lunedì 28 ottobre 2024

Saggio

 

Quella “difesa della razza” che ancora agita Meloni&C.
LE ORIGINI DI UN INSULTO DISUMANO - La lingua stravolta. Il libro del filologo Lino Leonardi ricostruisce la derivazione dal francese del termine: che riguarda le mandrie di animali e offende gli uomini
DI TOMASO MONTANARI
Il rapporto della Commissione europea contro il razzismo e ‘l’’intolleranza che ha suscitato la (comprensibile) rabbia dell’estrema destra al governo e (l’incomprensibile) stupore del presidente Mattarella, fotografa un’Italia (e in particolare un apparato di polizia, una politica, un discorso pubblico) ancora razzista: verso i neri, i migranti, gli omosessuali. In generale, poco capace di comprendere il valore della diversità.
Nelle 48 pagine del rapporto, la parola “razza” è sempre scritta tra virgolette: per far capire che la razza non esiste, ma i razzisti, che invece ci credono, esistono eccome. Quando, al contrario, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha detto: “Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”, ecco lui le virgolette non le ha usate. E nemmeno Giorgia Meloni le usa quando, nel libro-intervista di Alessandro Sallusti, dice: “la razza è cosa siamo fisicamente, l’etnia è cosa siamo culturalmente”. Si tratta di affermazioni da brividi, innanzitutto sul piano cognitivo.
Perché la genetica e la biologia hanno da tempo dimostrato che le razze umane, semplicemente, non esistono. L’unica specie Homo sapiens, tutta originata da un nucleo primigenio in Africa (!), non conosce suddivisioni genetiche: i caratteri esterni (il colore della pelle, per esempio) non sono il segno di un bagaglio genetico uniforme tra chi li possiede identici. E dunque “razza” è una parola che si può usare per gli animali, ma non per gli umani.
A fare definitivamente luce sull’origine e la storia di questa parola maledetta arriva ora un bel libro di Lino Leonardi (Razza. Preistoria di una parola disumana, il Mulino 2024), che insegna Filologia e linguistica romanza alla Scuola Normale di Pisa. Vi si ricostruisce come, nel 1959, Gianfranco Contini riuscì a stabilire definitivamente che “razza” non deriva dal latino “ratio” (la stessa parola che porta a”‘ragione”), come invece si credeva, ma arriva in Italia (nel Duecento) dal francese “haraz”, che significava mandria, e allevamento, di cavalli. E continuerà a significarlo molto a lungo, come dimostra (tra i tanti esempi citati da Leonardi) il fatto che, all’inizio del Cinquecento, Teofilo Folengo scriva, nel suo meraviglioso latino maccheronico: “Hinc cavallorum bona razza crescit”.
Sarà poi dall’italiano che si diffonderà, nel Quattrocento, in tutte le lingue europee. Lo stesso Contini, soddisfatto, commentava: “Per l’appoggio terminologico di tanta abiezione, ferocia e soprattutto stupidità, quanto è più ricreativo avergli scovata una nascita zoologica, veterinaria, equina!”.
Come scrive Leonardi, si tratta di un “caso formidabile in cui la scoperta dell’origine di una parola può cambiarne la percezione e l’uso, può accompagnare e determinare la sua trasformazione da nobile segno di eccellenza e di distinzione a specifico marchio di bestialità”. E, tuttavia, molti vocabolari delle principali lingue europee non accolgono di fatto ancora oggi questa evidenza scientifica, rimanendo ancorati al superato, e nobile, etimo: “ratio”. Perché? Per la forza inerziale dei vecchi, autorevoli, repertori etimologici, certamente. Ma forse, suggerisce Leonardi, anche “perché il discorso pubblico … non ha più percepito l’urgenza di tornare a ribadire il significato primo e più profondo di quel termine abusato, dando per scontato il superamento dell’abiezione razzista”. Gli studiosi non vivono fuori dalla società, e ciò che era urgente chiarire per un antifascista e partigiano come Contini, lo era assai di meno per la generazione successiva, che immaginò di essersi lasciata per sempre alle spalle tutto quell’abisso di odio, ignoranza, atroce violenza. Per la stessa ragione, oggi il tema torna purtroppo attuale: se la presidente del Consiglio di un grande Paese come il nostro, usa la parola “razza” per definire ciò che siamo fisicamente, è urgente dire che, no, “razza” è una parola che non si usa per definire fisicamente gli umani. Perché è una parola che ha un’origine, e poi un uso, radicalmente “disumani”.
Il libro di Leonardi si chiude con una meravigliosa citazione dal Convivio di Dante – il Dante che questa destra ha provato, tragicomicamente, ad accaparrarsi come padre ideale –, in cui si dice che “sanza dubbio, forte riderebbe Aristotile udendo fare spezie due dell’umana generazione, sì come delli cavalli e delli asini”. Aristotele riderebbe, sì, ma noi abbiamo purtroppo meno da ridere: perché quelli che credono che l’umanità si divida tra chi sta sopra e chi sta sotto per diritto di sangue e per colore della pelle, sono tornati al governo di buona parte dell’Occidente. L’unico modo per sconfiggerli è aprire gli occhi ai nostri concittadini: a ciò serve anche un libro come questo, scientificamente esemplare e civilmente consapevole. Perché, davvero, che razza di idiota deve essere chi sul serio crede che gli umani si dividano in razze?

domenica 27 ottobre 2024

Ottimo intervento

 


Per dire







Dedica

 



Attorno al Comico

 

Grillo scordi Conte e sia il consulente di Draghi
DI DANIELA RANIERI
Ci pare, ma potremmo sbagliare, che i giornali improvvisamente prendano molto sul serio Beppe Grillo e le sue crisi emotivo-pecuniarie. Ieri Repubblica dedicava all’ultima puntata di “Grillo minaccia Conte” una pagina intera e ospitava un’intervista a Jacopo Fo in cui l’artista pendeva decisamente per il garante contro Conte (“Un movimento di furbetti e nullità… Grillo sognatore, romantico… Ma ha presente quanto ha speso Grillo per il M5S nel tempo?”). Prodigi alchemici dell’odio per Conte, che induce il blocco padronale a rivalutare persino un debosciato come Grillo dacché ha imbracciato il bazooka contro l’avvocato (brividi di piacere quando riportano i suoi insulti: Conte è “un incapace”, “Non ha visione politica né capacità manageriali”, “Ha preso più voti Berlusconi da morto che Conte da vivo”); d’altronde si fecero piacere pure Berlusconi quando Scalfari disse anzi prescrisse di preferire lui a Di Maio (erano i tempi di Berlusconi “argine al populismo”).
È successo che è filtrata la notizia (a proposito di saper fare comunicazione) che Conte ha dichiarato a Bruno Vespa, per il prossimo suo libro natalizio, che il contratto stipulato col “garante” affinché curi la comunicazione del movimento dovrà essere rivisto, giacché i risultati comunicativi conseguiti a botte di 300 mila euro l’anno non sono proprio brillantissimi. In effetti, come osservammo anche noi, che un curatore della comunicazione di un movimento saboti costantemente il presidente di quel movimento prendendo soldi degli iscritti è quantomeno incongruente, se non autolesionista, posto che la questione del Creatore-Garante-Consulente continua a sembrarci più teologica che politica. Grillo gli ha risposto con un video casalingo (Open lo chiama addirittura “editoriale”) in cui sfotte Conte chiamandolo “mago di Oz” (a dire, s’immagina, che dietro al mago che fa la vociona e indirizza i destini si nasconde un ometto scialbo, senza qualità) e delibera che “già leggere un libro di Vespa è perversione, figurarsi metterti dentro con un’intervista: siamo nel feticismo dell’informazione”. Si è scordato il nome del primo grillino che andò a farsi intervistare da Vespa: Beppe Grillo (a riprova che le perversioni sono sempre quelle degli altri), nel 2014. Poi ricomincia con la solita solfa: comitato, notaio, lo statuto, i mandati (che lui vorrebbe restassero due, lui che si è auto-nominato garante a vita, come i monarchi). Come non ci fossero 43 mila morti a Gaza per mano di Israele, una guerra con la Russia che stiamo combattendo per procura, una Sanità pubblica che si sta placidamente sgretolando e un governo di macchiette incapaci e draghiani col fez; e, soprattutto, riuscendo a non citare manco di striscio la questione sollevata da Conte: vale ancora la pena pagare Grillo per le sue imboscate contro il presidente che lui ha richiamato a lavorare (gratis, peraltro, per un anno e mezzo) al fine di risollevare un partito boccheggiante dopo l’appoggio sadomaso al pessimo governo Draghi?
Poi critica Conte per le elezioni in Liguria ed Emilia-Romagna: “I candidati che appoggiano questo movimento progressista di sinistra: chi li ha votati? Sono stati catapultati dall’alto, i soliti giochi della vecchia politica”. Eh già, si sarebbero dovute tenere delle primarie. Pure qui, s’è scordato di quando lui in persona annullò le primarie per il candidato sindaco di Genova, nel 2017, perché la vincitrice non era di suo gradimento, salvo poi annunciare una nuova votazione, con un solo candidato in gara, però. “Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me”, disse, oscuro e apodittico come la Pizia. Quindi lancia il suo anatema: “Da creatore del movimento, rivendico il diritto all’estinzione del movimento”. Che tempismo: proprio nelle ore in cui si sta tenendo la Costituente, con gli iscritti riuniti per discutere le proposte dal basso, il padrone dichiara il M5S “evaporato”. Il nichilismo ha la meglio sulla trasparenza, vero sacramento dei grillini insieme all’onestà e alla democrazia diretta. Chissà come mai Grillo non chiarisce una volta per tutte la corrispondenza d’amorosi sensi che, stando al prof. De Masi, ha tenuto con Draghi quand’era presidente del Consiglio, e la richiesta avanzata da questi di far fuori Conte, di imporgli di allineare i suoi ministri sulla orrenda legge Cartabia, di unirsi alla scissione di Di Maio e abbandonare Conte al suo destino, etc. Potrebbe mostrare agli iscritti gli sms che si scambiava con Draghi e metterli ai voti. Non è importante sapere se il Demiurgo è (stato) un doppiogiochista? Peraltro, se è convinto che Conte senza simbolo non arriva all’8%, ammette implicitamente che i voti li porta il simbolo, non la sua consulenza da 300 mila euro, motivo per cui il soprannome di “mago di Oz” si attaglia più a lui che a Conte. (Una soluzione all’impasse, gratis: Grillo si metta a fare il consulente per Draghi).

Per i Tromboni

 

Facce da Nato
di Marco Travaglio
Mentre Putin riceve il segretario generale dell’Onu Guterres e i leader dei Brics, che si moltiplicano e raggiungono ormai quasi metà della popolazione mondiale e il 35% del Pil globale, tornano alla mente 32 mesi di oracoli dei migliori esperti atlantisti: Putin morente e sul punto di essere deposto, la Russia sola al mondo, schifata anche dagli alleati e prossima alla disfatta contro l’invincibile armata di Kiev e dei 40 Paesi dell’Asse del Bene (i 32 Nato e i loro amici). Chiunque osasse rispondere con i dati impietosi delle forze in campo e delle battaglie al fronte, con i numeri dei Paesi che all’Onu non condannavano l’invasione russa, con le analisi storiche e geopolitiche sul complesso fronte eurorientale, con le evidenze delle guerre e delle paci (tutt’altro che “giuste”) del passato, finiva ipso facto nelle liste dei “putiniani”. Guai ad auspicare negoziati, compromessi territoriali, cessate il fuoco per il bene degli ucraini aggrediti e devastati: la risposta era sempre “vuoi la resa di Kiev”, “ti paga Putin”. Giornalisti come Innaro espulsi dalla sede Rai di Mosca, professori come Orsini cacciati dal loro giornale, isolati dalla loro università e privati del contratto Rai già firmato, Elena Basile trattata da falsa ambasciatrice e vera millantatrice, storici, analisti e intellettuali non allineati al non-pensiero unico della propaganda che crede alle balle che racconta bollati per tre anni con il marchio d’infamia del rublo.
Sui social spopola un collage di profezie del prof. Vittorio Emanuele Parsi, che riassume tutto il meglio di quel peggio in una sola persona: “Più si va avanti, più la Russia rimane isolata… Più passa il tempo e più la Cina vede i suoi interessi divaricarsi da quelli russi perché la Cina sa che nel futuro c’è la Cina, ci sono gli Usa, c’è la Ue e non c’è la Russia… Putin ha il mondo contro di lui… Persino i cinesi… addirittura Kim ha detto che non intende mandare armi alla Russia… Putin non è eterno, secondo me non mangerà il panettone nel 2023… Allearsi con la Russia è strategicamente un fallimento per i Paesi che possono avere una tentazione anti-occidentale… I russi non possono sostenere ancora sei mesi di conflitto”. Ne avesse azzeccata mezza. Per carità, nessuno pretende che chi ha sbagliato tutto lo riconosca e si scusi (solo Rampini ha avuto l’onestà intellettuale di ammettere i suoi errori, e rispetto agli altri ne aveva commessi pochi): basta intendersi sul concetto di “esperto”, smettere di considerare tale chi non ne indovina una neppure per sbaglio, lasciare la propaganda ai propagandisti e affidare l’analisi ai veri analisti. Anche perché tutti sanno come andrà a finire in Ucraina, ma pochi osano dirlo perché devono salvare la faccia. Vogliamo rassicurarli: la faccia può perderla solo chi ne ha una.

L'Amaca

 

L’autocrazia del denaro
DI MICHELE SERRA
Se la democrazia è ricerca di equilibrio tra i poteri, nel tentativo precario ma giusto di impedire che qualcuno sia “meno uguale” degli altri e possa sopraffarli, la sua smentita materiale viene dall’economia di mercato, almeno nella sua forma attuale. Non esiste calmiere o contromisura (per esempio: una forte tassazione, o leggi antitrust efficaci) che impedisca a singoli individui di accumulare quantità di denaro smisurate, forse mai viste al mondo, arrivando a condizionare la politica e la vita sociale almeno tanto quanto potrebbe fare un partito. Con la differenza che un partito è un’entità elettiva, rappresentativa di moltitudini.
In rappresentanza solo di se stesso, Elon Musk, secondo un’inchiesta del Wall Street Journal ,avrebbe un rapporto diretto e frequente con Vladimir Putin. Forte della sua flotta privata di satelliti, della sua posizione di punta nell’IA, della sua corsa al cosmo, Musk parla al presidente della Russia da pari a pari, dall’alto di un potere economico che diventa, di fatto, potere politico. Questo potere politico (che, ripeto, rappresenta una sola persona) è un problema gigantesco, perché per sua natura, anche se con le intenzioni più virtuose (e non è il caso di Musk), tende a scavalcare con totale disinvoltura le istituzioni, i governi, le convenzioni tra gli Stati, quel poco o quel tanto che siamo riusciti a fare per dare una forma collettiva e trasparente alla politica. I soldi hanno sempre fatto la storia del mondo. Basti pensare alla Compagnia delle Indie, o alla conquista delle Americhe. Ma ci eravamo illusi che, almeno in una certa misura, la democrazia politica potesse fare da contrappeso all’autocrazia economica. 
Così non è.