mercoledì 5 giugno 2024

Non posso!




Occasione



Dai votatelo vi prego! Un’occasione per decretare il nostro status di paese di merda! 

Finimente sul Minzo

 

I Minzolini diventano gip e insegnano diritto ai pm
DI MASSIMO FINI
In uno sgangheratissimo articolo sul Giornale (29.5.2024) Augusto Minzolini, prendendo in esame il “caso Toti”, si scaglia contro i magistrati genovesi che hanno previsto gli arresti domiciliari per il presidente della Regione Liguria. Secondo l’articolo 274 del Codice di procedura penale gli arresti domiciliari, che sono già in qualche modo una misura più lieve della custodia in carcere, possono essere decisi su richiesta del pm dal gip, cioè da un giudice, che può negarli oppure concederli in presenza di gravi indizi di colpevolezza e di uno o più dei seguenti pericoli: inquinamento delle prove; reiterazione del reato; fuga. Solo il pm che sta conducendo le indagini può sapere se questi pericoli esistono in concreto. Il suo apprezzamento è ampiamente discrezionale, ma questa discrezionalità gli è attribuita dalla legge. Evidentemente i pubblici ministeri genovesi, sempre sotto il controllo del gip, hanno ritenuto che almeno uno di questi requisiti esistesse. Improvvisatosi pm e gip, Minzolini sostiene che i giudici genovesi non hanno “lo straccio di una prova”. E definisce “retorica qualunquista” quella di chi ritiene che i diritti, ma anche i doveri, degli uomini che ricoprano cariche pubbliche debbano essere uguali davanti alla legge a norma dell’articolo 3 della Costituzione.
Ma è inutile seguire, o piuttosto inseguire Minzolini nei suoi sragionamenti sgangherati, fra cui c’è quello della “giustizia a orologeria”, consueto negli opinionisti di destra che si autodefiniscono “garantisti”, categoria giuridica, come quella, contrapposta, dei “giustizialisti”, mai esistita in nessun Codice, né italiano né europeo né di qualsiasi altro Paese. Poiché in Italia ci sono elezioni a ogni momento, Comunali, Regionali, Politiche e adesso anche Europee, i magistrati non potrebbero mai agire senza che cali su loro il sospetto, accreditato nel caso Toti da Minzolini, di fare politica e di essere schierati con questa o quella parte. Esemplare, in questo senso, fu il caso di Alberto Teardo, presidente socialista della Regione Liguria arrestato nel 1983 (e poi condannato per “associazione a delinquere, concussione, concussione continuata, peculato ed estorsione”) pochi giorni prima delle elezioni politiche in cui si era candidato. Se Teardo non fosse stato arrestato a tempo opportuno, in omaggio alla teoria della “giustizia a orologeria”, sarebbe diventato un parlamentare della Repubblica, autorizzato, con tutte le guarentigie di cui i parlamentari godono in Italia, immunità compresa, a continuare i suoi malaffari.
Ma perché dico che è inutile inseguire il professor Minzolini nei suoi sragionamenti? Perché è evidente che è tutto teso a salvaguardare dal rispetto della legge politici e ‘lorsignori’, non certamente gli stracci autori di reati da strada per i quali vale il brocardo di Daniela Santanchè, “in galera subito e buttare via le chiavi”, condiviso da tutta l’irriconoscibile destra italiana (ma la destra, e mi scuso con la vera Destra, non era per “la legge e l’ordine”?). Forse Minzolini, se si vuole dar credito a questo personaggio che non ne ha, dovrebbe chiedersi come mai i ‘lorsignori’ di qualsiasi tipo vanno ai domiciliari nelle loro belle case e i poveracci direttamente in carcere. È una delle tante discriminazioni sociali che esistono in Italia, giustificata con l’argomento che per ‘lorsignori’, abituati alla bella vita, il carcere sarebbe troppo duro, mentre i poveracci che vi entrano, vi escono e spesso vi rientrano perché nessuno dà loro lavoro, vi sarebbero abituati.
Comunque, e in sostanza, il tentativo di Minzolini è di dare una lezione morale a chi chiede il rispetto della legge. Ci chiediamo dove fosse costui quando noi difendevamo Pietro Valpreda, in carcere da 4 anni senza processo e poi assolto, o il presunto terrorista rosso Giuliano Naria che fece 9 anni di carcerazione preventiva, non i “domiciliari”, per essere poi anche lui assolto. Gli sarà facile rispondere che in quegli anni prestava il suo fascino ai film di Nanni Moretti Io sono un autarchico ed Ecce bombo. Ma non è certo per questo che noi non accettiamo lezioni morali da Minzolini. Costui, arrivato alla direzione del Tg1, il maggior notiziario televisivo del nostro Paese, in virtù di meriti che gli erano stati attribuiti dallo Spirito Santo, è stato condannato a due anni e mezzo di carcere per “peculato continuato”. Un peculato miserabile: non bastandogli lo stipendio, presumiamo remunerativo, della Rai, Augusto Minzolini sgraffignava sulle note spese (uno scherzetto da 65 mila euro), cosa che peraltro ho visto fare a molti altri dirigenti Rai. Costoro facevano i fenomeni, i munifici, invitando a cena un mucchio di persone pagando il conto. Ma quel conto non lo pagavano i Minzolini di turno, lo pagava la Rai con i soldi del canone, cioè con i soldi tuoi, caro stupidissimo lettore. E ora ti tocca anche beccarti l’accusa infamante di “forcaiolo” da un Minzolini, non per nulla ribattezzato da Marco Travaglio “Minzolingua”, nel senso che lecca i potenti, ma anche le briciole dei pranzi di gala.

Pidinamente

 

Ma è il Pd o Netflix?
di Marco Travaglio
“Definire il pluralismo una scusa vi sembra normale? Cos’è il contrario di pluralismo: pensiero unico? Preferisco il pluralismo”. Così la Schlein ha replicato a Conte sull’ambiguità del Pd a proposito dell’escalation in Ucraina. Quella del pluralismo nei partiti è una questione serissima. Ma bisogna intendersi sulle parole. Ogni partito che si rispetti ha una linea chiara sui fondamentali: politica economica ed estera in primis: la detta il segretario che ha la maggioranza. Poi c’è la minoranza, che ha posizioni diverse e cerca di raccogliere consensi per farla prevalere e cambiare segretario. Fanno eccezione le questioni di coscienza su particolari istanze morali o religiose, trasversali all’asse maggioranza-minoranza: fine vita, aborto, procreazione assistita, adozioni gay ecc. Questo è il pluralismo, che è tutt’altra cosa dal casino organizzato e cacofonico del Pd, del tutto speculare a quello delle tre destre. In 20 mesi di governo Meloni, il Pd di Schlein ha sempre votato come FdI, Lega e FI in Italia e in Europa sui temi cruciali di politica estera: sempre più armi a Kiev, riarmo Ue per una economia di guerra (anche con fondi del Pnrr e un nuovo Recovery militare), risoluzione Von der Leyen per un conflitto infinito fino alla “sconfitta della Russia” e alla riconquista di tutti i territori occupati, Crimea inclusa. Una linea che più chiara non si può: quella di Enrico Letta (ma allora tanto valeva tenerselo).
Poi però, in vista delle elezioni, la segretaria Schlein (non l’opposizione interna) candida Strada, Tarquinio e Cristallo, tre pacifisti che dissentono in toto dalla sua linea (tutti contrari all’invio di armi, uno favorevole financo a sciogliere la Nato). Ma non la cambia, anzi seguita a prendere le distanze dai tre, usati come foglie di fico per coprire le vergogne del Pd e far dimenticare agli elettori pacifisti i voti bellicisti e a quelli bellicisti i candidati pacifisti. Più che pluralismo, paraculismo. Idem sulla politica economica europea made in Gentiloni: Schlein attacca la Meloni perché ingoia il Patto di Stabilità lacrime e sangue firmato Gentiloni, su cui poi il Pd si astiene come FdI&Lega. Pluralismo? No, paraculismo per gabbare sia gli elettori pro austerità sia quelli anti. Ma che partito è quello che nasconde la sua politica estera ed economica, cioè le scelte fondamentali dell’Ue che dice di voler cambiare dopo aver fatto di tutto per lasciarla com’è, e intanto caccia la sua vicesegretaria a Verona perché non vota la legge Zaia sulla fine vita per motivi di coscienza? Un partito à la carte, con un menu per ogni gusto e palato. Un partito Netflix, dove ciascuno clicca on demand sul programma preferito. Un partito che può anche riuscire a gabbare gli elettori con i teatrini sul finto derby Elly-Giorgia. Ma poi come fa a governare?

L'Amaca

 

I contadini di serie B
DI MICHELE SERRA
Capita alle persone pubbliche, e ai politici più degli altri, di ritrovarsi un microfono sotto il naso e una telecamera piantata in faccia, e dover rispondere alle domande a bruciapelo di un cronista. Sarebbe impreparato anche Einstein, che per la legge dei grandi numeri, prima o poi, almeno una frescaccia la direbbe. Al contrario il ministro Lollobrigida, sempre per la legge dei grandi numeri, prima o poi riuscirà a dire una cosa intelligente. Ma l’attesa si prolunga oltre il lecito, e Lollobrigida guida, con un distacco abissale, la classifica delle vittime del giornalismo stradale.
Due giorni fa, per esempio, a una domanda volante sulla coltivazione della cannabis light (recentemente vietata dal governo), ha risposto: «Non punto a trasformare i nostri campi di grano e le nostre coltivazioni in campi di cannabis light». La frase avrebbe un senso, anche se vago, nel caso che qualcuno avesse puntato a espiantare il frumento, il mais, il foraggio, i pomodori da sugo per coltivare canapa. Ma no, la produzione agricola nazionale (orzo alla Patria!) non è insidiata dalla potente lobby dei fricchettoni.
Semmai sono le piante di canapa, coltivate da centinaia di piccoli agricoltori in piccoli appezzamenti, e ora mandate al macero perché improvvisamente illegali, a sparire dalle campagne e dalle valli italiane, distruggendo un lavoro di anni. La cannabis riguardava un’agricoltura marginale, ingegnosa e di piccola estensione (tipica del nostro Paese) che evidentemente non rientra negli interessi del ministro dell’Agricoltura. Altrimenti avrebbe approfittato del microfono per dire che gli dispiace vedere i campi di canapa, ancorché pochi, rasi al suolo da una scartoffia governativa. Sarà per la prossima volta.

Questo è Chi!

 


Indianamente grazie!

 


Grazie, grazie, grazie! Indianini eccelsi, di casta eccelsa, ricchi sfrontatamente e epulonicamente, mix di potere, di grana, di superiorità di specie, acquisita a prezzi solo in apparenza disonorevoli per il genere umano. Grazie per la sfrontatezza, per l'apparente balordaggine con cui avete sequestrato alcuni luoghi di questo paese a voi prono in nome e per conto del soldo. 

Portofino era già un luogo tossico per così dire, frequentato da signori di questi tempi anomali per la ragione ma virtuosi per la mentalità di questo sprazzo di millennio, defraudato da quelle virtù che stanno a questi due come la dignità ad un banchiere. 

Anant  Ambani e Radhika Merchant, il nome dei due sposini provenienti da quel paese simbolo della disparità di classe, hanno deciso di spendere milioni di euro per il loro matrimonio, sequestrando zone della nostra nazione. E hanno pure fatto festa a Genova, con una maxi festa che ha disturbato fino al mattino la città. Ma il bello, o il tragico, è che mentre gozzovigliavano è arrivata una nave di profughi. A volte vedi come il destino ci indichi bassezze e merdismo di questi tempi cavalcati dal grande capitalismo!