giovedì 29 agosto 2024

L'Amaca

 

Eccesso di indignazione
DI MICHELE SERRA
Non ho mezzo dubbio sulla piena legittimità etica, e la palese utilità pratica, dell’affido o dell’adozione dei minori in famiglie “non tradizionali” (definizione vecchia come il pregiudizio che la sostiene). Ma so che ci sono persone contrarie: circostanza che in un Paese come il nostro, in storico ritardo (giuridico e politico) sul fronte dei diritti della persona, è tutt’altro che sorprendente. Semmai: è scontata.
Queste persone contrarie al cambiamento, come accadde ai tempi della battaglia per il divorzio e l’aborto legale, vanno affrontate come avversari politici. Non come bestemmiatori o come portatori di scandalo. Quando parlano (il caso più recente è quello di Patrizia Biagi, area Vannacci) è sbagliato cadere dalle nuvole o indignarsi oltre il lecito: sono i reazionari, in democrazia hanno voce e diritti politici alla pari del più virtuoso degli illuminati, bisognerebbe smetterla di parlarne con sgomento, di svenire per il raccapriccio ogni volta che dicono la loro. Non solo esistono, ma sono anche al governo, con milioni di voti che alimentano la loro corsa.
I progressisti (tali considero i fautori dell’allargamento dei diritti) devono correggere un loro difetto: l’eccesso di indignazione, che è indice di fragilità. La strada delle riforme, da che mondo è mondo, è in salita. Deve fare i conti con il conformismo — che certo non è un vizio di minoranza — e con la paura delle novità. La Biagi è tutt’altro che una provocatrice: è una conformista. E ha il diritto di esserlo. Noi, di dirglielo, ma senza sgranare gli occhi per l’incredulità. Dice le stesse cose che, da secoli, dice la gente che confida nel passato e diffida del futuro.

mercoledì 28 agosto 2024

Meno di 120 giorni…




Okkio all’uovo!


Riapertura urgente!




E noi differenziamo!


Africa e Indonesia, dallo scalo ligure le rotte incriminate

La città della Lanterna. Snodo dell’80% di traffici illeciti: da qui le industrie del Nord inviano all’estero

Da “il Fatto Quotidiano”

Una frontiera invisibile, da cui secondo i rapporti passa l’80% dei traffici illeciti di rifiuti: il porto di Genova è l’hub fondamentale attraverso cui transitano tutti i rifiuti delle industrie del Nord destinati a essere smaltiti all’estero. I rifiuti, laddove possibile, dovrebbero essere conferiti vicino al luogo di produzione. La convenzione di Basilea vieta l’esportazione verso i Paesi più esposti ai traffici clandestini, ma queste imposizioni vengono spesso aggirate con triangolazioni. Nei fatti, nonostante le crescenti restrizioni (la Cina dal 2010 non accetta più la nostra plastica) il business delle ecomafie, e dell’esportazione illegale, è un settore che non conosce crisi. E su cui guadagnano tutti gli attori coinvolti nella filiera: da chi smaltisce a chi trasporta.
Di questo flusso, conosciamo sostanzialmente solo ciò che l’Agenzia delle Dogane riesce a intercettare, prima che di quei rifiuti, appena passati i confini, non si perda definitivamente traccia: i controlli a campione, aiutati da sistemi centralizzati di intelligence, riguardano appena il 2% dei transiti. Nei soli primi sei mesi del 2024 l’ufficio delle Dogane di Genova ha bloccato 233 tonnellate di rifiuti, 8 spedizioni illecite dirette in Nordafrica.
Sono due le principali rotte ricostruite dagli esperti: la prima porta al Nordafrica e a vari Paesi del Centrafrica, e riguarda principalmente rifiuti elettronici, rottami di auto o moto, e tutta una serie di materiali che vanno dagli pneumatici agli estintori; la seconda, più sofisticata, è la rotta dei rifiuti speciali e con residui plastici, che porta soprattutto verso Turchia e Pakistan, e o più spesso in Paesi del Sudest Asiatico, come l’Indonesia.
La beffa, in questo caso, è che aggirando le normative di settore, ciò che viene portato all’estero in modo illecito, va a fare numero sulla percentuale di rifiuti che l’Italia dichiara di trattare e riciclare.
Il traffico verso i Paesi africani, spiegano gli esperti del settore, ha forme più rudimentali: ciò che si vede, spesso, è solo l’ultimo anello della catena. Di solito a finire nelle maglie delle Direzioni distrettuali antimafia, competenti in tema di traffici illeciti di rifiuti, sono soggetti stranieri, che operano individualmente e spesso camuffano i rifiuti come masserizie: abiti od oggetti usati, che passano la frontiera come merce, invece che come rifiuto; al terminal di Genova-Pra’ arrivano in container già sigillati, caricati e trattenuti illegalmente in magazzini del Norditalia. In Tunisia, Algeria, Marocco e Libia finisce soprattutto il ciclo dei veicoli e dei rottami ferrosi, che in molti casi dovrebbero essere smaltiti e non esportati. In Centrafrica – Camerun, Burkina Faso, Nigeria e soprattutto Ghana – finiscono in modo più sovente in rifiuti elettronici (Raee).
Il caso più eclatante è quello di Agbogbloshie, mega discarica abusiva a cielo aperto alle porte di Accra, capitale del Ghana: un sito esteso per oltre trenta ettari, su cui si stima siano stati depositati illegalmente 16 mila tonnellate di rifiuti elettronici. Un inferno a cielo aperto, dove spesso i resti della nostra parte di mondo vengono bruciati per recuperare materiali rari, liberando nell’aria o nelle acque diossine e altre sostanze inquinanti.
Un inferno a cielo aperto in mano alla malavita organizzata, conosciuto col nome sinistro di Sodoma e Gomorra. Secondo le Nazioni Unite nel 2022 sono state prodotte nel mondo 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, l’82% in più del 2010; e il tasso di produzione dei rifiuti cresce 4 volte in più del riciclo. Nel 2022 l’Europa è stata la regione mondiale che ha generato il maggior numero di rifiuti elettronici (17,6 kg pro capite), pur avendo il più alto tasso documentato di raccolta e riciclaggio (7,5 kg pro capite, 42,8%). Solo l’Italia nel 2022 ha prodotto 1.122 tonnellate di rifiuti elettronici. Secondo il rapporto Ecomafie di Legambiente, nel 2023 i reati ambientali sono aumentati del 15,6%, per un totale di 35.487 illeciti penali, 97,2 reati al giorno, e un fatturato di 8,8 miliardi.

Finalmente dall'Australia

 

Disconnettersi si può Anzi, si deve
Al di fuori dell’orario di lavoro si è autorizzati a non rispondere a nessuno. A partire dal capo ufficio. In Australia adesso è legge ma riusciremo anche noi a resistere al richiamo di telefonino e pc?
DI STEFANO MASSINI
Chiama pure, tanto io non ti rispondo. Insisti, quanto vuoi, ma ti ignoro. Da oggi in Australia è legge: al di fuori dell’orario di lavoro, si è autorizzati a non rispondere al cellulare se a chiamarti è un collega o il capoufficio.
L’hanno già ribattezzato “diritto alla disconnessione”, riconosciuto negli ultimi anni a più latitudini, e si può dire che segni l’inizio di un epilogo, se non la chiusura definitiva di un’epoca, quella che potremmo definire “della reperibilità”, destinata a modificare drasticamente il perimetro del lavoro e della vita personale. Si dice che molta della confusione emotiva in cui ci dibattiamo prenda forma dalla commistione fra la dimensione produttiva e quella affettiva, e dunque dall’estensione smisurata della prima sulla seconda, soprattutto per quelle professioni in cui non sussiste il rito minimamente delimitante del badge o del vetusto fantozziano cartellino.
Ma quando era iniziata l’epoca del 24/24h? Riavvolgiamo il nastro. Mezzo secolo fa, alla metà degli anni Settanta, già si percepivano i vagiti della tecnologia cellulare, ancora riservata a nababbi e a plutocrati, le cui guerre da lupi dell’alta finanza già reclamavano una Santa Barbara di cercapersone e di telefoni mobili sulla limousine, alimentati da batterie pesanti come mattoni e collegati a antenne mastodontiche degne del radiotelescopio di Arecibo. Incredibilmente, esisteva dunque al mondo una genìa di semidèi che poteva telefonare dall’abitacolo o addirittura a piede libero, mentre i comuni mortali facevano la fila fuori dalle cabine Sip e perfino gli eroi di Matrix erano costretti a correre come forsennati alla cornetta di un telefono pubblico per riconfigurarsi sulla nave di Morpheus. Sarà anche stato un fenomeno elitario, un vanto pressoché solo d’immagine (la qualità del segnale era pessima oltre che in molti casi assente), ma eravamo agli albori di una trasformazione che si sarebbe rivelata rapidissima, portando l’Occidente ad affiancare alle armi di distruzione di massa quelle di comunicazione di massa, dall’impatto non meno devastante.
Tant’è, negli anni ’80 il primo cellulare propriamente detto aveva già visto la luce in Giappone, e con apposita tracolla consentiva chiamate in movimento a iper-professionisti assetati d’ubiquità, il cui esempio tuttavia si rivelò contagioso spingendo Nokia e Motorola a investire ogni risorsa nella miniera d’oro del “mobile phone”.
Ed eccoci al boom: alla metà degli anni ’90 il trillo del cellulare è diventato la soundtrack urbana del pianeta, e termini come GSM, 2G, SMS sono entrati nel lessicod’uso comune. È lì che, impercettibilmente, complice il crollo del prezzo della connessione e degli apparecchi stessi, si colloca il passaggio dall’ambito originariamente professionale a quello relazionale senza limiti, riconfigurando il cellulare come strumento talmente essenziale da riscoprirsi identitario, nucleo vitale dell’individuomultitasking di fine ‘900 che ora accede al terzo millennio salutando l’homo sapiens e rinascendo homo connexus, armato di un terminale che è veicolo e sede unica di tutto, dalle riunioni lavorative alle emergenze familiari, dagli scontri coi colleghi alle confidenze fra amici, dagli auguri di Natale alle trattative immobiliari, e ancora effusioni, liti, briefing, diverbi e nei giorni drammatici del Covid perfino estremi commiati.
Abbiamo celebrato insomma, in pochi anni, l’apoteosi della comunicazione cellulare, assurta a liturgia necessaria e vitale, plenipotenziata, da cui solo adesso, con la decisione australiana, cominciamo forse a regredire con un minimo di paletti. Perché in effetti l’originaria ebbrezza di quella “libertà di comunicare” si era mano a mano contratta in un ansiogeno dovere di rispondere, sempre e comunque, come in un immenso call center che non conosce requie se non quella del blackout. Come il Bartleby di Melville cominceremo a dire che «ho preferenza di non risponderti»? Dopo il diritto di interpellare, fonderemo il diritto di non replicare?
In realtà la Generazione Z ha già azzerato da tempo la logorrea mobile tanto cara ai loro genitori, se è vero il sondaggio pubblicato mesi fa dalThe Times secondo il quale una larghissima fetta di under 35 evita categoricamente di rispondere alle chiamate, riversandosi solo sulla messaggistica. Ma non sono solo loro. Perché in fondo così come Efesto, dio della tecnica, teneva le redini di tutto l’Olimpo, così la tecnica siè impadronita di ogni umana funzione, convincendoci di poter affidare agli smartphone il supremo incarico di conservare la nostra memoria, cristallizzata in un archivio bulimico di selfie e di scatti compulsivi.
Temo che in ciò si sia delineato un ulteriore cerchio, quello che ha preteso di assoggettare al controllo del supporto non solo la nostra memoria fotografica e iconografica, ma altresì quella di ogni scambio verbale e dialogico, motivo per cui abbiamo lentamente iniziato a rifiutare le conversazioni telefoniche a favore di scambi scritti, magari su whatsapp, alternati ai fatidici vocali, come cantavano i Thegiornalisti. Una versione 2.0 di verba volant, scripta manent , laddove ci illudiamo di sigillare a futura consultabilità tutto quello che abbiamo detto o sussurrato o dichiarato, in qualunque sede e con qualunque interlocutore. Vale per la Generazione Z e vale per noi, come pretesa di edificare in un software il nostro monumentum , continuamente visitabile sullo screen. Davvero un potere immenso, quello che gli abbiamo demandato. Non dice la leggenda che i Golem si ribellarono a chi li aveva creati per servirsene, e fu dura battaglia riportarli nei ranghi? Io non so se un giorno, per salvarci, finiremo per obbligare gli utenti a spegnere i cellulari per almeno 8 ore. È fantascienza, ma quel giorno forse diremo che la consapevolezza iniziò con il diritto alla disconnessione, con quel “puoi non rispondere” che cambiò la Storia.

Affondato!

 

Comitato Vittime Renzi
di Marco Travaglio
Da due giorni stavamo in pensiero: erano già 48 ore che nessun giornalone intervistava Renzi. Ma ieri il Corriere ha colmato la lacuna con l’apposita Meli. La notizia (si fa per dire) dell’intervista (si fa per dire) è che il pover’uomo s’offre al centrosinistra come un mendicante da marciapiede con la scimmietta col cappello in bocca. Solo che nessuno lo vuole (cioè la Schlein e alcuni combattenti e reduci del renzismo). Lui però risponde con una battutona: “Servono voti, non veti”, che sarebbe anche carina se non l’avesse già fatta in tutte le altre 67 interviste agostane. La Meli è affranta: “Conte mette il veto su Iv”. Ma il problema non sono i 5S, Avs e Calenda: è la base del Pd che non vuol vederlo neppure in cartolina. Gli iscritti al CVR (Comitato Vittime Renzi) sono legione, ma i più incazzati sono gli elettori e i militanti dem, da quando si videro scippare il partito da un finto rottamatore e vero restauratore che li trascinò dal 40,8% del 2014 (quando gl’italiani non lo conoscevano) al flop del referendum del ’16 (iniziavano a farsi un’idea) al 18,8 del 2018 (lo conoscevano) alla scissione del 2019. Il resto della presunta intervista è il delirio ombelicale di un mitomane che crede di contare ancora qualcosa: “Siamo decisivi nei collegi marginali dove il risultato si gioca sull’1-2%” (ma lui può farne perdere il triplo). “La Meloni ha capito il valore della nostra mossa (non dice quale, ndr): non a caso ha passato agosto a farci (noi chi? ndr) attaccare dai suoi” (sembra che la premier abbia fatto testamento). “In politica estera Conte è imbarazzante” (pare che non prenda soldi da Bin Salman, non sia amico del genero di Trump e non faccia affari con oligarchi russi e spioni israeliani).
Siccome non c’è un solo punto comune fra lui e il centrosinistra, infatti Iv vota spesso con la destra o si astiene (Ucraina, Israele, premierato, Rdc, salario minimo, Superbonus, Ponte, Jobs Act, giustizia, bavagli, immunità, conflitti d’interessi, Toti, Santanchè), spiegare perché i bersagli dei suoi insulti dovrebbero riabbracciarlo è arduo pure per lui. E oplà: “La Convention di Chicago è il modello per superare le divisioni”, perché i dem “lavorano nella stessa direzione per far vincere la Harris”. Cioè: in America il Partito democratico si allea col Partito democratico per far vincere la candidata del Partito democratico, ergo in Italia il Pd deve allearsi con uno che prima l’ha affondato, poi ha fondato un altro partito per dargli il colpo di grazia. Ora purtroppo toccherà attendere almeno altre 24 ore per leggere la prossima intervista, dal titolo: “Servono voti, non veti”. Sottotitolo: “A.A.A. Offresi postulante tuttofare disponibile per alleanze, battesimi, comunioni, cresime, matrimoni, feste di laurea, addii a celibato/nubilato. Prezzi modici”.