domenica 30 giugno 2024

Crosetti per tuti

 

Nemmeno l’illusione di esistere
DI MAURIZIO CROSETTI
Più lontano il passato o il futuro? Serve molta memoria per ricordare una Nazionale peggiore di questa, e molta fantasia per immaginarne una almeno un po’ migliore, che non rischi di star fuori dal terzo Mondiale. Al prossimo giro, tra due anni, le finaliste saranno 48, però l’Europa avrà soltanto tre posti in più. Gli azzurri erano arrivati tra gli ultimi a Euro 2024 e se ne vanno per primi, miracolati dai croati, malmenati dagli spagnoli, spaventati dagli albanesi e umiliati dagli svizzeri. La vera anomalia è stata la coppa di tre anni fa, non questa pena. Siamo scivolati ai margini del continente, figurarsi del pianeta. Non facciamo tre passaggi di fila.
Abbiamo un allenatore, forse non ancora un cittì, che dice «rosicchiare il metro», «ricomporre», «moralità», cambiando sempre modulo e giocatori per approdare, infine, alla formazione peggiore: forse è questo, il suo calcio liquido? O liquefatto? A un certo punto è apparso il fantasma di Ventura: sorrideva.

Ma non esiste molto di più. Non abbiamo diamanti gettati per errore nella spazzatura, Baggio o Totti lasciati a casa. C’è proprio poco, e qualcosa si è perso per strada tra infortuni e squalifiche. Il nostro regista di ieri, bravo ma acerbo, è un ragazzo che era fermo da 7 mesi per ludopatia. Senza il fenomenale Donnarumma sarebbero state due goleade su tre, e gli svizzeri li avremmo visti in tivù (forse, sarebbe stato meglio). Nemmeno per un minuto si è avuta l’illusione di esistere: una squadra di peluche, lenta, sgangherata, vittima di errori elementari e vuoti mentali che in campo hanno prodotto voragini. Zero qualità, zero ritmo, zero carattere: decidete voi cos’è peggio. Questo Europeo ci riporta molto indietro, del resto già avevamo ricominciato da zero dopo la fuga in Arabia del vecchio cittì, agosto 2023. Poi, poche partite e pochissimo tempo, anche se ci chiediamo come lo abbiano speso gli azzurri e il loro condottiero in questo mese e mezzo di ritiro: a girare spot a caccia di prosciutti o strappandosi il telecomando? Ora sì che dovranno litigarselo, seduti sul divano. Ma se Spalletti ha avuto poco tempo, ora usi un po’ meglio quello che ha davanti.

Tra le conseguenze inevitabili, anche la debolezza del presidente Gravina nel cammino che porterà al voto federale. A occhio, la classe dirigente del nostro calcio assomiglia a quanto produce.

sabato 29 giugno 2024

Ah ecco!




Minzionando



È da tanto che sto cogitando di preparare una piccola guida di bar alternativi per sfanculare gli orchi onnivori che si fanno chiamare autogrill. Ad esempio al mattino io e un mio collega quando capita s’esce a Fornovo direzione Parma per andare a far colazione in un tranquillo bar che ti propone briosche e non agglomerati di plastiche cotte pure male come ti propinano in quelle caverne dell’assurdo, dove se la mangi al pistacchio - come caxxo si fa a mangiarla al pistacchio! - la brioche costa meno di quella al cioccolato o ai frutti di bosco! E se vuoi il caffè macchiato paghi un’addizionale manco fossimo in Antartide! Ho anche un’altra idea: preparare delle magliette con su scritto “faccio minzione e da voi non compro una pippa!”

Possono sembrare ma...

 


Sui Rimba e i Balordi

 

Il re è rinco
di Marco Travaglio
A un certo punto del raccapricciante faccia a faccia dell’altra notte, si è avuta la netta sensazione che, se Trump avesse chiesto a bruciapelo a Biden “come ti chiami?”, il Capo del Mondo Libero non avrebbe saputo rispondere. Ma, per tutti i 90 minuti del derby fra il mascalzone esagitato e il mascalzone rintronato, le domande che galleggiavano sul capoccione phonato del primo e su quello incollato del secondo erano altre. Come ha potuto la Culla della Democrazia ridursi a una scelta tanto imbarazzante? Chi sta guidando davvero gli Usa e l’Occidente verso la terza guerra mondiale? Per quanto tempo ancora i dem americani e i commentatori internazionali al seguito pensavano di poter negare ciò che il mondo intero vede a occhio nudo da anni sullo stato pietoso in cui versa il “commander in chief”? Solo pochi giorni fa Repubblica spacciava una doverosa inchiesta del WSJ sulla salute mentale di Biden per un “attacco dei repubblicani”. E Domani spiegava che il presidente Usa sta una favola, ma i “trucchi” e le “fake news a basso costo” della “campagna di Trump vogliono farlo apparire confuso, lavorando su inquadrature e tagli per trasmettere un’idea falsata”. Certo, come no.
Poi l’altra sera, come nella fiaba del re nudo ma senza bisogno del bambino, tutto il pianeta ha visto Rimbambiden al naturale: saltava di palo in frasca, biascicava frasi incomprensibili (poveri interpreti), infilava il prezzo dell’insulina nella risposta sull’Ucraina e i chip coreani in quella sull’età, vantava come un trionfo l’invereconda fuga da Kabul, ripeteva che Putin vuole invadere la Polonia e poi l’intera Europa, cose così. E non di fronte a un campione di dialettica, ma a un odioso e rozzo bullaccio che ficca i migranti e i veterani dappertutto, spara (anche lui) cifre a casaccio e mente (anche lui) a ogni respiro. Al confronto, il peggior politico italiano pare Churchill. Biden s’è distrutto da solo, con scene pietose che ricordano il tramonto dell’altro impero, quello sovietico, plasticamente incarnato dal corpo mummificato e surgelato di Breznev issato sulla balconata del Cremlino per mostrarsi ancora vivo con meccanici scatti del braccio. Eppure, fino all’altroieri, chi osava dire che l’Occidente è in mano a un rinco era un nemico della democrazia e un servo di Trump, oltreché di Putin. E i nemici delle “post-verità” trumpiane accreditavano quella bideniana per “non fare il gioco” di The Donald, senza accorgersi di lavorare proprio per lui. Perché, a quattro mesi dal voto, è difficile cambiare cavallo in corsa. E perché la reputazione della “democrazia” americana, diretta per finta da Rimbambiden e per davvero da una cricca di fantasmi mai eletti che gli fan dire e fare ciò che vogliono, è irrimediabilmente compromessa.

Che ricordi!

 

Nell’albero caverna lo spirito del bosco L’estate nel Casentino in fuga dal rumore
di Gabriele Romagnoli
Confesso: non ho mai viaggiato per cercare un luogo dell’anima, una vibrazione spirituale, la pace interiore. Mi sono sempre affidato al fatalismo: se è destino, mi verrà incontro. Infatti: quando sono arrivato a Sedona, in Arizona, ho sentito scariche di energia prima che mi parlassero dei vortici; a Dharamshala, in India, camminando all’alba, ho inspiegabilmente sorriso, come tutti, a tutti; poi c’è stato il Casentino. Non ho scelto io di andarci, mi ci hanno portato perché «potrebbe essere il posto che cerchi». Invece, è quello che mi ha trovato.

Tutto quel che ne sapevo era la posizione geografica (una vallata in provincia di Arezzo), l’esistenza di un parco forestale e quella di un omonimo panno per giacche e cappotti che sembra aver prodotto i pallini ma è così dall’inizio e tiene assai caldo. Poi sono arrivato.
Ora pretendiamo di vedere con l’occhio del drone: guardare le cose dall’alto, delimitarne i perimetri, mapparne i sentieri. Viviamo sul pianeta Google Earth. Siamo convinti che essere nella foresta impedisca di comprenderla. Dentro il parco casentinese non c’è limite, né geometria. Il mare lo capisci immergendoti, il bosco altrettanto. È sui singoli alberi che devi concentrarti. Sul castagno Miraglia, per esempio. In una visione che rifugge dall’orientamento sta simbolicamente al centro del Casentino. Alto 22 metri, quasi 9 di circonferenza, un’età valutata fra i tre e i cinque secoli, prende il nome da una donna di fine Ottocento, Elena Miraglia, moglie dell’allora direttore generale del ministero dell’Agricoltura. Poiché l’albero ha una grande cavità, lei ci aveva “fatto tana”, messo un tavolino e una sedia, per leggere, scrivere o pensare. Un’immagine disneyana, o da Panella-Battisti: la donna nel tronco, i rami le sue braccia. Che cosa vedeva? Altri alberi, non la foresta. E li vedeva cambiare. Bisogna potersi ri-accorgere delle stagioni. Il tempo deve passare lasciando una traccia, ma promettendo di venirti a ricercare. L’impermanenza delle cose e degli esseri viventi è un loro aspetto fondamentale, una suprema qualità. Non c’è tristezza in un albero spoglio in autunno: è, era, sarà. Ogni nuova fioritura è una resurrezione laica e possibile. Qui più che altrove, perché raramente inquinata dall’umano, dal suo passo affrettato, dal suo armamentario di collegamento. Qui esiste ancora la nebbia (ricordi?). Il Casentino è ideale per imparare a essere soli ed essenziali; ma anche generosi e decisi. L’esempio è tutto. Vale allora la pena salire fino a Quota.

Qui avvenne un eccidio nel luglio del ’44. Dopo la mediazione di un professore e di una maestra i nazifascisti ridussero da 15 a 5 gli uomini da fucilare, a distanza di 5 minuti uno dall’altro. L’ultimo doveva essere Emilio Spinelli, padre di 6 figli. Raccontano che si fece avanti suo fratello Amedeo, scapolo. Andò dal comandante tedesco e chiese di prendere il posto del fratello. L’ufficiale assentì. Amedeo abbracciò Emilio, gli consegnò il portafoglio, si spostò e fu trapassato dai proiettili. Poteva ritenere inevitabile quel che stava succedendo. P oteva giurarsi di prendere in carico la famiglia del fratello. Fece la scelta più semplice, la più difficile. Poi, a tutti i salvati spetta il dovere di condurre una vita degna e, se possibile, evitare un’altra guerra, altre lapidi. Nel cuore di Poppi, delizioso paese sovrastato da un castello medievale, un negozio espone invece questa scritta-memento: “Qui è stato girato Il ciclone ”, film di Leonardo Pieraccioni, eroe di un altro tempo, a cui il fratello implorava: “Tumulami”. Eppur rileva, nel nostro presente: è un link, un riferimento. Ha l’importanza di una recensione positiva, “è piaciuto anche a…” e in questa terra, puoi aggiungere nomi illustri: a cominciare da san Francesco, poi de Gasperi, papa Giovanni Paolo II, il beato Carlo Acutis (futuro santo millennial), Vittorio Gassman.

Dalla cima del Pratomagno, a 1.592 metri, la grande croce in ferro alta 19 (Eiffel in fase mistica) domina la vallata e benedice tutti. Capita di svegliarsi per il verso notturno di animali alla porta, poi disentire all’alba commenti del tipo: «Ma quelle mucche?». Risposta dei locali: «Sono cervi in amore. Bramiscono». E non significa che desiderino, abbiano brame. O forse sì. Si brama l’afflato, il contagio spirituale, tra il santuario della Verna e l’eremo di Camaldoli.
Un momento chiave è quello del pasto in convento. Lo conosco quel brivido inseguito dal borghese cittadino. Quand’ero ragazzo tra i lavoretti che ho fatto per mantenermi agli studi c’è stata la mansione di guardarobiere alla mensa dei poveri, nelle sere in cui a cenare venivano, per beneficenza, gli iscritti a circoli esclusivi. La cucina era la stessa, i tavoloni anche, il menù all’incirca. Non mancava mai pasta e ceci, o fagioli (qui: acquacotta, tortelli alla lastra, due fette di raviggiolo e un bicchiere di pinot nero). Prima di accomodarsi signori e signore depositavano i soprabiti. Spesso, in quell’epoca pre-ecologista, elaborate pellicce. Ricordo il muso di una volpe, incastonato a centro schiena, osservarmi mentre l’appendevo. L’avrei rivista nelle foreste del Casentino, molti anni dopo. Memore di un racconto Paul Auster (in cui riappare una moneta) ho pensato fosse la stessa: viva e libera. L’ho pensato, non l’ho creduto.
La fede l’hanno i fratini che ringraziano tutte e tutti. I commensali qui sono più mimetici: indossano sandali o scarponcini, camicie a quadri, maglioni di lana grossa, qualcuno si tradisce con uno sfavillante giaccone di panno. Doveva pur farlo, un intervallo di shopping. Anche l’ironia ha il suo tramonto. Taci, quando si fa sera. Pure i cervi ammutoliscono, perfino l’amore si ritira, oscurato dal puro sentimento d’essere stati, essere ancora, vivi. Ed è merito del bosco, se trascuri il resto del mondo, se senti tutto senza vedere niente.
Il punto di non ritorno da questo viaggio è che bisogna pur scegliere un luogo definitivo per dissolversi nell’universo e questo è il mio.

L'Amaca

 

Il duello più triste del mondo
DI MICHELE SERRA
Non è da ieri, nemmeno dall’altro ieri che mezzo mondo manifesta grande preoccupazione, e scoramento, per la ricandidatura di Joe Biden, che ha 81 anni ma ne dimostra parecchi di più. Lo scontro elettorale dell’altra notte ha solo reso ufficiale ciò che da tempo è sotto gli occhi di tutti.
Ho letto tutti i possibili articoli e interventi e analisi, nell’ultimo paio d’anni, per capire come sia possibile che niente e nessuno riesca a evitare che mezza America sia costretta a votare per un signore degnissimo, ma ormai fuori uso.
Non ho trovato risposte all’altezza della domanda, nel senso che qualunque risposta “tecnica”, o formale (tipo: se non si ritira lui, non c’è niente da fare) è comunque un invito ad allargare le braccia, come se “la più grande democrazia del mondo” fosse inchiodata a un destino che nemmeno la più piccola democrazia del mondo accetterebbe per se stessa: affidare il proprio futuro al duello tra un demagogo mentitore, che sta alla democrazia come un bazooka sta a una scuola elementare, e un anziano poco lucido e poco energico.
Che cosa contano, al di là della retorica, i rispettivi partitoni, attori molto teorici del bipolarismo e della celebre democrazia americana? Che ne è dell’aura dinamica e scintillante che avvolge da due secoli quel Paese, è stata data in esclusiva a Wall Street e agli ex giovani miliardari di Silicon Valley? Ditemi, stando alla storia recente delle democrazie, uno scontro elettorale più mortificante, più inverosimile, più triste di quello che si prepara in novembre negli Stati Uniti. E ditemi se non è un sintomo, forse il più clamoroso, del collasso dell’assetto mondiale nel quale siamo cresciuti.