mercoledì 4 dicembre 2024

Beppinamente

 

Beppe è un patrizio draghiano che ignora poveri, sanità e guerra per un “futuro” vago
DI DANIELA RANIERI
Dal video di Grillo in carro funebre, trovata a basso (?) costo per certificare la morte di qualcosa che lui vuole a tutti i costi riprendersi, abbiamo capito tre cose.
1) Egli è in buona fede: chi immagina un Grillo assetato di potere che non si fa scrupolo di distruggere il movimento contizzato per alimentare il suo ego e il suo Isee (il sospetto c’è), sbaglia. Grillo crede davvero che Conte e i suoi sodali abbiano snaturato il M5S, e ha covato per mesi il rimorso del dott. Frankenstein per la sua creatura fuori controllo. Il problema è che questi “sodali di Conte” ormai sono il 63% degli iscritti, e di ciò Grillo deve capacitarsi.
2) Grillo sostiene che gli iscritti siano stati plagiati da una “narrazione” menzognera. “Tutti i progetti che mandavo al Mago di Oz non sono arrivati perché lui non si faceva trovare. Una cinquantina di cose meravigliose”. Tipo? “Sfiducia costruttiva”, su cui Conte è sempre stato d’accordo, “legge anti-zombie cioè cambi di casacca”, idem, “legge sui condòmini, sulle assemblee non a unanimità ma a maggioranza per limitare il turismo degli affitti a 2-3 giorni, poi 2-20-20, tutela dei dati cittadini”… Sono cose da referendum di un cantone svizzero. Grillo, milionario, che ormai comunica con la gente solo in modalità broadcasting (spettacoli-video-blog), ignora la condizione degli ospedali pubblici e dei lavoratori poveri e non menziona la guerra a cui ci conducono i padroni del mondo; non ha più soluzioni per agire sulla Struttura della società, ma solo sui suoi perfezionamenti, che chiama vagamente “futuro”. Per lui il quesito sulla Sanità serviva solo a coprire quelli per far fuori lui e la regola dei due mandati. Conte non avrà ascoltato Grillo, ma magari ascolta la gente.
3) Grillo, psicanaliticamente, rimuove il motivo del distacco del suo popolo da lui: l’appoggio al governo Draghi e la relazione affettuosa con lo stesso ai danni di Conte (il soprannome “Mago di Oz” lo ha coniato per caso durante una delle sue telefonate col superbanchiere “grillino”?). Un presidente del Consiglio fatto fuori perché i patrizi dovevano spartirsi il bottino del Pnrr e prendersi il merito di aver fatto uscire il Paese dalla pandemia avrebbe anche motivo di serbare rancore al padre che si è alleato coi suoi aguzzini. E i 300 mila euro l’anno (per “comunicare”: male, come s’è visto) in un movimento ai cui eletti era d’obbligo mostrare gli scontrini del bar lo hanno reso un patrizio draghiano a pieno titolo.

Robecchi

 

Basso Impero. Qui una volta era tutta democrazia, che ora è anche “liberale”
di Alessandro Robecchi
C’è qualcosa di squisitamente, perversamente medievale, nelle nostre belle democrazie, anche se pare che la parola “democrazia” non sia più di moda, sostituita dalla formula “democrazia liberale”, che sembra più accettabile all’establishment, cioè a chi comanda. Se ci fate caso, l’aggiunta dell’aggettivo “liberale” è ormai obbligatoria, cade come lo zucchero a velo sul pandoro e dolcifica tutto. Ma è un segnale interessante: “democrazia” da sola, senza aggettivi, non basta, non descrive a sufficienza l’impostazione ideologica, la direzione economica liberista, l’unica consentita. Una volta qui era tutta democrazia, signora mia, ora è tutta “democrazia liberale”, e noi quasi non ce ne siamo accorti. Vedi a volte come succedono le disgrazie.
Nella più grande democrazia liberale del mondo – altra formula che andrebbe ogni tanto verificata, tipo tagliando alla macchina – il presidente uscente Joe dona, nel corso di una toccante cerimonia, la grazia al figlio Hunter, che potrebbe andare in galera parecchi anni per svariati motivi, tra cui droga, evasione fiscale e possesso abusivo di armi da fuoco, senza contare gli affarucci milionari in zone poi esplose come l’Ucraina. Insomma, l’imperatore decide dell’immunità di amici e parenti, con la semplice imposizione delle mani: ha la giacca, la cravatta, lavora in una bella stanza ovale, ma non è difficile immaginarlo su un trono dorato, con un grande mantello e la corona in testa che regala al figlio l’impunità (e in altri tempi, magari un principato in Toscana o il protettorato della Baviera). Mentre la democrazia liberale si traveste da basso Impero, la sua poderosa macchina è alimentata a privilegi per una ristrettissima élite di miliardari che paga pochissime tasse, contribuisce poco e niente alla crescita sociale, crea un potere parallelo a quello dello Stato ed espande la sua rete su tutto il pianeta, praticamente senza controlli o contropoteri. In più fa molti soldi con le armi, per gradire.
Nelle democrazie liberali europee, invece, le élite regnanti sono alle prese con altre élite, con poteri forti che sembrano più forti di loro. Anche qui tutto magnificamente “liberale”, certo, come gli anni e anni e anni di munifici dividendi distribuiti agli azionisti Stellantis, mentre gli operai del gruppo si abituavano a lavorare un po’ sì e un po’ no, tre giorni alla settimana, anzi due, anzi niente del tutto. Nella “Repubblica fondata sul lavoro” (cit), l’amministratore delegato di Stellantis se ne andrà a casa con un centinaio di milioni di euro, a mo’ di ringraziamento per aver impoverito un marchio e ridotto le produzioni, mentre grazie alle leggi sul lavoro (tutte scritte dalla cosiddetta “sinistra”, ancorché, ovviamente, “liberale”, ovvio), i lavoratori andranno a casa, senza più lavoro, con due cipolle e un pomodoro, se va bene.
Nell’ex locomotiva Germania, oggi alle prese con la crisi Volksvagen, qualcuno ha fatto il conto che per raggiungere la cifra che si sono messi in tasca i principali azionisti del gruppo negli ultimi dieci anni, un operaio di Volksvagen – pur tra i meglio pagati del mondo – dovrebbe lavorare centomila (sì, 100.000) anni. In questa situazione di impoverimento di molti e arricchimento vergognoso di pochi, il nemico sembra essere uno solo: il conflitto sociale, che non sta bene, signora mia, sporca, intasa le vie del centro, blocca i treni, crea disagi, contessa. Insomma, ostacola le “magnifiche sorti e progressive” delle nostre luminose democrazie. Liberali, mi raccomando.

Vademecum

 

Grave, ma non Siria
di Marco Travaglio
Per chi concepisce la geopolitica come un’eterna lotta fra il Bene e il Male, la Siria rimette le cose al loro posto: cioè nel caos più totale. Dove il più pulito ha la rogna.
Assad. Bashar, erede della dinastia che tiranneggia la Siria da 50 anni, rappresenta la setta sciita “alawita”. Ed è alleato di Russia, Iran e Cina contro Usa, Turchia, Israele e regimi sunniti d’Arabia.
I “ribelli”. Divisi in una dozzina di fazioni, erano i nemici numero 1 dell’Occidente sotto le sigle jihadiste sunnite di al Qaeda e Isis: ora sono promossi a “insorti” dopo che gli Usa han dato il via libera alla loro offensiva, guardacaso quando Trump sta per arrivare e cacciare il Partito della Guerra.
Curdi. Decisivi per sbaragliare lo Stato islamico, combattono pro Assad. Ma il loro Pkk guida milizie filoamericane, mentre ora gli Usa si sono alleati con i jihadisti filo-turchi e anti-curdi.
Usa. Già capifila delle coalizioni anti-al Qaeda e anti-Isis, appoggiano i reduci di al Qaeda e Isis in funzione anti-Assad.
Turchia. Il doppio-triplogiochista Erdogan appoggia i jihadisti (come prima l’Isis) per abbattere Assad, annettersi il Nord della Siria sull’antico tracciato ottomano-ataturkiano, magari deportare i 3 milioni di profughi siriani che “ospita” in cambio dei miliardi Ue. Intanto resta nella Nato, pur aspirando a entrare nei Brics con i tre protettori di Assad: Russia, Cina e Iran.
Russia. Putin, miglior alleato di Assad, bombarda i jihadisti anche per difendere le sue basi navali e aeree in Siria. Ma mantiene ottimi rapporti con Israele (che dal 1967 occupa il Golan siriano) e non fa una piega quando Netanyahu bombarda la Siria (inclusa l’ambasciata iraniana).
Iran. È stato decisivo, con curdi, Russia e Usa, nella sconfitta dell’Isis. Ma ora è indebolito dagli attacchi israeliani diretti e indiretti (a Hezbollah). Assad è il suo unico alleato rimasto nell’area.
Israele. È lo storico nemico della Siria, tantopiù ora che i suprematisti ebraici al governo con Netanyahu sognano il Grande Israele (Damasco inclusa). Ma si ritrova a fianco di Erdogan, che chiama Bibi “nuovo Hitler”, per dare un’altra botta all’Iran, chiudergli il corridoio al Mediterraneo (Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut) e diventare l’unica superpotenza mediorientale.
Iraq. Cacciati i sunniti di Saddam dagli Usa, a Baghdad governano gli sciiti. Che ora inviano truppe ad Assad contro gli Usa.
Ucraina. Il Kyiv Post rivela che in Siria combattono pure gli 007 di Kiev al fianco dei jihadisti (in funzione anti-russa, come pure in Africa subsahariana). I quali, se prenderanno il potere, torneranno a essere “terroristi” e “tagliagole”. E ci spareranno con le armi che noi fornivamo alla famosa “democrazia ucraina”.

L'Amaca

 

Il capitale si giudica da solo
DI MICHELE SERRA
Quando parlo di economia non prendetemi troppo sul serio, fate conto che io sia al bar con un bianco (rigorosamente fermo) in mano. Questo è il mio livello di competenza. Però, sui vociferati (e smentiti dall’azienda) cento milioni di buona uscita per il fu ceo di Stellantis, Tavares, un’opinione ce l’ho, e ve la dico.
La misura del successo o dell’insuccesso di un manager industriale, da tempo, dipende dalla soddisfazione degli azionisti. Dai dividendi che l’azienda riesce a distribuire.
L’andamento della produzione è (ancora) rilevante: ma non altrettanto rilevante.
Il lavoro del manager, perfino di un manager nato nel mondo dell’auto, come Tavares, è minimizzare i costi,in primis il costo del lavoro, e tutelare gli interessi degli azionisti.
Tavares, negli anni, ha distribuito parecchi miliardi agli azionisti: dunque deve sembrargli perfettamente lecito partecipare al surplus.
Fortunatamente, il nesso tra capitale e produzione industriale non è ancora totalmente reciso. Se il prodotto perde quote di mercato oltre il fisiologico saliscendi, suona l’allarme, e questa è una buona notizia: vuol dire che il capitale non è riuscito a liberarsi del tutto del mondo materiale. La cattiva notizia è che il mondo materiale — la fabbrica, le merci, il lavoro, il mercato — non è più il solo giudice del capitale. Il capitale giudica se stesso in splendida autonomia, e lo fa anche, se non soprattutto, fuori dalle fabbriche, e indipendentemente da quello che produce, o smette di produrre. Riuscire a riportare il capitale dentro la produzione materiale, legando i suoi destini al destino di tutti, sarebbe una rivoluzione. Ma non sembra alle porte, no davvero.

martedì 3 dicembre 2024

Senza vergogna

 



Mondo parallelo

 



Che cos'è la sinistra

 

Il sonno ipnotico della sinistra
IN CHE DIREZIONE - La nuova “agenda Draghi” prevede un debito comune per finanziare l’Europa della Difesa e prepararsi a conflitti ritenuti incombenti e ineluttabili (perché si è abolito il negoziato)
DI BARBARA SPINELLI
Invece di brancolare costantemente nella nebbia, e negare che nel Parlamento europeo si esprimono e votano assieme alle destre di Meloni su questioni cruciali come la nuova Commissione, e anche la pace e la guerra, il Partito democratico ed Elly Schlein potrebbero sospendere almeno per un po’ l’abitudine di proclamare una cosa per farne un’altra e provare a dire quel che pensano dell’Europa e se magari hanno qualche idea su come cambiarla.
Se sono d’accordo oppure no con i piani di pace o di tregua che prevedono la neutralità dell’Ucraina e la cessione di territori russofoni a Mosca. Se sono favorevoli o contrari a iniziative europee autonome nei rapporti con Mosca (gli abboccamenti tentati dall’ungherese Orbán e dal tedesco Scholz sono stati bocciati dagli eurodeputati Pd, non si sa perché).
Deve anche dire, il Pd, se ha capito oppure no che l’ambizione di entrare nell’Unione europea è drasticamente diminuita nei paesi che confinano con la Russia (Georgia e in buona parte Moldavia), e che l’esito di un’elezione non diventa automaticamente illegittimo se la maggioranza degli elettori non vota come vorrebbero l’Ue, la Nato e Washington. L’adesione all’Unione europea suscita ben più sospetti di vent’anni fa, e una parte consistente di elettori georgiani e anche moldavi guardano spaventati il cumulo di morti in Ucraina e sentono che chi entra oggi in Europa aderisce per forza alle strategie belliche della Nato e di Washington. Aderisce alla nuova guerra fredda e alla corsa al riarmo che Usa, Nato e Ue vogliono, incoraggiano e pagano. Non stupisce che nelle risoluzioni dell’Europarlamento compaiano sempre più spesso termini come Comunità euro-atlantica e Ordine internazionale basato sulle regole (le regole sono statunitensi).
Per la verità i Democratici hanno già fornito una risposta a questi interrogativi, anche se regolarmente la dissimulano. Da quando è iniziata l’aggressione di Putin – dopo otto anni di guerra civile nel Donbass russofono e in parte russofilo – i deputati europei hanno votato più di 30 risoluzioni intese a finanziare una guerra inasprita ed estesa alla Russia e sempre il Pd si è allineato, con Letta e Schlein. Si può dunque presumere che la scelta decisiva sia stata fatta: in favore di una guerra sempre meno fredda con Mosca e di un’Unione che finge di integrarsi più efficacemente divenendo avamposto armato della Nato.
Torna perfino in auge Draghi, incensato dagli europarlamentari Pd con lo stesso vuoto entusiasmo esibito da Enrico Letta nelle ultime elezioni politiche. Stavolta l’Agenda Draghi n. 2 prescrive un comune indebitamento europeo come quello ottenuto da Conte dopo il Covid: non per salvare lo Stato sociale, non per far fronte al collasso climatico del pianeta, ma per finanziare l’Europa della Difesa – nuovo gioiello – e prepararsi a guerre ritenute incombenti oltre che ineluttabili.
Sarebbe un passo avanti se il Pd ammettesse queste verità, invece di ingarbugliarsi e assicurare che non cederà mai alle destre meloniane che sono ormai parte della maggioranza europarlamentare. “Nessun cedimento”, assicura Nicola Zingaretti, eurodeputato che il 28 agosto aveva annunciato: “La destra in Europa non conta perché non esiste!”. E Schlein, non meno sconclusionata: “Non cediamo di un millimetro”.
Sembrano le frasi fatte che vengono inculcate durante il sonno nello Splendido Mondo Nuovo di Huxley, con tecniche ipnotiche che fin dall’embrione bloccano ogni sorta di risveglio mentale durante il giorno, e allenano al pensiero positivo in qualunque circostanza. Frasi che non dicono nulla di fattuale, ripetute più volte a pappagallo.
La frase fatta che ricorre con più frequenza è “Siamo Responsabili”, e sempre vuol dire: ci va bene il perenne status quo, e ci comprometteremo sull’essenziale (pace/guerra, economia dell’austerità, ecc.). C’è voluto Conte e la sua denuncia del “grave errore politico” commesso mercoledì scorso dai Democratici (“Votare la Commissione Von der Leyen non è stato un infortunio”) perché i dirigenti Pd si svegliassero un attimo dall’ecolalia e capissero che come minimo dovevano spiegare il voto in favore della Commissione allargata a destra, avendo inveito per settimane contro tale prospettiva.
L’ecolalia è la ripetizione inebetita di frasi pronunciate e imposte da altri, ed è questa l’abitudine contratta dalla sinistra in Italia e in gran parte d’Europa da circa trent’anni. Oggi Schlein ricomincia a parlare di diseguaglianze sociali, di Stato sociale, di battaglie sindacali, di transizione ecologica, ma da Bruxelles gli eurodeputati Pd l’impallinano (tranne gli indipendenti Tarquinio e Strada) e comunque la segretaria non può garantire alcunché visto che con il suo consenso le principali spese andranno a difesa e armi. Si parla di transizione verde, ma come salvare la Terra se le guerre in corso e quelle pronosticate impediscono ogni negoziato e accordo tra i primi paesi inquinatori (Usa, Russia, Cina, India, Ue). E difesa da chi? Dalla Russia? Dalla Cina? Perché? Per sempre?
La sinistra naufraga in realtà da quando crollò il comunismo, e prima ancora da quando, nel 1979 e 1981, fu travolta dalla possente onda neo-liberista e antistatalista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Si pensò che il socialismo non sarebbe precipitato assieme al comunismo, dopo l’89, invece è accaduto proprio questo, dato che tante loro idee erano comuni. La sinistra venuta dopo fu una finzione, per non dire una frode. Si presentò come molto “responsabile”, pronta a riarmare l’Europa e a trasformarla in “comunità euro-atlantica”, contro le volontà di gran parte dei cittadini e gli interessi del continente. La lista dei trasformatori è lunga: Blair, Hollande, Macron, Veltroni, Renzi, Gentiloni+Minniti, Letta, e Starmer dopo la decapitazione politica di Jeremy Corbyn, oggi deputato indipendente).
Molti sostengono, specie in Francia, che la sinistra dovrebbe diventare socialdemocratica per essere del tutto accettabile (accettabile da chi?). Ma la socialdemocrazia del dopoguerra è stata ben altro, almeno in Germania. Essere socialdemocratici voleva dire, negli anni 50 e durante la Distensione negli anni 60, costruire una sicurezza europea assieme all’Urss, come propose poi Gorbaciov nell’89. Queste le convinzioni di Willy Brandt ed Egon Bahr, contrari alla guerra fredda e ai riarmi Nato.
La socialdemocrazia di allora considerò “serie”, “da valutare”, le Note di Stalin del marzo 1952, che offrivano la riunificazione delle due Germanie in cambio della neutralità tedesca e della non adesione alla Nato. Oggi si potrebbero cercare soluzioni analoghe per l’Ucraina, tanto più che Putin non è Stalin e la Russia non è l’Urss. Ma a differenza di allora, la vera socialdemocrazia non c’è. Ci sono frammenti di partiti progressisti, che potrebbero aiutare il Pd a svegliarsi dalle sonnolente frasi fatte in cui sono immersi. Un po’ di pensiero woke non ci sta male, e per questo forse i neoconservatori hanno in odio tutto quel che dipingono come woke, e è solo “risveglio”.