Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 7 dicembre 2024
Grande commento!
di Francesca Fornario
Anche oggi rassegna stampa delle notizie (mancanti) nelle prime pagine.
Il Sole 24 Ore, unico che in prima pagina - non gridando allo scandalo ma buttandola lì, quasi a dire "Daje, raga", ci informa che:
- In 10 anni il patrimonio dei miliardari è più che raddoppiato: +121%.
- Gli azionisti Stellantis, 2020-23, hanno intascato 11,7 miliardi di dividendi. Nel mentre vendite a picco: -2,24 milioni di vetture su sette che se ne vendevano.
Aggiungo i dati che mancano sulla prima pagina del Sole per contestualizzare:
- Nel mentre che raddoppiavano i patrimoni dei miliardari, qui triplicavano i poveri: da 1,9 a 5,6 milioni (9,4% del totale).
- "Vendite a picco" si traduce in "Operai in cassa integrazione, e licenziati". (Il Fatto la spiega meglio del Sole: "Maserati, Elkann visita la fabbrica senza operai").Le famiglie operaie in povertà in Italia non erano mai state così tante: oggi sono 16,5% sul totale delle famiglie povere (che sono quasi una famiglia su 10. In povertà assoluta. Per la precisione l'8,4 per cento sul totale delle famiglie).
Una volta la Fiat, intesa come macchina, se la compravano gli operai. Non scrivete che si è bloccato l'ascensore sociale: è stato progettato per andare solo in discesa, e funziona alla grande.
Del resto, un po' su tutti i giornali, piccolo richiamo: l'Istat che come sempre dimezza le stime di crescita del governo. Menzione speciale per Messaggero e Gazzettino che lanciano la notizia a tutta pagina e vedono il bicchiere mezzo pieno: "Il Pil frena ma spread ai minimi. Giorgetti: Strada giusta, continuiamo così". (Giorgetti l'ex Msi poi nel partitio sovranista che voleva cancellare la Fornero, uscire dall'Euro, suonarle alle elites finanziarie di Bruxelles e ai bamnchieri ecc ecc. Esatto, Giorgetti già ministro dello sviluppo economico di Draghi promosso da Meloni al ministero dell'Economia, lui).
Il ge no ci dio sempre solo sul Manifesto: "Le ceneri di Ga za. Bombe, carestia, famiglie distrutte: non è rimasto più niente", con la struggente vignetta di Maicol & Mirko che ogni giorno dice tutto quello che i giornali non dicono. Un teschio che recita "non abbiamo più guange da porgere". L'altro ieri era il figlio: "Papà, posso aiutarti a distruggere il mondo? Almeno stiamo un po' insieme").
Avvenire apre sulla nuova normativa flussi che renderà i ricongiungimenti familiari - già complicatissimi - ancora più difficili (siamo o non siamo il paese della famiglia tradizionale?).
Menzione per La Verità, che anticipa che Biden, dopo il figlio, potrebbe graziare Fauci per aver mentito sulle origini del virus davanti al Congresso, negando che fosse "sfuggito" dal laboratorio Statunitense di Wuhan, ipotesi ormai appare la più verosimile (altrimenti, perché la grazia?).
Il resto è tutto un ong che rosicano per la stretta sui migranti e strali contro il Papa troppo progressista, evabbé, facciamoci scavalcare a sinistra dal Papa, che peggio di così).
(Ma quindi, di cosa parlano gli altri giornali? Gongolano perché la Rai sovranista rischia di farsi scippare il Festival di Sanremo. Non si parla d'altro al bar).
copertine nei commenti. teniamoci stretti.
A proposito di...
A sostegno del “Re sòla” torna l’intervista all’imparziale Renzi
DI DANIELA RANIERI
Allo stadio terminale in cui è ridotta in Francia la presidenza Macron, chi possiamo intervistare per analizzare in modo lucido e imparziale i motivi del fallimento del governo Barnier costruito a tavolino dallo stesso Macron e magari, perché no, dargli anche qualche consiglio per risollevarsi e sbaragliare l’opposizione di destra e sinistra unite contro di lui? Ma è naturale: Renzi!
Su Repubblica, ieri, la consueta pagina di intervista al politico più perdente del globo era tutta un elogio del Re Sòla: “La storia un giorno sarà gentile con Emmanuel Macron che per due volte è riuscito a impedire l’affermazione di Marine Le Pen”. Come no: infatti, dopo aver perso le Europee prendendo la metà dei voti della Le Pen arrivata prima, Macron ha sciolto l’Assemblea nazionale e ha costretto i francesi ad andare a elezioni, dove il Rassemblement National di Le Pen è arrivato primo al primo turno; al ballottaggio, nonostante gli appelli disperati di Macron allo “spirito repubblicano contro il fascismo” e contro la “sinistra antisemita”, ha vinto il Nuovo Fronte popolare, l’unione delle sinistre capeggiate da La France Insoumise di Mélenchon, mentre il genio dell’Eliseo è riuscito nella formidabile impresa di arrivare secondo e perdere 86 seggi, e Mélenchon e Le Pen ne hanno guadagnati rispettivamente 49 e 53. Se non è una doppia vittoria questa. Adesso l’intervista di Renzi, il colpo di grazia: “Voi vi sentite ancora?”, gli domanda Concetto Vecchio, e lui: “Non come prima”, il che spiega forse perché Macron è arrivato solo secondo e non quindicesimo, ma interpellato circa la popolarità a picco del presidente odiato dal 60% dei francesi, Renzi insegna: “La popolarità di Macron è stata bassa anche nella prima legislatura”, a riprova che ormai la democrazia è spartizione del potere come cassaforte del Capitale, non certo potere del popolo come la mera etimologia potrebbe far pensare e la Costituzione italiana indurrebbe scioccamente a credere. Anzi, meno voti si hanno meglio è: “Era al 9% nel 2019, appena due anni dopo la prima vittoria. In Italia l’avrebbero cacciato subito, il sistema francese invece gli concede cinque anni garantiti. Lo sfrutti per cercare di recuperare consensi”, infatti Macron si avvicina asintoticamente al 2%, che sarebbe la perfezione. Oppenheimer ha inventato la bomba atomica, Renzi ha inventato Italia viva, posto che i superstiti di Hiroshima erano forse di più dei suoi elettori, il che gli dà agio di sermoneggiare: a Parigi “avrebbero bisogno di un’expertise italiana”, così davvero i francesi rifanno la lama alla ghigliottina. Infatti Macron ha nominato primo ministro Michel Barnier, esponente di Les Républicains, il partito di destra arrivato ultimo alle elezioni col 6,5%, ed è andata benissimo.
Poi è tutto renzismo, cioè calembour, frittura, paranza semantica: “Paradosso: si vince al centro, non vince il centro”, il che vuol dire che si è accorto che non paga fingere di essere “il Centro” o “Terzo Polo”, come si faceva chiamare tempo fa essendo sesto, ma converrebbe occupare abusivamente un posto di destra o di sinistra (è uguale) e prendere i voti dei moderati, operazione che tanta fortuna gli ha portato. Ribaltamento sublime della realtà: “È ancora macroniano?”. “Sono orgoglioso che la nostra esperienza del 2014-2016 abbia ispirato Macron”, di cui lui imitava pure i pranzi al sacco in maniche di camicia bianca, “e che il suo riformismo abbia frenato le destre. Questo resterà negli annali”, o almeno nei manuali su come si rovina un Paese. Vecchio: “Gli consiglia di lasciare?”. Ma figuriamoci: “No, perché è proprio quello che vuole Le Pen, che così si prenderebbe la Francia”, che evidentemente preferisce la fascista al ragazzo-spazzola dei Mercati. “Resti al suo posto fino al 2027. Spero che il mio amico Francois Bayrou diventi premier”, così sappiamo anche il nome del prossimo premier francese che cadrà miseramente nella cenere.
I golpe mascherati
I golpisti democratici
di Marco Travaglio
È stato ingenuo, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol. I golpe moderni, democratici e occidentali, quindi buoni e a fin di bene, non si fanno più con l’esercito e la legge marziale, sennò ti sgamano subito. Molto meglio la soluzione romena: se vince il candidato sgradito a Washington e a Bruxelles, si annullano le elezioni al grido di “Ha stato Putin” (o, ancor più esilarante, “Ha stato Tik Tok”). O quella georgiana: se gli elettori disobbediscono a Usa e Ue e votano per i propri interessi anziché per i nostri, si appoggia la presidente sconfitta che non vuole sloggiare e aizza la piazza contro il Parlamento appena eletto e il premier appena confermato col 54% (contro il 37% delle opposizioni): cioè fa quel che fecero i trumpiani quattro anni fa a Capitol Hill, tra gli strilli indignati di chi allora strillava al golpe e ora tifa per la golpista. Ma l’opzione migliore resta quella francese: Macron perde le Europee, scioglie l’Assemblea e perde pure le Legislative: al primo turno vince la destra, al secondo la sinistra e lui fa un governicchio di centro guidato da una mummia del partito meno votato, che crolla dopo appena tre mesi. Allora Macron se la prende con i francesi, colpevoli di non averlo capito, e con i due partiti più votati, colpevoli di avere i consensi che lui non ha e di voler governare. E, mentre i francesi continuano a non capirlo (due su tre lo vogliono a casa), fa shopping nei migliori cimiteri di Parigi per riesumare un’altra salma da mettere alla guida di un altro governo di centro senza voti che farà la fine del precedente.
Tutti vedono il golpe bianco tranne le cancellerie europee e i media italiani. La Stampa titola “Francia ostaggio dei populisti” (cioè della destra e della sinistra che hanno vinto le elezioni) e accusa gli odiati Le Pen e Mélenchon (odiati perché sono i più votati) di “alleanza rosso-bruna” perché sfiduciano tal Barnier, idolo dei media perché non rappresenta nessuno. E sono uniti da un “sogno” inaudito: “far cadere Macron e andare all’Eliseo”. Roba da matti: fanno politica per vincere le elezioni e governare, refrattari alla prima regola della nuova via golpista alla democrazia: governa chi perde. Infatti, per il Corriere, la Le Pen è “la stratega del caos” e Mélenchon “il tiranno che si sente Cyrano”; e, per gli altri giornaloni, due “narcisisti”. Il vero democratico è l’umile Macron, che pretende di governare contro il suo popolo. In Italia invece il “rosso-bruno” è Conte che, non pago di “voler tornare a Palazzo Chigi” (mentre gli altri leader aspirano a non governare) e “non dichiararsi di sinistra” (contro un preciso obbligo di legge), osa financo votare contro Ursula come la Lega e altri. Quindi, siccome la Dc governò 40 anni contro il Pci e il Msi, i primi “rosso-bruni” furono Berlinguer e Almirante.
L'Amaca
Lo spavento del camionista
DI MICHELE SERRA
Leggendo il bell’articolo di Marco Belpoliti (Repubblica di ieri) su come l’apertura dell’autostrada del Sole cambiò l’Italia, mi è tornata in mente la piccola meravigliosa storia, molto metaforica, che mi fece molti anni fa un giovane camionista insieme al quale (troppo lungo spiegare perché) portai un carico di biscotti da Milano a Bitonto.
Anche suo padre era camionista.
Un camionista italiano del dopoguerra.
Meridionale e quasi analfabeta. Appena inaugurata l’Autosole, si avventurò nel tratto tra Firenze e Bologna, che fino a lì aveva percorso, lemme lemme, lungo i tornanti della Futa e del Raticosa (per andare da Roma a Milano, e viceversa, si passava da Monghidoro, Gianni Morandi se lo ricorda bene). Al primo viadotto, lungo e vertiginoso, sospeso sopra vuoti fino a lì impensabili, il camionista venne preso da sgomento (oggi si dice: attacco di panico). Fermò il camion, reclinò la testa sul volante e disse, anzi si disse: io di qui non mi muovo. Si bloccò il traffico. Arrivò in soccorso la polizia stradale, che convinse l’uomo a rimettersi in marcia, con le dovute cautele, e lo scortò dall’altra parte del viadotto.
Il mio compagno di viaggio non ricordava se suo padre, una volta raggiunta l’altra sponda, proseguì lungo l’autostrada oppure uscì al primo casello. Spero per lui, come per noi tutti, nella prosecuzione del viaggio.
Ma lo spavento di quel camionista, di fronte al mondo che cambia senza curarsi di avvertirlo, ancora oggi mi commuove.
Quel camionista è tutti noi, che dall’altra parte del viadotto contiamo di arrivare anche senza l’assistenza della stradale, ma la testa sul volante, ogni tanto, la recliniamo.
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