sabato 11 maggio 2024

Togli togli!

 


...e questa è la risposta!

 

Poverina!

Ma invece di farsi intervistare sparando sul Fatto e sul mitico Direttore, non poteva chiacchierare col suo amichetto politico su balle e fregnacce? 

E invece no! Come ricorderete ieri ho postato l'intervista di Repubblica all'ex politica aretina - infatti dopo l'annunciata uscita di scena in seguito ruminata e negata è soltanto una vivacchiante ospite della Casta - mentre oggi ecco di seguito la risposta dello Stuzzicato.,.

Pizzini aretini
di Marco Travaglio
L’altro giorno abbiamo letto il solito pezzo fantasy del Foglio, “Un Loft in Rai per il Fatto quotidiano” e ci siamo domandati chi sarebbe stato così fesso da crederci. La risposta è arrivata a stretto giro: Maria Elena Boschi che, per via dell’occhio acuto, è vicepresidente della Vigilanza. E, in un’amorevole intervista di Giovanna Vitale su Repubblica (manca solo la domanda “Ma come fa a essere così brava?”), riesce addirittura a superare i suoi classici standard di sagacia. 1) Scopre che la Rai acquista anche format esterni (gli amici Lucio Presta, Simona Ercolani &C. le nascondono proprio tutto), anzi uno solo: La confessione di Peter Gomez, prodotta dalla nostra Loft e andata in onda su Rai3 per meno di due mesi in 7 puntate dai costi irrisori (fra l’altro nel 2024, mentre la tapina parla del bilancio 2023). 2) “I conti della società Seif, proprietaria del Fatto quotidiano, si reggono sui programmi venduti da Loft. Non lo dico io: è scritto nell’ultimo bilancio”. Quindi la poverina non sa leggere o non capisce ciò che legge: nell’ultimo bilancio i ricavi Seif si reggono sui contenuti media (tra cui Loft) per l’8,59% e sui prodotti editoriali (Fatto, sito e libri PaperFirst) per l’80,71%. 3) “Loft potrebbe far cassa grazie alla Rai e salvare il giornale… e Travaglio… dal possibile fallimento… con soldi dei contribuenti”. Il che detto, da una delle massime esperte mondiali di fallimenti (dal Pd renziano alla Banca Etruria mirabilmente amministrata da suo padre alla sua schiforma costituzionale, molto apprezzata in Niger), è uno spottone alla solidità dei nostri conti, peraltro migliorati del 45% dal 2022 al ‘23.
4) Lubrificata dalla ficcante domanda “È la ragione per cui Travaglio insiste col dire che non c’è alcuna occupazione militare della Rai, che la destra sta facendo quello che ha fatto la sinistra?”, la ex lobbista di Etruria sostiene che io sarei in “conflitto d’interessi” perché il Fatto “non esprime mai una critica verso la Rai dell’era Meloni”, anzi “Travaglio usa i guanti di velluto, arriva proprio a difenderla”. A parte la rubrica Cinegiornale Luce sulle marchette dei tg Rai e le centinaia di commenti di Padellaro, Valentini, Lerner, Crapis, Delbecchi giù giù fino al sottoscritto che ha appena definito i vertici meloniani “mix di servilismo e stupidità”, “così fessi da sembrare censori anche le rare volte in cui non lo sono”. Il che conferma che la nota aretina non sa leggere o non capisce ciò che legge, o entrambe le cose. Però è dotata di notevole humour: sennò non accuserebbe gli altri di lottizzare la Rai, avendola i renziani occupata al 100% nel 2014-‘19 e seguitando a occuparla in tante caselle chiave, dalla presidenza della Soldi al Tg3 di Moiro Orfeo, ora che non li vota più nessuno.
E non accuserebbe uno dei rari giornali di opposizione di non opporsi abbastanza mentre lei e tutta Iv si alleano con le destre in mezza Italia, votano le loro peggiori porcate e si astengono sul premierato. È spiritosa almeno quanto Repubblica, che grida un giorno sì e l’altro pure alle censure altrui avendo un direttore appena sfiduciato per aver mandato al macero 100 mila copie nottetempo per far sparire un articolo che pensava sgradito al padrone. 5) “Loft pare stia trattando con la Rai per la vendita di altri programmi”. E qui, dobbiamo confessarlo, la signora in giallo di Laterina ci ha sgamati. Dopo aver rifiutato per anni qualsiasi proposta di condurre tg e programmi Rai per via della lottizzazione, abbiamo appena rotto gli indugi, concordando coi vertici Rai un palinsesto tutto Fatto, dall’alba al tramonto: roba da far impallidire TeleRenzi e TeleDraghi, dove Pd&Iv piazzavano i meglio fichi del gruppo Espresso & Gedi, uscieri inclusi, come presidenti, direttori, conduttori, rubrichisti e ospiti fissi. Io dirigerò il Tg1 e vi trasferirò la nostra squadra di inchiestisti, perché la Meloni ha molto apprezzato i nostri scoop sui suoi Sgarbi, Santanchè, Lollobrigida, Crosetto, Corsini e la sua nuova villa con piscina. Gomez andrà al Tg2, per rilanciarli da par suo. La Lucarelli guiderà il Tg3: i vertici Rai hanno adorato i suoi colpacci su Montesano a Ballando e sulle marchette sanremesi alle sneakers di Travolta. Molti i talk show: Maddalena Oliva su gender e diritti delle donne; Silvia Truzzi su premierato e autonomia; Montanari e Lerner sul ritorno del fascismo e i migranti perseguitati; Basile, Fini, Mini, Orsini e Spinelli sulla geopolitica e i disastri meloniani da Kiev a Gaza; Lillo e Barbacetto sulle schiforme giudiziarie con Caselli, Davigo ed Esposito; la Ranieri sull’egemonia culturale della destra. Sommi rileverà Porta a Porta da Vespa, ormai inviso ai Melones per l’aggressività del suo giornalismo investigativo. Natangelo, venerato da Giorgia e soprattutto da Arianna e Lollo per le vignette sul lettone, avrà un programma di satira con Mannelli, Vauro e Disegni. Scanzi andrà in prima serata con lo spettacolo La Sciagura. Inutile precisasre chi saranno il presidente e l’ad di TeleFattoMeloni: Antonio Padellaro e Cinzia Monteverdi.

Molti lettori ci scrivono di non farci intimidire dai pizzini boschiani, e vogliamo rassicurarli: non ci sono riusciti B., Previti, Dell’Utri&C., figurarsi questa. Altri ci invitano a querelarla e ne faremmo volentieri a meno, visto che i renziani votano regolarmente l’impunità agli altri e gli altri la votano a loro. Ma a nessuno è consentito di mentire sui bilanci di un gruppo quotato in Borsa. Quindi ci vedremo nell’habitat che più le è congeniale: il tribunale.  

Intanto prepariamoci

 

Assalto alla Costituzione Il baratto tra le destre per cambiare le regole e piegare la democrazia

Inchiesta Sullo stato della democrazia in Italia.

di Stefano Cappellini

C’è da raccontare il più grande assalto alla Costituzione italiana. Micidiale combinato della riforma costituzionale detta premierato, cara a Giorgia Meloni, e dell’autonomia differenziata, cara a Matteo Salvini. Due provvedimenti ideologici, scombinati e pericolosi, per giunta messi insieme dalla logica del baratto anziché da un ridisegno organico dell’architettura istituzionale. Ma qui è necessaria una precisazione. Non è sbagliato in sé cercare di migliorare la Carta dove può essere utile e necessario, il problema è il modo e il merito del tentativo in atto. Ma prima di arrivarci, può essere utile una premessa.

Giorgia Meloni non è la prima politica a voler cambiare le regole del gioco a suo uso e consumo. Però è la prima ad avere una decisiva motivazione supplementare. Il desiderio di stravolgere la Carta e la forma di governo per costruire uno schema personale e monocratico la accomuna ad altri predecessori; la volontà di rivincita sul dettato costituzionale la distingue dagli altri. Meloni, la ragazza che minorenne si iscrisse alla sezione romana di Garbatella del Movimento sociale italiano abbracciandone il revanscismo politico e le recriminazioni storiche, ha l’occasione sognata dai suoi padri politici: abbattere il simbolo che per decenni i missini italiani hanno considerato lo stigma sulle loro origini. La costituzione antifascista va cassata, sfregiata, archiviata. La sua riscrittura agitata in aria come bottino di guerra e segno del nuovo comando.
Cosa prevede il cosiddetto premierato? Un presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini e in carica per 5 anni. Con quale legge elettorale, non si sa, va ancora scritta. Con quale meccanismo che garantisca la maggioranza in Parlamento, è altro punto di domanda, per ora si ragiona di un abnorme premio di maggioranza del 55%. Con quali contrappesi, è inutile chiederlo, non sono previsti. Vietato al Parlamento incaricare un premier che non sia quello indicato nelle urne. Il presidente della Repubblica passa da arbitro del sistema a spettatore. Il premier comanda senza intralci su un Paese nel frattempo disarticolato da un provvedimento parallelo, l’autonomia differenziata, che dietro le fumisterie leghiste nasconde il messaggio alle comunità locali: arrangiatevi. Per qualcuno è un’opportunità, per altri è il baratro. La prima vittima designata è il sistema sanitario nazionale, già piegato da anni di incuria, definanziamento e regalìe al sistema privato.

Si trasformano le elezioni in una riffa dove uno solo vince tutto e si espongono le istituzioni alle scorrerie di qualunque barbaro di passaggio. Non c’è più filtro. È la realizzazione di un rozzo progetto plebiscitario mascherato da trionfo della volontà popolare. Gli elettori – anzi, una minoranza di elettori trasformata in maggioranza dagli artifici di una legge elettorale ancora da scrivere – eleggono un primo ministro che, da quel momento, agisce senza più controllo. Una delega al buio. Non è il presidenzialismo, sistema che in molti Paesi funziona con precise regole e paletti, sebbene i casi di S tati Uniti e Brasile dimostrino quanto sia esposto a forzature in questa epoca di democrazia fragile e assediata. Si tratta di una versione degenerata dell’alternanza, risolta in un brutale scontro tribale alle elezioni al termine del quale una delle tribù si impossessa delle istituzioni senza che nessuno, né il Quirinale e tanto meno il Parlamento, possa più interferire in alcun modo.

Nella commissione Affari costituzionali la quasi totalità dei costituzionalisti auditi, senza differenza di orientamento e formazione, ha bocciato senza appello la riforma. L’ex presidente della Corte costituzionale Ugo De Siervo: «Un progetto di legge quasi eversivo per alcuni aspetti ed estremamente debole per altri». Gustavo Zagrebelsky, altro presidente emerito della Consulta: «Una riforma costituzionale incostituzionale ». Il successore Giuliano Amato: «L’elezione diretta del premier è una alterazione degli equilibri, incide negativamente sul capo dello Stato come figura di garanzia unitaria». E ancora, Fulco Lanchester: «Il testo confligge con gli standard del costituzionalismo democratico, basato sull’equilibrio e la separazione dei poteri». Gaetano Silvestri: «Il premio di maggioranza crea un governo figlio della calcolatrice più che della volontà degli elettori». Invano, vista la ricettività degli auditori, Gaetano Azzariti ha fatto notare che il potere debole «oggi è quello del Parlamento». Forse per mancanza di testimonial la presentazione della riforma in Parlamento si è fregiata, pochi giorni fa, del contributo intellettuale del cantante Pupo: «Mi piace il premier forte, anzi fortissimo».
Sul consapevole, scientifico attacco alleprerogative del capo dello Stato si assiste allo spettacolo più ipocrita tra quelli messi in piedi dal governo per difendere la riforma. Ancora pochi giorni fa Meloni è tornata per l’ennesima volta a negare che la riforma incida sui poteri del Quirinale. Persino i pochi costituzionalisti con un giudizio benevolo sull’impianto della riforma smentiscono la menzogna della presidente del Consiglio. Dice Carlo Fusaro: «Chi considera utile rafforzare il presidente del Consiglio, con onestà intellettuale, deve riconoscere che, comunque e con qualunque formula, ciò è semplicemente impossibile senza che ne derivi un impatto sul ruolo dei partiti in Parlamento e sul ruolo del presidente della Repubblica».
Ecco, il ruolo dei partiti. Indeboliti da lustri di svuotamento ideale e di reazionarie campagne sulla casta, i partiti devono trasformarsi definitivamente in comitati elettorali al servizio del candidato – “Vota Giorgia”, lo slogan della candidata Meloni alle Europee è l’ultima prova generale – mentre il Parlamento, già trasformato in raduno di nominati per grazia ricevuta e succursale di conversione decreti, diventa l’equivalente di un consiglio comunale. Si poteva trasformare quell’aula sorda e grigia in un bivacco di manipoli, e sta per accadere.
La riforma di Meloni è subdola. Più ancora che per i suoi obiettivi evidenti, per la capacità di cavalcare e torcere a proprio vantaggio trent’anni di propaganda anti-politica. Non si è tanto detto, anche a sinistra, che ogni governo nato da accordi parlamentari è un inciucio? Non si è tanto detto, anche a sinistra, che è fondamentale conoscere il nome di chi governerà l’Italia cinque minuti dopo che si è concluso lo spoglio? Ora arriva Meloni, a trasformare in realtà tutti i dogmi del più ottuso furore maggioritario, pronta a rinfacciare agli avversari, non senza qualche ragione, di stare avverando i loro annosi desideri.

Il resto ce lo mette Salvini, con un’altra riforma pasticciata e incompleta. Nel nuovo regime di autonomia come farà lo Stato centrale a garantire che a tutti i cittadini siano garantiti pari servizi e opportunità? Lo schema leghista si basa su un’impostura ideologica: la spesa sociale per la sanità, il welfare, non è un trasferimento di risorse dalle Regioni ricche a quelle povere bensì tra cittadini abbienti e cittadini meno abbienti. Vale per l’autonomia lo stesso rischio descritto sul premierato: in tempi di vacche grasse, potrebbe essere un sistema persino virtuoso, che spinge i governi locali all’efficienza e alla responsabilità e i cittadini della Regione a premiarne o punirne l’opera con il voto.
Ma che succede nei territori dove la situazione è così degradata da non dipendere più, almeno nell’immediato, dal buon operato dell’amministrazione? E che succede nelle fasi di crisi e congiuntura economica? Se il bilancio dello Stato dimagrisce, chi garantisce ai cittadini uno standard minimo? In burocratese si chiamano Lep, livelli essenziali di prestazione, e non sono ancora stati messi nero su bianco, sebbene rappresentino un aspetto fondamentale. Non solo, la loro definizione presuppone l’individuazione delle risorse necessarie a fornirli, questi livelli essenziali. Dove le troverà un governo alle prese con i vincoli di bilancio e una crescita inchiodata allo zero virgola? O aumentando le tasse, cosa che la destra non vuol fare, o tagliando la spesa, e quindi potenzialmente altri servizi. Un circolo vizioso. Un incubo che agli elettori viene presentato come il sogno della sovranità popolare. “Vota Giorgia”, e buona fortuna a tutti.

venerdì 10 maggio 2024

Simbolo



Ok la faccia da coglione c’è. Diciamo che il Fesso è giusto!

C’è ancora speranza!





Se questo è un ministro, ho ancora speranza nel Nobel!

Viva la Contestazione



Forse ha fatto bene Mattarella a solidarizzare con la ministra. Quello che però è straordinariamente bello è questo risveglio giovanile, si la contestazione, che nasca, che si rinforzi, che abbatta questo mondo politico insulso, frutto di consociativismo, di accordi, di politichese, affossante le speranze dei giovani, che intravedono un futuro di merda. Sbraitate ragazzi, scollatevi da smarth e tv! Mandiamoli tutti a casa!

Mumble mumble

 

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Maria Elena Boschi: “Conte inciucia con Meloni. I bilanci in rosso del Fatto Quotidiano sanati da Viale Mazzini”di Giovanna Vitale

La vicepresidente Iv della Commissione di Vigilanza Rai: “Travaglio non esprime mai una critica verso la Rai”

Onorevole Boschi, come mai in Vigilanza ha chiesto chiarimenti sul talk condotto da Peter Gomez, direttore del Fatto online?

«Prima di tutto perché viene da chiedersi come mai tra tante professionalità e produzioni interne alla Rai si sia sentita l’esigenza di rivolgersi all’esterno e di acquistare da una società — la Loft — il format di una trasmissione televisiva. Società che, guarda caso, fa parte del gruppo del Fatto Quotidiano. Visto che i soldi con cui la Rai paga Le Confessioni di Gomez sono dei cittadini che versano il canone, la trasparenza mi pare il minimo. Ma c’è di più».

Ossia?

«Se c’è un legame economico tra l’azienda che gestisce il servizio di informazione pubblica e il Fatto deve emergere».

Crede che dietro ci sia uno scambio di favori?

«Che i conti della società Seif, proprietaria del Fatto quotidiano, si reggano sui programmi venduti dalla sua controllata al 100% Loft (che produce anche il programma di Gomez) non lo dico io: è scritto nell’ultimo bilancio approvato e nella relazione della società di revisione, che non nasconde la crisi finanziaria del gruppo. Non a caso la Loft pare stia trattando con la Rai la vendita di altri programmi. Così potrebbe far cassa grazie alla Rai e salvare il giornale dal possibile fallimento».

È la ragione per cui Travaglio insiste col dire che non c’è alcuna occupazione militare della Rai, che la destra sta facendo oggi quello che ha fatto ieri la sinistra?

«Basta sfogliarlo: quel quotidiano non esprime mai una critica verso la Rai dell’era Meloni né dice una parola sugli inciuci di Conte con la premier per le nomine. Travaglio dimentica sempre che il capo del M5S con il governo gialloverde ha trasformato l’emittente pubblica in una tv sovranista: allora, in coppia con Casalino, non ha mai fatto ostaggi in Viale Mazzini. Quanto a oggi, il direttore che non si tira mai indietro quando c’è da attaccare qualcuno, anche un innocente a cui è arrivato un avviso di garanzia, è lo stesso che è stato condannato per diffamazione e che con la Rai “gestione Fratelli d’Italia” usa i guanti di velluto. Arriva proprio a difenderla. Per carità, saranno solo coincidenze, ma io penso che il Travaglio che parla tanto di conflitto di interessi per gli altri dovrebbe prima guardare a casa sua».

Lei ha chiesto anche di sapere quali altri programmi e conduttori dell’orbita Fatto entreranno nei prossimi palinsesti Rai. Ritiene che il giro di affari possa ampliarsi?

«Mi piacerebbe saperlo. Vorrei sapere se i soldi dei contribuenti vanno a salvare dal possibile fallimento Travaglio & Co. Solo che a queste domande l’ad Sergio e il dg Rossi non hanno risposto. Hanno detto di non saperne nulla e di dover approfondire. Non penso ci voglia molto a fare una telefonata e verificare. Anche perché la trasmissione di Gomez va in onda da tempo».

Rientra in questo quadro, secondo lei, la sponda che spesso il M5S offre ai vertici meloniani della Rai, sia in Cda sia in Vigilanza?

«Non spesso. Sempre. Del resto, il patto per assegnare al M5S la presidenza della Commissione parlamentare di controllo lo hanno fatto Meloni e Conte. I grillini hanno votato addirittura a favore del nuovo contratto di servizio e, dopo essersi accordati su varie nomine in Rai, sono pronti all’intesa anche sul nuovo Cda, vedrete. Del resto è lo stesso Conte che pone la questione morale in Puglia e poi salva la giunta Emiliano, votando a favore della fiducia».

Dopo l’affondo della presidente Soldi pensa che i vertici Rai abbiano mentito al Parlamento? E se così fosse, potrebbero restare al loro posto?

«Dobbiamo ascoltare in Vigilanza anche Serena Bortone, il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini e la stessa presidente Soldi. Lo avevo chiesto, insieme alle altre opposizioni, già prima dell’audizione di ad e dg, ma la maggioranza si è opposta. Ora diventerebbe gravissimo non farlo. Occorre andare fino in fondo e capire chi sta mentendo e perché».