domenica 8 settembre 2024

Ritratto

 

l Druido “Argonauta” inquieto cultore destro da “Libero” a Gramsci
ALESSANDRO GIULI CARTA, TV, FINO ALLA CULTURA - I “vendicatori”. Insieme a Buttafuoco e al “povero” Sangiuliano, forma la triade culturale della destra di governo e di vendetta A lui prima la presidenza del maggiore museo per l’arte contemporanea, ora il ministero
DI PINO CORRIAS
Alessandro Giuli, il nostro nuovo ministro addetto all’egemonia culturale basata sulla competenza, è dinoccolato, come la sua storia: fascista, postfascista, neopagano, romanista. Veste color panna montata e anche la produce: “Invece di politicizzare la cultura dobbiamo culturalizzare la politica”. Indossa panciotto, cravatta, fermacravatta. Un anello per dito, una pietra per anello. A cornice degli occhi cerulei, gli arreda le guance una coppia di scopettoni che un tempo venivano chiamati “favoriti”: sono il suo personale omaggio ai secoli passati, quando li usavano i marescialli asburgici a caccia di medaglie, e da noi il conte padano Alessandro Manzoni, devoto della Provvidenza.
Quando parla tiene il sorriso in folle. Ogni tanto dà gas e insieme con gli occhi guizzanti, dice cose tipo: “Mi sento un progressista conservatore. Sono a sinistra della destra”. O addirittura: “Ma sì, sono un vecchio camerata che oggi ammira Gramsci”. Quando cede alla confidenza notturna e in tv suona il flauto del dio Pan, si dichiara “estimatore del paganesimo” dei folletti e addirittura “delle radici precristiane”. Non per nulla porta tatuata sul petto un’aquila. E sul braccio lo scettro di Spoleto, che è roba di antichi scavi funerari umbri, con tori in calore.
Giuli è romano. Famiglia di piccola borghesia, padre camerata, madre democristiana. Nascendo nel 1975, gli anni di Piombo li trascorre all’asilo. Tuttavia a 16 anni va a destra della destra di Pino Rauti. Fonda la banda di Meridiano Zero, che sono fascistelli dediti a molestare gli immigrati e i collettivi studenteschi della Pantera. Frequenta le sezioni missine di Colle Oppio e Garbatella, dove conosce la biondina che dirige Azione studentesca, tale Giorgia Meloni, di cui tutti ammirano la giovinezza e l’ostinazione.
Giuli è pigro, fa il militante a singhiozzo. Si ravvede dal Meridiano, o almeno lo dice: “Dobbiamo superare la logica neofascista che comunque abbiamo rappresentato e di questo siamo fieri”. Si iscrive a Filosofia, legge Evola. Fa gli esami, ma non la tesi. Per sbarcare il lunario scrive per Libero. Bazzica la casa editrice Settimo sigillo che pattina tra antisemitismo, esoterismo, massoneria e nichilismo un guazzabuglio culturale che infine si scioglie nella chiarezza della biografia di Hitler.
Quando incontra Giuliano Ferrara se ne invaghisce, “mi ha assunto dopo un colloquio di tre secondi”, dirà vantandosene. Dentro al Foglio fa carriera. Ma quando il capo sceglie come suo successore Claudio Cerasa, Giuli si abbottona il panciotto e se ne va.
Cerca fortuna in Rai, dove gode di così tanto credito professionale da inanellare una serie di trasmissioni senza capo né coda, tipo “Seconda linea”, “L’Argonauta”, “Povera Patria” e altre sciocchezze qualche volta chiuse in anticipo. Sarebbe ancora lì, in carico permanente alla Rai colonizzata, se la sua amica Giorgia non avesse pescato le tre ciliegie elettorali, sbancando la sinistra litigiosa.
Giuli, – insieme con Pietrangelo Buttafuoco e il povero Gennaro Sangiuliano – forma la triade culturale della destra di governo e di vendetta. A Pietrangelo, che sa di letteratura e Islam, tocca chissà perché la Biennale di Venezia. Gennaro diventa “o’ ministro”, a sentir lui per diretta discendenza dantesca. A Alessandro che “non distingue la cornice dal quadro” (copy Dagospia) tocca la presidenza del Maxxi, che sarebbe il maggiore museo nazionale per l’Arte contemporanea.
Ci entra per la prima volta facendosi spiegare da pazienti collaboratrici la differenza tra il figurativo e l’astratto; tra il “Bevitore” di Teomondo Scrofalo e un monocromo di Schifano.
Sui giornali ci finisce una sola volta, giugno 2023, quando credendosi spregiudicato invita Vittorio Sgarbi e Morgan, impegnandoli in un dibattito che subito scivola su quello che hanno di più caro, la prostata. Sgarbi ci mette un attimo a entrare in argomento: “Il cazzo è un organo di conoscenza, cioè di penetrazione. Dunque serve a capire. Ma dopo i 60 anni ci tocca avere a che fare con questa troia di merda della prostata”. Va avanti così per mezzora. Morgan e il pubblico ridono beati. Giuli frigge sulla sedia, si gratta i favoriti, capisce e non capisce, salvo che il putiferio scoppiato nella notte, lo obbliga a scrivere una scivolosa lettera di scuse ai lavoratori e alle lavoratrici del Maxxi “per il disagio suscitato dal turpiloquio”. Promettendo che “per il sessismo non c’è diritto di cittadinanza nel discorso pubblico e in particolare nei luoghi della cultura”.
Da lì in poi i luoghi della cultura, Giuli li frequenta tutti, convegni, presentazioni di libri, talk show. Dove sfoggia citazioni preferibilmente di filosofi ante domini, tipo Socrate, Platone, Anassimandro. Ma non disdegnando i più recenti Battiato e Battisti. Gli piace dire cose sorprendenti: “Il Mediterraneo è un mare che unisce, non separa”. E poi: “Dobbiamo ragionare in termini euroafricani, allargare il nostro sguardo attraverso la cultura, il linguaggio universale dell’arte”. E ancora: “Il Ponte sullo Stretto è una necessità immateriale oltre che materiale, perché è un corridoio culturale con il Nord Africa, la nostra koinè d’origine”.
In quanto alla politica si è perfettamente aggiornato. Fino a un paio di anni fa ammirava “Putin il patriota” e “Trump, il comandante in capo”. Se la intendeva con l’anti-satanista Steve Bannon. Sfilava a Atreju abbracciato a tutto lo stato maggiore dei Fratelli d’Italia e pure dei cognati, visto l’incarico della sorella, portavoce prima di Lollobrigida poi di Arianna, anche lei assunta per merito.
Ora s’è fatto sempre più moderato. O almeno lo dice: “Considerato che la sinistra ha perso la capacità di capire e di rappresentarsi, serve una destra moderata che interpreti il presente”. Che sappia “intendere la cultura come base di civiltà. E sto citando Spengler”. Che sappia curare “il grande malanno delle nostre classi dirigenti, affette dall’ipertrofia del desiderio acquisitivo”, che sarebbe quello di fare soldi con lo scopo di fare soldi, ma senza “un punto di approdo”. Per Giuli il punto di approdo è la caducità del corpo e “il tempo transeunte” perché “siamo tutti di passaggio. E sto citando Eraclito”.
Il suo passaggio transeunte – dopo il matrimonio e due figli – è la corona di ministro. All’ultimo incontro pubblico con Sangiuliano ha detto: “Chi è di destra dovrebbe avere a cuore la cosa pubblica come una cosa sacra”. Chissà se in queste ore a Jenny Delon, cascato con lacrime tra le ceneri di Pompei, stanno fischiando le orecchie.

Sei sicura Elly?

 

Perché non parli?
di Marco Travaglio
Da una parte c’è il favoloso mondo di R.: tutti gli elettori progressisti non vedono l’ora che il pecorone smarrito ritorni all’ovile, ma quel cattivone di Travaglio non vuole. Dall’altra c’è la realtà: prim’ancora del cattivone, dei perfidi 5Stelle, Avs e chi più ne ha più ne metta, i più inferociti all’idea di ritrovarselo fra i piedi sono i militanti e i votanti Pd. Che sfruttano ogni occasione per gridarlo. Alla Festa nazionale dell’Unità la gente snobba la Boschi, che alla fine viene pure dissuasa dal tour nelle cucine e fa una fuga all’inglese. Poi arriva Gentiloni (parlandone da sveglio), scortato da Johnny Riotta, e prende subito fischi per le supercazzole su Ucraina e Israele. Ma il giornalista- guardaspalle, noto democratico, minaccia i contestatori: “Ai tempi delle Feste dell’Unità vi avrebbero già buttati fuori”. Per migliorare la sua posizione, lo statista letargico la aggrava: “Fa molto bene Elly Schlein a lanciare un appello all’unità a tutte le forze di centrosinistra, inclusa Iv. Senza Iv e Azione non vinciamo le elezioni”. E viene sommerso dai “buuu”. A parte il fatto che in tutti i sondaggi Renzi&C. fanno perdere il triplo dei voti di quelli che portano, commuove l’idea circense che il commissario europeo uscente e dormiente ha del campo largo: “Venghino, signori, venghino: più gente entra, più bestie si vedono”.
Solo che gli elettori non ne possono più di bestie rare o ammaestrate dai soliti noti. Per giunta, non leggono i giornaloni che da mesi lanciano Gentiloni come leader dem o “federatore” del campo largo. E, con le loro infallibili antenne per captare gli umori della gente, sognano accanto al Pd l’Innominabile oggi e Tajani domani. Appena Gentiloni esce, alla Festa di Reggio Emilia entra Conte, accolto da applausi che diventano ovazioni quando dice che di R. non si fida e chiede al pubblico che ne pensa. Chiude la partita Bersani alla Festa del Fatto: “Cara Elly, sei sicura che il Pd è vaccinato dal renzismo? Se sei sicura, fai come ti viene. Ma sei sicura?”. E spiega che R. non è un compagno che ha sbagliato e ora va accolto col vitello grasso: “Lì c’era un disegno politico che girava con una circolazione extracorporea: il progetto era fare del Pd la Forza Italia dei tempi moderni, tagliando le radici di tutte le sinistre. Siamo sicuri di essere vaccinati?”. E aggiunge che R. “ce lo stanno buttando in casa: ma siamo proprio fessi?”. Oggi la Schlein, che ha stretto un patto con R. senza dirlo a nessuno né spiegarne le clausole e il motivo, dovrà rispondere alla Festa dell’Unità. Sempreché le pongano la domanda. Noi, come sempre, l’avevamo invitata alla nostra festa: lei, per la prima volta, ha declinato. Forse perché noi la domanda gliel’avremmo fatta. Ma prima o poi dovrà parlare chiaro. Non a noi: ai suoi elettori.

L'Amaca

 

Quelli che si sono fatti da soli
DI MICHELE SERRA
Si parlerebbe volentieri d’altro, a questo punto, non fosse che la premier in persona, con lo stuolo dei giornalisti di destra che le fanno corona (sembrano i boys di Wanda Osiris quando scendevale scale) definisce «un fatto privato» la vicenda Sangiuliano.
Non è così. Tranne che si viva in un Paese puritano, non ci si dimette per una relazione. Ci si dimette perché quella relazione, fatto decisamente privato, si è maldestramente intrecciata con l’attività di governo. Se io, a casa mia, amo soffiarmi il naso con la tovaglia, nessuno ha il diritto di sindacare. Se lo faccio durante la cena di un vertice internazionale, e metto in conto al governo il lavasecco, disonoro il mio ruolo e danneggio l’immagine del mio Paese.
La differenza tra pubblico e privato, per quanto l’evo dei social tenda a cancellarla, non è poi così poco intellegibile. Che persone adulte e di mondo (Meloni e il suo nutrito seguito mediatico) fingano di non capirlo, o peggio non lo capiscano per davvero, non è una buona notizia: né per loro, né per la comunità nazionale. Vuol dire che non hanno idea del significato di “cosa pubblica”. Non è una postazione da espugnare, è un bene comune da servire.
Sono per metà desolanti, per metà esilaranti, le allusioni a misteriosi “mandati” che Boccia avrebbe ricevuto. Da chi? Da Cuba? Dai radical chic ? Dal Vaticano? Dalla Pro Loco di Paestum, per rivalità con Pompei?
Boccia, con ogni evidenza, è una che si manda da sola. E si è mandata da sola anche questa classe di governanti, ai quali calza a pennello una vecchia battuta di Gino e Michele su Berlusconi: «È uno che si è fatto da solo, e si vede».