sabato 7 settembre 2024

Fate la carità




Ellekappa




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Il personaggio
Tolkien, passioni e vanità del gaffeur che inseguiva l’egemonia della destra
DI FILIPPO CECCARELLI
Un mucchietto di cenere e degli sghignazzi di sottofondo. Questo resterà, se va bene, dell’avventura di Gennaro Sangiuliano nelle tetre stanze di via del Collegio romano, dove alla metà del Seicento visse e operò il padre gesuita Athanasius Kircher dando vita in quel blocco di palazzi a un alone di mistero assai più duraturo di qualsiasi tragicomico fallimento ministeriale.
Scienziato esoterico e sospetto alchimista, non lontano da dove Maria Rosaria Boccia è andata esercitando il suo fascino, quattro secoli fa Kircher aveva impiantato un impressionante laboratorio- museo con stanze astronomiche, esperimenti di palingenesi vegetale, animaloni impagliati da tutto il mondo tra cui un armadillo che fu utile a Bernini per la Fontana dei fiumi di piazza Navona. Ma quel che meglio si adatta alla buffa e rovinosa caduta dell’ignaro ministro della Cultura era una certa lanterna magica, che il misterioso gesuita aveva costruito con le sue mani per mostrare, nella penombra, che ogni cosa può essere vista non solo sospesa a mezz’aria, ma alla rovescia, insomma una degna rappresentazione del potere e della sua impalpabile finitezza.
Entrato lì due anni orsono, Sangiuliano si disse «onoratissimo», ma volle aggiungere che la cultura era «sempre stato il mio alimento», e giù col fatto che possedeva 15 mila volumi, «e io stesso ne ho scritti 18», concludendo quindi con un tweet in cui rendeva noto che il suo motto, invero lunghetto, era la canzone civile di Leopardi All’Italia :“O patria mia vedo le mura e gli archi/ e le colonne e i simulacri e l’erme/ torri degli avi nostri,/ ma la gloria non vedo...”.
Quest’ultima, in effetti, non si può dire che Genny l’abbia proprio riscattata, ma che gli dici a un tipo così? In questi casi l’Urbe è spietata e per addomesticarne gli istinti belluini forse vale solo rifugiarsi in quel versetto dell’ E cclesiaste :vanitas vanitatum et omnia vanitas . Ma lui, benedett’uomo, ha fatto esattamente il contrario, come del resto dimostrano una ponderosa ancorché sgualcita rassegna stampa e un cospicuo file zippato e ricolmo di meme.
Ora sarebbe un peccato inchiodare il personaggio alla filastrocca di spropositi e gaffe che dagli e dagli ne hanno fatto quasi un soggetto d’intrattenimento: Dante fondatore del pensiero di destra, i libri del Premio Strega votati senza averli letti, e Times Square a Londra, e Colombo dopo Galileo, e i 250 anni della città di Napoli, e chissà quali altre dimenticabili defaillance che lo spinsero a reagire promettendo una specie di bibliografica rappresaglia sugli errori dei suoi tanti, anzi troppi criticoni.
Più arbitrario è tentare di mettere in relazione quei continui incidenti con il motore psicologico che li determinava. Un’inquietudine da ex giovane missino bullizzato, un vuoto schermato dalla più inconfondibile retorica destrorsa, una smaniosa volontà di accreditarsi presso i suoi avversari che lo portava a strafare e quindi a sbagliare. Cosa che può sempre capitare a tutti, ma che in lui - «stamattina ho ripreso fra le mani un libro...», «se lei avesse un po’ di memoria storica saprebbe che io...» - si caricava ogni volta di vana ridondanza, anacronistica prosopopea, pomposa e compiaciuta considerazione di sé. Insomma, quel percepibile armamentario che per sua natura, tanto a Napoli quanto a Roma, inesorabilmente si chiama dietro la pernacchia.
Vero è che Giorgia, cui Sangiuliano ha dedicato l’ultima agghindatissima edizione della biografia di Prezzolini, gli aveva affidato un compitino da niente. Smuovere la pretesa “cappa culturale”, cambiare la cosiddetta “narrazione”, promuovere la contro-egemonia, rivendicare l’identità nazionale, costruire un nuovo immaginario, alè! Ora non s’intende qui entrare nel merito del programma, ma proprio perché l’Italia è l’Italia, patria dello scherno, ci si limita a chiedersi come diavolo avrebbe potuto farlo un tipo che amava molto più se stesso della cultura e che per questo faceva irrimediabilmente ridere, come fosse uscito da un fumetto o da un cartoon.
Non si vuole qui mancare di rispetto perché chiunque si mette in evidenza rischia di sembrare buffo, ma la mostra su Tolkien rischiava fin dall’inizio di assomigliare a una palese piaggeria, così come la richiesta di menzionare le foibe al festival di Sanremo suonava una ripicca, per non dire il capolavoro del decreto legge ad personam per impadronirsi della Rai sistemando Fuortes a Napoli, con l’inevitabile tarantella che ne è seguita. Per fortuna, tra i Grandi Eventi, si è fatto a meno della scazzottata tra Zuckerberg e Musk cui il ministero, per rapinosa filantropia, avrebbe concesso il Colosseo o magari Pompei.
E pensare che prima dell’arrivo di Boccia al Collegio romano, sotto lo sguardo severo di padre Athanasius, il ministro già disponeva di ben 16 consiglieri. Vai a sapere se Alessandro Giuli, preso atto del mucchietto di cenere, se li terrà. Ma forse è meglio che al più presto si faccia tagliare quei lunghi favoriti o basettoni che gli adornano le guance: vanitas vanitatum , infatti, e la lezione che ne consegue.

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La macchina dei ricatti
DI MASSIMO GIANNINI
Genny & Mary , il tristanzuolo b-movie di questa folle estate italiana, è finito come doveva. Dopo un lungo e inutile supplizio etico, politico e mediatico, Gennaro Sangiuliano va a casa, com’era logico e giusto fin dall’inizio. Tra lo scorno e il disdoro, sommerso dalle mail e dalle chat, dalle ricevute degli hotel e dalle carte d’imbarco, con le quali l’ha sbugiardato la sua ex fidanzata Maria Rosaria Boccia.
Le sue «dimissioni irrevocabili» sono l’epilogo scontato di uno scandalo che andava aperto e chiuso in due ore, tanto ne erano chiare la portata e le implicazioni.
E invece le disavventure sentimentali e ministeriali di questa strana coppia hanno paralizzato il Palazzo e incuriosito il Paese per due settimane, manco fosse il Sexgate di Bill Clinton e Monica Lewinsky. Per giorni e giorni ci siamo chiesti come fosse tollerabile che un’avvenente e intraprendente influencer, ex venditrice di abiti da sposa, riuscisse a tenere sotto scacco un ministro della Repubblica, smentendolo in tempo reale sui social e in tv.
Soprattutto, ci siamo domandati come fosse possibile che Giorgia Meloni non riuscisse a obbligarlo a fare l’unica cosa sensata, cioè sloggiare dal dicastero della Cultura, qui ed ora, e lo pregasse addirittura di restare al suo posto.
Man mano che si sono fatti più chiari i contorni di questa Temptation Islandall’acqua pazza, abbiamo avuto finalmente la risposta. C’è una ragione, se per cacciarlo è servito un penoso stillicidio di accuse e controaccuse tra lui e lei, sui contratti di consulenza firmati e poi strappati, su chi pagava i viaggi e chi partecipava alle riunioni, sulle telefonate registrate e le foto taggate. C’è una ragione, se l’ex ministro si è esposto a un indegno passaggio negli studi di TeleMeloni, per una pseudo-intervista annaffiata dalle sue lacrime di coccodrillo e officiata dal direttore del Cinegiornale della rete ammiraglia, capace di svilire il Tg1 in C’è posta per tee di scivolare in un attimo da Maria Rosaria a Maria De Filippi.
C’è una ragione se ha cercato di resistere finché ha potuto, anche di fronte alla tambureggiante e devastante controffensiva di Boccia sui giornali e sulle tv.
La verità è che quella a cui abbiamo assistito è molto più che una telenovela boccaccesca, a metà strada tra la sceneggiata napoletana e la farsa da Bagaglino. Intanto, se non ha compromesso la sicurezza nazionale, ha sicuramente umiliato la decenza istituzionale. E poi la tresca privata nasconde una sconcezza pubblica. Tutti ricattano tutti: è questo il cuore della questione, che è sfuggito e sfugge da giorni all’ormai ex ministro, alla destra che lo ha difeso troppo e alla premier che non lo ha licenziato subito. La “ricattabilità”, che ormai mascariava non solo il “Bombolo del Golfo”, ma zavorrava anche l’intero governo e in definitiva l’intero Paese, caduto in ostaggio di un ménage amoroso dietro al quale si cela un potere limaccioso.
Al di là di quello che scrive Sangiuliano nel suo dolente commiato, e a prescindere da quello che ancora dirà Boccia sul web o nei talk, le domande senza risposta restano tutte sul tavolo. Riguardano da un lato la lealtà dei servitori dello Stato e la credibilità delle istituzioni. Dall’altro lato la qualità della classe dirigente e il buon funzionamento dei gangli vitali della Res Publica.

Analizzando

 Ufficio di abuso

di Marco Travaglio
Tutti concentrati sulle lacrime di Genny e sui post ricattatori della Boccia. Nessuno che noti l’aspetto che distingue lo scandalo da un filmetto scollacciato con Banfi e Montagnani: la faccenda della nomina dell’allora amante del ministro a consigliera a titolo gratuito per i Grandi Eventi. Nomina prima promessa, poi avviata, infine stracciata perché – dice Sangiuliano – la Boccia non era più soltanto un’amica e sarebbe scattato il conflitto d’interessi. Come gli fecero notare anche consiglieri giuridici del ministero. Ma il conflitto d’interessi, grazie alla legge Frattini voluta da B. per fingere di risolvere il suo (e mai modificata dal centrosinistra per tenersi stretti i suoi), in Italia non è reato. Salvo che comporti una violazione di legge per procurare vantaggi patrimoniali a qualcuno e/o danni patrimoniali ad altri: allora è abuso d’ufficio (in tutti i Paesi aderenti alla Convenzione di Merida). O meglio lo era, perché il 10 luglio la Camera ha approvato la legge Nordio che lo aboliva e il 10 agosto Mattarella l’ha incredibilmente firmata. Fino ad allora un pubblico ufficiale che conferisse un incarico pubblico alla sua amante, finiva ipso facto indagato, imputato e condannato.
Quando a giugno pensò alla consulenza per la Boccia, Sangiuliano stava per infilarsi con tutte le scarpe in una condanna sicura. Poi il 26 agosto cestinò la pratica, proprio quando non gli avrebbe più comportato alcuna noia penale, perché nel frattempo il suo governo e la sua maggioranza (con Azione&Iv) avevano abolito il reato. Cancellando le 3.623 condanne definitive (solo fra il 1997 e il 2022), sbiancando la fedina penale di altrettanti pregiudicati, cancellando migliaia di processi in corso e lanciando ad amministratori e dirigenti pubblici un messaggio micidiale: ora potete nominare chi vi pare dove vi pare, anche amanti, parenti, amici, finanziatori, usando il vostro ufficio e il denaro pubblico per farvi gli affari vostri a scapito di chi non ha santi in paradiso. Basta leggere le storie di quei 3.623 condannati ora riabilitati. Tipo il sindaco, gli assessori e i dirigenti comunali che due giorni prima delle elezioni annullano gli avvisi di pagamento dell’Ici; il medico del Servizio sanitario nazionale che convince i pazienti a rivolgersi al suo studio privato; il primo cittadino che caccia un dirigente “reo” di essersi candidato contro di lui alle elezioni; il carabiniere che fa identificare due ragazze perché respingono le sue avance; il pm chiede il rinvio a giudizio della sua ex per vendetta. E via abusando. Genny s’è fermato in tempo, ma da adesso tutti quelli che non lo faranno saranno al sicuro. E i casi Boccia pulluleranno in tutta Italia. Grazie, Nordio. Grazie Mattarella. Grazie FdI, FI e Lega. Grazie Renzi e Calenda.

L'Amaca

 

l disagio degli adulti
DI MICHELE SERRA
Si parla molto di disagio degli adolescenti, ma non mi sembra che il sindaco di Terni, Bandecchi, che sputa acqua in faccia a un cittadino che non gli garba, sia un adolescente.
Non è adolescente nemmenoGennaro Sangiuliano, che piange al telegiornale confessando un amore, pratica adulta non senza prezzi da pagare, e però non delittuosa; né la signora che ha filmato di nascosto il loro provvisorio fidanzamento.
E stiamo parlando, fin qui, della cosiddetta classe dirigente — e apparentati. Dunque delle persone che, per prime, dovrebbero dare esempio di responsabilità, autocontrollo, dignità e stile, ammesso che quest’ultima parola, in quella Burinolandia che sta diventando l’Italia, sia ancora pronunciabile.
E restando agli ultimi fatti di cronaca: non è un adolescente il padre di famiglia americano che ha regalato al figlio dodicenne, per Natale, un’arma da guerra con la quale ha fulminato, il ragazzino, un po’ di compagni di scuola. Non è adolescente lo stagionato capo ultras che ha accoppato un rivale per il predominio della tribù (quasi tutte le curve di stadio sono in mano a quaranta-cinquantenni, spesso criminali, spesso fascisti, che le considerano loro proprietà, come i mafiosi fanno nel loro quartiere).
Questo per dire che è del disagio degli adulti, forse, che si dovrebbe parlare in primo luogo.
Se i famosi “no”, che nessuno osa più pronunciare con i figli, non vengono più pronunciati nemmeno nei confronti degli adulti, che pure dovrebbero essere ben più responsabili, e ben più esperti della vita, che senso ha invocare maggiore rigore con i minori? Parafrasando una frase fatta: non lasciamo gli adulti soli con il loro vuoto, persi nelle loro chat, incapaci di fare i conti con la realtà.