mercoledì 29 maggio 2024

E poi...

 


Neppure se fossi un bonzo appisolato potrei far a meno d'incazzarmi davanti a questa idiota, palesemente idiota, dispensatrice d'idiozie, custode dell'Idiozia maxima! 

Nikki Haley è il suo nome, ex ambasciatrice del finto regno della democrazia che aduliamo da tempo immemore e attualmente retto da un Appisolato che finge di fermare gli assassini israeliani da una parte, mentre dall'altra gli vende armi e tossicità mefitica contro l'umanità. 

Candidata repubblicana - sai che culo! - passata ora a condividere la speranza di salire in tolda assieme al biondastro bipolare che i beoti che lo voteranno in massa lo riposizioneranno, probabilmente, nel centro del potere per la fine di noi tutti, questa pezzente è stata immortalata a scrivere sulle bombe israeliane il messaggio sfociante dal suo cuore-cloaca sintetizzato in questa parola: "Finiteli!" 

Che cretina! Che sintesi di degrado, di inezia, di vuoto pneumatico ergono da quella parola. 

Che decadenza, che pochezza, che fine per questo mondo oramai palesemente di merda! 

Come possa una mononeurotica di questo stampo trovare il coraggio di smerdare la ragione in questo modo, resterà mistero enigmatico. 

Forse non lo capiranno neppure le civiltà lontane, ammesso che esistano, allorché arriveranno un giorno incuriosite dalla scomparsa della specie che si spacciava per illuminata, intelligente, padrona dell'intero pianeta! Guardando ragni e ratti girovagare da signori nel deserto post atomico, comprenderanno che sì, in effetti, gli umani auto-evaporatisi non erano certamente quei gran geni che si credevano. Tutt'altro!     

Tristezza

 


D'accordo

 


Prima Pagina

 


Robecchi

 

Gaza. La dura rappresaglia di Rafah come la “zona di interesse” di Israele
di Alessandro Robecchi
Il quadrante 2371 della striscia di Gaza si colloca, nelle cartine dell’esercito israeliano, appena a ovest di Rafah, una città con oltre un milione di profughi, famiglie, donne, bambini, civili. In un volantino diffuso tra la popolazione, l’esercito di Israele ha indicato il quadrante 2371 come “safe zone”, cioè zona sicura, o “zona umanitaria”. Insomma, un posto dove chi non ha più nulla – scacciato dalle sue case al nord di Gaza rase al suolo, spostato verso il centro della Striscia, poi spostato a sud quando è stato raso al suolo il centro – può piantare una tenda. Poi, la sera del 26 maggio 2024, la “zona sicura” è stata bombardata da aerei israeliani con proiettili incendiari, facendo della “zona sicura” un rogo spaventoso. Il conto dei morti, 45-50 vittime, è un numero stupido: la quantità di persone che avranno la loro vita cambiata per sempre dalla notte del 26 maggio non è calcolabile, tra feriti, ustionati, bambini rimasti orfani, che hanno perso madri, padri, fratelli.
Conosco i balletti della propaganda, e quindi non mi dilungo: chi ha visto qualche immagine – sui social, più che altro, perché le televisioni non gradiscono, minimizzano – sa di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema. Di una rappresaglia sulla popolazione civile innocente. La guerra è brutta, la guerra è una merda, è tutto quello che ci fa schifo, chiunque la faccia. Ma quella di Gaza non è una guerra, o per meglio dire non è solo una guerra, ma una deliberata distruzione di un territorio (scuole, moschee, case, ospedali, tendopoli, campi profughi) accompagnato dallo sterminio della popolazione civile. So che i sostenitori di Israele si offendono molto se qualcuno paragona l’attuale operazione israeliana alle gesta di quelle SS che compirono l’Olocausto, una macchia indelebile, incancellabile, sulla storia dell’umanità. Eppure, con le immagini e le notizie che ci vengono da Gaza, il paragone non sembra così assurdo. L’immagine del soldato israeliano che si fotografa mentre incendia la biblioteca di un’università ha fatto il giro del mondo. Qualche anima bella ha provato a gridare al fake, ma invece no: il soldato si chiama Tair Glisko, 424simo battaglione, Brigata Givati, ha pubblicato la foto sui suoi social.
Ne La zona di interesse, il bellissimo film del regista (ebreo) Jonathan Glazer (ha vinto due Oscar), si racconta la storia della famiglia Hoss, il capofamiglia Rudolf, comandante del campo di sterminio di Aushwitz, e la moglie che cura il suo bellissimo giardino e vive una vita agiata, felice della sua sistemazione. Accanto al giardino, l’inferno in terra del campo, che non si vede mai: si sentono i suoni, rumori, raffiche, lamenti, sterminio scientifico e pianificato. Quel che importa alla famiglia Hoss è il bel giardino, la loro “zona di interesse”. Una delle scene più agghiaccianti è quando la signora Hoss e le sue amiche si spartiscono i vestiti delle deportate ebree, cappotti, pellicce, biancheria. Da sei mesi, i social sono pieni di immagini di soldati israeliani che penetrano nelle case sventrate della popolazione palestinese uccisa o deportata e si fotografano ridendo con la biancheria delle donne palestinesi, o i giocattoli dei loro bambini, scherzando sul bottino di guerra, disumanizzando un intero popolo. Bisogna guardarle, quelle fotografie, guardarle bene. Si capirà che ciò che oggi fa Israele a Gaza non è diverso da quello che faceva la famiglia Hoss, nel bel giardino accanto ad Auschwitz.

Attorno alla figuraccia

 

Il Papa, il dito e la luna
di Marco Travaglio
Sarà che siamo abituati a guardare più la luna che il dito. Ma la notizia, anticipata da Dagospia, che papa Francesco, parlando a porte chiuse con i vescovi italiani, ha usato un’espressione romanesca degna del Belli o di Osho-Palmaroli sulla lobby gay nella Chiesa ci ha scandalizzati fino a un certo punto. Basta leggere la biografia di questo Papa “venuto dalla fine del mondo”, cioè dalle favelas che frequentava più dell’arcivescovado di Buenos Aires, per capire perché gli è sfuggito quel “c’è troppa frociaggine”. Non era un discorso ufficiale, ma una chiacchierata informale fra gente che dovrebbe capire e invece s’è precipitata a spifferarla all’esterno. Come nei covi di vipere. E come si conviene a chi finge di non capire la sostanza della questione. Che parte dagli scandali insopportabili (almeno per lui) di pedofilia nel clero e dalle accuse intollerabili (almeno per lui) di non fare abbastanza per prevenirli e per punirne i colpevoli. Gli ipocriti possono rigirarlo quanto vogliono, ma il problema nasce dall’ambiente tutto maschile dei seminari (come un tempo degli oratori per soli ragazzi), terreno fertile di caccia per preti pedofili omosessuali. Ora serve una selezione più rigida: non fra omosessuali ed eterosessuali (se la Chiesa aprisse al clero femminile, la pedofilia dilagherebbe anche fra gli etero con quell’inclinazione), ma fra chi prende sul serio le promesse di celibato e di astinenza e chi proprio non ce la fa, dunque non merita l’ordinazione.
A naso e senza disporre della trascrizione integrale, pare che il senso del discorso di Francesco fosse questo. Non certo l’omofobia, anche perché nessun pontefice ha mai pronunciato, nei confronti dei gay, parole più aperte, inclusive e autenticamente cristiane delle sue: “Chi sono io per giudicare un gay?”. Parole seguite da fatti concreti, anzi rivoluzionari, come l’approvazione del documento Fiducia supplicans del Dicastero per la Dottrina della Fede che autorizza i sacerdoti a benedire coppie dello stesso sesso. Probabile che qualche porporato parruccone abbia fatto uscire la frasaccia proprio per bloccare quel percorso di apertura, scatenando scientemente la canea degli opposti cretinismi: quelli di sinistra che esaltano il Papa come progressista se fa il Papa contro le guerre e lo scomunicano come reazionario se fa il Papa sulla morale sessuale o l’eutanasia; e quelli di destra che esultano perché “parla come Vannacci” (cioè come uno che i gay li giudica eccome, anzi li definisce “non normali”). Ieri ha fatto bene a scusarsi, per disarmare i sepolcri imbiancati. Ma si spera che seguiti a chiamare le cose col loro nome senza paura di scandalizzare: l’odio non si annida tanto nelle parole, quanto nella testa di chi le pronuncia e nell’orecchio di chi le ascolta.

L'Amaca

 

La canapa e il popolo
DI MICHELE SERRA
Che c’entra la sicurezza con l’agricoltura? Voi direte: se stiamo parlando di sicurezza sul lavoro, c’entra molto. Ma no, non stiamo parlando di sicurezza sul lavoro. Stiamo parlando del disegno di legge sulla sicurezza, presentato dal governo, nel quale si vietano la coltivazione e il commercio della cannabis leggera: quella a basso contenuto del principio attivo Thc.
Chi ha tempo e pazienza può provare a ricostruire l’allucinante e annoso tira e molla legislativo che ha prima concesso, poi vietato, poi riconcesso, poi rivietato la coltivazione di questa magnifica famiglia di piante, la cui secolare alleanza con gli uomini ha qualcosa a che fare con le sostanze psicotrope e la farmacopea, molto con i tessuti e la navigazione (quasi tutto il cordame di terra e di mare, prima della plastica, era di canapa).
Centinaia di piccole aziende ci hanno creduto, hanno preparato il campo e poi seminato cannabislight.Contadini. Popolo, come vanno blaterando quelli al potere. Gente che lavora con la natura e ha i tempi della natura: cicli di anni. Non si può estirpare e ripiantare un campo ogni sei mesi, a seconda dei tiramenti dei capoccia. Non si può veder crescere una pianta dicendola legale, illegale, legale, illegale ad ogni nuova scartoffia prodotta da gente che vede il mondo da un ufficio.
Il ministro Lollobrigida, così trepidante per le sorti della produzione agricola italiana, lo sa che centinaia di piccole aziende, fidandosi dei pronunciamenti di “quelli di Roma”, hanno puntato sulla cannabis, e ora si ritrovano fuorilegge? Non ha niente da dire su questo schifo, su questa paranoia securitaria che pretende di espiantare il male e invece espianta lavoro, foglie, radici, fusti, tempo, investimenti, speranze, sbagliando orribilmente bersaglio? La canapa si coltiva, in Italia, da secoli.
Che diavolo devono coltivare, gli agricoltori che hanno puntato sulla cannabis, per mettersi in regola: edamame giapponesi?