sabato 14 settembre 2024

A proposito di...

 

I PESTICIDI IN EUROPA? PROIBITI A METÀ
di Sara Manisera
PUBBLICATO SUL NUMERO 82 - SETTEMBRE 2024
Tra il 2019 e il 2021, l’Unione europea ha vietato diversi pesticidi nel settore agricolo sul suolo europeo, come il Mancozeb, il Chlorothalonil, il Chlorpyrifos, usati principalmente contro insetti, erbe infestanti e malattie fungine, poiché considerati potenzialmente cancerogeni, interferenti endocrini, responsabili di potenziali danni cerebrali ai bambini e feti, e con un impatto devastante sugli ecosistemi e gli organismi acquatici, a causa delle loro proprietà bioaccumulative e della loro elevata tossicità.
Nonostante i divieti in Europa, queste sostanze – sia come principio attivo, sia come composti già preparati – continuano a essere esportati verso diversi Paesi, inclusa la Costa Rica, dove sono utilizzati principalmente nelle coltivazioni intensive di banane e ananas, a ridosso di scuole, centri abitati e sugli stessi lavoratori.
Benché la Costa Rica sia conosciuta per avere una delle densità di biodiversità più elevate al mondo – circa il 6 per cento delle specie si concentrano qui – il Paese è anche il sesto per uso di pesticidi, con un consumo di 17,6 chilogrammi per ettaro, secondo i dati della Fao. Un altro studio del 2022 di Undp, il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, indica invece addirittura un consumo di 34,45 chilogrammi per ettaro.
Dall’analisi dei dati del servizio Fitosanitario dello Stato del Costa Rica del 2023 risulta che prodotti banditi in Europa continuano a entrare nel Paese centroamericano: tra questi ci sono l’Ak 42 22 EcC, più noto come Clorpirifos, esportato dalla multinazionale Upl dal Belgio, l’Acrobat, ossia il Mancozeb esportato da Basf Italia, il Dicarmid 60 Ec // Tekla 60 Ec, ossia il Diazinon esportato da Spagna, passando per la Cina e arrivando in Costa Rica.
Anche un documento del ministero dell’Agricoltura del Costa Rica ottenuto dai giornalisti mostra la lista di pesticidi usati a partire dal 2021 con applicazione aerea sulle piantagioni di banane. Nella lista sono presenti diversi agrochimici contenenti principi attivi come il Mancozeb, il Chlorotalonil, il Diazinon e il Diuron, tutti vietati nell’Unione europea.
L’esportazione di sostanze pericolose e pesticidi banditi o severamente limitati dall’Unione europea è regolata dalla Convenzione di Rotterdam. Il principio alla base è che i Paesi decidano da soli se vogliono importare determinate sostanze chimiche (compresi i pesticidi). Il regolamento sull’assenso preliminare in conoscenza di causa (Prior Informed Consent, Pic, regolamento Ue n. 649/2012) disciplina l’importazione e l’esportazione di certe sostanze chimiche pericolose e impone obblighi alle imprese che desiderano esportare tali sostanze nei paesi extra Ue. Il regolamento però non tiene conto del ricatto economico a cui sono sottoposti i Paesi a basso reddito.

Grattatina

 

Il Draghetto dove lo metto
di Marco Travaglio
Ma non mi dire: l’11 settembre, data particolarmente consona alle disgrazie, Mario Draghi (sempre sia lodato) ha incontrato Marina Berlusconi e Gianni Letta. Due giorni prima aveva presentato la nuova Agenda in pelle umana, subito cestinata dalla von Sturmtruppen e dal governo tedesco tranne che per la parte peggiore: quella della terza guerra mondiale. Che ci faceva l’ex direttore generale del Tesoro, vice-chairman di Goldman Sachs, governatore di Bankitalia e della Bce, premier e aspirante trombato al Quirinale con la figlia e il lobbista dell’amico B.? Un portavoce della rampolla parla di “incontro di cortesia già pianificato da tempo, oltre che un’occasione di conoscenza reciproca… nella prassi consolidata di incontri a vari livelli che la Presidente svolge in qualità di imprenditore”, cioè di presidente Fininvest e Mondadori. Avranno certamente parlato del futuro dell’editoria libraria e televisiva, o magari della pubblicazione del suo agile e avvincente Il futuro della competitività europea, 394 pagine che si leggono come un romanzo (horror). Non certo di politica: i figli di B. sono notoriamente disinteressati all’articolo, anche se tutti pensano che facciano capoluogo, sennò ci sarebbe un conflitto d’interessi; e Draghi è proverbialmente alieno da mire e pensieri sì prosaici. Capita però, di tanto in tanto, che per puro caso venga colto col sorcio in bocca.
Il 20 settembre 2013, poco prima dell’espulsione del neopregiudicato B. dal Senato che stava minando il governo Letta, Draghi fu visto uscire a tarda sera dalla casa di Eugenio Scalfari, in piazza della Minerva, insieme al capo dello Stato Giorgio Napolitano e al premier Enrico Letta (dove c’è Draghi, c’è sempre un Letta). Due giorni dopo Scalfari pubblicò su Rep un editoriale (“Napolitano-Letta-Draghi: lo scudo Italia-Europa”), molto ispirato sul pensiero dei suoi commensali, “i nostri tre punti di forza”. Ma non bastò: quattro mesi dopo Renzi pugnalò Letta con un sereno tweet. Nel dicembre 2020 Renzi voleva accoltellare pure Conte in piena pandemia, scrittura del Pnrr e vigilia della campagna vaccinale. Draghi chiamò Massimo D’Alema, non proprio un amico, che non vedeva da anni, e lo invitò nella sua casa ai Parioli. D’Alema andò e si sentì chiedere se non fosse ora di pensare a un’alternativa (indovinate chi) a Conte, che aveva appena portato i 209 miliardi di Pnrr. D’Alema rispose di no, parlando bene di Conte e malissimo di un governo di larghe intese con pezzi di destra. Draghi fece sapere che con Max aveva parlato di Cina. Un mese dopo Renzi rovesciò Conte e arrivò Draghi. Che, appena vede qualcuno, cade il governo. La Meloni non ha bisogno di consigli: ma una grattatina non ha mai fatto male a nessuno.

L'Amaca

 

Camuffati da governanti
DI MICHELE SERRA
Adestra pochissime voci (giusto ieri quella di Marcello Veneziani) riconoscono che esiste, per Giorgia Meloni, un grosso problema di classe dirigente. Lo stesso Veneziani già nel 2020 scriveva così: “La Sorella d’Italia è figlia unica... Per un partito così cresciuto, così lanciato, scarsa è la sua classe dirigente, scarsi i canali di accesso e di selezione, scarsa la sua capacità di intercettare e candidare figure venute da altri mondi e dalla mitica società civile”.
Ovvio che questa debolezza congenita sia enormemente più vistosa dal momento in cui Meloni è arrivata al governo. Meno ovvio che nella vastissima opinione di destra (largamente prevalente in edicola e in tivù) questo argomento sia poco presente, eufemismo per non dire: ignorato. Passi per i tanti pretoriani, non disponibili di opinioni in proprio. Ma gli altri? Possibile che nessuno, a destra, abbia l’onestà di ammettere che la ristretta cerchia di parenti e amici di Giorgia non poteva camuffarsi di colpo da personale di governo senza farsene accorgere?
Una spiegazione possibile, anzi plausibile, è che non la destra “classica”, ma quella populista ha preso il potere in Italia e galoppa in molti altri Paesi. E per il populismo concetti come “classe dirigente” e “élite” sono impronunciabili. Nel meccanismo bene oliato della demagogia (Noi veniamo dal popolo! Siamo stati investiti dal popolo! Parliamo come il popolo!) fanno l’effetto di sassi negli ingranaggi. E dunque ammettere che ministri mediocri e nomine improponibili sono la prova provata della mancanza di una classe dirigente all’altezza, sarebbe come bestemmiare in chiesa: equivarrebbe a dire che tra populismo e classe dirigente c’è una incompatibilità oggettiva.