sabato 13 aprile 2024

A un passo dagli altari

 


Ascoltalo Elly!

 

Piedone lo Sbirro
di Marco Travaglio
Conte non ha conosciuto Casaleggio, morto nel 2016, poco prima che Raggi e Appendino conquistassero Roma e Torino, due anni prima che Di Maio sfiorasse il 33% e lui, da professore e avvocato, diventasse premier. Ma dovrebbe deporre un fiore sulla sua tomba per avergli lasciato in eredità tre regole d’oro. Regole che preservano il M5S non dagl’inevitabili casi di malaffare, ma dai tre virus mortali che infettano i partiti: affarismo, poltronismo e trasformismo. 1) Il rifiuto di soldi diretti dallo Stato e di finanziamenti privati (solo micro-donazioni): spendere poco o nulla e darsi strutture leggerissime per non dipendere dai soldi di tizio o caio. 2) Il tetto di due mandati, sacrosanto almeno per i ruoli monocratici di governo locale. 3) Il divieto di iscrivere e candidare gli ex di altri partiti. Dovrebbe farci un pensierino anche la Schlein, che si ritrova un partito in gran parte infetto. Lo disse l’ex segretario Zingaretti andandosene: “Mi vergogno del Pd che parla solo di poltrone”. E lo ripeté lei: “Basta tesseramenti irregolari, estirpiamo il male, via i capibastone e i cacicchi”.
Ora si dice “irritata” perché Conte, dopo tre retate in 20 giorni, fugge dalla giunta Emiliano, dopo quattro anni di buona collaborazione al welfare e alla cultura. E “irritata” con Emiliano perché l’ha costretta a inseguire Conte sul repulisti. Ma Emiliano non è il leader del Pd pugliese. Che si teneva come capogruppo regionale tal Caracciolo, rinviato a giudizio per corruzione e turbativa d’asta, e come consigliere e presidente in commissione Ambiente tal Mazzarano, addirittura un condannato definitivo per corruzione. Ora è bastato che Conte annunciasse la conferenza stampa a Bari perché il Pd cacciasse entrambi. Troppo tardi, tantopiù che chi li ha lasciati lì (il vertice regionale del Pd) resta al suo posto. La Schlein ha avuto un anno per procurarsi la lista dei pregiudicati e imputati e liberarsi almeno dei primi (ma pure dei secondi, per fatti gravi e accertati): non l’ha fatto. Poi ci sono le colpe di Emiliano: non mafiosità o corruzioni nell’attività di giunta (per ora non ne risultano). Ma il bulimico delirio di onnipotenza da Piedone lo Sbirro, che deriva da 10 anni al Comune e 9 alla Regione. Stando dalla parte dei “buoni”, Piedone imbarca chiunque pur di vincere e chiude un occhio sui “cattivi” che gli paiono redenti per il sol fatto di stare con lui. Ma è la sindrome di tutti i politici che mettono radici pluridecennali: incluso il sindaco Decaro, anche lui reo di trasformismo (non di mafiosità o tangenti), che insiste perché a succedergli sia il suo capo di gabinetto, cioè perchè i cassetti e le finestre del Comune restino chiusi. Prima di irritarsi con gli altri, Elly dovrebbe aprire almeno quelle finestre. Oppure irritarsi con se stessa.

L'Amaca

 

Perché la Rai è un editore debole
DI MICHELE SERRA
L’idea che Amadeus abbia lasciato la Rai non per grandi questioni di principio, o fratture insanabili sulle scelte artistiche, ma per interferenze politiche di infimo livello (una per tutte: ma perché non inviti Povia a Sanremo?) è mortificante e ridicola, ma purtroppo anche verosimile. Se il tuo editore non solo non tutela la tua autonomia professionale, ma la espone al primo ficcanaso di passaggio, essendo quel ficcanaso un suo compare politico, vuol dire che non è capace di fare l’editore.
La Rai è sempre stata un colabrodo, di fronte alle interferenze politiche. Non ha mai saputo difendere i suoi artisti con il dovuto nerbo. Ma con il governo Meloni questo difetto strutturale (troppi dirigenti Rai devono il posto alla politica) è diventato devastante e indecoroso, mai visto prima in forme così sfrontate, con i palinsesti presi d’assalto da comprimari e frustrati di ogni risma che non vedevano l’ora di poter dire che la sinistra li emarginava, sennò sai che carriera avrebbero avuto. Li emarginava, in realtà, il poco talento (con pochissime eccezioni: Pino Insegno sarebbe anche un bravo attore e un ottimo doppiatore, non fosse diventato, per sua dabbenaggine, una specie di mascotte della destra frescona).
Alla fine, inevitabilmente, quelli bravi se ne vanno, perché un conduttore, un artista, un giornalista, non può sopportare a lungo un editore così debole. Non così prepotente: così debole. Poco protettivo e poco leale con la gente che lavora per lui da una vita. Se si è bravi, e si è lavorato molto, e con successo, non si ha voglia, francamente, di rispondere al telefono per dire che no, Povia a Sanremo non è previsto. Sono previsti quelli che al direttore artistico sembrano bravi. E se sbaglia, sa sbagliare da solo.

venerdì 12 aprile 2024

Commenti entusiastici

 


De Gregorie Zalone: che coppia “Noi nel disco-marachella”

COVER, INEDITI E DUE CONCERTI - Zalone, nel progetto, fa l’accompagnatore, punteggia, monta e sfronda la scenografia interiore del racconto

di Stefano Mannucci 

Era su un gommone con un amico, “a fare polpi” nel mare della sua Bari, gli arrivò un messaggio. “Vorrei tanto conoscerti, firmato Francesco DG”. Zalone pensò si trattasse di “DJ Francesco”. Invece lo stalkerava il Principe, che aveva “chiesto il numero a tutti quelli che potevano averlo”. Una prima cena, poi tante altre nella casa romana di De Gregori, carbonare e cacio e pepe. “Un gran cuoco”, concede Checco, “e ha uno Steinway che non ha mai suonato così bene come quando ci ho messo le mani io”.

L’amicizia, inevitabile, è nata lì. “Il primo marchettone per lui fu in una libreria, dove senza preavviso lo spinsi a cantare la mia Uomini sessuali”, sottolinea il regista, aggiungendo che “il verso ‘gli uomini sessuali non hanno gli assorbenti ma però hanno le ali’ secondo il cantautore avrebbe dovuto vincere il Premio Montale”. L’hanno rieseguita ieri, fuori busta, alla Santeria Toscana di Milano, per il vernissage del loro album in ditta, Pastiche. Che non contiene Uomini sessuali (“I capolavori non si toccano”, celia Zalone) e neppure Generale, azzardata per la prima volta davanti alla stampa dopo l’aneddoto di una traduzione che De Gregori aveva a suo tempo azzardato su una versione in inglese della sua perla (“Era diventata Field Commander”, precisa l’autore; l’altro lo fulmina: “No, il vero titolo era Vannacci”). Cose così, work in progress improvvisativo di un doppio live a Caracalla (5 e 9 giugno, con band), che non diventerà un tour perché “è un suicidio se gli artisti non dicono dei no alla gente”, ammette Francesco. Alle Terme sarà dunque evento, l’uno a cantare l’altro a pigiare tasti.

Zalone si conferma musicista coi controfiocchi, capace di giocare con arrangiamenti very unplugged e jazz o soluzioni orchestrali. Pastiche è una “marachella discografica” – come la definiscono loro – a dir poco preziosa. La copertina è l’affettuosa citazione-semi-plagio da Carosello Carosone vol. 2, dentro ci trovi gioiellini: la rilucidatura (per sottrazione, luci soffuse e declamazione degregoriana spogliata di ogni enfasi) dell’argenteria della casa, da Pezzi di vetro a Ciao Ciao, passando per Rimmel, Buonanotte fiorellino, Atlantide, Falso movimento; uno struggente tributo a Pino Daniele (Putesse essere allero), la vendittiana Le cose della vita, una sosta al monumento di Nino Manfredi (Storia di Pinocchio), la doppia versione dell’elegiaca Pittori della Domenica di Conte. Qui spiega De Gregori: “La vidi incidere da Paolo negli studi Rca, una di quelle canzoni che ti cattura di più perché è rimasta nascosta. Mi colpisce la descrizione di chi, diversamente da noi, non ha avuto riconoscimenti con l’arte, non è compreso in famiglia, la moglie sempre arrabbiata mentre dipingi pensando al colore delle tempeste della tua vita”. Due arrangiamenti alternativi anche per l’inedito scritto a quattro mani dai corresponsabili di Pastiche, quel Giusto o sbagliato che, nota ancora Francesco, è un rimbalzo creativo italiano di My way “con un uomo che arrivato a una certa età si trova a fare, o a non voler fare, il bilancio dell’esistenza. Ho composto questo brano, il primo dopo tanto tempo, dopo aver provato a tradurre My Way: nella nostra lingua non regge, e avrei dovuto confrontarmi con i mostri sacri Sinatra e Presley”.

Zalone, nel progetto, fa l’accompagnatore, punteggia, monta e sfronda la scenografia interiore del racconto. Canta il giusto, un brano e mezzo. Si inserisce sulla ripresa della sua strepitosa La prima Repubblica (dalla colonna sonora di Quo vado?, con l’accenno strumentale di Viva l’Italia), e prende il sopravvento sul proprio inedito, Alejandro: esilarante disavventura di un hombre sivigliano in andropausa alle prese con il “lui” che moravianamente non reagisce come una volta ai comandi; nell’insert del Principe il pistolino diventa genialmente “Pedro, con la faccia che somiglia al crollo di una diga”. Due rimandi in un verso, e l’ombroso cantautore cede al gusto sovrano del cazzeggio. Che è la cifra inestimabile di Pastiche.

Prendi un poeta laureato, gli metti vicino il re della commedia, e se uno forgia parole per volare altissimo, l’altro finge di tirarlo giù coi calembour ma insieme pilotano l’aliante che è una bellezza. Col passare degli anni si diventa meno malmostosi, c’è voglia di rivendicare se stessi baloccandosi con quel che resta del giorno e del talento. Divertissement sotto l’inusitato marchio bicefalo “Franchecco”. I due si stimano, si piacciono. Dice Zalone: “Ne amo l’assenza di retorica e moralismo, e il profondo senso etico”. Il compare ribatte: “Nei suoi film c’è uno sguardo innocente, seppur corrosivo, sulla società, come in Sordi o Gassman. Mette la stessa cura nella musica, da suonatore istintivo”. Vagheggiano uno stesso set, chissà. Una cosa per volta, tra valigie dell’attore e pianisti di piano bar.

Bravo!

 


Travaglio!

 

La drôle de guerre
di Marco Travaglio
Due notizie fresche fresche trasformano anni di narrazione atlantista – buoni contro cattivi, democrazie contro autocrazie, Occidente contro Oriente – in puro avanspettacolo. 1) Il Wall Street Journal rivela che i droni forniti dagli Usa all’esercito ucraino per combattere quello russo (che li compra dall’Iran) sono troppo costosi, fragili, mal funzionanti, difficili da riparare e incapaci di resistere ai sistemi di disturbo elettronico dei russi. Così, udite udite, Kiev acquista droni cinesi meno cari e tecnologicamente più avanzati. Avete capito bene: li compra con i nostri soldi dalla Cina di Xi Jinping, il cattivone amico di Putin e nemico dell’Occidente, che va tenuto a distanza revocando a spron battuto le Vie della Seta perché forse arma sottobanco i russi e minaccia noi buoni democratici. E ora il buono e democratico Zelensky, che combatte con le nostre armi per difendere l’Europa dall’invasione militare di Putin e dall’invasione commerciale di Xi Jinping, che fa? Bussa alla porta dell’amico del nemico per combattere il nemico con l’aiuto dell’altro nemico. Non è un amore? Il paradosso fa il paio con quello dell’Ucraina che ci ordina di sanzionare sempre più duramente la Russia e seguita a incassare da Mosca i diritti di transito del gas russo sul suo territorio, visto che l’Ue si guarda bene dal disdire l’accordo trilaterale con Mosca e Kiev (l’unica via di transito del gas russo che rifornisce Slovacchia, Austria, Ungheria, Italia e altri paesi Ue dopo la distruzione dei Nord Stream è proprio l’Ucraina).
2) Lloyd Austin, segretario americano alla Difesa, intima al regime ucraino di “concentrare gli attacchi su obiettivi militari russi”, cioè a piantarla di bombardare le raffinerie petrolifere di Mosca. Altrimenti i prezzi dei carburanti, già alle stelle, impazziscono e l’inflazione galoppante danneggia la già pericolante campagna elettorale di Biden. Così però il governo Usa ammette che anche l’Ucraina è uno Stato terrorista che attacca obiettivi civili, cosa che peraltro già si sapeva – anche se non si poteva dire – dopo la distruzione dei gasdotti russo-tedeschi Nord Stream 1 e 2 (con complicità della Cia), l’autobomba ucraina che uccise a Mosca Darya Dugina, rea di essere figlia di un filosofo amico di Putin, e gli omicidi di giornalisti sgraditi a Kiev rivendicati dai servizi ucraini. E la cosa sarà ancor più evidente quando si arriverà a un cessate il fuoco e bisognerà disarmare tutte le milizie irregolari e mercenarie che infestano l’Ucraina con le armi regalate dall’Occidente in questi 10 anni. Sempreché nel frattempo non se le siano prese i russi per spararci contro, come sempre avviene quando armiamo i buoni contro i cattivi, poi scopriamo che i buoni scarseggiano e finiamo sempre per spararci nei coglioni.

L'Amaca

 

Gli ultras della curva Lepanto
DI MICHELE SERRA
Sentire in televisione una europarlamentare leghista che, infastidita dalle celebrazioni del Ramadan in Italia, rivendica la battaglia di Lepanto come baluardo della cristianità, è certamente ridicolo. Ma è anche desolante, perché la religione come movente di guerra, in Occidente, è un ordigno ideologico che ha fatto strage per generazioni, ma per fortuna è remoto nel tempo; e vederlo maneggiare da una nostra contemporanea, anche se culturalmente non consapevole di quello che sta dicendo, come se fosse una cerbottana, un giochetto propagandistico tra ultras, mette tristezza.
A quella parte fanatica e minoritaria dell’Islam che chiama gli occidentali “crociati”, non parrà vero avere trovato una sponda politica delle nostre parti. I nostri neocrociati, per altro sprovvisti di investitura religiosa (questo Papa li prenderebbe volentieri a sberle, ma non può farlo per ragioni d’ufficio) non solo niente sanno della Costituzione, che recide alla base ogni possibile appiglio politico e giuridico a chi fa leva sulle differenze di fede; né del Cristianesimo, che è emancipato dal proprio integralismo e pratica il dialogo interreligioso come valore evangelico; ma nemmeno capiscono — e dal loro punto di vista è perfino più grave — che il solo vero vantaggio rispetto a buona parte dei Paesi islamici, in Europa, è la laicità dello Stato; è su quella che noi europei possiamo fare legittima leva come elemento di modernità e di libertà rispetto a ciò che ci appare arcaico (la religione come cemento istituzionale).
Quelli che strillano “Lepanto!” sperperano in una sola battuta il solo vero bonus guadagnato nei secoli dagli europei. Che il loro Dio li protegga da se stessi, ammesso che abbia tempo da perdere.