mercoledì 10 luglio 2024

Commento

 

Il “populismo” di sinistra batte quello di destra
DI ELENA BASILE
Diversamente dalle previsioni, il “populismo di sinistra” ha sconfitto quello di destra in Francia. L’operazione di Macron di fatto non ha portato che a questo. Alleandosi con Mélenchon contro la destra di Le Pen, ha soltanto reso evidente la sconfitta dei progressisti di fronte ai due “ populismi” di destra e di sinistra. Ha permesso alla destra lepenista di crescere sotto le macerie di quella che viene considerata trumpianamente una sconfitta ingiusta e di prepararsi a prendere il potere nel 2027.
“Populista” è il partito che promette agli elettori riforme non realizzabili. In effetti la destra estrema e la sinistra radicale sono così chiamate perché nel mondo politico costruitosi dopo la fine dell’Unione Sovietica, l’universo unipolare e di Maastricht, non è stato più possibile concepire una alternativa alla politica neoliberista e atlantista. Le bombe Nato su Belgrado sostenute da D’Alema e da tutta la sinistra per bene ne sono state la prova. Lo slogan “There is no alternative”, forgiato dalla Thatcher negli anni 80, ha dato vita alla gestione dell’esistente da parte dei burocrati e alla fine di ogni prospettiva politica di mutamento riformista della società.
I partiti di destra come quelli di Le Pen e Meloni, una volta al potere, per non subire il ricatto del mercato e delle oligarchie a cui la politica fa riferimento, sono costretti a mettere il consenso capitalizzato con campagne “populistiche” al servizio dell’agenda neoliberista, atlantista e bellicista che costituisce la cifra della politica europea odierna.
Mélenchon non credo possa costituire un’eccezione, a meno che la politica del “non ‘c’è alternativa” e la militarizzazione del dollaro non siano sconfitte da una seria mobilitazione popolare e da un’istanza politica che organicamente la rappresenti. Potrà la sinistra europea operare per una proposta olistica in grado di mobilitare il non voto, sconfiggere la propaganda mediatica e la narrativa della Nato, e dar vita a un progetto di governo europeo realmente diverso e fattibile in politica economica ed estera? Mi sa che ci si può rallegrare di qualche primo passo, ben sapendo che non sarà facile mandare a casa la maggioranza Ursula e uscire dal quadro dei poteri costituiti.
Non sono un’economista, ma qualcosa mi sembra di averlo capito. Rivolgerei un appello ai veri professori di economia affinché meglio illustrino ai lettori i meccanismi economici internazionali che governano il capitalismo mondiale. Il rifinanziamento del debito statunitense (ora al 135% del Pil rispetto al 35% del 1971, ultimo anno di Bretton Woods) si attua attraverso il riciclaggio dei surplus asiatici e i prestiti del settore privato statunitense. La Cina è con il Giappone il maggior detentore delle obbligazioni del Tesoro americano. Il settore privato non viene tassato, ma presta soldi per il rifinanziamento del debito. Le tasse delle classi lavoratrici permettono di pagare gli interessi sul debito alla società dell’1% che in effetti si arricchisce a ogni crisi economica in maniera esponenziale.
Le guerre rientrano in questo circolo vizioso in quanto permettono grandi iniezioni di liquidità che, oltre a foraggiare il complesso militare industriale e il debito statunitense, arrestano lo sviluppo economico degli Stati emergenti evitando quel che gli Stati Uniti temono maggiormente: il riversarsi dei flussi di capitali cinesi non al fine di rifinanziare il debito Usa, ma di sconvolgere il potere del dollaro. Si sceglie quindi di sconfessare la globalizzazione. L’Occidente, perdente nella competizione economica con la Cina, blocca la concorrenza e si fa promotore del protezionismo. La retorica spiega che in questo modo si protegge l’occupazione occidentale. Di fatto si importa l’inflazione e si coprono i ritardi dell’industria statunitense con gravi danni per le classi lavoratrici e le generazioni future. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa un difensore della libera concorrenza in Europa. Può essere d’accordo con la patetica accusa rivolta a Pechino, nella visita dell’aprile scorso, dalla segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen? Il problema cinese sarebbe costituito da un’eccedenza di capacità. Spero che i lettori sorridano.
In questo quadro trionfa l’economia finanziaria, sempre più lontana da quella reale e con essa il potere delle oligarchie che mina il funzionamento delle democrazie liberali. L’egemonia statunitense, la prerogativa di stampare moneta e rifinanziare il debito, si regge su meccanismi contraddittori, difesi con le guerre. Sono quindi felice che in Francia Le Pen non sia andata al potere grazie alla strana alleanza di Macron-Mélenchon? Capite perché a tanti, soprattutto a coloro che non votano, i minuetti delle élite italiana, francese o inglese comincino a somigliare a un mediocre spettacolo teatrale? I grandi nodi della politica devono essere al centro dell’analisi di una opposizione rilevante.

Nato travagliata

 

La Nato lava più bianco
di Marco Travaglio
Gli “esperti” che scambiano i loro desideri per la realtà e viceversa si stanno superando. Dicono che quel genio di Macron ha vinto con la “mossa del cavallo” di sciogliere l’Assemblea nazionale dopo la debacle alle Europee. Quindi, siccome ha quasi dimezzato i seggi del suo partito Renaissance (da 170 a 99) e falcidiato gli alleati Mouvement démocrate e Horizons (da 81 a 59), il suo obiettivo era martellarsi i coglioni per perdere la maggioranza assoluta e pure quella relativa. Ma il diabolico piano del piccolo Napoleone includeva anche il record di consensi ai due acerrimi nemici che vogliono radere al suolo tutto ciò che ha fatto: la Le Pen del Rassemblement national, divenuto il primo partito dell’Assemblea balzando da 88 a 125 seggi, più un destro sfuso e i 17 Repubblicani ribelli di Ciotti (totale: 143); e Mélenchon, trascinatore del Fronte popolare che ora ha la maggioranza relativa (184 seggi) con la sua France Insoumise (da 75 a 78), i Socialisti (da 31 a 69), i Verdi (da 23 a 28) e i Comunisti (da 22 a 9). Quindi capite bene di quale genio stiamo parlando. Uno che, per impapocchiare un governo, dovrà tener fuori i leader della prima coalizione (Mélenchon) e del primo partito (Le Pen), ma soprattutto i loro elettori, col rischio di non combinare nulla, scontentare tutti e regalare l’Eliseo nel 2027 (o prima) a uno dei due.
Ma chi vota è una variabile indipendente per gli esperti onanisti, chiusi nelle loro stanzette a giocarsi a Risiko il governo francese. Infatti hanno già smesso di esultare per lo scampato fascismo e iniziato a insultare Mélenchon perché ha preso troppi voti antifascisti e disturba le loro pippe. Il loro vero discrimine non è mai stato tra fascismo e antifascismo, di cui s’infischiano, ma fra bellicismo (lo chiamano “atlantismo”) e pacifismo (lo chiamano “putinismo”). La Le Pen non li allarmava perché è fascista (gli atlantisti adorano da sempre i neofascisti -vedi i golpe in Sud America e in Grecia, le stragi nere, il battaglione Azov – purché stiano dalla parte giusta), ma perché contesta la Nato. Infatti detestano con pari odio l’“antifa” Mélenchon perché critica la Nato e vuole pure ridurre le diseguaglianze anziché aggravarle come Macron. Lo confessano, con commovente impudenza, i Bibì e Bibò delle Sturmtruppen: Franco sul Corriere e Folli su Repubblica, allarmatissimi che qualcuno confonda Meloni e Le Pen. La prima è buona perché sta con Kiev e Washington, anzi ora dovrebbe suicidarsi alleandosi col Ppe. La seconda è cattiva perché è “filorussa” e non si decide a fare l’“evoluzione atlantica”, cioè a diventare Macron. Entrambe potrebbero pure indossare la divisa SS e marciare al passo dell’oca, purché in direzione della Nato. Che è come il Dash: lava così bianco che più bianco non si può.

martedì 9 luglio 2024

Eccolo





E poi, improvvisamente, ecco comparire, a distanza, il tuo amico immaginario…

Previsione

 



Commentando

 

Apprendisti stregoni
di Marco Travaglio
Non vorremmo disturbare i festeggiamenti per la nuova “Rivoluzione francese” dell’astuto Macron che, almeno secondo Repubblica, avrebbe salvato la Francia e l’Europa e decapitato la Le Pen. Ma a noi pare che i pericoli siano ancora tutti incombenti; che la Le Pen mantenga la testa al solito posto, cioè sul collo; che Macron si confermi il politico più stupido del bigoncio, riuscendo a dimezzare i suoi seggi e a issare i due peggiori nemici – Mélenchon e Le Pen – a vette mai viste; e che per trovare qualcuno più ridicolo di lui occorra venire in Italia, l’unico Paese in cui passa ancora per un genio e la sinistra che perde sempre si consola con le vittorie altrui e s’illude di importarle ignorando le differenze. La prima è che qui, a parità di legge elettorale, nessun candidato si ritirerebbe in nome di un principio: lo “spirito repubblicano” o il “senso dello Stato” (ignoto almeno quanto lo Stato). La seconda è che qui la pregiudiziale antifascista non funziona, altrimenti B. non avrebbe vinto nel ’94 coi missini di Fini (che peraltro si rivelò molto meno autoritario di lui). E con Meloni, La Russa&C. il centrosinistra fece bicamerali, riforme bipartisan e il governo Monti. Nel 2022, quando Letta lanciò l’allarme fascismo contro la Meloni, si scordò di opporgli un Cln con l’odiato Conte e rifiutò persino di far votare M5S in una ventina di collegi in bilico al Sud (sennò ora la Meloni non avrebbe la maggioranza al Senato).
Ma, se importare la Francia in Italia è impossibile, qualcuno vorrebbe importare l’Italia in Francia. Fini pensatori macroniani ci invidiano i governi tecnici di Monti e Draghi. Tant’è che, per uscire dallo stallo, Macron medita di rifilare ai francesi un’ammucchiata all’italiana che ribalti le elezioni tenendo fuori i vincitori e dentro gli sconfitti: si emargina Mélenchon, si staccano dal Fronte i socialisti, li si accrocca coi macronisti e i gollisti superstiti e si spera che passi ’a nuttata, cioè che gli elettori si rassegnino a un governo senza il popolo, anzi contro il popolo. Tanto, ricorda Houellebecq, i ceti popolari anti-élite sono solo “sdentati” (lo disse Hollande) e “miserabili” (Hillary Clinton). Lo diceva anche Napolitano: se il popolo vota “male”, è colpa del suffragio universale. Infatti, quando cadde B. nel 2011, non ci mandò alle urne, sennò il popolo bue avrebbe votato 5Stelle: allestì il governissimo Monti. Purtroppo nel 2013 il M5S vinse lo stesso. Allora si fece rieleggere per lasciare al potere quelli che avevano perso: Pd, Centro e FI (governo Letta). Restarono fuori 5Stelle, Lega e i neonati Fratelli d’Italia: i partiti che poi stravinsero le Politiche del 2018, le Europee del ’19 e le Politiche del ’22. Pensavamo che, morto lui, gli apprendisti stregoni fossero finiti. Non avevamo calcolato Macron.

L'Amaca

 

Il popolo non è populista
DI MICHELE SERRA
Un bel pezzo dell’establishment politico italiano dovrebbe meditare sulla scelta di Macron di far votare i francesi, ovvero di confidare nella capacità (e comunque nel diritto) dei cittadini di dire la loro sul futuro politico della comunità nazionale. L’idea che il potere sia una élite chiusa e sorda è la base emotiva e ideologica del populismo. Ma non regge più di fronte a un voto così partecipato e chiaro, che non dice molto su chi ha veramente vinto, ma dice moltissimo su chi ha perso. Non è l’Eliseo, non sono i “poteri forti”, è il popolo francese in prima persona che ha sbarrato la strada del governo all’estrema destra.
Ancora oggi ci domandiamo in che Italia vivremmo se, in almeno un paio di casi, si fosse andati al voto piuttosto che rimescolare all’infinito (non oltre le regole, ma sicuramente oltre il buon senso) gli stessi vecchi ingredienti, come se la vox populi terrorizzasse i nostri reggitori. Sta di fatto che la destra populista, con argomenti farlocchi ma anche con qualche buona freccia nel suo arco, ha potuto dire, per anni, che il Palazzo aveva paura del cambiamento.
Il più grande alleato del populismo è il suo contrario, l’elitarismo, e siccome niente è più popolare e meno elitario delle elezioni, la decisione di Macron appare, oggi, non solo quella vincente, ma anche quella giusta. Lo sarebbe stata anche se Le Pen avesse conquistato la maggioranza relativa, perché dare la parola al popolo significa tirare una riga definitiva sull’accusa, micidiale in democrazia, di temerlo.
Se in Italia la destra populista è al governo, forse è anche perché ai suoi avversari è mancato il coraggio di battersi nelle urne quando sarebbe stato giusto farlo. E magari anche vincente.