martedì 19 novembre 2024

L'Amaca

 

Quelli che non votano
DI MICHELE SERRA
Il 46 per cento dei votanti in Emilia-Romagna è la fine di un mondo: il mondo, sostanzialmente novecentesco, nel quale stare in società non era un dovere, era proprio un bisogno. Il bisogno di esserci, di contare e di contarsi. E la politica era la maniera fondamentale per farlo. Era un gesto politico anche l’astensione: le poche frange di renitenti non andavano alle urne o perché anarchici o perché attivamente eccentrici, gente che amava distinguersi dai pecoroni (come me) che andavano in massa a votare.
Sicuramente esiste ancora un’astensione di tipo politico. Ma una quantità così enorme di astenuti (più della metà degli aventi diritto) non si spiega se non per disinteresse, inerzia o distrazione.
Hanno altro da fare, qualcuno, se non lo scopre casualmente su TikTok, nemmeno sa che si vota.
I telegiornali, i talkshow e in misura decrescente i giornali arrivano a una fetta cospicua di persone, comunque una minoranza: probabilmente il pubblico che segue i media tradizionali è abbastanza coincidente con quelli che vanno ancora a votare. Gli altri sono come dispersi, si sono fatti un mondo loro che non è più il nostro (e il nostro, di contro, non è più il loro), vivono, lavorano, hanno i loro problemi, i loro progetti, le loro delusioni, ma questo pacchetto di vittorie e di sconfitte, che si chiama vita, hanno deciso di tenerselo per loro, di non spenderlo in politica.
Forse lo hanno nascosto sotto il materasso.
È un’Italia parallela, misteriosa e silente, e se pure, con qualche fatica, la rispetto, devo dire che mi sto abbastanza stufando, ogni volta che vado a votare, di decidere anche per loro. È un peso che non porto volentieri. Un conto è portare a casa la spesa a uno che non ce la fa a uscire perché è anziano o impedito, altro conto è scegliere governi al posto di gente che sta benissimo, ma ha solo deciso che quella fatica deve farla qualcun altro.

Commento

 

Caro ministro, il paternalismo è ancora il problema
di Michela Marzano
Ascoltare le parole del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, pronunciate ieri in occasione della presentazione della fondazione dedicata a Giulia Cecchettin, lascia sgomenti. Non solo per il contenuto, ma per la grande confusione che le attraversa. A poco più di un anno dal femminicidio di Giulia e a pochi giorni dal 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Valditara ha mischiato tutto: narcisismo, patriarcato, immigrazione, ideologia, devianza, cultura. Il risultato? Un discorso raffazzonato e, in alcuni passaggi, esplosivo nella sua superficialità. Intervenendo in videomessaggio alla Camera, davanti anche al padre di Giulia, il ministro ha dichiarato che chi parla di lotta al patriarcato per risolvere la questione femminile avrebbe una visione ideologica.
Ha collegato l’aumento delle violenze contro le donne all’immigrazione illegale. Infine,ha ridotto il fenomeno all’immaturità dei giovani maschi, liquidando il patriarcato come una reliquia del passato.
La sensazione che si ha, alla fine del suo intervento, è che si parli ancora una volta di femminicidi senza reale consapevolezza del problema. Certo, Valditara ha ragione a dire che l’unico modo per contrastare le violenze è puntare su educazione e cultura.
Ma per diffondere cultura, bisogna prima possederla. E confondere le carte, come ha fatto lui, non aiuta affatto. Anzi, amplifica il caos e il rumore che già permeano la nostra società.
Quando si denuncia il patriarcato come radice dei femminicidi, non si parla solo di gerarchie giuridiche superate, ma di unsistema di stereotipi che da secoli strutturano e impastano i rapporti tra gli uomini e le donne. Quando si parla di cultura dello stupro, non si sta facendo ideologia, si sta solo analizzando la grammatica delle relazioni affettive. E quando si dice che le violenze di genere sono strutturali, non si sottintende affatto che le donne, per definizione, sarebbero persone deboli o miti (come ha detto Valditara) da proteggere.
Il patriarcato non è scomparso né duecento anni fa — come avrebbe sostenuto, secondo Valditara, Massimo Cacciari — né con la legge del 19 maggio 1975, che ha cancellato il concetto di “capo della famiglia”. Il patriarcato è ancora la tela di fondo della nostra società, un intreccio di suppliche,minacce, controllo e sguardi di commiserazione che circondano le donne, colpevolizzandole quando subiscono violenze — te la sei cercata, l’hai voluta, potevi pensarci prima… Quanto alla vittimizzazione, non solo è inutile, ma contribuisce anche a rafforzare l’idea secondo cui la donna, per definizione, non sarebbe autonoma. È l’abc del paternalismo, che nega alle donne la possibilità di autodeterminarsi e perpetua il messaggio: io so meglio di te cosa è giusto per te.
Che è poi il cuore stesso del patriarcato.
La vera ideologia in campo, quando si parla dei femminicidi, è il paternalismo, che si interseca perfettamente con la retorica xenofoba: quello sguardoaccondiscendente che si ha nei riguardi di chi, venendo da un altro Paese, sarebbe per forza più violento, più barbaro, più deviante, e che identifica quindi nell’immigrato il colpevole più probabile. Mentre i dati dicono tutt’altro: la stragrande maggioranza delle violenze contro le donne avviene in famiglia, negli ambienti “protetti”, quando si è accanto a persone di cui si pensa di potersi fidare. Sono mariti, fidanzati, fratelli e ex a esercitare la violenza. Non sono mostri, sono uomini apparentemente normali.
E siccome gli ultimi studi mostrano come le nuove generazioni di maschi siano ancora più violente, caro ministro, non abbiamo bisogno di confusione. Serve uno sforzo collettivo per decostruire la cultura dello stupro e costruire modelli di relazione uomo-donna radicalmente diversi da quelli imposti dall’ideologia patriarcale e paternalista. Solo così potremo davvero cambiare qualcosa.

Storia

 


2022: la pace sabotata

di Marco Travaglio
 
Mille giorni fa la Russia invadeva l’Ucraina. Ma la guerra civile fra i governi di Kiev e le popolazioni russofone e russofile nel Sud-Est del Paese dura ormai da oltre 10 anni: dalla cacciata del presidente neutralista Viktor Yanukovich nel 2014 a furor di piazza, di squadroni della morte e cecchini filoccidentali, vissuta dai filorussi come un colpo di Stato; e poi dal tradimento dei due accordi di Minsk, firmati con Mosca e mai attuati dai governi di Petro Poroshenko e Volodymyr Zelensky, ansiosi di entrare nella Nato. Ho ricostruito in sintesi l’intera storia nel mio nuovo libro Ucraina, Russia e Nato in poche parole (ed. PaperFirst), da oggi in edicola col Fatto, nelle librerie e nelle piattaforme online. Qui anticipo il paragrafo sugli accordi di Istanbul, che portarono Mosca e Kiev a un passo dalla firma della pace poche settimane dopo l’invasione del 24 febbraio 2022 e saltarono sul più bello: ecco come e perché.

8 marzo 2022. I presidenti cinese Xi Jinping e turco Recep Erdogan, che come il premier israeliano Naftali Bennett rifiutano di armare Kiev e sanzionare Mosca, si propongono come mediatori. Dal 10 marzo i negoziati dalla Bielorussia si sposteranno ad Antalya, in Turchia. Zelensky, intervistato dall’americana Abc, fa un’importante apertura che un mese prima avrebbe evitato la guerra: “Ci siamo resi conto che la Nato non è pronta ad accettare l’Ucraina. L’Alleanza teme un confronto con la Russia”. Quanto a Crimea e Donbass, “possiamo discutere con Putin e trovare un compromesso sulle regioni e le repubbliche occupate”.

10 marzo. Primo incontro ad Antalya fra le delegazioni ucraina e russa, guidate dai ministri degli Esteri Kuleba e Lavrov. Lavrov fa capire che l’obiettivo della guerra non sono l’intera Ucraina e il suo governo, ma l’indipendenza del Donbass e la neutralità di Kiev.

11 marzo. Putin parla di “qualche progresso nei negoziati”. Kuleba smentisce: “Zero progressi, non so di cosa parli”.

12 marzo. Zelensky nota “un approccio fondamentalmente diverso da Mosca” e si dice “felice di avere un segnale dalla Russia”.

13 marzo. Il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavusoglu dice che “le posizioni si sono ravvicinate”. L’ucraino Podoljak conferma: “La Russia è più vicina alle nostre richieste e ha cominciato a parlare in modo costruttivo”. Le due delegazioni iniziano a scambiarsi bozze per un trattato di pace.

15 marzo. Zelensky dice addio alla Nato: “Da anni si parla di porte aperte dell’Ue e della Nato all’Ucraina, ma abbiamo pure sentito dire che non possiamo entrarci e dobbiamo ammetterlo”. Parole che, dette un mese prima, avrebbero forse evitato l’invasione. Ma ora aiutano il negoziato.

16 marzo. Il Financial Times svela il piano di pace in 15 punti emerso al tavolo russo-ucraino in Turchia: cessate il fuoco da ambo le parti e ritiro delle truppe russe; rinuncia di Kiev a entrare nella Nato e a ospitare basi militari o sistemi d’arma stranieri; garanzie di sicurezza per l’Ucraina da Usa, Gran Bretagna e Nato; congelamento delle dispute su Donbass e Crimea da risolvere in futuro. Biden però non gradisce e definisce Putin “criminale di guerra” per gli attacchi su Mariupol.

17 marzo. Kiev è molto ottimista sui negoziati turchi: “Ora la soluzione è possibile. Dieci giorni per la pace”.

20 marzo. Il ministro degli Esteri turco è sempre più ottimista: “Un accordo è vicino”.

21 marzo. Dopo un nuovo round di negoziati in Turchia, Zelensky dà per scontato un esito positivo: “I compromessi tra Ucraina e Russia saranno sottoposti a un referendum in Ucraina. Possono essere messi ai voti le garanzie di sicurezza e lo status dei territori temporaneamente occupati in Donetsk, Lugansk e Crimea”.

22 marzo. Zelensky invita il Papa a Kiev, “garante della sicurezza” post-negoziato.

25 marzo. Mosca chiarisce lo scopo della “operazione speciale”: “Le forze russe si concentreranno sulla completa liberazione del Donbass”. A Biden ne scappa un’altra: “Opzione nucleare? In circostanze estreme”.

26 marzo. Newsweek svela un rapporto top secret del Pentagono che conferma le reali intenzioni di Putin: fin dall’inizio gli Usa sanno che la sua è una “guerra a bassa intensità” e “per ora evita inutili stragi e non attacca tutte le città” perché “punta al Donbass”, non certo a conquistare l’intera Ucraina, né tantomeno ad attaccare l’Europa. Ma, spinto dal Congresso e dalla lobby delle armi, Biden ignora quelle indicazioni e continua a sabotare il negoziato: “Putin è un macellaio e un tiranno, non può restare al potere”. Un portavoce della Casa Bianca è costretto a precisare: “Biden non stava parlando di un regime change in Russia”. Il portavoce di Erdogan: “Se tutti bruciano i ponti con la Russia, chi parlerà con Mosca a fine giornata?”. Seguono le prese di distanze di Blinken, Borrell, Macron e Johnson. Solo Draghi tace.

27 marzo. Nuova apertura di Zelensky a un compromesso con Mosca: “Neutralità e accordo su Crimea e Donbass”.

28 marzo. Mentre Lavrov e Kuleba si rivedono a Istanbul, Zelensky rilascia un’intervista a giornalisti indipendenti russi: “Lo status neutrale e non nucleare dell’Ucraina siamo pronti ad accettarlo: se ricordo bene, la Russia ha iniziato la guerra per ottenere questo. Poi servirà discutere e risolvere le questioni di Donbass e Crimea. Ma capisco che è impossibile portare la Russia a ritirarsi da tutti i territori occupati: questo porterebbe alla Terza guerra mondiale”. Ed ecco subito una nuova provocazione per esacerbare gli animi. Il quotidiano ultraconservatore americano Wall Street Journal sostiene che l’oligarca russo di madre ucraina Roman Abramovich, che partecipa con la delegazione di Mosca ai negoziati, è stato avvelenato con agenti chimici durante un incontro a Kiev il 3 marzo con due negoziatori del fronte opposto, anch’essi colpiti dagli stessi sintomi. Ma fioccano solo smentite.

29 marzo. A Istanbul l’avvelenato Abramovich assiste in ottima forma al discorso di Erdogan che accoglie le delegazioni di Mosca e Kiev. E il tavolo negoziale registra nuovi importanti progressi. Mosca dice di aver ricevuto da Kiev una proposta scritta che garantisce la “neutralità” e “denuclearizzazione” del Paese. Il documento, firmato dal capo delegazione ucraino Arakhamia, si intitola “Trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina” e si snoda su 18 articoli. Putin lo mostrerà nel 2024 incontrando una delegazione di leader africani. L’Ucraina si impegna a non entrare nella Nato; ma non rinuncia alla Ue, chiede garanzie internazionali per la propria sicurezza, anche con una No fly zone, e rinvia a un imminente vertice tra Zelensky e Putin il destino di Donbass e Crimea, da sottoporre poi a referendum in loco. La Russia chiede che l’Ucraina non ospiti basi militari straniere e per il resto non obietta su nulla, neppure sull’adesione alla Ue e sul ritiro delle proprie truppe. E, come segno di apertura, promette di abbandonare le zone di Kiev e di Kharkiv. Cosa che farà nei giorni seguenti. Le due delegazioni concordano un “comunicato” congiunto che riassume i punti di convergenza, da usare come base per il futuro trattato di pace. L’Ucraina sarà “perennemente neutrale e non nucleare”. Segue una lista di possibili “garanti” della sua sicurezza in caso di nuovi attacchi armati: i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu (Russia inclusa), Canada, Germania, Israele, Italia, Polonia e Turchia. Lasciando il Donbass all’imminente vertice Putin-Zelensky, le parti s’impegnano a “risolvere pacificamente la controversia sulla Crimea nei prossimi 15 anni”. Il ministro degli Esteri turco parla dei “più significativi progressi fatti finora”. Gli Usa restano scettici.

31 marzo. Il Corriere della Sera rivela: “Un asse anglo-americano sembra remare contro la trattativa: anzi, probabilmente punta a farla fallire, perché intravede come obiettivo strategico non tanto la fine della guerra quanto la sconfitta sul campo della Russia… La strategia attuale – spiegano a Downing Street – è continuare a sostenere l’obiettivo ucraino di respingere l’invasione…”. Anche il New York Times smentisce la narrazione atlantista: Putin non voleva affatto occupare l’intera Ucraina e non è passato a più miti consigli per la strenua resistenza popolare; sin dall’inizio puntava alla conquista del Donbass e al mantenimento della Crimea, ma ha alzato un polverone con i diversivi su Kiev e Kharkiv per fingere di volere tutto e poi trattare.

1° aprile. Bucha, sobborgo a 30 km da Kiev, torna in mano agli ucraini. Che l’indomani diffondono un video di almeno 20 cadaveri in abiti civili allineati lungo la strada principale e di altri 300-400 gettati in fosse comuni. Il 3 aprile Kuleba accusa i russi di un “massacro deliberato”. Governo e stampa internazionale parlano di rastrellamenti casa per casa, bambini usati come scudi umani, torture, stupri di donne e minori, fosse comuni, “pulizia etnica”. Mosca prova a negare e accusa Kiev di “provocazione per interrompere i colloqui di pace”. Guterres chiede che “un’indagine indipendente accerti una responsabilità effettiva”. Anche il Pentagono è prudente: “Non possiamo confermare in modo indipendente né confutare le affermazioni ucraine”. La verità probabilmente sta nel mezzo. I morti sono opera dei russi (se non avessero invaso l’Ucraina, quelle 300 o 400 persone sarebbero ancora vive) e le brutalità sono accertate, anche se è difficile distinguere fra civili giustiziati (ce ne sono, come mostrerà un filmato diffuso dal New York Times) e militari caduti in battaglia. Ma la fossa comune accanto alla chiesina di Bucha, ripresa dai satelliti ed esibita da tutti i giornali e tv, è in realtà il cimitero improvvisato del vicino ospedale che getta lì i corpi dei feriti di guerra che non ce l’hanno fatta. E la collocazione dei cadaveri, senza sangue e probabilmente uccisi settimane prima, disposti a distanza regolare sulla strada a favore di telecamere, fa sospettare una regia per moltiplicare lo choc.

5 aprile. Il mondo Nato esulta, sperando nella morte dei negoziati. Per Biden, non si tratta con Putin, “criminale di guerra che va processato all’Aja”. Stoltenberg proclama: “La guerra può durare anni, a Kiev servono armi pesanti”. Zelensky accusa i russi di “crimini di guerra” e li paragona all’Isis. Ma non chiude le porte al negoziato, anzi: “Tragedie del genere ti colpiranno sul polso mentre fai l’una o l’altra trattativa. Ma abbiamo ancora opportunità per compiere questi passi”. E incredibilmente le delegazioni russa e ucraina continuano a trattare 24 ore su 24 scambiandosi nuove bozze di accordo.

8 aprile. La Russia, come promesso agli ucraini a Istanbul, “ridisloca” nel Donbass le unità finora impegnate sul fronte Nord e nelle regioni di Kiev e Kharkiv.

9 aprile. È il giorno ipotizzato per la firma dell’accordo. Ma il premier britannico Boris Johnson si precipita a sorpresa a Kiev, primo leader del G7 a visitarla dopo l’invasione, in un viaggio avventuroso fra auto, elicottero, aereo militare e treno. Incontra Zelensky a quattr’occhi e blocca ogni ipotesi di negoziato con parole definitive. Versione dell’Ukrainska Pravda: “L’Occidente non sosterrà alcun accordo di pace”. Versione di Bennett: “Non negoziate e continuate a colpire Putin”. E pubblica sui social l’elenco dei nuovi armamenti da Londra, incitando il “leone” Zelensky a combattere “fino alla vittoria”.

12-15 aprile. Nuovi round di negoziati a Istanbul. Le due delegazioni discutono ancora della richiesta russa – indigesta per Kiev – di vietare per legge “il fascismo, il neonazismo, il nazionalismo aggressivo” e le riabilitazioni delle formazioni ucraine che combatterono contro l’Armata Rossa. Kiev promette di non limitare più l’uso della lingua russa sul suo territorio. Mosca si impegna addirittura ad “agevolare” l’ingresso dell’Ucraina nella Ue e non pretende più il riconoscimento della Crimea, anche perché il risolutivo incontro fra i due presidenti sulle questioni territoriali è dato per imminente: si parla di due settimane. Zelensky è disponibile a lasciare almeno parte del Donbass a Mosca. E Putin rinuncia alla demilitarizzazione totale del Paese. Ma restano ancora distanti le posizioni sulle dimensioni del futuro esercito ucraino (250 mila uomini per Kiev, solo 85 mila per Mosca). Ma soprattutto sulle modalità di intervento dei Paesi garanti. La penultima bozza del 12 aprile prevedeva che ciascuno avrebbe deciso autonomamente se e come difendere l’Ucraina. Ora invece Mosca chiede “una decisione concordata da tutti”, che le garantirebbe un diritto di veto sugli altri, inaccettabile per Kiev. Ma in una trattativa che ne ha superati ben altri, questi sono ostacoli facilmente appianabili continuando a negoziare. Invece, di punto in bianco, la delegazione ucraina lascia il tavolo per non tornarvi mai più. Le pressioni di Londra e Washington hanno avuto la meglio. E l’allontanamento delle truppe russe da Kiev e Kharkiv, con le promesse Nato di armi decisive, ha illuso Zelensky di poterle sconfiggere in Donbass.

Intervistato dalla tv zelenskiana “1+1”, il capodelegazione zelenskiano Arakhamia dirà nel novembre 2023: “I russi erano pronti a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità: noi avremmo dovuto promettere di non aderire alla Nato. Questa era la cosa più importante per loro, il punto chiave. Tutto il resto era semplicemente retorica e ‘condimento’ politico sulla denazificazione, sulla popolazione di lingua russa e bla-bla-bla”. Ma il 9 aprile “quando siamo tornati da Istanbul” dal terz’ultimo giro di negoziati, “Johnson è venuto a Kiev e ha detto che non avremmo dovuto firmare nulla con i russi, ma solo combattere e basta”. Un altro negoziatore ucraino, Oleksandr Chalyi, confermerà: “Eravamo molto vicini alla conclusione della guerra con un accordo di pace. Putin si era reso conto di avere sbagliato e ha fatto tutto il possibile per fare la pace con l’Ucraina. Ha deciso lui di accettare il Comunicato di Istanbul, completamente diverso dalle sue richieste precedenti”. Poi ci sono le parole dei leader mediatori. Erdogan: “L’opportunità storica che avrebbe salvato la vita di decine di migliaia di persone e impedito sofferenze e distruzioni è stata sprecata, anzi sabotata”. Bennett racconterà che al documento finale si era giunti dopo 17-18 bozze: “Putin era pragmatico e capiva totalmente le costrizioni politiche di Zelensky”, il quale mostrava un “parallelo pragmatismo”. Poi, dopo Bucha, “nessuno era più pronto a pensare in modo non ortodosso” e su spinta di Biden e Johnson prevalse “la legittima decisione degli occidentali di continuare a colpire Putin… Hanno bloccato la mediazione… Pensai che era sbagliato… Credo davvero che esistesse una chance per il cessate il fuoco”. Definitivo il giudizio di Oleksii Arestovych, allora consigliere di Zelensky, anche lui presente ai negoziati: “Erano stati cancellati i due accordi di Minsk 1 e 2, molto pericolosi per l’Ucraina. Quello era l’accordo migliore che avremmo potuto stipulare”.

lunedì 18 novembre 2024

Tiè!




Strenne




Il Maestrone e Corona

 



IL DIALOGO
Guccini & Corona "Avevamo previsto tutto questo"
Uno taciturno cantastorie dell’Appennino, l’altro irruento dolomitico Entrambi a fare i conti con gli anni, le paure e i ricordi perduti Qui insieme si confessano: "Non è facile invecchiare senza maturità"
di EMILIO MARRESE
PàVANA (PISTOIA)
Ci vuole scienza, ci vuol costanza a invecchiare senza maturità. Guccini lo cantava, Corona dice che ci è riuscito, purtroppo o per fortuna. «Rispetto ai miei trent’anni – riflette Francesco, classe 1940 - sono leggermente più maturo, ma solo per mancanza di energia. A Mauro invidio la libertà che si è regalato di dire sempre quello che gli passa per la testa senza ritegno e affermare la propria personalità, è una valanga. Io non riesco a smollarmi, solo ogni tanto, raramente».
«A Francesco invece invidio la cultura – replica Mauro, classe 1950 Avrei voluto studiare, ma quell’ubriacone delinquente di mio padre mi diede un calcio nel sedere. Tutto quel che so è frutto di un empirismo sgangherato, invece che di un percorso di conoscenza scolastico. Ho rubacchiato qua e là. Mi secca aver dovuto imparare tutto da solo: a scalare, a scolpire, a scrivere. I miei mi hanno insegnato solo a bere».
Guccini e Corona, che incontriamo in un’osteria di Pàvana, appennino tosco-emiliano dove vive il cantautore, sono uniti dalla montagna, dalla politica, dalle osterie appunto, dal vino, dalla scrittura, dal passato e dalla paura. Ragazzi irresistibili, un orso e uno stambecco, appenninico pigro e taciturno l’uno, dolomitico muscoloso e incontenibile l’altro.
«Veniamo dalla stessa povertà e fatica, anche se quelli delle Dolomiti ci disprezzano. Ma Tomba ha imparato a sciare qui», rivendica il Maestrone. Si conoscono da decenni. «La prima volta ci siamo incontrati a Bologna – racconta Mauro - mi ricordo che al ristorante andando in bagno vidi una grossa palla nera che mi pareva un profitterol e me la misi in bocca. Era un tartufo. Avevo bevuto, non me ne vanto. L’umanità di Francesco mi appartiene, qualsiasi cosa cantasse e dicesse era poesia pura, sono cresciuto con le sue canzoni. Vengo dagli escrementi della vita e mi ritrovo a parlare con quelli che prima vedevo in tv. Al Bano mi manda anche le casse del suo vino».
«A me no, diglielo».
I loro ultimi libri sono rivolti indietro nel loro tempo, racconti autobiografici. Come eravamo di Guccini (Giunti), Lunario sentimentale di Corona (Mondadori).
«Il futuro è nel grembo di Giove – dice Guccini, sorseggiando Traminer - chi lo conosce? Che speranza posso avere alla mia età? Quella di arrivare a 94 anni? Il presente invece è così fugace, è un attimo. E allora non restano che le esperienze fatte, le persone conosciute, le donne amate e la mente torna a quello. Viviamo costantemente nel ricordo. Il passato è stato più emozionante. Giorni belli e brutti, piccoli successi e insuccessi. Anche nelle mie canzoni raccontavo la vita vissuta, da me e dagli altri. Continuo a farlo per il puro piacere di raccontare».
«A me il passato fa male, mi assale – irrompe Corona, tracannando Traminer - , la fanciullezza viene a trovare la vecchiaia. Però se lo paragono alla frenesia del presente, a tutta questa voglia di correre, ieri mi sembra più pacifico. Non ci mancava quel che non conoscevamo.Cito sempre Brodskij: se c’è qualcosa che può sostituire l’amore è la memoria. Ho bisogno di una garza di dolcezza che tenga insieme quel passato che mi sembrava terribile e ora rivedo bello. Rivedere quel ragazzino che lavorava in malga dai sette anni mi fa star bene. Si scrive per non dimenticare, per stare a galla, per far sapere al mondo che ci sei, non per vanità ma per paura».
«Io ho cantato il mondo che ho visto – riprende Guccini - anche con la sua moralità, la Weltanschauung della civiltà contadina che ora non esiste più, così com’è scomparso il dialetto. Son cresciuto con gente nata nell’800 e parlo con i ragazzi del Duemila. Se uno conosce il passato, come fa a dire che Mussolini è stato uno statista? Ma come? Dove? Quando? Perché?»
Nostalgia canaglia l’hacantata qualcun altro. «Non ho malinconie né nostalgie – garantisce Guccini - Oggi stiamo molto meglio, abbiamo la magia dell’acqua calda e della stanza riscaldata quando vai a letto. Dei tempi moderni provo disagio solo davanti ai social che fanno danni irreparabili. Non rimpiango nulla, se non che avrei voluto discutere di più con mio padre e avrei voluto farmi raccontare di più da mio zio minatore negli Stati Uniti. Non me lo perdonerò mai. Ma se becco Seneca con la sua De senectude lo picchio: la vecchiaia fa schifo. Ricevo montagne di libri e non posso più leggerli, non ci vedo più e questa è una cosa che mi procura un dolore immane, immenso. Una tragedia».
E allora arriviamo lì, alla paura. «Mi spaventa il decadimento mentale, non la morte. Ho pauradi perdere i ricordi». «A me fa paura la malattia – concorda Corona Ho visto tanti amici morire nel dolore contorcendosi atrocemente. Imploravamo di essere lasciati andare, ma la legge non lo permette: la vita è sacra, dicevano i medici e a momenti mettevo loro le mani addosso. Ma sacra un c...o, quella non è più vita! Ho paura del tempo che passa e non voglio perderne. Per questo sono contento della mia insonnia che mi ha fatto vivere il doppio. Mi sforzo anche per non dormire. La notte sei solo tu e basta. Mi immergo nel silenzio, ascolto i gufi che imprecano, entro in un mondo mio, scolpisco, bevo, scrivo. Se scolpisco o scalo non mi tolgo le mie paure, se invece scrivo sì perché mi annullo. Non mi riconosco quando vado in tv, recito la parte del rompipalle ma quello non sono io».
Guardandosi indietro, si rivedono le orme lasciate. «Mah – si schermisce Guccini - il successo, ammesso e non concesso che l’abbia avuto, per me è stata la possibilità di comprarmi tutte le sigarette e i libri che volevo. Ora non posso più fumare né leggere». Il successo è un gufo, scrive Corona: se lo insegui scappa, se ti fermi seduto viene sulla tua spalla.
«Non l’hocercato, è arrivato. Ho venduto quasi cinque milioni di copie – dice Corona – ma dei soldi non so che farmene, guarda come mi vesto. L’unico vantaggio della notorietà, dopo aver bevuto petroliere di porcherie, è il vino buono gratis e il viagra. Ho nostalgia del poco che avevo, mi sento un ladro legalizzato, non ho più desideri. Sono stato fortunato, a parte la malattia dei miei figli che mi ha distrutto. Nulla è stato facile. Andavo a chiedere l’elemosina con mia nonna e per quello sì che ci vuol coraggio, altro che scalare. Spero che mio padre mi veda ora dall’inferno, dove gli auguro di stare: gliel’ho fatta vedere io a quel mascalzone che picchiava tutta la famiglia. Quando gli portai il mio primo libro lo buttò nel camino».
Il padre di Francesco, invece, non è mai andato a un suo concerto. «Ma non lo biasimo e non mi fa male. Non gli interessava, semplicemente. Avrebbe voluto fare il maestro, ma gli fecero fare il perito elettromeccanico, veniva da una famiglia di mugnai ignoranti, non aveva studiato, ma sapeva fare tutto con le mani. Era zen, senza saperlo».
Dalle loro vette, come sentinelle, avevano previsto tutto questo, le attuali conclusioni.
«L’avevo scritto neLa fine del mondo storto nel 2011, l’unico mio libro che salverei – dice Corona -: sopravviveranno solo i contadini e i ricchi dovranno bruciare i loro Van Gogh per scaldarsi, in un mondo rimasto senza petrolio né elettricità. Ora bisognerebbe avere il coraggio di spostare case e negozi perché l’acqua va dove trova un passaggio, inutile fare dighe. Avremo un’alluvione all’anno». «Non ci sono più i contadini a ripulire i campi e le canalette, nessuno sorveglia più la natura, le case cantoniere sono abbandonate. È che la gente non si accontenta mai, vuole sempre di più».

domenica 17 novembre 2024

Rimugino


Sai che penso a volte?
Che non ci meritiamo questa vita, questo incastonarci su questa palla in periferia di questo piatto della nostra galassia, una piccola galassia anonima; non riusciamo a concentrarci, amandola, sulla pochezza, sulla pusillanimità, vaporosa e per certi versi inutile, della nostra condizione bipede pensante. Scacciamo pensieri utili, abbracciando, inseguendola, una forma di notorietà cinica e bieca; non sopportiamo l’idea di scomparire, di divenire polvere; c’aggrada molto la perfezione, la bellezza esteriore, il palco, i flash; tendenze cialtrone ci portano a ridicolizzare tomi e letture, vere perdite di tempo pensiamo; invece il trucco per accettare il gioco risiede proprio lì: divorare libri t’inebria il cuore, collocandoti fieramente al tuo posto; dai che lo sai, lo sappiamo: è una giostra, ci siamo saliti senza volerlo, ma oramai che siamo avvinghiati al cavalluccio perché scendere, perché scassarlo? Godiamocelo tanto vedi laggiù? Altri sono già frementi di salirvici, appena tutto si fermerà!