giovedì 27 giugno 2024

Vicinanza




Sono vicino spiritualmente all’avvocato difensore di Yoghi, Stefano Savi, il quale ha testé dichiarato che il suo assistito non allontanava da sé lo smartphone per paura di essere intercettato, bensì lo faceva per non stropicciarsi la giacca. Certo non è facile ogni sera mettersi davanti a sé stesso e borbottare la canonica frase “eadessochekaxxogliracconto?” Sempre presupponendo la totale estraneità del Governatore, ci mancherebbe! E l’arrivo delle navi da Orione, la scoperta del terrapiattismo, la freschezza mentale di Donzelli, la pazienza di Sgarbi, la voglia di sinistra della figliola del Pregiudicato… gasp! questo è successo davvero!

Prosit!

 


Prima Pagina

 


Pino l'Osservatore

 

“Ehi, rega’, alzatevi pure voi!”: i secondi più lunghi di Salvini
DI PINO CORRIAS
Tutto si svela nell’anatomia di un istante. Non c’è neanche bisogno dello psichiatra per analizzare la faccia, i gesti e la postura di Matteo Salvini inquadrato lungo quei cinquanta secondi in cui Giorgia – la sua mai digerita capitana d’avventura – rende omaggio a Satnam Singh, l’indiano morto per amputazione di tutti i suoi diritti e per il dissanguamento del braccio reciso e buttato nella cassetta della frutta, lasciato accanto al corpo abbandonato come si fa con la spazzatura.
Meloni sta dicendo in Aula: “Approfitto di questo passaggio per ricordare l’orribile e disumana morte di Santan Singh, 31 anni, il bracciante che veniva dall’India…”. Accanto a lei si vede Salvini con lo sguardo infossato nel buio della sua stessa ombra che a braccia conserte resta immobile, colto di sorpresa da una compassione che non gli risulta e meno che mai lo riguarda.
Meloni: “Per il modo atroce in cui quella morte è avvenuta…” Trapela dalla lontananza dell’aula, fuori dall’inquadratura, un piccolo applauso che sale. Salvini serra le mandibole e le orecchie.
Meloni: “Per l’atteggiamento schifoso del suo datore di lavoro…”. Si rafforza l’applauso. Il mite Tajani, l’altro cartonato che sta seduto alla destra di Meloni, muove appena le mani accennando anche lui l’applauso.
Meloni getta un’occhiata al Salvini immobile seduto alla sua sinistra, e intanto dice: “È l’Italia peggiore…”. Salvini inspira, restando nascosto dentro al suo marmo identitario, sperando di non essere visto, come i bimbi quando chiudono gli occhi per non essere scoperti. Meloni lo perlustra dal Nord dei piedi al Sud della testa per un lungo istante. La sua è un’occhiata scheggiata di disprezzo che si posa e si allontana. Tossisce. Si volta. Stringe gli occhi. Sta pensando che mentre Tajani ubbidisce, il Salvini truce non si muove, non ha intenzione di assecondare l’inserto umanitario.
Meloni tossisce di nuovo, mentre l’applauso sale. E nel preciso istante in cui si muove sembrando a tutti che stia per applaudire anche lei, l’erbivoro Salvini prende vita, muove la mano sinistra in viaggio verso la destra, credendo di assecondare Meloni che invece non applaude, ma si sta allungando verso il bicchiere. In sottofondo i deputati si stanno alzando tutti in piedi.
Meloni respira l’intera pausa, accoglie l’omaggio, lo impone ai suoi due sottoposti soffiando l’ordine appena bisbigliato a renderlo obbligatorio: “Ehi, rega’, alzatevi pure voi!”. Tajani lestamente ubbidisce. Anzi fa di più, dice piano a Giorgia: “Ho fatto chiedere i visti per la famiglia”. Lei non capisce: “Cosa?”. Lui le si avvicina con zelo: “Ho fatto chiedere agli uffici il visto per la famiglia”. E Giorgia, come fosse il suo scolaro, lo premia con un “Ah, sì, bravo”. Salvini invece ancora niente. Si rinserra nelle spalle, rigira due occhiate a spazzare di nuovo il pavimento per l’insofferenza malamente repressa. Ma davvero deve alzarsi anche lui? Il capo dei popoli padani, il ganzo del Papeete? Il plurimo ministro plenipotenziario del Ponte sullo Stretto e dell’Autonomia differenziata che lo allargherà del doppio?
Salvini fa passare altri secondi di insubordinazione e finalmente – mentre tutte le trombe della Lega gli soffiano dentro la testa, sventolano i bandieroni di Pontida, si alzano in volo le corna e gli spadoni delle feste, i rosari e i crocefissi dei comizi, galleggiano tra le onde i migranti sui barconi e dondolano alla deriva le navi delle odiate Ong, con uomini, donne, bambini a scoppiare di sete e di caldo mentre lui contabilizza i voti guadagnati, al diavolo i 49 milioni di debiti da pagare in 70 rate nei prossimi 70 anni – ecco che finalmente si alza, sale in superficie, finge di tossire per riunire le mani davanti alla bocca e sempre guardando il pavimento, scocciatissimo, con le mani che appena si toccano, concede anche lui lo stentato omaggio dell’applauso al negro.

Colleghi anomali

 

Fate schifo
di Marco Travaglio
E niente, non ce la fanno proprio i cosiddetti “giornalisti” italiani a rendere omaggio a Julian Assange, il collega (senza offesa per lui) che ha nobilitato la professione mentre loro la sputtanavano a suon di veline, marchette e autobavagli. Non ce la fanno a scandalizzarsi perché Usa e Uk, celebri culle della democrazia, l’hanno costretto a vivere per 12 anni da sepolto vivo prima nell’ambasciata ecuadoregna e poi in una cella d’isolamento senza uno straccio di processo. Non ce la fanno a dire che il presunto Impero del Bene ha trasformato un attivista pieno di entusiasmo, di valori e di coraggio in una larva umana con 12 anni di accuse false (persino di stupro), persecuzioni politiche, torture psicologiche e progetti di “ucciderlo con un drone” (brillante idea di Hillary Clinton), fino a estorcergli in cambio della vita una confessione e un patteggiamento per un delitto inesistente, che per le Convenzioni internazionali è una medaglia da Pulitzer: svelare notizie vere e documenti autentici sui segreti e sui crimini del potere.
La stampa mondiale esulta perché Julian è finalmente libero e si allarma per il pericoloso precedente del patteggiamento, che espone ad arresti e condanne chiunque faccia il giornalista sul serio e dissuaderà chiunque altro dall’imitarlo. Intanto la nostra stampa serva schiera i suoi migliori crani embedded, tutta gente che non ha mai trovato una notizia vera in vita sua. Repubblica, che ha campato per anni su Wikileaks, deplora “l’enorme clamore mediatico e dei fan di Assange” per un fatterello del genere. E s’interroga pensosa: “Eroe? Criminale? Martire della libertà? Giornalista? Agente al soldo altrui?”. Meglio non pronunciarsi. In compenso Chelsie Manning, l’ex analista militare, attivista e whistleblower che gli fornì un bel po’ di carte, è “un ladro”. Per il Giornale anche Assange è “un ladro di segreti di Stato”, altro che “paladino della libertà”: uno “spione” con la “pancetta da abbrutito” (vedi a non fare palestra? Poi non passi la prova costume). Per la Stampa è un “personaggio controverso” che ha “favorito Trump e autocrati”, un “hacker” forse “putiniano”. Sul Foglio, la vera spia (della Cia) Giuliano Ferrara raccomanda: “Niente monumenti per Assange, colpevole e libero” che in fondo, dopo essersela cercata, “se l’è cavata” (restare chiusi come sorci per 7 anni in una stanza e per 5 in una cella d’isolamento è una passeggiata di salute). Anzi dovrebbe ringraziare i suoi persecutori: “I nemici degli Usa non muoiono in cella” (Libero), “Julian è libero, Navalny è morto. È la differenza fra democrazia e dittatura…” (Dubbio). Infatti la democrazia è quel paradiso che arresta chi dice la verità, ma poi non lo ammazza, o lo libera un attimo prima che crepi. E sono belle soddisfazioni.

L'Amaca

 

Se Meloni volesse diventare europea
DI MICHELE SERRA
Meloni si trova di fronte il muro di gomma di un’Europa che diffida dei sovranisti, e per giunta ha ampiamente i numeri per farne a meno. Essendo il nazionalismo il nemico numero uno dell’Unione Europea, e viceversa, credo che Meloni sia perfettamente in grado di cogliere che non si tratta di un pregiudizio, e tantomeno della voglia di “delegittimare” un voto che, in ogni modo, vede l’estrema destra rimanere una robusta minoranza. Si tratterebbe, banalmente e nello stesso tempo brutalmente, di fare per davvero i conti con la propria storia: che è quella del neofascismo, strutturalmente nemico dell’unità europea e della democrazia.
Se sono abbastanza ridicole le ingiunzioni a dichiararsi antifascista (non lo è, non lo sarà mai), sono invece logiche, e perfino disinteressate, le richieste di entrare nel gioco europeo con la chiarezza necessaria: dirsi parte della destra “conservatrice”, e prendere le distanze dal profondo nero nel quale sguazza il Salvini, non è tattica, è strategia, e impone di pagare un prezzo vero e doloroso, perlomeno una seconda Fiuggi, ingentilita dai comfort del governo ma resa ben più ardua dalla presenza del nugolo di fascistoni di ogni età che le fa corona, nonché dalla sua stessa storia personale. Se non a noi, che non siamo degni di confidenza: lo dica ai suoi, che il fascismo in Europa è pura morchia. E chieda una consulenza a Gianfranco Fini, storicamente l’unico neofascista che abbia fatto seriamente i conti con quella sanguinaria buffonata. Metta in conto di perdere un bel po’ di voti (i fascisti, in Italia, sono tanti) ma di guadagnare, infine, una presentabilità non di facciata, ma vera. Se non lo farà mai, non si dica che “non può farlo”. Si dica che non vuole farlo.
E allora, però, la smetta di lagnarsi dell’Europa, che altro non può se non difendere i suoi principi.

mercoledì 26 giugno 2024

Click!



Circola un video della commemorazione di oggi in parlamento del povero Satnam, assassinato dal degrado culturale di questo paese meschino in mano a meschini: la premier ad un certo punto riferendosi alla sua destra al Cameriere di un trapassato pregiudicato, prestato pure quattro giorni per la colazione in carcere alla bella persona dell’avv Previti, e alla sinistra a tutto quanto fa avanspettacolo, con caciottaro accento gli dice “Raga’ alzateve pure voi” che tradotto dallo zoticone sta a significare “diamo una parvenza che ce ne freghi qualcosa!’
Una perfetta foto della nostra attuale condizione.