, nel gergo dei manager di Big Food. Come tossici

a caccia di una dose. E infatti i cardiologi americani

paragonano lo zucchero alla metamfetamina, fulminea, e i grassi agli oppiacei, più lenti ad

arrivare, ma entrambi implacabili. E infatti i topi da laboratorio, ingrassati a zucchero, hanno

crisi di astinenza se glielo togli. Si comincia con i bambini: le colazioni più zuccherate sono

per loro, aiutate da una pubblicità mendace e invasiva nei programmi con i cartoon (i cereali

fanno bene al cervello, rendono più brillanti le performance scolastiche), addirittura da

cartoon dove l’eroe tutto zucchero combatte contro Bad Apple, la mela cattiva.

Si comincia indagando sul loro bliss point, il punto di beatitudine perfetto del prodotto, che

se non lo azzecchi vinceranno i concorrenti, ma se lo superi la beatitudine diventa rigetto e

torni alla casella di partenza. «Il termine è stato coniato da un consulente del settore, un

“mago dello zucchero”, Howard Moskowitz, per descrivere la quantità di dolcezza che li rende

difficili da contrastare. Moskowitz descrive questa formulazione come una scienza precisa

che coinvolge quella che lui chiama ingegneria alimentare e che ha funzionato così bene nel

generare un aumento delle vendite e dei consumi che oggi due terzi dei prodotti presenti in

un negozio di alimentari hanno zuccheri aggiunti e un punto di beatitudine ingegnerizzato

per la dolcezza» dice Moss.

I 61 PROTOTIPI: COSI IL DOTT. MOSKOWITZ HA “SALVATO ” LA DR. PEPPER

Resta agli annali, come un’impresa che neanche i paladini di Francia, il salvataggio della

Dr. Pepper dal baratro. La Dr. Pepper, bevanda gasata molto zuccherata che piaceva assai a

John Lennon e Hilary Clinton, era terza dietro Coca e Pepsi e perdeva terreno. Cercò di

riguadagnare posizioni con un nuovo prodotto al gusto di cilegia che si rivelò un flop epocale.

A questo punto intervenne Moskowitz, riformulando il prodotto. Preparò 61 prototipi, variando

in ciascuno la quantità di zucchero, ciliegia, aroma di vaniglia, intensità del colore. Poi

li sottopose ai gruppi test e infilò i risultati in un computer, generandone un algoritmo. Quello

della formula vincente, che fu ovviamente un successo clamoroso. Moss ha provato a far bere

a Moskowitz la sua Dr. Pepper. Il “mago dello zucchero”, che ha raddrizzato decine di prodotti

facendoli testare ai ragazzini e che mangia dietetico, ne ha preso qualche sorso e ha fatto una

smorfia. “Ha un gusto che non mi piace”ha commentato. E dopo qualche secondo: “Ah, certo,

sa di benzaldeide”. Pensavate davvero che ci avessero messo succo di ciliegia?

Se lo zucchero ha il suo bliss point – un po’ di meno e il prodotto è loffio, un po’ di più e

stroppia – il grasso in compenso non ne ha nessuno. Piace e non stufa mai, impossibile

stabilire il punto di non ritorno. E ripulito e mascherato –l’olio di palma decolorato e privato

d e l l’aroma pungente che ha alla spremitura, il grasso di pollo ripulito da ogni minimo

rimando all’animale che oggi usano anche nei gelati industriali, il formaggio diventato

ingrediente che si infila dovunque, dalle pizze ai dolciumi – sfugge a ogni allerta del corpo,

soprattutto se è coperto e, per così dire, veicolato dallo zucchero.

Accade così che un’azienda in declino di carni rosse e salsicce ricche di grassi saturi, la

Oscar Mayer, si sia inventata uno dei più grandi successi di sempre, i Lunchables, vassoietti a

scomparti di carne, formaggio, cracker, condimenti, dopo le prime prove anche di dolcetti,

destinati al pranzo dei bambini. La parte del leone l’ha fatta il marketing: tutto il potere ai

pargoli, padroni di combinarsi il pasto senza i genitori tra i piedi. E una pubblicità terrificante

con salsicce e maialini cartoon che la mela avvelenata era più salutare (e d’altronde negli Stati

Uniti le aziende investono nell’adver tis ing il doppio di quel che spendono per gli ingredienti).

Oggi Lunchables ha sessanta versioni, tutte abbastanza poco raccomandabili, e secondo

Michael Moss è tra i prodotti più pericolosi anche del futuro assieme ai sinistri Hot Pockets,

panzerotti ripieni della qualunque, per la sua pretesa

di simulare e sostituire un intero pasto. «Pericolosi

quanto loro» dice «sono solo le carni lavorate

e le bevande zuccherate». Resta da dire del

sale, meno studiato di grasso e zuccheri: si sa che

manda alle stelle l’ipertensione, ma come faccia

esattamente a creare dipendenza non è del tutto

decifrato. A differenza dello zucchero, non è un gusto

innato: i bambini all’inizio lo rifiutano, a farglielo

piacere provvedono i signori del cibo pronto e

degli snack.

CI MANCAVA LA FINTA SALUTISTA...

Il risultato è la schiavitù da non-cibo e una pandemia

di obesità, pressione alta, malattie cardiovascolari

e coronariche, diabete, tumori. Big Food,

sempre più nel mirino dei consumatori – le aziende

più aggressive secondo Michael Moss sono Pepsi e

Coca, Nestlè, Kraft e Kellogg’s – fa orecchie da mercante contro chi attenta alla “libertà degli

a m e r i c a n i”: sembra di sentir parlare i fabbricanti d’armi. O al massimo fa health washing

fingendosi salutista: aggiunge qualche micronutriente, un po’ di vitamine, succo concentrato

di frutta spacciato per “frutta vera” e aspetta che passi la tempesta. Oggi la pubblicità più

aggressiva è indirizzata alla Generazione Z e batte le strade dei social: è il caso dell’a cq u a

minerale in lattina Death Liquid, venti versioni anche zuccherate, spacciata come must have

per punk metallari e wrestler, con slogan come “Facciamo il pieno di zuccheri” e “Strangola la

tua sete”. Ne sentiremo ancora delle belle, e ne mangeremo ancora delle pessime.